{"id":23861,"date":"2022-08-08T10:02:00","date_gmt":"2022-08-08T10:02:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/08\/08\/che-dire-del-don-chisciotte-di-michel-foucault\/"},"modified":"2022-08-08T10:02:00","modified_gmt":"2022-08-08T10:02:00","slug":"che-dire-del-don-chisciotte-di-michel-foucault","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/08\/08\/che-dire-del-don-chisciotte-di-michel-foucault\/","title":{"rendered":"Che dire del Don Chisciotte di Michel Foucault?"},"content":{"rendered":"<p>Le parole possono dire le cose? Il linguaggio umano pu\u00f2 rappresentare la realt\u00e0 in maniera oggettiva? Ed esiste, poi, una realt\u00e0 oggettiva <em>fuori del linguaggio<\/em>? Oppure la realt\u00e0 esiste solo nella nostra mente, come voleva George Bekeley; o solo nell&#8217;Idea, come voleva Platone; o solo nello Spirito universale, come per Hegel, o appunto nel linguaggio, come per Wittgenstein, e quindi non c&#8217;\u00e8 linguaggio che la possa cogliere ed esprimere adeguatamente? Siamo prigionieri dei nostri codici semantici e consegnati alla soggettivit\u00e0 irrimediabile della nostra condizione di significanti che sono al tempo stesso significati, ma non si sa per chi, visto che non lo sono per se stessi?<\/p>../../../../n_3Cp>Proviamo ad affrontare l&#8217;ardua questione partendo da un testo ormai classico, che sembra prendere il toro per le corna; e vediamo dove la cosa ci condurr\u00e0.<\/p>\n<p>Scrive Michel Foucault in <em>Le parole e le cose. Un&#8217;archeologia delle scienze umane<\/em> (titolo originale: <em>Les mots et les choses<\/em>, Editions Gallimard, Paris, 1966; traduzione dal francese di Emilio Panaitescu, Milano, Rizzoli, 1978, 1988, pp. 62-63):<\/p>\n<p><em>Con i loro giri e rigiri le avventure di Don Chisciotte tracciano il limite: in esse hanno termine i giochi antichi della somiglianza e dei segni; in esse gi\u00e0 nuovi rapporti si stringono. Don Chisciotte non \u00e8 l&#8217;uomo della stravaganza ma piuttosto il pellegrino meticoloso che fa tappa davanti a tutti i segni della similitudine. \u00c8 l&#8217;eroe del Medesimo. Non riesce ad allontanarsi dalla familiare pianura che si stende attorno all&#8217;Analogo, proprio come non riesce ad allontanarsi dalla sua angusta provincia. Incessantemente la percorre, senza mai varcare le frontiere nette della differenza n\u00e9 raggiungere il cuore dell&#8217;identit\u00e0. Egli stesso \u00e8 fatto a somiglianza dei segni. Lungo grafismo magro come una lettera, eccolo emerso direttamente dallo sbadiglio dei libri. L&#8217;intero suo essere non \u00e8 che linguaggio, testo, fogli stampati, storia gi\u00e0 trascritta. \u00c8 fatto di parole intersecate; \u00e8 scrittura errante nel mondo in mezzo alla somiglianza delle cose. Non del tutto per\u00f2: nella sua realt\u00e0 di povero hidalgo pu\u00f2 infatti divenire il cavaliere soltanto ascoltando da lontano l&#8217;epopea secolare che formula la Legge. Il libro \u00e8 pi\u00f9 il suo dovere che la sua esistenza. Senza posa deve consultarlo per sapere che fare e che dire e quali segni dare a se stesso e agli altri per mostrare che la sua natura \u00e8 la stessa del testo dal quale \u00e8 uscito. I romanzi di cavalleria hanno scritto una volta per tutte la prescrizione della sua avventura. E ogni episodio, ogni decisione, ogni impresa saranno segni del fatto che Don Chisciotte \u00e8 realmente somigliante a tutti i segni da lui ricalcati.<\/em><\/p>\n<p><em>Ma se vuole essere loro somigliante \u00e8 perch\u00e9 deve dimostrarli, \u00e8 perch\u00e9 ormai i segni (leggibili) non somigliano pi\u00f9 agli esseri (visibili) Tutti quei testi scritti, tutti quei romanzi stravaganti sono appunto senza uguali: nessuno al mondo \u00e8 mai stato ad essi somigliante; il loro linguaggio resta in sospeso senza che alcuna similitudine arrivi mai a riempirlo; possono bruciare tutti e per intero, la figura del mondo non ne rester\u00e0 cambiata. Somigliando ai testi di cui \u00e8 il testimone, il rappresentante, l&#8217;analogo reale, Don Chisciotte deve fornire la dimostrazione e farsi portatore del segno indubitabile che dicono il vero, che sono il linguaggio del mondo. Gli tocca adempiere la promessa dei libri. \u00c8 suo compito rifare l&#8217;epopea, ma in senso inverso: questa narrava (pretendeva narrare) gesta reali, promesse alla memoria; Don Chisciotte invece deve colmare con la realt\u00e0 i segni, senza contenuto, della narrazione. La sua avventura sar\u00e0 una decifrazione del mondo: un percorso minuzioso per rilevare sull&#8217;intera superficie della terra le figure che mostrano che i libri dicono il vero. La prodezza deve diventare prova: consiste non gi\u00e0 nel trionfare realmente &#8212; \u00e8 per questo che la vittoria \u00e8 in fondo irrilevante &#8212; ma nel trasformare la realt\u00e0 in segno. In segno attestante l&#8217;esatta conformit\u00e0 dei segni del linguaggio alle cose stesse. Don Chisciotte legge il mondo per dimostrare i libri. E non fornisce a s\u00e9 prove diverse dal luccichio delle somiglianze.<\/em><\/p>\n<p><em>Tutto il suo cammino \u00e8 una ricerca delle similitudini: le pi\u00f9 tenui analogie vengono sollecitate come segni assopiti che occorre risvegliare perch\u00e9 riprendano a parlare. Le greggi, le fantesche, le locande ridiventano il linguaggio dei libri nella misura impercettibile in cui somigliano ai castelli, alle dame, agli eserciti. Somiglianza ogni volta delusa che trasforma la prova cercata in derisione e lascia per sempre vuota la parola dei libri. Ma la non-similitudine stessa ha il proprio modello da essa servilmente imitato: lo trova nella metamorfosi dei maghi. Per cui tutti gli indici della non-somiglianza, tutti i segni che mostrano che i testi scritti non dicono il vero, somigliano al gioco dell&#8217;incantesimo che introduce con l&#8217;astuzia la differenza nell&#8217;indubitabile della similitudine. E poich\u00e9 questa magia \u00e8 stata prevista e descritta nei libri, la differenza illusoria da essa introdotta non sar\u00e0 mai altro che una somiglianza stregata. Un segno supplementare quindi del fatto che i segni somigliano alla verit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Don Chisciotte&quot; traccia il negativo del mondo del Rinascimento; la scrittura ha cessato di essere la prosa del mondo; le somigliane e i segni hanno sciolto la loro antica intesa; le similitudini deludono, inclinano alla visione e al delirio; le cose restano ostinatamente nella loro ironica identit\u00e0: sono soltanto quello che sono; le parole vagano all&#8217;avventura, prive di contenuto, prive di somiglianza che le riempia; non contrassegnano pi\u00f9 le cose; dormono tra le pagine dei libri in mezzo alla polvere. La magia, che consentiva la decifrazione del mondo scoprendo le somiglianze segrete sotto i segni, non serve pi\u00f9 che a spiegare in termini di delirio perch\u00e9 le analogie sono sempre deluse. L&#8217;erudizione che leggeva come un testo unico la natura e i libri \u00e8 rimandata alle sue chimere: deposti sulle ingiallite pagine dei volumi, i segni del linguaggio non hanno pi\u00f9 come valore che la tenue finzione di ci\u00f2 che rappresentano. La scrittura e le cose non si somigliano. Tra esse, Don Chisciotte vaga all&#8217;avventura.<\/em><\/p>\n<p><em>Eppure il linguaggio non \u00e8 divenuto del tutto impotente. Detiene ormai nuovo poteri, che gli sono propri. Nella seconda parte del romanzo Don Chisciotte incontra personaggi che hanno letto la prima arte del testo e che riconoscono in lui, uomo reale, l&#8217;eroe del libro. Il testo di Cervantes ripiega su se medesimo, sprofonda nel proprio spessore, diventa per s\u00e9 oggetto della propria narrazione. La prima parte delle avventure svolge nella seconda la funzione assunta all&#8217;inizio dai romanzi di cavalleria. Don Chisciotte deve essere fedele al libro che egli \u00e8 realmente divenuto; ha il dovere di proteggerlo dagli errori, dalle contraffazioni, dalle contaminazioni apocrife; deve aggiungere i dettagli omessi; deve serbare la sua verit\u00e0. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p>Che dire di questa pagina di prosa, di questi concetti?<\/p>\n<p>Foucault scrive bene: \u00e8 una caratteristica di quasi tutti i saggisti francesi, compresi i pensatori. Le parole sono scelte con cura; le frasi hanno la scorrevolezza levigata e luccicante d&#8217;un fiume argenteo che brilla nella campagna ubertosa, fra due sponde piacevolmente ombrose; il lettore \u00e8 preso dalla malia del ritmo, vorremmo quasi dire del verso. Inoltre c&#8217;\u00e8 una grande presenza di spirito, una specie di brio, al di l\u00e0 del quale s&#8217;intravvede il sorriso di La Fontaine, di Voltaire, di La Mettrie e persino di Talleyrand: il sorriso dell&#8217;uomo di mondo, brillante, scanzonato, raffinatissimo: abituato a non stupirsi di nulla, ma in compenso ben deciso a stupire il suo pubblico, beninteso senza averne l&#8217;aria, anzi, affettando la massima naturalezza e <em>nonchalance<\/em>. Per questo tipo di scrittore l&#8217;arguzia \u00e8 un dote indispensabile, come il vestito da sera a un ballo in societ\u00e0: per questo le parole e le frasi sono costruite come un gioco sapiente di fuochi d&#8217;artificio, come uno spettacolo pirotecnico in una bella notte estiva, il solo sfondo possibile perch\u00e9 tutti possano ammirarne il fascino spettacolare e l&#8217;incomparabile suggestione.<\/p>\n<p>Ma dietro tanto scintillio di luci e tanta variet\u00e0 d&#8217;immagini, che cosa c&#8217;\u00e8, esattamente? La sostanza non \u00e8 gran cosa: lo stesso concetto viene ripetuto, con parole diverse, pi\u00f9 e pi\u00f9 volte, con prodigiosa munificenza. Il discorso su Don Chisciotte, che siamo stati costretti a &quot;tagliare&quot;, e nondimeno ha richiesto uno spazio considerevole, poteva essere esposto usando meno di met\u00e0 delle parole, senza che la chiarezza o la precisione ne risentissero. Questa \u00e8 una caratteristica di Foucault, che lo accomuna al nostro Galimberti, e pi\u00f9 ancora a Umberto Eco (il quale pi\u00f9 di tutti gli somiglia, in ogni senso): l&#8217;incapacit\u00e0 di scrivere libri di meno di 400 o 500 pagine; la prolissit\u00e0, che passa quasi inosservata grazie appunto all&#8217;inesausta vivacit\u00e0 stilistica.<\/p>\n<p>Che cosa ha detto, in fin dei conti? Primo, che ogni epoca, o meglio ogni paradigma culturale, ogni <em>episteme<\/em>, ha un proprio universo di segni, un proprio codice linguistico e semantico (Foucault ne distingue tre: rinascimentale, classico e moderno; prima del Rinascimento la cosa non lo interessa). Secondo, che all&#8217;inizio del paradigma che lui chiama classico, e che in effetti va da Cartesio fino a Kant, il rapporto fra le prole e le cose non \u00e8 pi\u00f9 basato su una legge di somiglianza, perch\u00e9 la parola non sa pi\u00f9 esprimere la realt\u00e0 in maniera adeguata, e perci\u00f2 si spezza l&#8217;unit\u00e0 di uomo e natura (anche se l&#8217;uomo, inteso come oggetto e soggetto di scienza, deve ancora nascere: nascer\u00e0 solo a partire da Kant). Terzo, don Chisciotte vive il dramma di tale divaricazione, di tale perdita di relazioni significanti fra le parole e le cose, ed \u00e8 costretto a rincorrere le parole (del vecchio codice semantico, ossia di quello rinascimentale, ormai sorpassato) per cercare in esso le ragioni della realt\u00e0, sino a far di s\u00e9 e della sua vita il tentativo d&#8217;inverare la corrispondenza perduta, annullandosi in una parola scritta che non ha pi\u00f9 senso (i vecchi romanzi cavallereschi) e votandosi al folle compito di provare ch&#8217;essi avevano ragione, perch\u00e9 in lui, se non altro, vivono nel loro significato originale. E se i mulini a vento non sono giganti, ebbene ci\u00f2 non dipende da un errore della parola o da un inganno dei sensi, ma dalle male arti di qualche cattivo mago, invidioso della gloria del valoroso <em>hidalgo<\/em>.<\/p>\n<p>\u00c8 una tesi condivisibile e, soprattutto, Foucault si sforza di dimostrarla, il che dovrebbe esser l&#8217;ABC del lavoro filosofico? Non si sforza di dimostrare nulla, d\u00e0 tutto per provato e per evidente: lo ha descritto con tanta <em>verve<\/em> letteraria! Quanto alla ragionevolezza, e premesso che gli stessi concetti erano gi\u00e0 stati esposti, ma in forma assai pi\u00f9 persuasiva, sia da Kierkegaard (punto primo: noi non possiamo &quot;uscire&quot; dal nostro tempo, e osservarci dall&#8217;esterno in modo oggettivo), sia da Pirandello (punto terzo: solo il personaggio \u00e8 coerente sino in fondo con la propria storia, per la buona ragione che ha l&#8217;essenza &#8212; san Tommaso avrebbe detto la <em>quidditas<\/em> &#8212; mentre la persona, che ha &quot;solo&quot; l&#8217;esistenza, al suo confronto fa sempre la figura dell&#8217;intruso capitato l\u00ec per caso) ci sembra che le obiezioni possano essere molte e di gran peso.<\/p>\n<p>L&#8217;obiezione fondamentale \u00e8 che le parole non hanno avuto <em>mai<\/em> lo scopo, n\u00e9 la pretesa, di descrivere le cose con fedelt\u00e0 assoluta. Questo \u00e8 pacifico. Gli uomini hanno sempre saputo, o quantomeno intuito, che esiste una distanza incolmabile fra il sensibile, l&#8217;esperibile e lo stesso intellegibile, da un lato e dall&#8217;altro le possibilit\u00e0 del linguaggio. Quest&#8217;ultimo \u00e8 sempre stato un&#8217;approssimazione alla narrazione del reale: ora poggiando pi\u00f9 sulla somiglianza, ora sulla differenza. \u00c8 vero che, da Kant in poi, la relazione fra uomo e natura viene rifondata a partire dal soggetto che trova nel conoscere <em>trascendentale<\/em> un nuovo aggancio significativo con le cose. Ma al prezzo della metafisica, cio\u00e8 al prezzo di rinunciare alla cosa in s\u00e9 e contentarsi del fenomeno. \u00c8 stato un guadagno o una perdita? Dipende, ovviamente, dal punto di vista. Se si adotta il punto di vista della verit\u00e0 oggettiva (<em>adaequatio rei et intellectus<\/em>, diceva Tommaso) \u00e8 stata senza dubbio una perdita secca, un danno irreparabile. Ma \u00e8 in quel solco che si pongono Foucault e tutti gli strutturalisti, gli esistenzialisti, gli empiristi, i criticisti, e insomma quasi tutta la cosiddetta filosofia moderna. Che in realt\u00e0, &quot;liberatasi&quot; della cosa in s\u00e9, non merita pi\u00f9 il nome di filosofia.<\/p>\n<p>\u00c8 un libro di filosofia, <em>Le parole e le cose?<\/em> \u00c8 un&#8217;analisi filosofica quella che vi si fa del personaggio di Don Chisciotte e della relazione fra le sue avventure e il suo codice semantico? A nostro giudizio, no; e in fondo ne era conscio lui stesso (vedi l&#8217;intervista rilasciata a Rai Teche il 27\/11767, in occasione della traduzione italiana: <em>non \u00e8 n\u00e9 un libro di storia, n\u00e9 propriamente di filosofia<\/em>: <a href=\"https_3A//www.youtube.com/watch@v=I_WQzNGbG9U\">https:../../../../www.youtube.com/watch@v=I_WQzNGbG9U<\/a>). Quanto a Don Chisciotte, a tratti si ha quasi l&#8217;impressione che Foucault non abbia ben presente il romanzo di Cervantes, del quale gli sfuggono, tutto preso dal gioco delle corrispondenze e delle incompatibilit\u00e0 semiologiche fra il personaggio e il codice espressivo del suo tempo, aspetti fondamentali e se vogliamo meno astratti, pi\u00f9 concreti, che non sfuggono alla magistrale analisi di Miguel De Unamuno nella <em>Vita di Don Chisciotte e di Sancio.<\/em> Ad esempio che don Chisciotte rappresenta l&#8217;eterna anima spagnola: cosa che il cosmopolita, storicista e strutturalista Foucault, per il quale nulla \u00e8 assoluto e perenne, mai arriver\u00e0 a comprendere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le parole possono dire le cose? Il linguaggio umano pu\u00f2 rappresentare la realt\u00e0 in maniera oggettiva? Ed esiste, poi, una realt\u00e0 oggettiva fuori del linguaggio? 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