{"id":24051,"date":"2017-05-17T02:06:00","date_gmt":"2017-05-17T02:06:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/05\/17\/e-di-questo-che-hanno-bisogno-i-nostri-bambini\/"},"modified":"2017-05-17T02:06:00","modified_gmt":"2017-05-17T02:06:00","slug":"e-di-questo-che-hanno-bisogno-i-nostri-bambini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/05\/17\/e-di-questo-che-hanno-bisogno-i-nostri-bambini\/","title":{"rendered":"\u00c8 di questo che hanno bisogno i nostri bambini"},"content":{"rendered":"<p>I nostri bambini hanno bisogno innanzitutto di affetto, su questo non ci piove. Per\u00f2, quanta retorica e quanta ambiguit\u00e0, a volte voluta, sull&#8217;affetto dovuto ai bambini! Anche l&#8217;affetto di due invertiti che &quot;comprano&quot; il bambino affittando l&#8217;utero di sua madre, anche quello \u00e8 buono e valido? E poi: che vuol dire &quot;affetto&quot;, se lo si isola, se ne fa un valore a s\u00e9 stante, e non, come dovrebbe invece essere, il trampolino da cui lanciarsi verso altre mete, verso altri orizzonti? Affetto e solamente affetto, senza responsabilit\u00e0, senza doveri, senza sacrifici, possono solo rende un bambino orribilmente viziato, dipendente, incapace di entrare con le sue gambe nella vita da adulto. Molti genitori, e specialmente molte mamme possessive, fanno questo errore: pensano che l&#8217;affetto sia tutto, che sia l&#8217;alfa e l&#8217;omega della buona educazione; ma non \u00e8 cos\u00ec. L&#8217;affetto deve essere ben diretto; non deve essere lo sfogo di una possessivit\u00e0 malata, non deve nascere dal bisogno di esercitare un controllo sul bambino, ma deve essere soltanto e unicamente un desiderio di bene per lui, del <em>suo<\/em> bene e non di quello del genitore o di chiunque alto. E il bene per il bambino, cos\u00ec come per qualsiasi altro essere umano, consiste nel divenire quel che \u00e8 chiamato ad essere, cio\u00e8 nel raggiungere il suo fine, naturale e soprannaturale.<\/p>\n<p>Dunque, l&#8217;affetto: s\u00ec, ma con sapienza, e nei giusti modi. Non \u00e8 affetto sommergere un bambino di regali; tanto meno lo \u00e8 mettergli in mano, fin da piccolissimo, gingilli tecnologici che non lo aiuteranno a crescere, ma che, anzi, ritarderanno, e forse in maniera irreversibile, la sua crescita e la sua maturazione. Crescita e maturazione, per un bambino, passano s\u00ec attraverso il gioco: ma telefonini e giochi elettronici non sono giochi; sono arnesi del diavolo, inventati al preciso scopo di rubargli l&#8217;anima e di spappolare il suo cervello. L&#8217;affetto, per il bambino, \u00e8 &#8212; ci si passi la similitudine &#8212; come la benzina per un&#8217;automobile: serve a fare riserva di energia per andar lontano. Ma lontano verso dove? L\u00e0 dove ogni cosa dee dirigersi: verso la propria meta. Lasciamo ai nichilisti e agli scettici la trista soddisfazione di proclamare che non esiste alcuna met\u00e0, perch\u00e9 siamo frutto del caso, e a caso siamo destinati a consumarci, come una fiammella che brilla nel buio, e poi si spegne; noi teniamo ben fermo che nulla viene dal caso e nulla si consuma inutilmente; che tutto ha un senso, una direzione, uno scopo; che tutto \u00e8 racchiuso nella mano di Dio e che nulla, nemmeno la piuma d&#8217;un passero &#8212; per usare un&#8217;immagine evangelica &#8211; potrebbe sfuggire da essa, senza che Egli lo voglia o lo permetta.<\/p>\n<p>Il bambino, dunque di questo ha essenzialmente bisogno: di qualcuno che lo guidi, che lo aiuti, che lo incoraggi a trovare la meta alla quale \u00e8 destinato; che gli mostri la strada, che gli apra la vita, o, quanto meno, che strappi le erbacce che gli nascondono il sentiero, e gli fornisca un paio di robuste scarpe, meglio se un paio di stivali, per avanzare senza spaventasi anche in mezzo agli acquitrini, anche sprofondando nel fango; e un robusto bastione da montagna per appoggiarsi nei passi pi\u00f9 difficili, in mezzo alle rocce, lungo i ghiaioni, nonch\u00e9 per difendersi se dovesse incontrare una vipera sul suo cammino; e una bussola per non smarrirsi, al buio, di notte, o nel fitto del bosco: una bussola che gli permetta sempre di orientarsi, e di procedere nella direzione voluta, evitando di allontanarsi e di perdere del tempo prezioso, o di smarrire la meta finale. Scarpe, bastone e bussola sono rappresentati dal nostro esempio vivente: quanto pi\u00f9 il bambino ci avr\u00e0 visto avanzare lungo le strade della vita pazienti e tenaci, coraggiosi ma con prudenza, riflessivi ma anche, se necessario, risoluti, tanto pi\u00f9 anch&#8217;egli sar\u00e0 portato a sviluppare queste caratteristiche, a perfezionare certe attitudini, a commisurare le sue forze alle mete da raggiungere, e ad andare avanti, fermo e sicuro, con la schiena dritta, senza compromessi avvilenti, senza chiedere favori illeciti, senza mai perdere il rispetto di se stesso, e anche senza scoraggiarsi tanto facilmente, per quante difficolt\u00e0 dovesse incontrare lungo la sua strada. Le belle parole e i discorsi teorici lasciano il tempo che trovano; l&#8217;esempio concreto resta, e s&#8217;imprime nella sua mente e nel suo cuore.<\/p>\n<p>Dunque: le idee che \u00e8 necessario trasmettere al bambino devono essere poche, ma chiare, e, soprattutto, dense di contenuto: niente orpelli, niente fronzoli, niente esercitazioni retoriche. E l&#8217;idea numero uno \u00e8 questa: noi tutti, nella vita, cerchiamo la felicit\u00e0; \u00e8 una ricerca legittima: ma la felicit\u00e0 non pu\u00f2 consistere che nel fare quel che va fatto, ossia nell&#8217;adeguarsi alla volont\u00e0 di Dio, spogliandosi del proprio ego meschino e incontentabile. La felicit\u00e0, poi, non bisogna immaginarsela come una specie di festa perenne e ininterrotta; la felicit\u00e0 \u00e8 trovare Dio, amarlo e servirlo: e, di solito, essa consiste in un profondo senso di pace, che non somiglia ad un&#8217;incerta tregua fra ansie e preoccupazioni, n\u00e9 ha nulla a che fare con le soddisfazioni mondane, ma \u00e8 uno stato interiore durevole, benefico, appagante, che conferisce a tutti i nostri pensieri e le nostre azioni un caldo timbro di scurezza e di rasserenamento, una ferma disinvoltura e una flessibile energia, una capacit\u00e0 di alzare sempre gli occhi al cielo, per quanto le circostanze avverse possano, talvolta, piegarci quasi fino a terra. Perci\u00f2, semplificando al massimo, al bambino dobbiamo trasmettere la convinzione che, per trovare la pace, bisogna affidarsi a Dio, e divenire partecipi della vita divina, facendo docilmente la sua volont\u00e0, non la nostra; mentre, lontano da Dio e lontano dal bene, che consiste nell&#8217;uniformarsi a ci\u00f2 che Lui vuole, non si trover\u00e0 mai la pace, anche se si dovesse trovare il successo, il denaro, il potere e il piacere fisico.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 tardi, crescendo, quando sar\u00e0 diventato adulto, quel bambino, se lo vorr\u00e0, potr\u00e0 approfondire, secondo la sua intelligenza e la sua particolare vocazione, quest&#8217;idea centrale; potr\u00e0 sbizzarrirsi negli studi e nelle ricerche di filosofia e di teologia; e chiss\u00e0 che non sia chiamato a dare un suo contributo originale, prezioso, alla chiarificazione della grande domanda di senso, quella sul perch\u00e9 le cose esistono e perch\u00e9 l&#8217;uomo, fra esse, sia stato chiamato all&#8217;esistenza. Per adesso, l&#8217;importante \u00e8 che quell&#8217;idea gli venga trasmessa, e sia pure in forma elementare: che presso Dio vi \u00e8 la pace, mentre lontano da Dio non vi sono che angoscia, delusione e amarezza, anche se, all&#8217;inizio, ci si pu\u00f2 illudere di aver trovato le pi\u00f9 grandi gioie e i pi\u00f9 grandi riconoscimenti. Insomma, al bambino si deve far capire che vi \u00e8 una relazione diretta fra la vita buona e la pace dell&#8217;anima; e fra la vita disordinata ed egoistica, e l&#8217;infelicit\u00e0. Nello stesso tempo, bisogna fargli capire che la pace divina non \u00e8 la stessa cosa della &quot;pace&quot; umana: <em>Vi lascio la pace, vi do la mia pace; ve la do, non come la d\u00e0 il mondo<\/em>, dice Ges\u00f9 agli Apostoli, durante l&#8217;Ultima Cena, subito dopo aver annunciato loro che tra poco li avrebbe lasciati, per fare ritorno al Padre suo. La pace del mondo \u00e8 una pace ingannevole e avvelenata, che tradisce e delude all&#8217;improvviso quanti l&#8217;hanno presa e scambiata per moneta buona; solo la pace divina appaga e ristora l&#8217;anima stanca. E l&#8217;anima che vaga sulle strade polverose del mondo \u00e8 sempre stanca; non pu\u00f2 che essere stanca, perch\u00e9 la sua vera patria non \u00e8 quaggi\u00f9, e anche le cose pi\u00f9 belle che quaggi\u00f9 pu\u00f2 incontrare, presto o tardi stancano, deludono, vengono meno. Aggrapparsi ad esse, tentare di trattenerle per sempre, \u00e8 la suprema follia: ma \u00e8 la follia in cui cadono molti, quasi tutti.<\/p>\n<p>Ma gli adulti hanno ancora voglia d&#8217;insegnare qualcosa ai bambini? Sono ben consapevoli della responsabilit\u00e0 che non si pu\u00f2 delegare l&#8217;educazione al computer, o al telefonino, o alla televisione, e neppure alla scuola, specie di questi tempi, quando orribili novit\u00e0 legislative minacciano di trasformare la scuola stessa in un luogo di contro-educazione, in una fonte di pedagogia capovolta? E i vecchi (basta con l&#8217;ipocrisia di chiamarli &quot;anziani&quot;), i nonni, hanno ancora voglia di parlare ai bambini, ai nipotini, o preferiscono cavarsela con qualche regalo, anch&#8217;essi, come ormai fan tutti? Certo, pu\u00f2 essere faticoso, e, soprattutto, frustrante: molti bambini vogliono il telefonino, non i racconti del nonno; molti bambini hanno gi\u00e0 quasi disimparato ad ascoltare, prima ancora, si pu\u00f2 dire, di averlo imparato davvero. Non sanno ascoltare perch\u00e9 non sanno stare in silenzio; e non sanno stare in silenzio perch\u00e9 sono abituati al rumore, specialmente al rumore dei videogiochi o a quello della televisione. S\u00ec: non \u00e8 facile, oggi, trasmettere un&#8217;educazione ai bambini; \u00e8 pi\u00f9 facile intrattenerli, specie per mezzo della tecnologia, o del cinema; pure, bisogna almeno provarci. \u00c8 questa la nostra chiamata; questa la sfida ove \u00e8 in gioco il futuro, il futuro dei bambini ma anche della nostra intera societ\u00e0. O riusciamo a esercitare una presa sui bambini, sottraendoli all&#8217;abbraccio mortale della tecnologia, oppure siamo perduti tutti quanti, loro e anche noi. Questi bambini cresceranno, diverranno adulti e avranno dei figli: e cosa trasmetteranno loro?<\/p>\n<p>Un giorno ci \u00e8 capitato di entrare in una piccola chiesa medievale, in primavera, mentre un gruppo di bambini stava seduto sui banchi, in attesa del proprio turno di confessarsi: erano bambini che si preparavano alla prima Comunione. Il confessore era un sacerdote di novantacinque anni: una bella persona, alto e dritto nonostante l&#8217;et\u00e0, con un viso serio e intelligente, con una espressione benevola nello sguardo. Era commovente vedere quell&#8217;uomo di Dio, ormai cos\u00ec prossimo a lasciare la vita terrena per giungere alla meta sospirata di tutta la sua esistenza, e quei fanciulli nei loro vestitini candidi, che sembravano gigli di campo, compiti e concentrati in se stessi, pervasi dalla seriet\u00e0 di quel che stavano facendo. Si respirava un&#8217;aura sacra, soprannaturale. Conoscevamo penalmente quel vecchio sacerdote: un uomo che ne aveva viste tante, che aveva perfino dato l&#8217;assoluzione a dei ragazzi che sarebbero stati fucilati poche ore dopo, a tradimento, nei giorni di Caino, i giorni delle vendette e delle rese dei conti, alla fine della Seconda guerra mondiale. Aveva vissuto quelle esperienze con tutta la sua umanit\u00e0 e con tutta la sua fede; e mai, nelle sue prediche, allora e dopo, qualcuno ha mai potuto percepire una sfumatura di odio, di rabbia, di umano giudizio: il giudizio spetta a Dio; nondimeno, \u00e8 necessario il pentimento del male fatto. Questo, egli lo ha sempre detto, anche quando dire simili cose era pericoloso. Com&#8217;erano fortunati, quei bambini, a venire preparati alla prima Comunione da quel vecchio sacerdote, cos\u00ec saggio e buono, con una cos\u00ec intensa e sofferta esperienza di vita sulle spalle. Chiss\u00e0 se lo capiranno, quei bambini, quando saranno adulti a loro volta, quando saranno diventati vecchi, la grande fortuna che hanno avuto.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 un quadro del pittore francese Jules-Alexis Muenier (Lione, 29 novembre 1863-Coulevon, Franca Contea, 17 dicembre 1942), intitolato <em>La lezione di catechismo<\/em> (<em>Le\u00e7on de cat\u00e9chisme<\/em>) che si trova, dal 1891, al parigino Mus\u00e9e de Luxembourg, e che illustra bene quel che stiamo dicendo. Siamo nella Francia rurale di fine Ottocento: la Francia laicista e radicale della Terza Repubblica, che per\u00f2, nelle campagne, conserva ancora il suo vecchio volto, cattolico e tradizionalista. La lezione di catechismo si svolge all&#8217;aperto, in mezzo al verde, nell&#8217;orto della canonica, in un bel pomeriggio di tarda primavera o all&#8217;inizio dell&#8217;estate; sulla destra, infatti, si vedono dei gigli in piena fioritura, simbolo di purezza. Il vecchio curato, che indossa la talare lunga fino ai piedi, siede su una seggiola poggiata sull&#8217;erba, e ha la schiena un po&#8217; incurvata, le mani nodose, da contadino, raccolte fra le ginocchia, mentre guarda avanti a s\u00e9 e ascolta le risposte di uno dei quattro bambini seduti su una panca di fronte a lui, che si \u00e8 alzato e gli sta esponendo la lezione, mentre gli altri leggono dal libro e controllano se il compagno si esprime esattamente. I fanciulli hanno l&#8217;aria seria, ma serena; il vecchio prete, dal volto magro e dalle guance colorite, ha l&#8217;espressione intenta, come se ripetesse mentalmente le parole dell&#8217;interrogato e stesse valutando se questi si limita a recitare delle formule imparate a memoria, o se se capisce quel che sta dicendo. \u00c8 un&#8217;opera magnifica: tre generazioni separano i bambini dal curato, che, per l&#8217;et\u00e0, potrebbe essere tranquillamente il loro nonno; si capisce che lo rispettano, ma non ne hanno paura: semplicemente, sono compresi della solennit\u00e0 di quel che stanno facendo. Si respira un&#8217;atmosfera di raccoglimento spirituale: non \u00e8 una lezioncina meccanica, ma un&#8217;autentica lezione di vita. Il vecchio sta insegnando ai piccoli con una duplice autorevolezza: di prete e di nonno, carico d&#8217;anni e di saggezza.<\/p>\n<p>Ecco: \u00e8 cos\u00ec che deve essere. Gli adulti non devono fare i compagni di giochi dei bambini; anche se giocano con loro, essi sono gli adulti: il gioco vero, il bambino lo deve fare con gli altri bambini (e nemmeno con le macchine). Gli adulti devono trasmettere un&#8217;educazione ai bambini: devono piantare alberi, la cui ombra non arriveranno a vedere, perch\u00e9 moriranno prima. Non importa. Non si viene al mondo per assistere al raccolto: si viene al mondo per imparare e poi, a propria volta, per seminare. Questo \u00e8 il compito degli adulti: trasmettere gli elementi essenziali della vita buona, della vita che piace a Dio, perch\u00e9 in essa, e solamente in essa, si trova la pace. Ma per trasmettere un tale messaggio ai bambini, bisogna prima averlo vissuto in se stessi: nessuno pu\u00f2 vendere quel che non possiede. Chi non ha la pace, non pu\u00f2 trasmettere la pace, n\u00e9 il modo per raggiungerla. Molti adulti si lamentano che i bambini non li ascoltano, che non seguono i loro insegnamenti. Forse dovrebbero domandarsi se sono stati maestri credibili; se hanno avuto l&#8217;autorevolezza che viene dalla coerenza, e unicamente da essa. I bambini, grazie a Dio, possiedono un fiuto, un sesto senso; non li si prende in giro facilmente: per parlare di Dio e della vita buona, bisogna crederci, pi\u00f9 che fare bei discorsi&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I nostri bambini hanno bisogno innanzitutto di affetto, su questo non ci piove. 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