{"id":23941,"date":"2019-01-05T11:36:00","date_gmt":"2019-01-05T11:36:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/01\/05\/chi-e-italiano-e-chi-no-2\/"},"modified":"2019-01-05T11:36:00","modified_gmt":"2019-01-05T11:36:00","slug":"chi-e-italiano-e-chi-no-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/01\/05\/chi-e-italiano-e-chi-no-2\/","title":{"rendered":"Chi \u00e8 italiano, e chi no"},"content":{"rendered":"<p>Chi \u00e8 davvero italiano, e chi no? Non basta, lo abbiamo gi\u00e0 detto, possedere un pezzo di carta su cui c&#8217;\u00e8 scritto che si \u00e8 in possesso della cittadinanza; anzi, diciamo pure che ci\u00f2 non \u00e8 decisivo. Si pu\u00f2 essere italiani nel cuore, se si ama l&#8217;Italia, se la sia ama come una madre, e tale pu\u00f2 essere il caso di un figlio o un nipote di emigranti italiani in Argentina, o in Australia, o dovunque nel mondo, che in Italia ha mai neppur messo piede; e si pu\u00f2 non essere italiani, anche se si \u00e8 nati in Italia, da genitori italianissimi, e si ha, ovviamente, la cittadinanza italiana. Per quanto riguarda gli immigrati straneri in Italia: sono italiani innanzitutto se, <em>oltre al possesso della cittadinanza<\/em>, amano l&#8217;Italia, la rispettano, la ammirano, e intendono viverci onestamente, senza pretendere di cambiarla e trasformarla secondo la loro cultura di provenienza; e dunque se la amano, la ammirano e la rispettano in ci\u00f2 che essa ha di peculiare quanto a civilt\u00e0, tradizione, identit\u00e0, cultura, religione. E la religione che l&#8217;ha formata, che l&#8217;ha anzi tenuta a battesimo, e che impronta di s\u00e9 tutta l&#8217;arte, la poesia, il pensiero, la cultura, gli usi e le tradizioni, \u00e8 quella cristiana cattolica; indipendentemente dal fatto che oggi i veri cattolici siano solo una sparuta minoranza. A queste condizioni, s\u00ec, si \u00e8 italiani, anche se si proviene da tutt&#8217;altra parte del mondo. Ma se si viene a vivere in Italia con una riserva mentale, o con una serie di riserve mentali; se si \u00e8 ben decisi a non vestire all&#8217;europea, anzi se si pretende di andare in giro con il <em>niqab<\/em> e il <em>burqa<\/em>; se non rispettano le tradizioni italiane, se non si vuole imparare nemmeno la lingua, tranne lo strettissimo indispensabile, e non si permette ai propri figli di frequentare i loro coetanei italiani, e tanto meno di fidanzarsi con loro; se si ostenta la propria diversit\u00e0, se si va in moschea non per pregare, ma per coltivare l&#8217;odio contro l&#8217;Europa e contro la cristianit\u00e0; se si sollevano mille problemi perch\u00e9 a scuola, il professore di italiano ha osato leggere agli studenti il canto ventottesimo dell&#8217;Inferno, ove Maometto \u00e8 posto fra i dannati, o quello di storia dell&#8217;arte ha portato la classe in visita alla basilica bolognese di San Petronio, dove c&#8217;\u00e8 un affresco che raffigura la stessa scena, o se il professore di educazione fisica si \u00e8 permesso di far correre tutti i suoi ragazzi, compreso il figlio d&#8217;immigrati islamici che, osservando il Ramadan, \u00e8 stanco perch\u00e9 non assume cibo: allora non si \u00e8 italiani, non si \u00e8 degni d&#8217;essere italiani e si farebbe assai meglio a tornare da dove si \u00e8 venuti. Non \u00e8 onesto, infatti, profittare dell&#8217;ospitalit\u00e0 altrui, del lavoro offerto da altri, se poi si odia e si disprezza la patria d&#8217;adozione: perch\u00e9 la Patria \u00e8 il luogo in cui si vive, ma soprattutto il luogo che si ama, si ammira e si rispetta.<\/p>\n<p>Ma ci sono anche molti, moltissimi italiani che non sono degni di dirsi tali. Quelli che odiano e disprezzano la propria cultura, la propria civilt\u00e0, la propria tradizione, e talvolta sono ancor pi\u00f9 rabbiosi di certi immigrati fondamentalisti, sono idealmente gi\u00e0 fuori dalla patria italiana, anzi non ne hanno mai fatto parte. Il guaio \u00e8 che appartengono spesso a delle categorie sociali e professionali &#8212; insegnanti, magistrati, giornalisti, pubblici amministratori &#8212; che consentono loro molta visibilit\u00e0 e permettono loro di fare molto, molto danno, diffondendo ovunque i loro pessimi esempi. Le maestre che sopprimono il Presepio e i canti di Natale per una forma aberrante di &quot;rispetto&quot; verso i bambini di altre fedi religiose; i giudici che usano una indulgenza inesplicabile e del tutto a senso unico nei confronti dei criminali stranieri, rimettendo in libert\u00e0, anche dopo che hanno commesso crimini piuttosto gravi, individui socialmente pericolosi, solo perch\u00e9, poverini, hanno la pelle pi\u00f9 scura, vero e proprio razzismo alla rovescia; i giornalisti che usano il loro potere mediatico per raccontare la realt\u00e0 quotidiana in maniera falsa, tendenziosa, ideologica, ingannando sistematicamente il pubblico e tratteggiando una &quot;realt\u00e0&quot; che esiste solo nella loro testa, ma soprattutto nei disegni indicibili di quelli che pagano loro lo stipendio; i pubblici amministratori, in particolare i sindaci, che calpestano le leggi del Parlamento, approvate e firmate dal Presidente della Repubblica, dichiarando &quot;aperte&quot; le loro citt\u00e0 a qualsiasi flusso di clandestini, quasi fossero i capi di tante minuscole repubbliche indipendenti e sovrane: tutti costoro non son degni di essere considerati italiani, per quanto si appellino a &quot;pi\u00f9 alte&quot; idealit\u00e0. In realt\u00e0, ci\u00f2 a cui si appellano sono i cascami di ideologie morte e sconfitte dalla storia, alla cui disfatta non si vogliono rassegnare e che cercano di fa rivivere sotto le mentite spoglie di un umanitarismo e di un filantropismo pi\u00f9 o meno esplicitamente travestiti, a loro volta, da cristianesimo, e con lo sprone e la benedizione del signore argentino che dice di essere papa (in quel caso s\u00ec, prodigo di benedizioni e incoraggiamenti; mentre non lo \u00e8, n\u00e9 delle une, n\u00e9 degli altri, quando dovrebbe parlare da cattolico a dei veri cattolici, e invece sa solo insultarli, mortificarli, deprimerli, confonderli). Non sappiamo che farcene di italiani cos\u00ec, e neppure di cattolici cos\u00ec; tanto meno di un papa di tal fatta: no, nessuno di costoro ha il minimo diritto di professarsi italiano (o cattolico), perch\u00e9 la loro patria \u00e8 l&#8217;odio: odio contro l&#8217;Italia, contro l&#8217;Europa, contro il cristianesimo e la sua civilt\u00e0. E come tali essi non appartengono affatto alla nostra civilt\u00e0: sono dei corpi estranei, dei meteoriti caduti non si sa di dove, dei parassiti e dei funghi velenosi, che diffondono fra la gente, specialmente fra i giovani, una micidiale pestilenza: il rancore, il disprezzo e l&#8217;avversione nei confronti della nostra identit\u00e0. E dunque, come li si potrebbe considerare italiani? Essi abusano della cittadinanza italiana, dell&#8217;appartenenza alla Patria comune: sporcano il proprio nido (c&#8217;\u00e8 una precisa parola tedesca per designare questo genere di persone: <em>Nestbeschmutzer<\/em>), agiscono come quinte colonne nemiche: sono letteralmente dei traditori della citt\u00e0 che dovrebbero difendere, perch\u00e9 da essa hanno ricevuto tutto ci\u00f2 che sono: la lingua, l&#8217;educazione, il senso del bello, del giusto, del vero, tutti valori elaborati dalla nostra civilt\u00e0 nel corso dei secoli e dei millenni, e che essi vorrebbero gettare nel cestino della carta straccia, con la scusa di sostituirli con valori pi\u00f9 nobili, pi\u00f9 grandi, pi\u00f9 &quot;universali&quot;. Veri figli del cosmopolitismo illuminista, velleitario e cialtrone, quello dei persiani che vistano l&#8217;Europa e ne colgono i difetti, ma con occhio molto europeo, anzi, molto parigino, cio\u00e8 figli e nipotini di Montesquieu e di Voltaire, sono perfettamente inutili. La loro funzione \u00e8 solo negativa: diffondere confusione, scoraggiamento e auto-disprezzo; sarebbe meglio che sparissero. Non sopportano l&#8217;Italia: e perch\u00e9 non se ne vanno? Dietro di loro non rester\u00e0 niente, assolutamente niente. Provate a chiedere a uno studente, o chiedete a voi stessi, ritornando con la mente ai tempi della scuola media, o del liceo, o dell&#8217;universit\u00e0; che cosa ci hanno dato tutti quei professori di sinistra, saccenti, petulanti, boriosi, insofferenti di qualsiasi critica, piattamente conformisti e intimamente vili, perch\u00e9 certi di essere intoccabili, soldati di un esercito d&#8217;occupazione che nessuno poteva mettere mai sotto accusa; che cosa hanno lasciato dietro a s\u00e9? Quale contributi hanno dato, sia sul piano intellettuale, sia su quello umano, alla crescita e alla formazione dei loro studenti? Loro che mettevano i bei voti a quelli che, interrogati, davano le risposte a essi gradite, per motivi palesemente ideologici, e davano i voti pi\u00f9 bassi che potevano ai pochi che si permettevano di pensare con la propria testa e perci\u00f2 non ripetevano, servilmente pappagallescamente, le loro lezioncine apologetiche su Marx, Lenin, Freud, don Milani e compagnia bella? E ora facciamo un esempio di cosa vuol dire essere italiani,<\/p>\n<p>Il nome di Manfredi Porena (Roma 1873-ivi, 1955) era molto conosciuto ai tempi dei nostri genitori e dei nostri nonni, perch\u00e9 autore di un commento alla <em>Divina Commedia<\/em> che ebbe molta fortuna nelle scuole; caso strano, era uno dei pochi filologi e storici della letteratura di orientamento non crociano, semmai di una interpretazione &quot;psicologica&quot; dei testi, e quindi contribu\u00ec a far capire ai ragazzi del liceo che si poteva essere grandi amanti di Dante, e di poesia in generale, senza essere per forza seguaci dell&#8217;estetica di Benedetto Croce, altrimenti onnipresente e onnipotente, con la sua legnosa separazione fra <em>poesia<\/em> e <em>non-poesia<\/em>. (la quale \u00e8 la miglior via per non capir nulla di Dante). Professore all&#8217;Universit\u00e0 di Roma (bench\u00e9 avesse fatto i suoi studi a Napoli, dove si era trasferita la famiglia, e vi fu allievo di Francesco d&#8217;Ovidio; membro di svariate associazioni culturali, fra le quali l&#8217;Accademia d&#8217;Italia, poi soppressa per lavare l&#8217;orribile macchia di un&#8217;accademia creata dal fascismo, Porena non fu solo un filologo e un dantista, ma anche un sincero ammiratore e diffusore della cultura nostra, in Italia e fuori. Ci piace riportare una sua pagina che non attiene ai suoi numerosi studi letterari, ma all&#8217;amor di Patria. Cos\u00ec narrava una visita da lui compiuta al carcere, poi divenuto museo, dello Spielberg, in Moravia, dove, fra gli altri, furono rinchiusi alcuni patrioti italiani, sia affiliati alla Carboneria, sia alla Giovine Italia (in: Piero Gribaudi, <em>L&#8217;uomo e il suo regno<\/em>, Torino, S.E.I., 1945, vol. III, pp. 94-95):<\/p>\n<p><em>Scendiamo a Brno, traversiamo vie commerciali animatissime, una piazza di mercato piena di frutta, uova, oche e pollame; per una viuzza deserta giungiamo a una specie di circonvallazione che da quella parte separa la citt\u00e0 dal colle e iniziamo la salita di quel calvario di Italiani su per un pendio trasformato n un bel parco ombroso, a viali serpeggianti, fontane, aiuole, panchine, ove pacifici cittadini tranquillamente conversano o leggono, bambinaie cianciano o lavorano, bambini giuocano. Pi\u00f9 si sale, pi\u00f9 i rumori della citt\u00e0 si attenuano, l&#8217;aria si fa pi\u00f9 mossa e pi\u00f9 fine, le ombre pi\u00f9 fresche. A un tratto, in fondo a un viale in ripida salita, il muro grigio e sghembo di un bastione: c&#8217;\u00e8 una lapide sopra. Ci si avvicina alla lapide per leggerla: \u00e8 in italiano! &quot;Da questi tenebrosi covili, santificata col martirio, usc\u00ec vittoriosa la redenzione italiana: 1822-1922&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Entriamo gi\u00e0 profondamente commossi per l&#8217;arco della caserma&#8230; Varchiamo il fossato e siamo nel castello: un corridoio a volta, un cortile, una scala discendente, e perveniamo nel fossato. Da un lato, una misera porticina con scritto su: &quot;Kasematy&quot;: le casematte, cio\u00e8 i sotterranei del castello, dove erano le pi\u00f9 rigorose prigioni. Entriamo, scendiamo ancora, camminiamo quasi tentoni n un buio un freddo, un umido, che fanno rabbrividire&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>I passi risuonano in un silenzio di tomba. Un lungo tenebroso corridoio, una porticina a sinistra, uno stanzino con due porte laterali che immettono in due celle, tombe nella tomba&#8230; A destra quella ove Silvio Pellico, stanco, dolente, febbricitante, fu gittata suo arrivo.<\/em><\/p>\n<p><em>Nude pareti scalcinate e sudice, un tavolaccio senza pagliericcio e senza guanciale, una catena infissa al muro: in alto, all&#8217;angolo d&#8217;una parete col soffitto, un pertugio da cui ai nostri occhi, che pure hanno dimenticato gi\u00e0 il sole, sembra non penetri la bench\u00e9 minima luce&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>Dalle prigioni sotterranee, ove il Pellico, grazie al suo grave stato di salute, pat\u00ec solo per pochi giorni, ma il Maroncelli ed altri, in celle simili, mesi ed anni, passiamo a visitare le men tetre del piano superiore. Si risale nel fossato, di qui nel cortile; e l\u00ec una parentesi di non meno commossi, ma meno amari sentimenti ci offre la chiesina del castello, quella dove, dopo alcuni anni di divieto, fu concesso ai prigionieri di andare a sentire la Messa domenicale&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>Con le lagrime negli occhi e l&#8217;animo sconvolto e raddolcito a un tempo, abbiamo ringraziato anche noi la chiesuola ai prigionieri amica, e siamo passati alla visita delle altre prigioni. Lungo l&#8217;ala del castello, che all&#8217;ingrosso guarda a settentrione, al livello del terrapieno che lo circondava, era una lunga fila di celle tutte accessibili da un lungo corridoio posteriore. Il Pellico, prima da solo, poi col Maroncelli, occupava la prima a levante; nella seconda pat\u00ec e mor\u00ec di denutrizione Fortunato Oroboni; poi, della stessa morte, Antonio Villa, mentre il compagno di cella di quest&#8217;ultimo, Don Marco Fortini, vide, prima del Pellico, la propria liberazione&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>Di fuori, accanto alla porta d&#8217;ingresso, \u00e8 infissa nel muro una lapide con parole del Gioberti, tolte dalla dedica al Pellico del famoso &quot;Primato&quot;: &quot;Spielberg non sar\u00e0 pi\u00f9 inferno di vivi n\u00e9 infamia di secolo, ma reliquia di martiri e monumento di virt\u00f9 patria, cui converranno un d\u00ec pellegrine le redente generazioni&quot;<\/em>.<\/p>\n<p>Non soffermiamoci, in questa sede, su quanto di retorico, ma soprattutto di storicamente discutibile vi pu\u00f2 essere, non nello Spielberg come testimonianza di quella vicenda del nostro Risorgimento, ma nell&#8217;idea stessa di Risorgimento qui sottesa, con il bianco e il nero nettamente contrapposti, in modo manicheo; ci riproponiamo di ritornare a parlarne un&#8217;altra volta. Quel che vogliamo evidenziare di questo brano \u00e8 il sentimento del Porena, in quanto italiano che riflette e si commuove sul destino di altri italiani, che soffrirono in quel luogo per amore della Patria: e che \u00e8 senza dubbio autentico. Ecco: questa \u00e8 una vera testimonianza di italianit\u00e0, di ci\u00f2 che intendiamo per essere italiani. Ed \u00e8 anche una testimonianza di amore alle proprie radici: il che richiede la conoscenza del passato. E se i nostri professori, qualche volta, oltre che ad Auschwitz, portassero i loro studenti anche allo Spielberg, magari tornando da una visita a Praga? Quanti giovani oggi conoscono Silvio Pellico e <em>Le mie prigioni<\/em>? Ben pochi; forse quasi nessuno. Eppure \u00e8 dalla conoscenza del passato che sgorga l&#8217;amore di ci\u00f2 che si \u00e8, come popolo e come civilt\u00e0: e dunque, l&#8217;amor di Patria. Per amare l&#8217;Italia, bisogna conoscerla; e chi la conosce, come potrebbe non amarla, pur coi suoi difetti?<\/p>../../../../n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Chi \u00e8 davvero italiano, e chi no? 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