{"id":23944,"date":"2019-06-08T01:53:00","date_gmt":"2019-06-08T01:53:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/06\/08\/chi-e-padrone-dellimmaginario-e-padrone-del-futuro\/"},"modified":"2019-06-08T01:53:00","modified_gmt":"2019-06-08T01:53:00","slug":"chi-e-padrone-dellimmaginario-e-padrone-del-futuro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/06\/08\/chi-e-padrone-dellimmaginario-e-padrone-del-futuro\/","title":{"rendered":"Chi \u00e8 padrone dell&#8217;immaginario \u00e8 padrone del futuro"},"content":{"rendered":"<p>Il 30 gennaio del 1945 usciva un film tedesco la cui lavorazione era incominciata pi\u00f9 di un anno prima, <em>Kolberg<\/em>, del regista Veit Harlan (titolo italiano: <em>La cittadella degli eroi<\/em>), un vero e proprio <em>kolossal<\/em>, che aveva richiesto l&#8217;impiego di qualcosa come 20.000 comparse, compresi alcuni reparti dell&#8217;esercito appositamente distaccati dal fronte. Girato in Agfacolor e costato oltre 8 milioni di marchi, un record nel complesso della cinematografia del periodo nazista, di solito il film viene sbrigativamente liquidato come un&#8217;opera di propaganda, anche se la sua valenza propagandistica, che certamente esiste, ne ha forse oscurato i meriti artistici, dei quali non \u00e8 privo. Ad ogni modo, colpisce il fatto che il regime hitleriano, quando gi\u00e0 la Seconda guerra mondiale aveva preso una piega sfavorevole all&#8217;Asse, cio\u00e8 dopo Stalingrado e El Alamein, nel 1943 impostasse un film di tali dimensioni, destinando una somma ingente e distraendo dal fronte migliaia di soldati, affinch\u00e9 negli ultimi mesi di guerra, quando ormai non c&#8217;erano quasi pi\u00f9 sale cinematografiche, perch\u00e9 quasi non esistevamo pi\u00f9 le citt\u00e0 tedesche, distrutte dagli spietati bombardamenti aerei angloamericani, il pubblico potesse vedere un film che rievocava un episodio glorioso ma secondario della guerra napoleonica della quarta coalizione: l&#8217;assedio della fortezza di Kolberg, sulle coste della Pomerania, fra il marzo e il luglio del 1807. In quell&#8217;occasione, mentre la Prussia veniva sconfitta e invasa dalle armate francesi, un esercito formato da francesi e italiani, comandato prima dal generale Pietro Teull\u00e9, caduto in battaglia, poi dal generale Filippo Severoli, poneva sotto assedio la citt\u00e0 fortificata sulle rive del Baltico, senza per\u00f2 riuscire a conquistarla, finch\u00e9 la pace di Tilsit venne a por fine alle operazioni. La brillante difesa della citt\u00e0 vide spiccare sia la figura del leggendario generale Gneisenau, campione della futura riscossa tedesca, sia l&#8217;intrepido borgomastro Nettelbeck, cui spetta il merito di aver galvanizzato la popolazione, creando reparti di cittadini-volontari che affiancarono validamente le truppe regolari della piccola guarigione. Le perdite degli assedianti furono enormi e quel lontano episodio era considerato, dagli storici tedeschi, come l&#8217;antefatto e la prova generale della futura riscossa prussiana, che sarebbe culminata nella battaglia di Lipsia di sei anni dopo. Dunque, alla fine di gennaio del 1945, con le armate sovietiche che si stavano avvicinando all&#8217;Oder e con l&#8217;ultima offensiva tedesca sul fronte occidentale, quella delle Ardenne, che si stava esaurendo, lasciando aperta la via del Reno agli alleati sbarcati l&#8217;anno prima sulle coste della Normandia, la Germania disperdeva uomini, mezzi e denari per mandare sul grande schermo, nelle ultime sale esistenti a Berlino e nella base assediata di La Rochelle, oltre che nella Cancelleria del F\u00fchrer, un film di soggetto storico, che rievocava un episodio militare di quasi centocinquanta anni prima. Perch\u00e9 mai una cosa simile, se non perch\u00e9 i capi del Terzo Reich avevano compreso il valore immenso non della semplice propaganda, ma della propaganda che, attraverso il cinema, entra a far parte dell&#8217;immaginario collettivo dei cittadini, lo nutre, le plasma, lo modifica, il che non \u00e8 di minor importanza dei fattori materiali, come la fabbricazione di armi, munizioni, prodotti industriali e derrate alimentari? Prodotto dalla UFA, la grande azienda cinematografica tedesche che, fondata nel 1917 dall&#8217;Alto Comando di Ludendorff, e finanziato dalla Deutsche Bank, aveva prodotto capolavori come <em>L&#8217;Angelo Azzurro<\/em> di Josef von Srernberg e <em>Metropolis<\/em> di Fritz Lang, il film aveva lo scopo di rialzare il morale del popolo tedesco e spronarlo a resistere nelle avversit\u00e0, nella fiduciosa attesa di una riscossa che, secondo le promesse dei Hitler e del dottor Goebbels, il ministro della Propaganda, certamente sarebbe arrivata, anche per merito delle tanto decantate armi segrete. Di fatto, quando il film fu terminato furono ben pochi i tedeschi che poterono vederlo, e anche quei pochi ben difficilmente vi trovarono quell&#8217;iniezione di ottimismo che i capi nazisti si erano ripromessi: con Amburgo e Berlino semidistrutte, l&#8217;ansia continua di nuovi bombardamenti e il minaccioso avvicinarsi del tuono dei cannoni, preceduto dall&#8217;arrivo di milioni di profughi dall&#8217;Est, era quasi impossibile credere ancora in una riscossa e nella vittoria finale.<\/p>\n<p>La vicenda del film <em>Kolberg<\/em> \u00e8 quanto mai istruttiva sotto almeno due punti di vista. Dal punto di vista della storia tedesca, mostra la straordinaria vitalit\u00e0 di quel popolo, che nell&#8217;ora della suprema agonia sapeva ancora produrre film di notevole valore, come appunto <em>Kolberg<\/em>, ma anche capolavori assoluti, come <em>Il barone di M\u00fcnchhausen<\/em> di Josef von B\u00e0ky, del 1943, sul quale abbiamo gi\u00e0 avuto occasione di soffermarci un&#8217;altra volta (cfr. l&#8217;articolo: <em>M\u00fcnchhausen, il canto del cigno della nostra civilt\u00e0<\/em>, pubblicato sul sito dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 18\/05\/18). Il che dovrebbe indurre alla cautela quando si tende a identificare il popolo tedesco, o la cultura tedesca, negli anni dal 1933 al 1945, puramente e semplicemente con il regime nazista. Indipendentemente dal giudizio che si vuol dare sull&#8217;adesione, pi\u00f9 o meno massiccia, pi\u00f9 o meno volontaria, del popolo tedesco al nazismo, \u00e8 certo che si tratta, comunque, di due categorie storiche che non si equivalgono affatto, anche se, com&#8217;\u00e8 ovvio, si compenetrano. Ma ridurre la cultura tedesca o, come in questo caso, la cinematografia tedesca, a semplice prodotto di propaganda, o, se si preferisce usare la terminologia marxista, a semplice epifenomeno dell&#8217;economia del Terzo Reich, sarebbe estremamente riduttivo e semplicistico. Il popolo tedesco ha dimostrato, in numerose occasioni, di essere un grande popolo, o almeno di esserlo stato; dove per &quot;grande&quot; si intende capace di una fortissima disciplina e compattezza, di una laboriosit\u00e0 e una capacit\u00e0 di sacrificio che hanno qualcosa di epico, di eroico. Sappiamo bene come simili discorsi facciano infuriare quanti sono ossessionati dal timore di veder risorgere, ad ogni angolo e ad ogni momento, i fantasmi del passato: essi ritengono che riconoscere la grandezza e l&#8217;eroismo di quel popolo possa suonare, sia pure indirettamente, come un incoraggiamento a ripetere gli errori del passato e, peggio ancora, come un&#8217;assoluzione per le colpe di cui si \u00e8 macchiato il regime nazista. Premesso che un simile atteggiamento viene riservato solo ai tedeschi, e a nessun altro popolo, tranne forse il giapponese, mentre verso tutti gli altri, compreso quello russo, vige la prassi di archiviare i crimini dei passati regimi senza addebitarne la responsabilit\u00e0 morale ai rispettivi popoli (per cui, ad esempio, \u00e8 possibilissimo lodare film come <em>Aleksandr Nevskij<\/em> o come <em>Ivan il Terribile<\/em> senza essere perci\u00f2 sospettati di voler lodare il regime staliniano e senza essere obbligati a recitare le giaculatorie preventive), resta il fatto che il nazismo, certamente, ha espresso una serie di sentimenti che erano tipicamente tedeschi, come il fascismo ha espresso un sentire tipicamente italiano, senza che ci\u00f2 autorizzi a demonizzare la totalit\u00e0 di quella esperienza. Un regime politico \u00e8 un&#8217;ideologia che \u00e8 arrivata al potere; e quando ci\u00f2 accade, di essa vi \u00e8 un novanta per cento che \u00e8 pura e semplice amministrazione e un dieci per cento che \u00e8 politica, cio\u00e8 diretta emanazione di quella tale ideologia. Per esempio, la costruzione di un sistema autostradale molto efficiente e la produzione in serie di automobili popolari destinate alle famiglie, cos\u00ec come il varo d&#8217;una legislazione sociale alquanto avanzata e la lotta straordinariamente efficace contro la disoccupazione prodotta dalla Grande Depressione, sono aspetti del regime nazista che appartengono essenzialmente all&#8217;amministrazione. Ora, l&#8217;amministrazione \u00e8 la capacit\u00e0 di gestire un territorio e di rispondere alle problematiche della vita sociale; e in questo senso possiamo affermare, speriamo senza scandalo, che il regime nazista ha bene operato in molti settori della cosa pubblica, anche se in altri ha manifestato i tratti tipici della sua brutalit\u00e0 criminale (come nel caso della soppressione dei malati cronici e dei disabili gravi). La cultura tedesca di quegli anni, pur fra notevoli difficolt\u00e0, non era totalmente schiacciata sull&#8217;ideologia al potere; lo provano opere come quelle di Spengler, di J\u00fcnger e dello stesso Heidegger dopo la breve parentesi della sua fascinazione nazista. E cos\u00ec come sarebbe assurdo qualificare &quot;nazista&quot; un film come <em>Il barone di M\u00fcnchhausen<\/em> (tanto quanto lo sarebbe definire &quot;fascista&quot; un film come <em>Quattro passi fra le nuvole<\/em> di Alessandro Blasetti), allo stesso modo sarebbe segno di mero pregiudizio ideologico negare che un film come <em>Kolberg<\/em> non risponde solo a scopi propagandistici, ma interpreta un senso patriottico che appartiene al popolo tedesco, indipendentemente dal nazismo (e si vorrebbe dire, nonostante esso) e che in s\u00e9 non ha proprio nulla di vituperevole, non che di sconveniente. Si provi a riflettere: forse qualcuno si \u00e8 mai permesso di rinfacciare al cinema statunitense d&#8217;aver celebrato la gloria militare del proprio Paese in film come <em>Ombre rosse<\/em> o, ancor pi\u00f9, <em>Il massacro di Fort Apache<\/em>, anche se la gloria di cui si parla consiste nello sterminio poco glorioso dei nativi americani? Questo processo retroattivo scatta solo verso i tedeschi; e per quale ragione, se non perch\u00e9 hanno perso la guerra?<\/p>\n<p>Il secondo punto di vista per cui la vicenda di <em>Kolberg<\/em> si raccomanda alla nostra attenzione \u00e8 quello di carattere universale. Il fatto che un Paese moderno, industrializzato ed efficiente, abbia destinato tempo e risorse a produrre un tale <em>kolossal<\/em>, sottraendo quel tempo e quelle risorse all&#8217;immane sforzo bellico che lo vedeva impegnato quasi contro il mondo intero, attesta che i fattori psicologici, spirituali e morali si possono considerare importanti non meno di quelli puramente materiali. Il fatto che la produzione di film del genere non sia valsa a scongiurare, o anche solo a ritardare, la catastrofe; che tre mesi dopo l&#8217;uscita di <em>Kolberg<\/em> la Germania fosse completamente a terra, bombardata, distrutta, occupata e umiliata; il fatto che quel film non \u00e8 stato pi\u00f9 visto da nessun occhio tedesco fino al 1965, cio\u00e8 vent&#8217;anni dopo, quando venne nuovamente distribuito nelle sale (insieme a un documentario: il veleno insieme all&#8217;antidoto), non \u00e8, naturalmente, un argomento serio contro quanto abbiamo affermato. Nessuno pu\u00f2 pensare che il fattore morale sia sufficiente a vincere una guerra: se cos\u00ec fosse, la nazione dei <em>kamikaze<\/em> e dell&#8217;amore profondo per la tradizione scintoista avrebbe meritato di vincere la guerra contro la nazione del materialismo, del consumismo, dello spreco e dell&#8217;immoralit\u00e0 diffusa. Ma se i fattori spirituali e culturali non bastano, da soli, a spostare il piatto della bilancia in un conflitto colossale come lo \u00e8 stato la Seconda guerra mondiale, non ne deriva che essi siano ininfluenti: al contrario, sono molto influenti, anche se resta vero, come diceva Napoleone, che Dio sta pur sempre dalla parte dei grossi battaglioni (grossi o, meglio ancora, modernamente equipaggiati, si potrebbe dire, aggiornando la sua frase). Nella guerra del Vietnam, ad esempio, \u00e8 indubbio che la vittoria finale dei vietcong contro il potentissimo esercito americano \u00e8 stata dovuta dalla prevalenza del fattore morale che animava i primi, e del quale difettavano il secondo. Ed ecco perch\u00e9 l&#8217;8 settembre, anche se ha risparmiato all&#8217;Italia una sorte materiale pi\u00f9 dura di quella che avrebbe probabilmente subito se non ci fossero stati l&#8217;armistizio e il rovesciamento delle alleanze, ha rappresentato, per\u00f2, una vera e propria catastrofe morale, dalla quale il nostro popolo non si \u00e8 pi\u00f9 risollevato: perch\u00e9, a causa di quell&#8217;atto, noi abbiamo perso la stima di noi stessi, oltre che quella degli ex alleati e contemporaneamente degli ex nemici. C&#8217;\u00e8 qualcosa di peggio che perdere una guerra e subire le distruzioni e le spoliazioni della sconfitta: la perdita dell&#8217;onore e dell&#8217;autostima. Una considerazione che non \u00e8 neanche passata per l&#8217;anticamera del cervello dei nostri governanti di allora: infatti, la fuga di Pescara ha mostrato <em>ad abundantiam<\/em> quale fosse il livello di coraggio civile e dignit\u00e0 personale di personaggi come Badoglio e Vittorio Emanuele III, i quali non si fecero alcuno scrupolo a piantare in asso esercito e nazione, pur di salvare a ogni costo la propria pelle.<\/p>\n<p>La conclusione di ordine generale cui possiamo giungere, pertanto, \u00e8 la seguente: il cinema \u00e8 il mezzo di comunicazione di massa che maggiormente influenza l&#8217;immaginario collettivo e che, fino a un certo punto, lo pu\u00f2 perfino creare dal nulla, magari in contrasto con la realt\u00e0. Di conseguenza, chi controlla il cinema controlla anche, in notevole misura, il nostro immaginario: e se ci\u00f2 era vero settant&#8217;anni fa, lo \u00e8 anche oggi, anzi, specialmente oggi. Dal nostro immaginario collettivo dipende non solo la nostra percezione del reale, ma anche la nostra aspettativa riguardo al futuro. Il futuro si forma ora, nel presente; e i materiali coi quali viene costruito sono in parte di tipo materiale, ma in parte anche di tipo immaginifico. Il fatto che nella Germania del &#8217;45 fosse al potere un totalitarismo spietato mentre noi, oggi, viviamo all&#8217;interno di societ\u00e0 democratiche, non sposta sostanzialmente la questione; anzi paradossalmente (ma non troppo) si pu\u00f2 dire che se il totalitarismo \u00e8 esplicito, la gente sa, fino a un certo punto, di doversi difendere dalla propaganda; ma se il totalitarismo \u00e8 ben dissimulato sotto la maschera della democrazia liberale e parlamentare, allora l&#8217;insidia \u00e8 assai pi\u00f9 grave, perch\u00e9 la gente, generalmente, non sospetta nulla e perci\u00f2 si lascia manipolare con tanta maggior facilit\u00e0. Arrivati a questo punto, la domanda che dobbiamo farci \u00e8 la seguente: chi modella, oggi, il nostro immaginario collettivo, mediante il controllo della cinematografia mondiale? E la risposta sar\u00e0 inevitabilmente: lo stesso potere che controlla la finanza e, a cascata, l&#8217;economia, l&#8217;informazione e la politica mondiali. Lo stesso che plasma il linguaggio, avendo il controllo quasi monopolistico della stampa, delle televisioni e anche delle scuole e dell&#8217;universit\u00e0. Quel potere crea le parole nuove, distorce il senso delle vecchie, lo piega ai suoi scopi. Quando capiremo di essere pi\u00f9 asserviti dei tedeschi del 1945, e disposti a vedere la luna a mezzogiorno, se cos\u00ec ci verr\u00e0 detto?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 30 gennaio del 1945 usciva un film tedesco la cui lavorazione era incominciata pi\u00f9 di un anno prima, Kolberg, del regista Veit Harlan (titolo italiano:<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30143,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[26],"tags":[156],"class_list":["post-23944","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cinema","tag-germania"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-cinema.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23944","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23944"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23944\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30143"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23944"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23944"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23944"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}