{"id":24060,"date":"2007-12-15T02:45:00","date_gmt":"2007-12-15T02:45:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/12\/15\/clausewitz-mostra-che-per-loccidente-guerra-e-politica-sono-inseparabili\/"},"modified":"2007-12-15T02:45:00","modified_gmt":"2007-12-15T02:45:00","slug":"clausewitz-mostra-che-per-loccidente-guerra-e-politica-sono-inseparabili","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/12\/15\/clausewitz-mostra-che-per-loccidente-guerra-e-politica-sono-inseparabili\/","title":{"rendered":"Clausewitz mostra che, per l&#8217;Occidente, guerra e politica sono inseparabili"},"content":{"rendered":"<p>Desideriamo svolgere alcune riflessioni su Karl von Clausewitz (1780-1831) a partire da un bel saggio che ventitre anni fa Luciano Guerzoni, docente di diritto ecclesiastico presso l&#8217;Universit\u00e0 di Modena, present\u00f2 a un Convegno di studi in quella citt\u00e0 (poi pubblicato sulla rivista <em>Bozze,<\/em> Bari, Edizioni Dedalo, 1985, n. 1-2, pp. 9-46).<\/p>\n<p>Guerzoni, veramente, comprende insieme il pensiero di Clausewitz e quello di Carl Schmitt; ma, dal momento che ci siamo appena occupati di quest&#8217;ultimo nell&#8217;articolo <em>\u00abAmico\u00bb e \u00abnemico\u00bb nel pensiero politico di Carl Schmitt<\/em>, e anche perch\u00e9 il ragionamento di Guerzoni non ne risente, ci limiteremo qui a considerare innanzitutto la teorizzazione della guerra da parte del generale prussiano come atteggiamento esemplare di una cultura, quella occidentale, che fin dalle sue origini ha visto guerra e politica come un binomio pressoch\u00e9 inscindibile.<\/p>\n<p>Ma procediamo con ordine e cominciamo con il riportare una breve antologia di passi di von Clausewitz, scelti fra i pi\u00f9 significativi al fine di enucleare la sua concezione di che cosa sia la guerra, quali ne siano gli scopi, quali i mezzi, quali i legami con il regno della politica. Ci serviremo dell&#8217;ormai classica edizione del trattato <em>Della guerra<\/em> di Mondadori del 1970 (in due volumi; qui vol. 1, p. 19 sgg.), basata su quella dell&#8217;Ufficio storico dello Stato Maggiore dell&#8217;esercito italiano del 1942: una data da tenere a mente).<\/p>\n<p><em>&quot;Non daremo della guerra una grave definizione scientifica:; ci atterremo alla sua forma elementare: il combattimento singolare, il duello.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La guerra non \u00e8 che un duello su vasta scala. La moltitudine dei duelli particolari di cui si compone, considerata nel suo insieme, pu\u00f2 rappresentarsi con l&#8217;azione di due lottatori. Ciascuno di essi vuole, a mezzo della sua forza fisica, costringere l&#8217;avversario a piegarsi alla propria volont\u00e0; suo scopo<\/em> immediato <em>\u00e8 di abbatterlo e, con ci\u00f2, rendergli impossibile ogni ulteriore resistenza.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;<\/em>La guerra \u00e8 dunque un atto di forza che ha per iscopo di costringere l&#8217;avversario a sottomettersi alla nostra volont\u00e0. <em>La forza si arma delle invenzioni delle arti e delle scienze per misurarsi contro la forza. Essa \u00e8 accompagnata da restrizioni insignificanti, che meritano appena di essere menzionate, alle quali si d\u00e0 il nome di<\/em> diritto delle genti, <em>ma che non hanno la capacit\u00e0 di affievolirne essenzialmente l&#8217;energia. La forza, intesa nel suo senso fisico (poich\u00e9 al di fuori dell&#8217;idea di Stato e di Legge non vi \u00e8 forza morale) costituisce dunque il<\/em> mezzo<em>; lo<\/em> scopo <em>\u00e8 di imporre la nostra volont\u00e0 al nemico. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Gli spiriti umanitari potrebbero immaginare che esistano metodi tecnici per disarmare o abbattere l&#8217;avversario senza infliggergli troppe ferite e che sia questa la finalit\u00e0 autentica dell&#8217;arte militare. Per quanto seducente ne sia l&#8217;apparenza, occorre distruggere tale errore poich\u00e9 ,in questioni cos\u00ec pericolose come la guerra, sono appunto gli errori risultanti da bont\u00e0 d&#8217;animo quelli maggiormente perniciosi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Poich\u00e9 l&#8217;impiego della forza fisica in tutta la sua portata non esclude affatto la cooperazione dell&#8217;intelligenza, colui che impiega tale forza senza restrizione, senza risparmio di sangue, acquista il sopravvento sopra un avversario che non faccia altrettanto e gli detta in conseguenza la propria legge; ed entrambi i princ\u00ecpi di azione tendono cos\u00ec verso l&#8217;assoluto, senza trovare altri limiti che nei contrappesi insiti in essi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 cos\u00ec che la questione dev&#8217;essere considerata: e rappresenta uno sforzo non solo vano, ma illogico, il lasciare da parte l&#8217;elemento forza per avversione ad esso.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Se le guerre fra nazioni civili sono meno crudeli e devastatrici di quelle tra i selvaggi, ci\u00f2 deriva dalle individue condizioni sociali degli Stati e da quelle degli Stati considerati nei reciproci rapporti. La guerra nasce da queste condizioni e da questi rapporti sociali che la determinano, la limitano, la moderano; ma tali modificazioni non sono inerenti alla guerra, costituiscono solo elementi contingenti: mai si potr\u00e0 introdurre un principio moderatore nell&#8217;essenza stessa della guerra, senza commettere una vera assurdit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La lotta fra gli uomini si fonda su due differenti elementi: il<\/em> sentimento ostile <em>e<\/em> l&#8217;intenzione ostile. <em>Nella nostra definizione della guerra, ci siamo basati sul secondo perch\u00e9 pi\u00f9 generale; non possiamo infatti pensare all&#8217;odio, anche il pi\u00f9 selvaggio, quello che si avvicina all&#8217;istinto, separandolo dall&#8217;intenzione ostile, mentre esistono spesso intenzioni ostili non accompagnate, o almeno non essenzialmente accompagnate, da inimicizia preconcetta. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Se l&#8217;avversario deve essere, a mezzo dell&#8217;azione bellica, costretto a compiere la nostra volont\u00e0, dobbiamo dunque o porlo realmente in stato d&#8217;impotenza, o metterlo in situazione tale che, secondo ogni probabilit\u00e0, sia sul punto di esserlo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La guerra deve dunque mirare sempre a disarmare, o ad abbattere che dir si voglia, l&#8217;avversario.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Essa non suppone per\u00f2 il lavoro di una forza attiva contro una massa inerte, giacch\u00e9 un atteggiamento completamente inerte \u00e8 incompatibile con qualsiasi condotta di guerra; consiste invece sempre nell&#8217;urto di due forze attive contrapposte, e quanto si \u00e8 detto circa lo scopo finale dell&#8217;attivit\u00e0 bellica si applica ad entrambi i belligeranti. \u00c8, quindi, una nuova azione reciproca; finch\u00e9 non abbiamo abbattuto l&#8217;avversario, dobbiamo temere noi stessi di esserne abbattuti; non siamo pi\u00f9 liberi; l&#8217;avversario ci impone la sua legge, come noi gli imponiamo la nostra.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Secondo rapporto di azione reciproca, che conduce ad un secondo criterio illimitato.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Se vogliamo abbattere l&#8217;avversario, dobbiamo proporzionare il nostro sforzo alla sua capacit\u00e0 di resistenza. Questa si esprime col prodotto di due fattori inseparabili:<\/em> entit\u00e0 dei mezzi disponibili forza di volont\u00e0<em>.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;entit\u00e0 dei mezzi potrebbe venire approssimativamente determinata, poich\u00e9 dipende (sebbene non completamente) in gran parte da elementi numerici. La forza di volont\u00e0 \u00e8 invece assai meno determinabile; si pu\u00f2 tutt&#8217;al pi\u00f9 congetturarla secondo l&#8217;importanza delle cause di guerra. Ammettendo di giungere per tal via ad una estimazione verosimile della capacit\u00e0 di resistenza avversaria, possiamo prenderla come misura dello sforzo da compiere, per dargli tale entit\u00e0 da assicurarci la preponderanza in ogni caso o, se i nostri mezzi non sono a ci\u00f2 sufficienti, dargli pur sempre la maggiore entit\u00e0 possibile.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma l&#8217;avversario far\u00e0 la stessa cosa. Nuova gara reciproca che tende teoricamente all&#8217;estremo: terzo rapporto di azione reciproca e terzo criterio illimitato che riscontriamo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nel campo delle considerazioni astratte, il ragionamento non pu\u00f2 perci\u00f2 avere riposo, finch\u00e9 non sia giunto all&#8217;estremo. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Gettando un colpo d&#8217;occhio sulla natura<\/em> subbiettiva <em>della guerra e cio\u00e8 su quelle energie colle quali vien condotta, essa ci apparir\u00e0 sempre pi\u00f9 come un giuoco. (&#8230;)&quot;Sebbene l&#8217;intelligenza si senta costantemente attratta verso la chiarezza e la certezza, \u00e8 l&#8217;incerto che attrae spesso il nostro spirito.(&#8230;)<br \/>\n&quot;Ma la guerra non \u00e8 un passatempo, un divertimento consistente nel rischiare e riuscire, un&#8217;opera di libera ispirazione ; \u00e8 un mezzo serio inteso ad uno scopo serio. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Se consideriamo ora che la guerra procede da uno scopo politico, \u00e8 naturale che questo motivo primo che le ha dato vita continui a costituire elemento precipuo per la sua condotta. Ma non perci\u00f2 lo scopo politico assume il carattere di un legislatore dispotico: deve adattarsi alla natura del mezzo, donde risulta sovente che esso si modifichi molto profondamente; ma \u00e8 pur sempre l&#8217;elemento da tenersi soprattutto in considerazione. Cos\u00ec, la politica si estrinseca attraverso tutto l&#8217;atto della guerra, esercitando su questa un influsso continuo, per quanto \u00e8 consentito dalla natura delle forze che nella guerra si manifestano.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La guerra non \u00e8 dunque solamente un atto politico, ma un vero<\/em> strumento <em>della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi. Quindi, quanto alla guerra rimane di proprio non si riferisce che alla natura particolare dei suoi mezzi. L&#8217;arte della guerra pu\u00f2 esigere, in linea di massima, che le tendenze e i disegni della politica non vengano a trovarsi in contraddizione con tali mezzi, e il comandante in capo pu\u00f2 esigerlo in ogni caso. Tale condizione non \u00e8 certo lieve: ma qualunque sia, anche in casi particolari, la sua reazione sui disegni politici, essa non pu\u00f2 andare al di l\u00e0 di una semplice modificazione dei medesimi, poich\u00e9 il disegno politico \u00e8 lo scopo, la guerra \u00e8 il mezzo, ed un mezzo senza scopo non pu\u00f2 mai concepirsi. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;E (&#8230;) se \u00e8 vero che in una determinata specie di guerra la politica sembra scomparire completamente, mentre in un&#8217;altra essa diviene preponderante, si pu\u00f2 tuttavia affermare che in entrambi i casi la guerra costituisce un atto politico.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;E invero, se la politica \u00e8 da considerarsi come<\/em> l&#8217;intelligenza dello Stato personificato, <em>occorre che fra tutte le ipotesi che il suo calcolo deve abbracciare, possa anche essere compresa quella in cui la natura di tutte le condizioni imponga una guerra della prima specie. L&#8217;altra specie di guerra potrebbe considerarsi di carattere maggiormente politico della prima, solo qualora si volesse scorgere nella politica non gi\u00e0 una cognizione generale, ma bens\u00ec il concetto convenzionale i un&#8217;astuzia rifuggente dalla forza, circospetta, fors&#8217;anche sleale.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Si vede dunque, anzitutto, che in ogni caso la guerra deve essere concepita<\/em> non come cosa a s\u00e9 stante, ma come strumento politico.<em>&quot;<\/em><\/p>\n<p>E qui ci fermiamo per fare un primo bilancio di quanto sostenuto da von Clausewitz, ricapitolando tre punti che ci sembrano fondamentali. Primo: la guerra \u00e8 un puro esercizio della forza, tendenzialmente illimitato, non suscettibile di alcuna moderazione o composizione fino a quando uno dei due contendenti non sia ridotto totalmente alla merc\u00e9 dell&#8217;altro. Punto secondo: la guerra \u00e8 la prosecuzione della politica con altri mezzi; tuttavia, lo strumento della guerra non \u00e8 &#8211; a sua volta &#8211; senza effetti sui fini della politica: cos\u00ec, la natura di ogni singola guerra finisce per risultare dalla mescolanza dell&#8217;elemento puramente politico e dell&#8217;elemento puramente militare, che avviene in diversa misura, a seconda delle circostanze. Punto terzo: le guerre fra stati civili, a differenza di quelle fra i &quot;selvaggi&quot;, possono essere condotte con intenzione ostile ma senza sentimenti di ostilit\u00e0, ossia come puro strumento politico non soggetto a passioni viscerali e non accompagnato da odio verso il nemico; il che non rende tale genere di guerra meno crudele dal punto di vista dei danni inflitti al nemico, perch\u00e9 in ogni caso lo scopo <em>oggettivo<\/em> della guerra \u00e8 sempre, e rimane, quello di ridurre il nemico all&#8217;impotenza e alla completa sottomissione.<\/p>\n<p>Chi ci ha seguiti nel precedente saggio dedicato alla filosofia politica di Carl Schmitt comprender\u00e0, a questo punto, perch\u00e9 riteniamo che il pensatore del Novecento abbia ben letto e meditato su questo concetto del generale dell&#8217;Ottocento. In politica, infatti, esattamente come in guerra &#8211; sostiene Carl Schmitt &#8211; valgono essenzialmente le categorie di amico e nemico, e la percezione che si ha di quest&#8217;ultimo pu\u00f2 anche non implicare l&#8217;idea del brutto, del malvagio e simili &#8211; per quanto la propaganda di guerra, ovviamente, si sforzer\u00e0 di raffigurarlo come tale, onde mobilitare tutte le forze morali della nazione nello sforzo supremo del conflitto.<\/p>\n<p>E ora veniamo al ragionamento di Luciano Guerzoni sul rapporto fra politica e guerra che caratterizza l&#8217;intera storia dell&#8217;Occidente, a partire dall&#8217;antica Grecia ove, appunto, la scienza della guerra, o polemologia, ha avuto origine.<\/p>\n<p>Nel saggio citato, egli sostiene che, nella cultura dell&#8217;Occidente, fin dall&#8217;inizio la guerra \u00e8 stata assunta come dato costitutivo e fondante del pensare, dell&#8217;agire e dell&#8217;essere; e cita il famoso passo di Eraclito (Frammento B, 53)in cui si dice che <em>&quot;polemos (la guerra) \u00e8 padre di tutte le cose; di tutti re; e gli uni disvela come dei e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi&quot;.<\/em> Clausewitz (e Schmitt), per Guerzoni, offrono poi un&#8217;interpretazione oggettiva del fenomeno &quot;guerra&quot; mostrando come esso sia inseparabile dal concetto occidentale di &quot;politica&quot;.<\/p>\n<p><em>&quot;Volendo usare una formula, riterrei appropriato dire che ci troviamo qui in presenza di un<\/em> teorema <em>dell&#8217;indissolubilit\u00e0 di politica e guerra, per evidenziare che, nel caso di Clusewitze di Schmit, la<\/em> teoria <em>cui la loro riflessione mette capo, ancorch\u00e9 criticamente o scientificamente fondata, si risolve (infine) in una tesi proiettata o, comunque, proiettabile nel campo della normalit\u00e0 o del dover essere. Ma questo dato, al pari della soggettiva collocazione dei due autori &#8212; soprattutto di Schmitt &#8212; in un orizzonte di valori e di opzioni reazionarie, e al pari &#8212; ancora &#8212; della fattuale convergenza di tale pensiero con la cultura e la politica della destra, non pu\u00f2 comunque valere, di per s\u00e9, a liquidare acquisizioni la cui portata e la cui fondatezza risultano, allo stato, non smentite, n\u00e9 superate.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Direi di pi\u00f9. Se l&#8217;impegno che ci accomuna \u00e8 l&#8217;urgenza di dar vita ad una &#8216;cultura della pace&#8217;, questa non assurger\u00e0 a dignit\u00e0 di cultura, e non potr\u00e0 neppure esprimersi in duratura e consapevole dimensione di un&#8217;etica collettiva e di conseguenza opzioni e comportamenti individuali e di massa, fino a che non sar\u00e0 riuscita a fare i conti fino in fondo, e con il dovuto rigore, con quella che per brevit\u00e0 osiamo anche definire &#8216;cultura della guerra&#8217;. Non ci sar\u00e0 cultura della pace senza una scienza (anche politologia) della pace, senza cio\u00e8 un rigoroso superamento &#8212; ammesso che ci\u00f2 sia possibile sul solo piano intellettuale (senza cio\u00e8 una contestuale modificazione della realt\u00e0 fattuale) &#8212; della fondazione teorico-scientifica del nesso di politica e guerra, che trova nell&#8217;elaborazione degli autori che ci accingiamo a considerare la sua forma pi\u00f9 compiuta e matura.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Si tratta cio\u00e8, sostiene Guerzoni, di opporre alla teoria della inscindibilit\u00e0 di guerra e politica, che caratterizza tutto lo sviluppo della cultura occidentale e culmina appunto in von Clausewitz, una teoria altrettanto rigorosa e altrettanto &quot;scientifica&quot;, fondata su un&#8217;idea radicale della pace, che non possa essere accusata di &quot;ciarlataneria&quot; (ossia inadeguatezza e approssimazione), per usare un&#8217;espressione dello stesso Clausewitz (nella <em>Premessa<\/em> a <em>Vom Kriege<\/em>). Per il generale prussiano, la guerra non \u00e8 che una parte del lavoro politico e gli \u00e8 connaturale; e tuttavia la guerra, per lui, \u00e8 ancora uno strumento della politica e soggiace alla intrinseca razionalit\u00e0 dello Stato moderno. Non \u00e8 affatto riconosciuta come sovrana di esso: e ci\u00f2 potrebbe sembrare un passo avanti, in senso laico-razionale, rispetto alla visione ontologico-sacrale della guerra propria dell&#8217;Occidente pre-moderno. Ma \u00e8 proprio cos\u00ec?<\/p>\n<p>Clausewitz, dice Guerzoni, introduce una importantissima distinzione fra il concetto astratto della guerra e il fenomeno della guerra concreto e reale. Ci\u00f2 dipende, secondo noi, dalla tipica impostazione scientifica data da Clausewitz alla polemologia: cos\u00ec come esiste una geometria razionale, basata sui puri enti geometrici astratti, e una geometria intuitiva, che si occupa degli enti geometrici riproducibili in termini concreti, allo stesso modo egli &quot;sdoppia&quot; l&#8217;oggetto dei suoi studi in un concetto puro e in una realt\u00e0 empirica, osservabile e misurabile.<\/p>\n<p>Ad ogni modo, osserva Guerzoni, la divisione operata da Clausewitz \u00e8 meno rigorosa di quanto si potrebbe credere, perch\u00e9 lo stesso generale prussiano riconosce pi\u00f9 volte che non esiste una barriera invalicabile tra le due cose e che la teoria della guerra sconfina inevitabilmente nella sua condotta pratica. Ora &#8212; come abbiamo visto anche nei brani di Clausewitz sopra riportati &#8212; l&#8217;essenza della guerra, per il generale prussiano, consiste nel sottomettere l&#8217;avversario con la forza, senza che tale uso della forza possa essere moderato e senza che si possa evitare che esso giunga, quanto pi\u00f9 si scontra con la resistenza del nemico, fino alle sue estreme conseguenze.<\/p>\n<p>La concreta realt\u00e0 storica, del resto, sembrava dargli ragione: non si era forse visto l&#8217;esercito russo fare <em>terra bruciata<\/em> del proprio paese, pur di aver ragione dell&#8217;invasione napoleonica del 1812? Per non parlare dei numerosissimi esempi offerti dalla storia antica, con la distruzione totale di Cartagine, Numanzia, Masada, o delle tecniche di guerra applicate da Attila, Gengis Khan e Tamerlano. N\u00e9 Clausewitz, come si \u00e8 visto, si fa alcuna illusone circa il fatto che il progresso civile, vanto della modernit\u00e0, possa aver sostanzialmente intaccato l&#8217;essenza della guerra, che \u00e8 la volont\u00e0 di sottomettere il nemico a qualunque costo e con qualunque mezzo. Certo non poteva immaginare la distruzione pianificata delle citt\u00e0 tedesche, mediante i bombardamenti aerei, attuata da Churchill nel 1943-45 (ma gi\u00e0 ideata nel 1918 e programmata per il 1919); n\u00e9 l&#8217;istituzione dei campi di concentramento per la popolazione civile (attuata per la prima volta durante la guerra anglo-boera, nel 1899-1902, sempre per ispirazione di Churchill); e meno ancora l&#8217;uso dell&#8217;arma atomica su obiettivi urbani assolutamente inermi; ma tali sviluppi sono legati puramente all&#8217;evoluzione della tecnica militare e non contraddicono affatto, anzi sono insiti nelle premesse teoriche di von Clausewitz (e, prima di lui, di Niccol\u00f2 Machiavelli, secondo il quale <em>il fine giustifica i mezzi<\/em>).<\/p>\n<p>Abbamo gi\u00e0 visto come von Clausewitz, davanti alla possibilit\u00e0 di portare alle estreme conseguenze la sua teorizzazione della violenza &quot;assoluta&quot;, e teoricamente illimitata, della guerra, si &quot;consola&quot; con la sua subordinazione ontologica alla politica. \u00c8 come se dicesse: vedete, una volta che una guerra \u00e8 incominciata, nessuno sa dove potr\u00e0 andare a finire, quali forme assumer\u00e0 e a quali estremi si potr\u00e0 spingere; per\u00f2 non preoccupatevi troppo, perch\u00e9 la guerra \u00e8 pur sempre uno strumento della politica, dunque subordinata a un disegno razionale; e le forze che l&#8217;hanno messa in moto possono dare il contrordine in qualsiasi momento.<\/p>\n<p>Resta per\u00f2 un problema, giustamente evidenziato da Guerzoni: infatti, nello schema di von Clausewitz niente e nessuno possono impedire alla guerra di diventare &quot;guerra assoluta&quot; (e viene in mente, oggi, la &quot;guerra infinita&quot; teorizzata dal governo di Bush <em>junior<\/em> contro il terrorismo); al che, anche la politica si far\u00e0 &quot;assoluta&quot;, essendo entrambe finalizzate a un obiettivo assoluto: la distruzione totale dell&#8217;avversario. Pertanto il tentativo di forzare la natura della guerra, piegandola alla razionalit\u00e0 degli scopi politici, finisce per risolversi in un azzardo, una scommessa o semplicemente un esorcismo: l&#8217;apprendista stregone, spaventato dalla distruttivit\u00e0 delle forze che egli stesso ha evocato, tenta &#8211; ma non \u00e8 detto che vi riesca &#8211; di moderarne la violenza o, addirittura, di fermarle e rinchiuderle nello scrigno donde le aveva estratte.<\/p>\n<p>Quanto a Carl Schmitt, egli non ha fatto altro &#8212; secondo Guerzoni &#8212; che sviluppare fino alle conclusioni pi\u00f9 radicali il pensiero di von Clausewitz, negando l&#8217;identit\u00e0 di statale e di politico e definendo il politico (di cui lo stato non ha pi\u00f9 il monopolio) come il luogo della distinzione fra amico e nemico. La politica, allora, diventa essenzialmente il campo di battaglia tra forze opposte che lottano per l&#8217;annientamento reciproco; e la guerra diviene veramente totale, perch\u00e9 il nemico (che si pu\u00f2 anche non odiare), diventa <em>l&#8217;altro<\/em> che nega la nostra identit\u00e0. Ci\u00f2 significa che la guerra non \u00e8 semplicemente la prosecuzione della politica, ma la realizzazione della sua essenza: la condizione di inimicizia permanente fra i popoli. Vano sarebbe dunque attendersi che la guerra, con il progresso dei costumi e con la consapevolezza dei rischi, prima o poi scompaia dall&#8217;orizzonte della cultura (e della storia) occidentale.<\/p>\n<p>In altre parole, la politica come prodotto dell&#8217;Occidente ha bisogno di elaborare continuamente l&#8217;immagine di un &quot;nemico&quot; che giustifichi la permanenza dell&#8217;istituto militare, della mentalit\u00e0 militare, della radicale e perenne condizione di inimicizia tra soggetti politici.<\/p>\n<p>Ma cediamo ancora la pala a Guerzoni:<\/p>\n<p><em>&quot;Le tracce dell&#8217;indicato processo di &#8216;totalizzazione&#8217; della guerra non sono lontane da noi: sono nel quotidiano farsi e svolgersi della politica e dei rapporti sociali, interni e internazionali; sono &#8211; se appena volessimo vederle &#8211; nella<\/em> quotidianit\u00e0 <em>della nostra esistenza. Anche un pensiero duro, ostico, eticamente ripugnante &#8212; spesso &#8212; come quello che abbiamo appena visitato pu\u00f2 aiutare a rendercene avvertiti. E difficilmente le vie della pace potranno affermarsi fino a che non acquisiremo la capacit\u00e0 di dare risposta alle domande che quel pensiero pone, non dimenticando che &#8211; per esso &#8211; in definitiva, \u00abla sostanza del politico non \u00e8 l&#8217;inimicizia pura e semplice, bns\u00ec il poter distingure fra amico e nemico e il presupporre<\/em> sia <em>l&#8217;amico<\/em> che <em>il nemico\u00bb (Schmitt,<\/em> Teoria del partigiano<em>). Ma allora, la riflessione di Schmitt ci riporta al pensiero che ha accompagnato la genesi dello Stato e del politico<\/em> moderni<em>, avvertendoci &#8211; con Spinoza &#8211; che in quella fase storica gi\u00e0 fu rilevato come \u00abnon \u00e8 l&#8217;odio (&#8230;), ma il diritto dello Stato quello che crea il nemico\u00bb (Spinoza,<\/em> Trattato teologico-politico<em>).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Detronizzato lo Stato, la sovranit\u00e0<\/em> politica <em>dei nuovi soggetti politici a contenuto non statuale continua ad esprimersi e a realizzarsi nella &#8216;creazione&#8217; del &#8216;nemico&#8217;, o meglio nella capacit\u00e0 di distinguere sia l&#8217;amico che il nemico e di presupporre sia l&#8217;uno che l&#8217;altro.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Insomma si direbbe proprio che Bin Laden, se non esistesse, si sarebbe dovuto inventarlo (e non mancano le teorie &quot;complottiste&quot; che vanno in tale direzione).<\/p>\n<p>Ma c&#8217;\u00e8 un ultimo elemento, sul quale vorremmo soffermare la nostra attenzione prima di concludere questa nostra riflessione.<\/p>\n<p>Lo stesso Carl Schmitt ha osservato che il centro di riferimento spirituale della modernit\u00e0 \u00e8 la tecnica la quale, per sua natura, non pu\u00f2 porsi come elemento <em>super partes<\/em> (come lo era, ad esempio, la monarchia di diritto divino nel Medioevo), essendo invece il terreno comune e il presupposto per ogni forma di vita organizzata. Dunque la tecnica pervade ogni manifestazione della modernit\u00e0, comprese le categorie del politico; e la guerra moderna sar\u00e0, inevitabilmente, una guerra essenzialmente tecnica ed essenzialmente totale. Anche da questo lato, perci\u00f2, cadono le illusioni che la politica possa puramente servirsi della guerra come una prosecuzione, su un terreno diverso dal proprio, di ci\u00f2 che le \u00e8 proprio; e la guerra, al contrario, tende a divenire fine assoluto di s\u00e9 medesima. Impedire lo scoppio di una guerra o fermarla quando essa sia incominciata, allora, diventa un problema tecnico di difficilissima soluzione, perch\u00e9 il meccanismo tecnico di essa, una volta messo in moto, tende al conseguimento totale dei suoi scopi, mediante una strategia altrettanto totale, che non tollera intrusioni di carattere non-tecnico.<\/p>\n<p>Arriviamo pertanto alla conclusione che, per contrastare la logica della guerra assoluta, non possiamo intervenire all&#8217;interno del processo logico che l&#8217;ha originata e messa in moto, ma dobbiamo <em>ripensare in modo radicale le categorie della politica<\/em> elaborate dalla filosofia occidentale fin dai suoi albori, percorrendo a ritroso il cammino che ci ha condotti al presente vicolo cieco e individuando il punto a partire dal quale abbiamo imboccato il sentiero sbagliato. Si tratta, certamente, di un programma ambiziosissimo, per non dire titanico: eppure \u00e8 esattamente quanto ci si richiede, se vogliamo recuperare un orizzonte di speranza e di pace per la civilt\u00e0 occidentale.<\/p>\n<p>Diversamente, non ci resta che andare verso le tenebre di una guerra infinita, assoluta, contro u nemico altrettanto assoluto e infinito, di cui cambieranno volta per volta i connotati, ma che continuer\u00e0 ad ossessionarci e a imprigionarci nella logica perversa di una violenza istituzionalizzata e metabolizzata, fino a divenire parte integrante della nostra intima essenza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Desideriamo svolgere alcune riflessioni su Karl von Clausewitz (1780-1831) a partire da un bel saggio che ventitre anni fa Luciano Guerzoni, docente di diritto ecclesiastico presso<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30178,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[56],"tags":[92],"class_list":["post-24060","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-politica","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-politica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24060","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=24060"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24060\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30178"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=24060"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=24060"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=24060"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}