{"id":24028,"date":"2015-07-28T09:49:00","date_gmt":"2015-07-28T09:49:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/la-citta-antica-era-bella-quella-odierna-le-citta-antiche-avevano-unanima\/"},"modified":"2015-07-28T09:49:00","modified_gmt":"2015-07-28T09:49:00","slug":"la-citta-antica-era-bella-quella-odierna-le-citta-antiche-avevano-unanima","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/la-citta-antica-era-bella-quella-odierna-le-citta-antiche-avevano-unanima\/","title":{"rendered":"La citt\u00e0 antica era bella. Quella odierna\u2026 Le citt\u00e0 antiche avevano un\u2019anima."},"content":{"rendered":"<p>Le citt\u00e0 antiche avevano un&#8217;anima.<\/p>\n<p>Per citt\u00e0 antiche intendiamo sia quelle mesopotamiche, egiziane, assire, greche e romane, sia quelle medievali e rinascimentali. Tali citt\u00e0 possedevano un&#8217;anima, non in senso lato e poetico, ma in senso proprio: erano costruite in maniera tale che le parti si compenetrassero a vicenda e che le svariate funzioni cui erano adibite &#8212; politiche, amministrative, commerciali, produttive, militari, culturali, sportive e ricreative &#8212; non rimanessero, puramente e semplicemente, le une accanto alle altre, ma che si armonizzassero; i materiali con cui erano fatti gli edifici, il progetto d&#8217;insieme, le strutture collaterali, perfino le mura, tutto era pensato in funzione di un disegno unico, di un &#8216;idea la quale esprimeva, a sua volta, la concezione del reale &#8212; visibile e invisibile, terreno e divino &#8211; propria di quella civilt\u00e0, di quella dinastia, di quella casta sacerdotale o feudale.<\/p>\n<p>In altre parole, la citt\u00e0 antica non era soltanto un agglomerato, pi\u00f9 o meno ordinato, pi\u00f9 o meno felicemente risolto, di persone e di funzioni; essa rifletteva, in maniera coesa e consapevole, ci\u00f2 che non solo i suoi progettisti, i suoi architetti e i suoi signori, ma tutti i suoi abitanti, pensavano e sentivano riguardo al loro essere nel mondo, riguardo al posto che l&#8217;uomo occupa nella creazione e al rapporto che lo lega agli dei o a Dio. La citt\u00e0 era uno specchio, un riflesso, della citt\u00e0 celeste: la proiezione sulla terra di un ordine voluto dall&#8217;Alto. Era uno spazio profano che scaturiva da premesse intellettuali e spirituali analoghe a quelle che definiscono lo spazio sacro: anche perch\u00e9 una netta distinzione fra le due dimensioni era inconcepibile per gli uomini di allora. Non erano uomini scissi, divisi; vivevano per la realt\u00e0 terrena, per la famiglia, per la patria, per il sovrano, ma anche, nel medesimo tempo, per servire e onorare la divinit\u00e0, per interpretarne i voleri, per celebrarne la gloria e la magnificenza.<\/p>\n<p>La citt\u00e0 moderna, invece, non possiede quest&#8217;intima coerenza, questa armonia complessiva, perch\u00e9 le parti, in essa, prevalgono sul tutto; la funzione, o le funzioni, appaiono staccate e separate le une dalle altre; gli stessi materiali da costruzioni non rispecchiano n\u00e9 un puro e semplice funzionalismo, n\u00e9 una scelta di semplice convenienza o praticit\u00e0, ma piuttosto, in parecchi casi, una volont\u00e0 autonoma del singolo architetto, del singolo proprietario, ciascuno dei quali ha una propria idea di fondo, o magari una manca d&#8217;idee, da realizzare; ciascuno dei quali non s&#8217;interessa, n\u00e9 si preoccupa affatto, di quanto \u00e8 gi\u00e0 stato realizzato prima di lui, o di quanto esiste tutto intorno, perch\u00e9 ha come unico scopo la definizione di un suo modello spaziale o il soddisfacimento di una determinata necessit\u00e0: abitativa, produttiva, amministrativa, eccetera. Inoltre, la citt\u00e0 moderna \u00e8 caratterizzata da un rapido avvicendamento edilizio: ogni generazione introduce dei cambiamenti pi\u00f9 o meno drastici e radicali; ogni generazione vuol competere con le altre nell&#8217;organizzazione dello spazio e nella soluzione dei problemi architettonici e urbanistici.<\/p>\n<p>La citt\u00e0 antica, insomma, derivava la sua unit\u00e0 e la sua coerenza dal forte rispetto per la tradizione; rispetto che non era paragonabile a quello dei moderni (quando c&#8217;\u00e8), ma che traeva le sue origini dalla sfera del soprannaturale: tanto \u00e8 vero che ogni citt\u00e0 possedeva un nome segreto, grazie al quale le divinit\u00e0 la proteggevano, ma che, se veniva conosciuto dai nemici, la esponeva alla conquista e alla distruzione. La citt\u00e0 moderna, al contrario, deve la sua fisionomia al fatto di essere continuamente in lotta con se stessa: per crescere, per superarsi, per innalzarsi, per espandersi, per rinnovarsi, per trasformarsi, per compenetrarsi con lo spazio esterno, fino ad abolire quest&#8217;ultimo. Grazie alla tecnologia, e specialmente alla tecnologia informatica, la citt\u00e0 moderna tende a &quot;virtualizzare&quot; lo spazio; lo spazio, in essa, diventa un elemento quasi teorico, quasi immateriale: quel che conta sono i progetti, i modellini, le idee dei suoi costruttori. A dar loro una realizzazione concreta, penseranno poi dei tecnici di seconda e terza categoria; quanto ai comuni cittadini, a loro non si domanda altro che seguitare ad abitarvi: che capiscano o no, che approvino o no, le scelte spaziali, estetiche e funzionali pensate da un ristretta \u00e9lite, formata, peraltro, da persone che non hanno progetti comuni, n\u00e9 una visione comune, ma ciascuna delle quali va per conto suo.<\/p>\n<p>Ci piace riportare una pagina dell&#8217;urbanista e architetto Ludovico Quaroni, tratta dal suo libro \u00abLa Torre di Babele\u00bb (Padova, Marsilio Editori, 1967, 1977, pp. 62-5):<\/p>\n<p>\u00abNon credo che io possa essere tacciato di eccessivo ottimismo dicendo che a citt\u00e0 antica era bella.<\/p>\n<p>Potremmo anzi dire, con molti autori recenti, che \u00e8 possibile parlare, per la citt\u00e0 antica beninteso, di una opera d&#8217;arte collettiva, nel senso che essa presenta tutte le caratteristiche &quot;strutturali&quot; dell&#8217;opera d&#8217;arte, ed \u00e8 il risultato della collaborazione, a vari livelli di &quot;conoscenza&quot;, di molte , quasi tutte spesso le persone che la citt\u00e0 hanno governato, disegnato, costruito, abitato e criticato in un periodo di tempo assai lungo, per secoli addirittura nella maggior parte dei casi.<\/p>\n<p>C&#8217;era intanto, nella citt\u00e0 antica, il rispetto delle tre &quot;componenti&quot; virtuviane dell&#8217;architettura: la &quot;firmitas&quot;, la &quot;utilitas&quot;, la &quot;venustas&quot;. Detto in altro modo, la progettazione di un edificio come di una citt\u00e0 non soltanto teneva conto degli aspetti funzionali, tecnologici ed estetici delle singole parti e dell&#8217;insieme, ma componeva tali aspetti in modo da realizzare un immediato, diretto, pregnante rapporto fra loro, s\u00ec che uno aiutasse l&#8217;altro, derivasse dall&#8217;altro, e comunque non fosse possibile separarlo dall&#8217;altro se non attraverso la forzatura d&#8217;una artificiosa analisi a posteriori. Forma, mezzi e contenuti non erano cose lontane una dall&#8217;altra, quasi nemiche; erano, insieme, l&#8217;invenzione architettonica e lo &quot;specifico&quot; architettonico.<\/p>\n<p>Seguendo la spinta interna della creazione, l&#8217;architetto esprimeva la sua idea, la sua visione del mondo, forzando la realt\u00e0 urbana che l&#8217;aveva preceduto, risolvendo l&#8217;insoluto problema che gli urgeva dentro di dare insieme un nuovo spazio per nuovi modi di vita, un nuovo modo di costruire, pi\u00f9 adatto a realizzare quegli spazi, una nuova forma espressiva risultante da tutte queste cose insieme ma anche tale da chiarire e sottolineare con nuovi &quot;segni&quot; architettonici e con l&#8217;aiuto delle altre arti &quot;figurative&quot;, diventate architettura, quei contenuti pi\u00f9 vasti, culturali, politici, intellettuali, umani, che l&#8217;avevano mosso in quella direzione.<\/p>\n<p>Il modo di lavorare dell&#8217;architetto, il modo di comporre, era un modo globale, e il rapporto fra cultura e architettura pieno, completo; l&#8217;idea di organismo era cos\u00ec cosciente in tutti, e nel tempo stesso allo stato istintivo, che ogni trasformazione, ogni aggiunta che veniva fatta era controllata spontaneamente, nel senso che c&#8217;era in tutti l&#8217;idea, anche formale, della citt\u00e0, e che le operazioni pi\u00f9 umili, anche, si giovavano di una tradizione sviluppata tanto lentamente nel tempo da essere pienamente comprese e ripetute &quot;spontaneamente&quot; da ognuno. In questo senso andrebbero intesi i termini di architettura ed urbanistica &quot;spontanee&quot;.Ma c_25E2_2580_2599era anche, nella citt/u00e0 antica, a volerci soffermare sul &quot;disegno&quot;, una reale &quot;struttura&quot; architettonica, nel senso gi\u00e0 detto.<\/p>\n<p>Gli edifici, le varie parti cio\u00e8 che la costituivano, non pretendevano soltanto essere ognuna, e per se stessa, una struttura, ma &quot;ciascuna dipendeva dalle altre, e non poteva essere quello che era se non in virt\u00f9 della sua relazione, e nella sua relazione, colle altre&quot;.<\/p>\n<p>Prendiamo una citt\u00e0 del Medio Oriente antico, Babilonia, Ninive, Zenghirli; prendiamo Pechino e la sua citt\u00e0 proibita; prendiamo una citt\u00e0 greca, Priene, Mileto, Selinunte; una citt\u00e0 romana, Roma stessa, o Timgad, o Pompei; una citt\u00e0 islamica, Damasco, Baghdad, Esfahan; una citt\u00e0 medioevale del Centro Europa, Strasburgo, Vienna, Chartres; una citt\u00e0 italiana dello stesso periodo, Firenze, Venezia, Lucca, Cremona; una citt\u00e0 barocca, Dresda, Nancy, la Roma di Sisto V: troveremo in tutte certi caratteri, certi tipi di &quot;rapporto&quot; che sono gli stessi, che sono l&#8217;essenza del loro &quot;disegno&quot;.<\/p>\n<p>Troveremo innanzitutto una delimitazione dei contorni, dovuta a ragioni di difesa militare e di definizione giuridica nella separazione sociale fra citt\u00e0 e campagna: ma questa delimitazione \u00e8 anche, per il rapporto fra contenuti e forme, il &quot;limite&quot; del disegno, l&#8217;inquadratura, la precisa forma dell&#8217;insieme, l&#8217;inviluppo, la cornice. Troveremo poi la presenza di fatti salienti: i monumenti, le emergenze, i &quot;focus&quot;, quei punti nodali fortemente riconoscibili, che sono insieme la sede delle istituzioni e quindi la rappresentativit\u00e0 per le stesse, cio\u00e8 per le &quot;strutture&quot; nel senso politico della parola: la chiesa, i palazzi di citt\u00e0, i castelli, le moschee, i &quot;beffroi&quot;, la torre, la residenza; ma anche l&#8217;agor\u00e0, il foro, la piazza, le terme, il teatro. [&#8230;] Troviamo infine quello in cui consiste la restante parte della citt\u00e0, e che \u00e8 costituito dal tessuto, da un continuo dell&#8217;edilizia residenziale, opportunamente integrata da alte funzioni correlate (commercio, scuole, artigianato, magazzini, ecc.), le quali ultime acquistano una specificazione importante e quindi una tipologia particolare soltanto in pochi casi (i suk, i bazar).<\/p>\n<p>Si tratta di un sistema edilizio nel quale la ripetizione di un tipo, di poco variato nei secoli, costituisce uno strato steso uniformemente sull&#8217;area della citt\u00e0, nel quale non \u00e8 lecito separare le zone costruite da quelle non costruite, e cio\u00e8 le strade e i cortili e i giardini dalle case, senza distruggere l&#8217;essenza architettonica dell&#8217;insieme e delle singole parti.\u00bb<\/p>\n<p>Non si vuol dire, comunque, che la citt\u00e0 antica fosse sempre e comunque un luogo ideale per viverci, n\u00e9 che quella moderna sia, sempre e comunque, un luogo negativo: non si pu\u00f2 generalizzare fino a questo punto ed \u00e8 necessario esaminare le singole situazioni, caso per caso. Quel che si vuol dire, comunque, \u00e8 che la citt\u00e0 antica possedeva un&#8217;anima: un&#8217;anima, per un luogo, \u00e8 l&#8217;equivalente di ci\u00f2 che l&#8217;anima \u00e8 per l&#8217;individuo: quello che la definisce, ma anche quello che la rende viva, vitale, e, appunto, &quot;animata&quot;. Animata \u00e8 una citt\u00e0 che vive in funzione di un concetto, e non di un concetto qualunque &#8212; anche le tetre citt\u00e0 sovietiche erano costruite, o ricostruite, in nome di un concetto, ma di tipo puramente ideologico, nel peggior senso del termine -, bens\u00ec di un concetto sostenuto da una tradizione, ampia a sufficienza per abbracciare l&#8217;orizzonte di senso di una intera civilt\u00e0, e, quindi, per offrire agli abitanti lo spazio idoneo ad esprimersi, a sentirsi parte di una autentica comunit\u00e0, a stabilire una relazione fruttuosa fra di loro, a gettare un ponte fra il passato, la citt\u00e0 dei padri, e il presente, la citt\u00e0 dei figli. Era sempre la stessa citt\u00e0, ferma come una torre che non si scuote per il soffiar dei venti. Se una guerra, se un terremoto, se una pestilenza la abbatteva, la svuotava, la annichiliva, la citt\u00e0 scompariva per sempre; oppure, un bel giorno, veniva ricostruita con gli stessi criteri, con le stesse intenzioni, con la stessa prospettiva di quella che esisteva prima: veniva colmata una lacuna, veniva riempito un fossato temporale. E la vita ricominciava, sempre sotto la protezione della sfera divina, sempre nell&#8217;armonia tra i vivi e i morti.<\/p>\n<p>La citt\u00e0 moderna (che ha cacciato i morti all&#8217;esterno) \u00e8 in deficit di anima, e in diversi casi non la possiede affatto, perch\u00e9 non nasce da un rapporto organico con la tradizione, n\u00e9 con la sfera celeste, n\u00e9 tende alla compenetrazione fra il singolo e la comunit\u00e0, fra le parti e il tutto, fra il passato e il presente. Un uomo che morisse oggi e ritornasse in vita fra quarant&#8217;anni, stenterebbe a riconoscere la propria citt\u00e0 o non la riconoscerebbe affatto: il legame fra le generazioni si \u00e8 perduto, ciascuna di esse vuole primeggiare, vuole stupire, vuole far vedere quanto \u00e8 brava nell&#8217;aprire vie nuove; ciascun sindaco, ciascun consiglio comunale, ciascun architetto vogliono far vedere quanto sono originali, creativi, spregiudicati; ciascun cittadino non si sente pi\u00f9 legato ad essa che da vincoli puramente utilitaristici, allentatisi i quali, anche la fedelt\u00e0 finisce, ed egli se ne va, senza rimpianti. La citt\u00e0 moderna \u00e8 popolata da una folla di mercenari di passaggio, di potenziali itineranti, di schiavi pronti alla ribellione e alla diaspora: non la amano pi\u00f9, perch\u00e9 non la sentono loro; proprio ci\u00f2 che accade nei confronti della famiglia, della nazione, della religione, nelle quali sono nati e sono stati allevati.<\/p>\n<p>La citt\u00e0, per essere una dimora a misura d&#8217;uomo, non pu\u00f2 essere solo un luogo, o un insieme scoordinato di luoghi, preposti al soddisfacimento di una serie di necessit\u00e0 materiali e organizzative: non l&#8217;uomo \u00e8 fatto per lo spazio in cui vive, ma lo spazio \u00e8 fatto per l&#8217;uomo: purch\u00e9 l&#8217;uomo lo ami, lo sappia comprendere e valorizzare, lo sappia riempire di significato. L&#8217;uomo moderno, sempre in guerra con gli altri e con l&#8217;ambiente, spiana colline, apre trafori, innalza viadotti, abbatte foreste, devia il corso dei fiumi e dei torrenti: la citt\u00e0 che risulta da queste incessanti manipolazioni \u00e8 un luogo inquieto, febbricitante, che ha in s\u00e9 qualcosa di eternamente provvisorio, quasi di elusivo, come un accampamento militare sempre sul punto di spostarsi altrove. Non ha ancore, non ha radici, non ha la forza della stabilit\u00e0. E questo perch\u00e9 i suoi progettisti, i suoi costruttori e i suoi abitanti sono, essi medesimi, in deficit di anima. Uomini senz&#8217;anima costruiscono citt\u00e0 senz&#8217;anima, nelle quali lo spirito non trova un angolo per riposare, per ritrovarsi, per ascoltare. Le citt\u00e0 moderne son fornite di tutto, anche troppo: quel che manca ad esse \u00e8 una cosa che non si vede: l&#8217;essenziale&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le citt\u00e0 antiche avevano un&#8217;anima. Per citt\u00e0 antiche intendiamo sia quelle mesopotamiche, egiziane, assire, greche e romane, sia quelle medievali e rinascimentali. 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