{"id":23957,"date":"2022-06-05T10:07:00","date_gmt":"2022-06-05T10:07:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/06\/05\/chiarezza-di-veri-filosofi-oscurita-di-pseudofilosofi\/"},"modified":"2022-06-05T10:07:00","modified_gmt":"2022-06-05T10:07:00","slug":"chiarezza-di-veri-filosofi-oscurita-di-pseudofilosofi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/06\/05\/chiarezza-di-veri-filosofi-oscurita-di-pseudofilosofi\/","title":{"rendered":"Chiarezza di veri filosofi, oscurit\u00e0 di pseudofilosofi"},"content":{"rendered":"<p>Quando il pensiero \u00e8 chiaro, anche l&#8217;espressione del pensiero \u00e8 chiara; un&#8217;espressione confusa tradisce un pensiero confuso. I grandi filosofi, i veri filosofi, pensano sempre in modo chiaro: chiaro e al tempo stesso profondo &#8212; le due cose non si escludono affatto, al contrario di quel che sarebbe portato a pensare il pubblico.<\/p>\n<p>Hegel, per esempio, come pure Fichte, \u00e8 un campione d&#8217;incomprensibilit\u00e0: il suo pensiero \u00e8 arduo, sconnesso, avvolto in mille veli e in mille fumi &#8212; pare che egli stesso riconoscesse talvolta di non saper pi\u00f9 spiegare perch\u00e9 avesse scritto una certa cosa. E oltre ad essere oscuro, il pensiero dei filosofi mediocri e degli pseudo-filosofi \u00e8 anche, quasi sempre, talmente soggettivo da sconfinare nell&#8217;autocompiacimento e nel narcisismo pi\u00f9 sfrenati. Sempre Hegel \u00e8 convinto che tutta la parabola della filosofia culmini nella <em>sua<\/em> filosofia: che il proprio pensiero, cio\u00e8, sia il vertice insuperabile del pensiero d&#8217;ogni tempo, o meglio, come dice lui stesso, il vertice dello <em>spirito universale.<\/em><\/p>\n<p>Nella <em>Enciclopedia delle scienze filosofiche<\/em>, par. 13, egli se ne esce a dire colla massima tranquillit\u00e0 di questo mondo (cit. in: Nicola-Abbagnano-Giovanni Fornero, <em>Il nuovo Protagonisti e testi della Filosofia<\/em>, vol. 2 B, <em>Dall&#8217;Illuminismo a Hegel<\/em>, Paravia, 2007, p. 907):<\/p>\n<p><em>La filosofia, che \u00e8 ultima nel tempo, \u00e8 insieme un risultato di tutte le precedenti e deve contener ei principi di tutte: essa \u00e8 perci\u00f2 &#8212; bene inteso se \u00e8 davvero una filosofia &#8212; la pi\u00f9 sviluppata, ricca e concreta<\/em>.<\/p>\n<p>E se per caso qualcuno nutrisse ancora dei dubbi su ci\u00f2 che egli intende con l&#8217;espressione <em>bene inteso, se \u00e8 davvero una filosofia<\/em>, che potrebbe sembrare neutra, bench\u00e9 alquanto criptica, si veda cosa afferma nelle <em>Lezioni sulla storia della filosofia<\/em> (idem):<\/p>\n<p><em>L&#8217;attuale punto di vista della filosofia \u00e8 che l&#8217;idea sia conosciuta nella sua necessit\u00e0. [&#8230;] A questo punto \u00e8 pervenuto lo spirito universale, e ogni stadio ha, nel vero sistema della filosofia, la sua forma specifica. Niente si perde, tutti i principi si conservano; la filosofia ultima \u00e8 difatti la totalit\u00e0 delle forme. Quest&#8217;idea concreta \u00e8 la conclusione dei conati dello spirito, in quasi due millenni e mezzo di lavoro serissimo, per diventare oggettivo a se stesso, per conoscersi.<\/em><\/p>\n<p>Che tutto il reale sia idea, e che l&#8217;idea sia l&#8217;attuazione dello spirito universale, e che ogni stadio del pensiero abbia una forma specifica &#8212; Dio solo sa cosa egli intenda con quest&#8217;ultima espressione &#8212; destinata a essere riassunta e ricapitolata nel pensiero finale, quello di Hegel, che sintetizza e attua &quot;la totalit\u00e0 delle forme&quot; (come Cristo, per san Paolo, ricapitola in se stesso l&#8217;intera storia dell&#8217;uomo, <em>Efesini<\/em>, 1, 10): tutto questo, e anche paragonare i duemilacinquecento anni di storia della filosofia a dei &quot;conati&quot; che in lui, Hegel, trovano l&#8217;inveramento trionfale di tutti i loro principi, il Nostro non si d\u00e0 la pena di dimostrarlo, ma semplicemente lo &quot;pone&quot;, come \u00e8 solito fare quale suo metodo prediletto. E si d\u00e0 vanto da se stesso di avere riassunto e portato al culmine il pensiero di tutti i tempi, senza permettere che nulla vada perduto, ma inverando tutto, grazie alla suprema auto-conoscenza del pensiero che lui, Hegel, modestamente attua in se stesso, permettendo a ogni forma precedente di riconoscersi. Ci\u00f2 potrebbe sembrare il delirio di un pazzo, e invece \u00e8 il soliloquio di uno dei pensatori pi\u00f9 ammirati e apprezzati della modernit\u00e0: ammirato e apprezzato appunto per il suo illimitato sincretismo che tutto assorbe, tutto assimila e nulla disperde, &quot;oltrepassando&quot;, come egli \u00e8 solito dire, le contraddizioni del reale in una sintesi superiore, che accoglie e rielabora sia la tesi che l&#8217;antitesi. Un modo di pensare tipicamente gnostico e cabalistico, secondo il quale Dio non \u00e8 colui che \u00e8, ma \u00e8 colui che diviene, e diviene grazie ad una crescente auto-consapevolezza; in altre parole, in virt\u00f9 dell&#8217;idea di Hegel che Dio, alla fine dei conti, se proprio vogliamo dargli un nome, si chiama Hegel, se essere dio vuol dire aver capito tutto, aver riconosciuto tutto e non aver gettato via alcunch\u00e9.<\/p>\n<p>La furbizia di Hegel e degli hegeliani, peraltro, consiste nell&#8217;aver negato quei presupposti del pensiero che poi, specialmente sotto forma della categoria del &quot;passaggio&quot; e del &quot;superamento&quot;, affiorano continuamente nel pensiero hegeliano, ma come se venissero fuori da s\u00e9, spontaneamente, senza che alcuno si dia la pena di spiegarli e tanto meno di riconoscerli per ci\u00f2 che sono, cio\u00e8 dei presupposti: e questo per l&#8217;orgoglio di far vedere che la filosofia di Hegel non deve nulla ad alcuno, tranne il fatto che essa ricapitola ogni forma del pensiero precedente e la porta al livello della piena consapevolezza di se stessa, cosa che evidentemente era sfuggita ai filosofi del passato. Come osserva ottimamente S\u00f8ren Kierkegaard, con la sua penetrante e inconfondibile ironia, ne <em>Il concetto dell&#8217;angoscia<\/em> (da: Kierkegaard, <em>Opere,<\/em> a cura di Cornelio Fabro, Firenze, Sansoni Editore, 1993, p. 151-152):<\/p>\n<p><em>Una categoria di cui si fa continuamente uso nella filosofia moderna, tanto nelle ricerche logiche quanto in quelle storico-filosofiche, \u00e8 la categoria di &quot;passaggio&quot;. Per\u00f2 una spiegazione pi\u00f9 precisa non si trova mai. Tutti ne fanno un grand&#8217;uso, e mentre Hegel e la scuola hegeliana hanno strabiliato il mondo col grande pensiero che la filosofia debba cominciare senza presupposti, o che niente debba precedere la filosofia se non l&#8217;assenza assoluta di tutti i presupposti, non si ha poi nessuno scrupolo di servirsi della categoria del &quot;passaggio&quot;, della &quot;negazione&quot;, della &quot;mediazione&quot;, cio\u00e8 dei principi di moto nel sistema hegeliano, senza che essi nello stesso tempo trovino il loro posto nello sviluppo dl sistema. Se questo non \u00e8 un presupposto, io non so pi\u00f9 che cosa sia un presupposto; infatti, far uso di una cosa che non si spiega mai, si dice precisamente presupporre. Il sistema dovrebbe avere una tal meravigliosa trasparenza e intuibilit\u00e0 che, non diversamente dagli omfalopsichiti, a furia di contemplare immobili il niente centrale di se stesso, dovrebbe arrivare al punto di veder tutto spiegarsi e tutto il suo contenuto nascere da s\u00e9. Questa manifestazione rivolta all&#8217;interno dovrebbe costituire l&#8217;essenza del sistema. Per\u00f2 le cose non vanno cos\u00ec e il pensiero sistematico sembra avvolgere del pi\u00f9 profondo mistero suoi movimenti pi\u00f9 intimi. La negazione, il passaggio, la mediazione sono tre agenti (&quot;agentia&quot;) mascherati, sospetti, segreti, che causano tutti i movimenti. Lo Hegel non li chiamerebbe certamente mai teste irrequiete, poich\u00e9 \u00e8 stato con il suo alto permesso ch&#8217;essi fanno il loro gioco e con tale disinvoltura nella logica si usano perfino espressioni e frasi dal carattere temporale del passaggio: &quot;poi&quot;, &quot;quando&quot;, &quot;in quanto \u00e8, questo \u00e8 cos\u00ec&quot;, &quot;in quanto diviene \u00e8 cos\u00ec&quot; ecc.<\/em><\/p>\n<p>Ma lasciamo Hegel e gli hegeliani di ieri e di oggi a contemplare, immobili e soddisfatti, il proprio ombelico, scambiando tale contemplazione per l&#8217;osservazione e il riconoscimento del reale universale; lasciamoli ai loro giochi di prestigio linguistici, ai loro &quot;passaggi&quot;, &quot;superamenti&quot; e &quot;mediazioni dialettiche&quot;, che dovrebbero spiegare tutto, mentre essi non si danno mai la briga di spiegarli in se stessi. Lasciamo questi tristi luoghi della (pseudo) filosofia moderna e torniamo a quei sistemi speculativi i quali, s\u00ec, si presentano trasparenti e tersi, tali che ogni parte rinvia alla comprensione delle altre, senza lacune, senza salti, senza aporie d&#8217;alcun genere, perch\u00e9 tutto, ogni pensiero, ogni concetto, ogni frase, sono puliti e levigati fino a renderli perfettamente lisci e combacianti con gli altri, come le pietre d&#8217;una immensa e armoniosa cattedrale, che slancia le sue volte verso il cielo di cui \u00e8 simbolo, e che \u00e8 stata edificata per sfidare i secoli, i terremoti, le guerre ed ogni altro genere di calamit\u00e0 terrena.<\/p>\n<p>Stiamo parlando, in primo luogo, del sistema aristotelico, poi di quello tomista: sistemi che non danno per scontato che a fondamento di tutto \u00e8 l&#8217;Idea, ma che si confrontano vigorosamente con la realt\u00e0, non a parole, come l&#8217;hegelismo, ma nella concretezza della vita; e che adeguano meravigliosamente il giudizio alle cose, senza mai pretendere che le cose si debbano adeguare alla mente e al giudizio, come \u00e8 divenuto di moda a partire da un altro sistema tanto pazzesco quanto auto-referenziale, quello kantiano, cui va il merito, se cos\u00ec lo si vuol chiamare, di aver stabilito l&#8217;agnosticismo per legge, mediante il tribunale della ragione da lui espressamente istituito (cfr. il nostro articolo: <em>Se per Kant la ragione \u00e8 un tribunale, chi \u00e8 il boia?<\/em>, pubblicato sul sito della Accademia Nuova Italia il 17\/05\/22).<\/p>\n<p>Prendiamo, a titolo d&#8217;esempio &#8212; ma anche perch\u00e9 \u00e8 una gran bella pagina di filosofia pura &#8212; quel luogo di san Tommaso d&#8217;Aquino ove si definisce l&#8217;essere come la massima perfezione consentita ad un ente (<em>De potentia<\/em>, q. 7, a. 2; cit. in: Abbagnano-Fornero, <em>Protagonisti e testi della Filosofia<\/em>, 1999, Paravia, vol. A, tomo 2, p. 633):<\/p>\n<p><em>Ci\u00f2 che chiamo essere \u00e8 la massima perfezione. La cosa appare chiara considerando che l&#8217;atto \u00e8 sempre pi\u00f9 perfetto della potenza. Orbene una qualsiasi forma non la si intende in atto se non in quanto vien posto l&#8217;essere. Cos\u00ec la forma uomo o la forma fuoco pu\u00f2 essere considerata esistente nella potenzialit\u00e0 della materia, oppure nella capacit\u00e0 operativa della causa, oppure anche nell&#8217;intelletto: ma essa diviene esistente in atto solo per il fatto che ha l&#8217;essere. \u00c8 quindi chiaro che ci\u00f2 che chiamo essere \u00e8 l&#8217;attualit\u00e0 di ogni atto e perci\u00f2 stesso la perfezione di tutte le perfezioni.<\/em><\/p>\n<p><em>Non si deve pensare che a ci\u00f2 che dico essere si possa aggiungere qualcosa di pi\u00f9 formale, che lo determini come fa l&#8217;atto con la potenza: l&#8217;essere cos\u00ec inteso, infatti, \u00e8 essenzialmente diverso da ci\u00f2 cui si aggiunge una determinazione. Nulla infatti pu\u00f2 aggiungersi all&#8217;essere che gli sia estraneo, dato che all&#8217;essere \u00e8 estraneo solo il non essere, che non pu\u00f2 essere n\u00e9 forma n\u00e9 materia. L&#8217;essere non viene quindi determinato da qualcos&#8217;altro da s\u00e9, come avviene per la potenza che \u00e8 determinata dall&#8217;atto, bens\u00ec come l&#8217;atto che \u00e8 determinato dalla potenza. Infatti anche nella definizione delle forme ci si riferisce alla loro materia per determinarne la differenza, come quando si dice che l&#8217;anima \u00e8 l&#8217;atto di un corpo fisico organico. Allo stesso modo questo essere si distingue da quell&#8217;altro essere in quanto \u00e8 l&#8217;essere di questa o quella natura.<\/em><\/p>\n<p><em>Per questo Dionigi (&quot;De Div. Nom. 5) afferma che bench\u00e9 i viventi siano pi\u00f9 perfetti degli esistenti, tuttavia l&#8217;essere \u00e8 pi\u00f9 perfetto che il vivere: i viventi non hanno solo la vita ma con la vita anche l&#8217;essere.<\/em><\/p>\n<p>Altro che &quot;superamento&quot;, &quot;passaggio&quot; e &quot;mediazione&quot;; altro che autoconoscenza dello spirito e oggettivizzazione del pensiero, dove ogni singolo concetto andrebbe spiegato, mentre Hegel li adopera per spiegare tutto, ma senza spiegarli mai: qui tutto \u00e8 chiarezza, lucidit\u00e0, luminosa evidenza e armonia del pensiero. I pensieri si sostengono a vicenda, con meravigliosa sobriet\u00e0 ed efficacia, come in una dimostrazione geometrica: nulla \u00e8 sovrabbondante e inutilmente ripetitivo, ma nulla \u00e8 dato per scontato, senza ricevere un&#8217;adeguata spiegazione. Leggere una pagina di san Tommaso d&#8217;Aquino \u00e8 anche un piacere dello spirito, come lo \u00e8 ascoltare un concerto di Johann Sebastian Bach: tutto \u00e8 armonia, simmetria, vorremmo dire contrappunto. E invece quanto \u00e8 faticoso, quanto \u00e8 ingrato leggere Kant, o Hegel, o Heidegger, i cosiddetti maestri del pensiero moderno, senza contare la turba innumerevole dei loro seguaci! Si fatica terribilmente ad andare avanti ad ogni pagina, ad ogni frase; si ha il fiato grosso, il piede rischia ad ogni passo di scivolare oltre il ripido e malagevole sentiero; i conti non tornano: si ha l&#8217;impressione d&#8217;una colossale forzatura, una colossale bolla d&#8217;aria sempre sul punto di scoppiare. Eppure bisogna far finta che sia tutto a posto: l&#8217;hanno detto e ripetuto centinaia di professori, dall&#8217;alto delle loro cattedre; e gli studenti, intimidititi e pieni di timore reverenziale, si son fatti l&#8217;idea che quei sistemi sono semplicemente meravigliosi, sono perfetti, sono quanto di pi\u00f9 sublime sia mai scaturito dallo sforzo speculativo della mente umana, in tutti i secoli della storia della filosofia.<\/p>\n<p>Lasciamo che i morti seppelliscano i morti e che il pensiero oscuro, confuso, delirante, si seppellisca da se stesso, e seppellisca con s\u00e9 tutti i suoi seguaci, discepoli e ammiratori. Noi non ne abbiamo bisogno, perch\u00e9 non ci piace nutrirci di cadaveri. Noi abbiamo bisogno di un pensiero puro, limpido, pulito; di un pensiero razionale ma anche ragionevole e umano, non razionale di una razionalit\u00e0 puramente strumentale, che rende accettabile la follia e ci familiarizza con l&#8217;assurdo di un mondo capovolto. 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