{"id":23894,"date":"2019-06-01T02:54:00","date_gmt":"2019-06-01T02:54:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/06\/01\/chi-avversa-la-verita-confuta-se-stesso\/"},"modified":"2019-06-01T02:54:00","modified_gmt":"2019-06-01T02:54:00","slug":"chi-avversa-la-verita-confuta-se-stesso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/06\/01\/chi-avversa-la-verita-confuta-se-stesso\/","title":{"rendered":"Chi avversa la verit\u00e0 confuta se stesso"},"content":{"rendered":"<p>Ci sono due maniere di parlare della verit\u00e0, che sono come due facce della stessa medaglia. La prima consiste nel mostrare che essa \u00e8 raggiungibile da parte dell&#8217;uomo &#8211; una verit\u00e0 assoluta, beninteso, e non una verit\u00e0 parziale e incompleta &#8211; secondo la sua esperienza e secondo l&#8217;evidenza stessa delle cose. In realt\u00e0, se noi possiamo continuare a vivere in un mondo relativamente ordinato, nel quale la dimensione del sogno, della fantasia e dell&#8217;illusione interferisce, s\u00ec, qualche volta, con quella della realt\u00e0, ma non al punto da sostituirsi ad essa, o da poter facilmente essere scambiata per essa, ci\u00f2 dipende dal fatto che l&#8217;esperienza degli uomini e l&#8217;evidenza delle cose si sono sempre mostrate pi\u00f9 che sufficienti a garantire la continuit\u00e0, l&#8217;ordine e la coerenza del mondo in cui viviamo, cominciando dal linguaggio, che \u00e8 l&#8217;espressione dei nostri pensieri e sentimenti, e proseguendo con le conquiste dell&#8217;arte, della scienza e della filosofia, grazie alle quali ci siamo emancipati dalla schiavit\u00f9 di un mondo inquietante, nel quale nulla \u00e8 come sembra e niente pu\u00f2 essere detto con certezza, perch\u00e9 niente di certo esiste. La seconda maniera di parlare della verit\u00e0 \u00e8 mostrare l&#8217;assoluta inconsistenza e la piena e irrimediabile contraddizione in cui cadono senza scampo i suoi detrattori e i suoi negatori. Quanti dicono che la verit\u00e0 non esiste, non \u00e8 raggiungibile, non \u00e8 esprimibile, evidentemente non riflettono abbastanza sul fatto che le loro affermazioni sono tutte basate sul presupposto che la verit\u00e0 esiste, e che \u00e8 una verit\u00e0 piena e assoluta, certa e incontrovertibile: <em>la verit\u00e0 non esiste<\/em>; oppure: <em>la verit\u00e0 \u00e8 molteplice e mutevole<\/em>. Si tratta di affermazioni nette, recise, univoche e con pretese di oggettivit\u00e0. Vale a dire che esse, se vanno prese sul serio, significano che almeno una cosa \u00e8 assolutamente certa, vera ed evidente, e cio\u00e8 che la verit\u00e0 non esiste o che non \u00e8 raggiungibile o che non \u00e8 esprimibile. E anche se si tratta di affermazioni in negativo, di negazioni recise e dirette, pure, in quanto sono recise e dirette, sono anche delle affermazioni: delle affermazioni di altrettante negazioni. Pertanto sono intrinsecamente contraddittorie. \u00c8 come quando si dice: <em>tutti gli uomini soni bugiardi, tranne Socrate<\/em>. Ma allora, se Socrate non \u00e8 bugiardo, e tutti gli altri s\u00ec, ci\u00f2 significa che qualcuno, che non \u00e8 Socrate, ha detto almeno una cosa vera, ossia che tutti gli uomini sono bugiardi, ma non Socrate. <em>Questa<\/em> \u00e8 una cosa vera, una certezza positiva: ma come possiamo prenderla sul serio, se partiamo dal presupposto che tutti gli uomini, tranne Socrate, non fanno altro che mentire? Questa \u00e8 una contraddizione sena scampo: o tutti gli uomini sono bugiardi, tranne Socrate, e allora la frase: <em>tutti gli uomini sono bugiardi, meno Socrate,<\/em> \u00e8 falsa; oppure quella frase \u00e8 vera, e allora possiamo stare certi che almeno un altro uomo, oltre a Socrate, non mente, o che per una volta non ha mentito. Ma le due cose si escludono vicendevolmente perch\u00e9 abbiamo detto che <em>tutti<\/em> gli uomini, non <em>quasi<\/em> tutti, mentono (a parte Socrate): o \u00e8 vera una, o \u00e8 vera l&#8217;altra, non possono esserlo entrambe nello stesso tempo.<\/p>\n<p>Gli uomini sani e normali sono realisti per istinto e per necessit\u00e0. Sarebbe impossibile vivere in un mondo aleatorio e inafferrabile; in ogni caso, ciascuno sente che il realismo \u00e8 la maniera logica e normale di porsi di fronte al mondo, alla <em>res<\/em>, alla cosa che si ha di fronte. E anche se sappiamo, o comprendiamo col ragionamento, che la cosa non \u00e8 la stessa cosa della nostra percezione, perch\u00e9 la cosa in s\u00e9 non coincide con la cosa nel suo manifestarsi, pure sentiamo anche, e comprendiamo mediante il ragionamento, che la nostra percezione non si discosta sostanzialmente dalla realt\u00e0 della cosa, perch\u00e9, se cos\u00ec fosse, nulla potemmo dire di certo e ogni nostra aspettativa poggerebbe sul niente. Dovremmo dubitare sempre di tutto, e questo ci renderebbe impossibile la vita; inoltre, potendo e volendo fare la verifica, ci accorgeremmo, nella stragrande maggioranza dei casi, che il nostro dubitare era ozioso e gratuito. Noi non abbiamo motivo di dubitare della realt\u00e0 del tempo ogni volta che vogliamo sapere che ora \u00e8 o in che giorno siamo; n\u00e9 abbiano ragione di dubitare quando formuliamo il giudizio che il semaforo \u00e8 rosso, oppure verde, o che una margherita non \u00e8 una rosa, o che una tigre non \u00e8 una pecora: perch\u00e9 solo in casi rarissimi, essendo confusa la nostra percezione o essendo alterata la nostra coscienza, possiamo cadere nell&#8217;errore grossolano di scambiare una cosa per un&#8217;altra, un tempo per un altro, un luogo per un altro. Se cos\u00ec non fosse, nessun treno partirebbe mai, nessuna nave, nessun aereo, perch\u00e9 la gente dubiterebbe di arrivare mai al luogo desiderato, nei tempi desiderati; non ci sarebbe il lavoro, n\u00e9 l&#8217;educazione, n\u00e9 la cura delle malattie, n\u00e9 lo studio della natura, n\u00e9 quello della storia, n\u00e9 la filosofia, n\u00e9 la fede in Dio: non ci sarebbe nulla di nulla, e la nostra esistenza sarebbe una via di mezzo fra il manicomio e l&#8217;inferno. Ricordiamo la definizione classica della verit\u00e0: <em>adaequatio rei et intellectus<\/em>, corrispondenza fra la cosa e il giudizio: dunque, la verit\u00e0 non consiste nella pretesa di giungere fino al cuore delle cose, ma nella ragionevole certezza che \u00e8 possibile cogliere le cose nella loro realt\u00e0, ossia vederle cos\u00ec come sono e non gi\u00e0 come non sono.<\/p>\n<p>Queste considerazioni di puro buon senso pongono sul tappeto una questione di carattere pi\u00f9 generale e di portata decisiva: se i nostri sensi e la nostra mente sono fatti in modo tale da cogliere naturalmente la verit\u00e0 delle cose, e solo in condizioni patologiche, o comunque particolari, possono commettere degli errori significativi, allora ci\u00f2 significa che l&#8217;essere umano \u00e8 un <em>essere-per-la-verit\u00e0<\/em> e non un <em>essere-per-l&#8217;ignoranza<\/em> o un <em>essere-per-la-menzogna<\/em>. Questa \u00e8 una conseguenza importantissima, e ce lo attesta l&#8217;esperienza: la verit\u00e0 che cerchiamo \u00e8 possibile, \u00e8 alla nostra portata, \u00e8 nell&#8217;ordine delle cose: dunque, noi non siamo fatti per ingannarci sistematicamente, n\u00e9 abbiamo ragione di dubitare di tutto. Questa sospettosit\u00e0 cronica \u00e8 indice di una malattia: la malattia della modernit\u00e0. Amleto e don Chisciotte, i primi due uomini veramente moderni, hanno un rapporto conflittuale con la verit\u00e0: Amleto dubita di tutto, anche di se stesso, mentre don Chisciotte non dubita di nulla, per\u00f2 s&#8217;inganna su tutto, e quindi, seguendo una via opposta, giunge altrettanto lontano di Amleto dalla verit\u00e0. Non che il vecchio e saggio Prospero, nella <em>Tempesta<\/em>, che \u00e8 il testamento morale e intellettuale di Shakespeare, la pensi poi tanto diversamente dal giovanile e impulsivo Amleto: <em>Noi<\/em>, dice proprio alla fine, <em>siamo fatti della stessa sostanza dei sogni<\/em>. Ed ecco perch\u00e9 i filosofi, da molto tempo, hanno gettato la spugna e hanno smesso di occuparsi, in senso positivo, della questione della verit\u00e0: hanno accettato silenziosamente di piegarsi all&#8217;ultimatum dello scetticismo e del relativismo; e lo hanno fatto con cattiva coscienza, perch\u00e9 non si sono battuti, non hanno affrontato la sfida, ma hanno subito la minaccia e se la sono data a gambe come conigli. Col risultato che hanno creato il deserto e hanno avvelenato i pozzi. Le nuove generazioni trovano solo sabbia e pozzi prosciugati o avvelenati, come se la loro sete di verit\u00e0 fosse stata ipotecata in maniera gravissima dai loro deboli e pusillanimi padri.<\/p>\n<p>Scriveva il filosofo tedesco Walter Kern nel suo saggio <em>L&#8217;uomo e la filosofia<\/em> (in:A.A.V.V., _3Cem>L&#8217;Universo. Sua formazione e sua interpretazione<\/em>; titolo originale: <em>Weltall, Weltbild, Weltanschauung. Ein Bildungsbuch<\/em>, W\u00fcrzburg, Echter Verlag, 1958; traduzione di L. Pezzetta e L. Peano, Alba, Edizioni Paoline, 1965, pp. 191-192):<\/p>\n<p><em>Mentre ci disponevamo a battere la strada della verit\u00e0, incontrammo delle persone che volevano distoglierci energicamente dall&#8217;impresa. Gli scettici dicono che la verit\u00e0 non esiste, i relativisti affermano che non esiste verit\u00e0 assoluta, valida per tutti. La migliore risposta a favore della verit\u00e0 assoluta, l&#8217;abbiamo nel fatto stesso che la stiamo battendo con successo. Finora ci siamo riusciti. Abbiamo scoperto che le fonti della conoscenza si trovano nella nostra esperienza (dalla quale vengono attinti i concetti) e nell&#8217;evidenza dei rapporti di necessit\u00e0 dell&#8217;essere. Esperienza ed evidenza ci consentono di partire dai dati immediati ed evidenti per arrivare a un regno di conoscenze varie e grandiose, fra le quali predomina la conoscenza filosofica di Dio. Questa via della verit\u00e0 \u00e8 la via del vero realismo (=oggettivit\u00e0; dal latino: &quot;res&quot;=oggetto). Questa \u00e8 la vera via media che per lungo tempo e con fatica \u00e8 stata cercata dalla filosofia moderna e che si muove fra i due estremi dell&#8217;&quot;idealismo razionalista&quot; e dell&#8217;&quot;empirismo positivista&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Agli scettici e ai relativisti possiamo dare un&#8217;altra risposta. Essi si contraddicono anche quando sostengono la propria opinione. Lo scettico dice: &quot;la verit\u00e0 certa non esiste&quot;, poi invece crede fermamente che esiste almeno una verit\u00e0 certa, e cio\u00e8 che la verit\u00e0 non esiste. Quando poi il relativista afferma: &quot;la verit\u00e0 differisce a seconda delle persone o delle classi di uomini&quot; allora egli crede che almeno questa sua affermazione, prescindendo persino da lui che l&#8217;ha lanciata, possa valere per tutti e per ogni classe di persone. Non \u00e8 forse cos\u00ec? Ambedue potrebbero girare e rigirare acutamente la questione, ma non saranno mai in grado di sfuggire a questa intrinseca confutazione della loro opinione ostile alla verit\u00e0. Per qual ragione? Per il semplice fatto che il nostro pensiero, la nostra parola, il nostro spirito \u00e8 orientato verso la verit\u00e0 &#8212; o per essere pi\u00f9 esatti: \u00e8 diretto alla realt\u00e0 stessa, alla sua vera percezione. Uno scettico, abbastanza sagace per non capire la propria situazione senza scappatoia, si limitava a muovere &quot;scetticamente&quot; l&#8217;indice di qua e di l\u00e0. Che cosa poteva pensare in quell&#8217;istante? Ma non lo potrebbe gi\u00e0 indicare il suo indice?! Quando, ovunque e comunque uno parli o pensi: si tradisce sempre &#8212; anche contro volont\u00e0 &#8212; l&#8217;intima natura del nostro spirito. L&#8217;uomo come tale \u00e8 aperto alla realt\u00e0. \u00c8 una creatura della verit\u00e0, non del dubbio e della falsit\u00e0. Il problema sulla verit\u00e0 della nostra conoscenza non \u00e8 altro, in fondo, che il problema sulla natura dell&#8217;uomo.<\/em><\/p>\n<p>Riassumendo. L&#8217;uomo \u00e8 un essere-per-la verit\u00e0: \u00e8 capace di arrivare alla verit\u00e0, alla verit\u00e0 assoluta, con un grado certezza assoluta. Ci\u00f2 accade con le verit\u00e0 della matematica (2+2 fa sempre 4, non esistono eccezioni) e con quelle della metafisica, ma anche con alcune verit\u00e0 che sgorgano direttamente dall&#8217;evidenza e che dipendono dalle relazioni necessarie nella struttura dell&#8217;essere: per esempio, che una cosa non pu\u00f2 essere il contrario di se stessa, oppure che un effetto deve avere una determinata causa. Questo non significa che l&#8217;uomo posa giungere <em>sempre<\/em> alla verit\u00e0 assoluta: vi sono molti casi nei quali deve accontentarsi di una verit\u00e0 probabile (non occorre fare la verifica ogni volta, \u00e8 praticamente certo che una pietra, lasciata nel vuoto, cadr\u00e0 verso il basso e non verso l&#8217;alto) e ritrattabile; se un giorno dovesse verificarsi l&#8217;eccezione alla regola, egli dovr\u00e0 correggere la verit\u00e0 precedentemente formulata. Questo secondo grado di verit\u00e0 corrisponde a una certezza probabile. Infine vi \u00e8 la semplice opinione: noi, per una serie di ragionamenti e di esperienze, pensiamo che le cosa stiano in un certo modo, ma potrebbero anche stare altrimenti. Nella vita pratica, ci accade molto spesso di ricorrere all&#8217;opinione, e senza dubbio ci accade non troppo raramente di accorgerci, in un secondo tempo, che bisogna correggerla.<\/p>\n<p>Il fatto che noi siamo fatti in modo da poter giungere alla verit\u00e0 dipende dalla struttura dei nostri sensi e della nostra mente, ma anche dalla struttura del mondo in cui viviamo. Se il mondo non avesse una struttura intrinsecamente ordinata, la nostra mente, per quanto ordinata e razionale, e per quanto suscettibile di immagazzinare sensate esperienze, fallirebbe continuamente nel formulare i suoi giudizi. Dunque non solo l&#8217;uomo, ma anche il mondo \u00e8 strutturato in senso veritiero: \u00e8 ordinato, \u00e8 dotato di senso, \u00e8 aperto alla conoscenza della nostra intelligenza. Vi \u00e8 pertanto una armonia intrinseca fra noi e la realt\u00e0 esterna, oltre che fra la nostra coscienza e il nostro giudizio. Tutto concorre affinch\u00e9 noi possiamo cogliere la verit\u00e0 delle cose, e questo non pu\u00f2 essere un caso, perch\u00e9, se usiamo l&#8217;esperienza e il retto ragionamento, non ci accade molto spesso di fallire nei nostri giudizi. E questo \u00e8 un pensiero rassicurante: non siamo gettati nel caos, la realt\u00e0 non \u00e8 un labirinto o una sfinge indecifrabile. Al tempo stesso, la verit\u00e0 richiede uno sforzo di attenzione, di concentrazione, di logica e di buon senso: dunque, essa ci \u00e8 data anche perch\u00e9 noi possiamo perfezionare il nostro essere, possiamo tendere la nostra volont\u00e0, possiamo crescere mediante la tensione dello sforzo costruttivo. Il che \u00e8 una conferma del fatto che il mondo \u00e8 dotato di senso: e il senso, per noi, potrebbe esser proprio quello di cercare, e affinare le nostre facolt\u00e0 migliori, nella ricerca di esso, cio\u00e8 nella ricerca della verit\u00e0. Non siano qui per caso e non siamo qui per darci all&#8217;ozio: siano qui per uno scopo preciso, qualcuno ci ha chiamati e vuole condurci alla verit\u00e0. E chi pu\u00f2 condurre gli enti alla verit\u00e0, se non la Verit\u00e0 stessa, la verit\u00e0 dell&#8217;Essere? Cos\u00ec, un gradino dopo l&#8217;altro, un anello dopo l&#8217;altro, il nostro ragionamento porta irresistibilmente verso Dio, Causa Prima e Causa Finale di tutto ci\u00f2 che esiste, uomo compreso. Se noi siamo desiderosi di verit\u00e0 e se il mondo \u00e8 disposto in modo che noi la possiamo cogliere, allora certamente vi \u00e8 un Principio dal quale i diversi gradi della verit\u00e0 si diffondono e si rifrangono. Noi non potremmo giungere a Dio, se Dio non ci venisse incontro, se non ci si rivelasse. L&#8217;essenza della nostra struttura ontologica \u00e8 l&#8217;apertura verso la Verit\u00e0 dell&#8217;Essere; come l&#8217;essenza della natura di Dio \u00e8 il dono gratuito di S\u00e9&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ci sono due maniere di parlare della verit\u00e0, che sono come due facce della stessa medaglia. 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