{"id":23859,"date":"2013-08-03T11:30:00","date_gmt":"2013-08-03T11:30:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2013\/08\/03\/che-cosa-possiamo-dire-a-colui-o-a-colei-che-ci-ha-inflitto-un-male-cosi-grande\/"},"modified":"2013-08-03T11:30:00","modified_gmt":"2013-08-03T11:30:00","slug":"che-cosa-possiamo-dire-a-colui-o-a-colei-che-ci-ha-inflitto-un-male-cosi-grande","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2013\/08\/03\/che-cosa-possiamo-dire-a-colui-o-a-colei-che-ci-ha-inflitto-un-male-cosi-grande\/","title":{"rendered":"Che cosa possiamo dire a colui (o a colei) che ci ha inflitto un male cos\u00ec grande?"},"content":{"rendered":"<p>Enea, sceso nell&#8217;Averno con la guida della Sibilla cumana, nella foresta dei suicidi incontra Didone, la donna che lo aveva tanto amato e che si era tolta la vita, disperata, allorch\u00e9 lui, insensibile alle sue preghiere, aveva deciso di partire dall&#8217;ospitale Cartagine e drizzare le vele verso l&#8217;Italia, secondo il volere degli d\u00e8i.<\/p>\n<p>Adesso, vedendola, Enea \u00e8 sopraffatto dalla commozione e, forse, dai rimorsi: cerca di fermarla, vorrebbe parlarle, vorrebbe spiegarle: le dichiara che a malincuore si era allontanato da lei, per obbedire a una volont\u00e0 pi\u00f9 grande della sua, e la scongiura di restare, di fermarsi, di ascoltarlo; ma lei, dopo avergli lanciato un unico, torvo sguardo, si allontana sdegnosa e si affretta in cerca dell&#8217;ombra del primo marito, Sicheo, sulle cui ceneri aveva giurato eterna fedelt\u00e0, per poi rompere la promessa quando si era innamorata del principe troiano: non senza una occulta manovra delle due divinit\u00e0, Venere e Giunone, entrambe interessate, ma per motivi diversi, a servirsi della bella e generosa regina onde offrire al naufrago Enea un porto amico in cui ripararsi.<\/p>\n<p>Didone, dunque, non restituisce a Enea neppure una parola; tace e fissa altrove gli occhi ardenti; tutta la sua pena, tutta la sua amarezza, tutto il suo disprezzo sono in quello sguardo corrucciato; a Enea non resta altro che piangere a sua volta e restare da solo, trattenere le frasi che avrebbe voluto dirle per lenire il suo dolore, rimangiarsi le proprie lacrime ormai vane. Qui egli appare finalmente uomo, mentre nel libro quarto, il grande libro dell&#8217;amore e della morte di Didone, era apparso freddo e un po&#8217; disumano nel congedarla: il minimo che si possa dire \u00e8 che non aveva saputo trovare nemmeno le parole per addolcirle la sofferenza del distacco, per lasciarle almeno un grato ricordo del loro amore e dei giorni e delle notti passati insieme, l&#8217;uno nelle braccia dell&#8217;altra.<\/p>\n<p>Eppure Enea \u00e8 sempre lo stesso, \u00e8 sempre il &quot;pius&quot;, l&#8217;uomo del Fato, che non appartiene a se stesso, ma al destino; che non pu\u00f2 disporre nemmeno dei propri sentimenti, perch\u00e9 tutto deve all&#8217;avvenire della sua gente; che, nella sua triplice dedizione alla famiglia, alla patria e agli d\u00e8i, non ha tempo da dedicare a se stesso, non ha tempo per misurare la propria immensa solitudine: quasi pi\u00f9 sacerdote che guerriero, sempre in ansiosa interrogazione dei celesti a mezzo di sogni, cerimonie, responsi, egli \u00e8 l&#8217;eroe perplesso di un&#8217;epoca nuova, cos\u00ec diversa da quella antica, basata sulla &quot;iustitia&quot; e gi\u00e0 come presaga di quella cristiana, che sar\u00e0 invece fondata sulla &quot;caritas&quot;.<\/p>\n<p>E anche Didone, anche lei \u00e8 sempre se stessa: era se stessa quando, pazza d&#8217;amore e di dolore, dapprima supplicava l&#8217;eroe troiano di non partire, poi, decisa a morire, lanciava contro di lui le pi\u00f9 terribili maledizioni; e lo \u00e8 anche ora che, davanti al pianto e alle parole accorate di lui, gli volge le spalle e si allontana silenziosa e scura in volta. Certo lo ama ancora, altrimenti si fermerebbe ad ascoltarlo e, forse, gli darebbe un pegno di pace; invece proprio in quello sdegno, in quel corruccio noi possiamo intravedere, cos\u00ec chiaramente come se fosse apertamente manifestato, l&#8217;amore disperato che, suo malgrado, ancora la lega a lui. Perch\u00e9 Didone non \u00e8 certo una donna che ami alla leggera: se si \u00e8 abbandonata all&#8217;amore di Enea, dimenticando la memoria di Sicheo, lo ha fatto con tutta la sua passione di donna, con tutta la sua generosit\u00e0 di donna, con tutta la sua ricca, sensibile, commovente femminilit\u00e0; e un amore cos\u00ec non finisce mai, neanche con la morte. Questa estrema ripulsa di Didone \u00e8, pertanto, l&#8217;ammissione che l&#8217;amore di lei per Enea non \u00e8 finito, non si \u00e8 spento come fredda cenere al consumarsi della fiamma, ma \u00e8 ancor vivo e straziante, al punti che, per non tradirlo, per non tradire il proprio segreto, ella non sa fare altro che allontanarsi, mordendosi le labbra.<\/p>\n<p>Per\u00f2 i due non si parlano; o meglio, lei si rifiuta di parlare, perfino di ascoltare; cos\u00ec come lui, a suo tempo, aveva rifiutato di ascoltare, di consolarla. Che cosa potrebbero dirsi? Che cosa potrebbe dire lei, la donna buona e generosa che si \u00e8 data tutta intera, anima e corpo, all&#8217;amore del principe troiano, ed \u00e8 stata cos\u00ec mal ripagata? Quali parole potrebbe pronunciare all&#8217;uomo che, pur non volendo, le ha aperto una cos\u00ec straziante ferita, la ha gettata in un cos\u00ec profonda abisso di disperazione, spingendola a odiare la luce del giorno e por fine ai suoi giorni?<\/p>\n<p>La poesia di Didone, in questo episodio del sesto libro dell&#8217;\u00abEneide\u00bb, raggiunge una potenza drammatica di straordinaria intensit\u00e0 (456-73):<\/p>\n<p>\u00abInfelix Dido, verus mihi nuntius ergo<\/p>\n<p>Venerat exstinctam ferroque extrema secutam?<\/p>\n<p>Funeris heu tibi causa fuit? Per sidera iuro,<\/p>\n<p>per superos et si qua fides tellure sub ima est,<\/p>\n<p>invitus, regina, tuo de litore cessi.<\/p>\n<p>Sed me iussa deum, quae nunc has ire per umbras,<\/p>\n<p>per loca senta situ cogunt noctemque profundam,<\/p>\n<p>imperiis egere suis; nec credere quivi<\/p>\n<p>hunc tantum tibi me discessu ferre dolorem.<\/p>\n<p>Siste gradum teque aspectu ne subtrahe nostro.<\/p>\n<p>Quem fugis? Extremum fato, quod te adloquor, hoc est.<\/p>\n<p>Talibus Aeneas ardentem et torva tuentem<\/p>\n<p>Lenibat dictis animum lacrimasque ciebat.<\/p>\n<p>Illa solo fixos oculos aversa tenebat,<\/p>\n<p>nec magis incepto voltum sermone movetur,<\/p>\n<p>quam si dura silex aut stet Marpesia cautes.<\/p>\n<p>Tandem corripuit sese atque inimica refugit<\/p>\n<p>In nemus umbriferum&#8230;\u00bb<\/p>\n<p>Infatti. Non ci sono parole, non esistono parole possibili, umanamente parlando, che la vittima di un amore infelice, che ha sofferta tutto quanto un&#8217;anima pu\u00f2 soffrire nell&#8217;inferno del dolore e della disperazione, possa rivolgere a colui o colei che, sia pure non volendo, \u00e8 stato la causa di quello strazio immedicabile.<\/p>\n<p>Umanamente parlando: perch\u00e9 quel che \u00e8 impossibile all&#8217;uomo, \u00e8 possibile a Dio; ma la religione degli antichi non era cosiffatta da poter offrire un autentico conforto, una autentica riparazione alle anime disperate: e Virgilio, con la sua straordinaria sensibilit\u00e0 per le anime offese e sanguinanti, \u00e8 il travagliato testimone di questa impossibilit\u00e0 e, al tempo stesso, il coraggioso precursore di un&#8217;altra dimensione dello spirito, di uno slancio dell&#8217;anima verso altre altezze e verso un altro rapporto con il divino, che non nullifichi, ma valorizzi al massimo il significato dell&#8217;umano soffrire.<\/p>\n<p>Vale la pena di riportare, per la loro straordinaria finezza, le osservazioni del filologo classico Gino Funaioli a proposito dell&#8217;atteggiamento di Didone verso Enea nel loro incontro nel regno dei morti (G. Funaioli, \u00abL&#8217;Oltretomba nell&#8217;Eneide di Virgilio\u00bb, Firenze, Sandron Editore, 1924; cit. in: Virgilio, \u00abEneide\u00bb a cura di Athos Sivieri, Messina, Casa Editrice G. D&#8217;Anna, 1969, pp. 309-13):<\/p>\n<p>\u00ab&#8230;Ella erra senza meta nella grande selva, &quot;com&#8217;uom che va n\u00e9 sa dove riesca&quot;: non un particolare determinante, che la rimpicciolirebbe scemando l&#8217;illusione; un&#8217;aia di mistero l&#8217;accompagna. &quot;Errab\u00e0t silv\u00e0 in magn\u00e0&quot;: par che la selva, in quelle vocali lunghe e aperte, si slarghi interinata, che nella sua ampiezza non ci sia un angolo di posa per colei che vaga. A sommo il petto l&#8217;irrequieta porta una ferita, in cui si riflette l&#8217;anima. Il brusco ristar di Enea \u00e8 la scossa violenta, il sussulto pietrificante d&#8217;una intuizione, innanzi ancora che d&#8217;un riconoscimento: un presentir dubitoso fa che gli occhi dell&#8217;anima precorran quelli del corpo. Un istante d&#8217;incertezze atroci tien dietro all&#8217;intuizione, intensamente drammatico. [&#8230;] Enea eleva su alto la donna, la vede troneggiare nell&#8217;ideale trasfigurazione: non la donna scorge pi\u00f9 in lei, ma il simbolo della passione amorosa che si strugge fino a consumarsi. Sembra troppo moderna siffatta interpretazione, per un eroe da epopea? Ma non \u00e8 l&#8217;unica volta che I personaggi virgiliani conoscono squisitezza del sentire, n\u00e9 l&#8217;espressione offende la compostezza epica. La legge d&#8217;amore, che gi\u00e0 soccomb\u00e9 sulla terra, torna a riaffermarsi nei campi del pianto per bocca di colui che la viol\u00f2: la &quot;poetica moralit\u00e0&quot; dell&#8217;incontro di Enea con Didone \u00e8 questa; la trionfante reazione della natura riconsacra l&#8217;umanit\u00e0 del&#8217;eroe virgiliano [&#8230;]<\/p>\n<p>La donna \u00e8 sorda alle proteste, alla recriminazioni: un atteggiamento indistinto, inafferrabile di fiero disdegno comincia a delinearsi ai nostri occhi attraverso la viva azione: non \u00e8 fuga n\u00e9 una mossa qualsiasi; ma gi\u00e0 sente e vede la fuga, l&#8217;amante in trepidazione, e col fremito delle sue viscere anela &quot;fermati; non involarti allo sguardo mio&quot; [&#8230;] E ancora una rivendicazione dei diritti d&#8217;un giorno sul cuore di lei, un&#8217;ascosa e lacrimosa rievocazione di quell&#8217;amore che li un\u00ec: &quot;quem fugis?&quot;, &quot;chi fuggi, lo sai? Sai chi \u00e8 che ti parla?&quot; Di mettere innanzi il suo io, non ardisce egli che fugg\u00ec da lei; ben altra coscienza e franchezza pot\u00e9 ella gridare a lui un giorno: &quot;mene fugis? Per ego has lacrimas dextramque tuam te&#8230;&quot; E, in ultimo, l&#8217;animo proteso verso l&#8217;infinito nel tempo, dov&#8217;\u00e8 gelido e notte: &quot;ora l&#8217;addio \u00e8 per sempre&quot; [&#8230;]. Ed ella? Ella, che pur riempiendo la scena di s\u00e9 e giganteggiando sempre pi\u00f9 alla nostra fantasia, ci \u00e8 apparsa finora come un&#8217;ombra evanescente, tutta ravvolta nel nimbo della sua idealizzazione, ella d&#8217;un tratto balza fuori dai suoi velami, come scolpita nel masso, in uno di quegli atteggiamenti di stupenda eloquenza che non si dimenticano pi\u00f9: \u00e8 la, eretta sul piedestallo della sua grandezza; uno sguardo bieco, e poi gli occhi rigidi e fissi al suolo, le spalle rivolte, impassibile il volto, impietrita nella sua fissit\u00e0. [&#8230;] Ella \u00e8 muta: tale Aiace al cospetto di Ulisse nell&#8217;al di l\u00e0 omerico. Ci sono dei moti dentro di noi, a esprimere i quali nessuna parola \u00e8 adeguata: la voce di un&#8217;anima, quale emana dall&#8217;aspetto di Didone, non pu\u00f2 essere che il silenzio, l&#8217;ignudo pensiero senza veste vocale. Presa per Enea, essa aveva lottato nel segreto della propria coscienza contro l&#8217;invadente amore, per la fede promessa al cenere di Sicheo, il defunto marito, e aveva vinto riluttanze e rimorsi; aveva gioito e patito, minacciato, scongiurato, maledetto; giunta infine ad una eroica rassegnazione, erasi immolata: ed ora ale suppliche di colui al quale die&#8217; in olocausto l&#8217;onore, la vita, tutto, ella oppone l&#8217;orgoglio del disdegno e del non far motto. E poi da lui si dispicca via, con mossa istantanea: &quot;tandem corripuit sese&quot;&#8230;\u00bb<\/p>\n<p>Con il suo straordinario acume e con la sua squisita sensibilit\u00e0, il Funaioli ha colto anche le ragioni di quell&#8217;apparente sussiego con cui Enea si rivolge a Didone, che tanto fastidio d\u00e0 agli orecchi di un lettore moderno, a cominciare dal fatto che egli la chiama &quot;regina&quot;. Altro che regina! La donna che si \u00e8 amata e che ci ha amati, anche a distanza di tempo, perfino in una situazione assolutamente eccezionale, come quella che si verifica nell&#8217;Oltretomba virgiliano, nessuno, oggi, oserebbe chiamarla con il titolo o con la qualifica formali: per nome, soltanto per nome si pu\u00f2 chiamare una donna alla quale ci abbia legati un grande amore. Ma Enea chiama Didone &quot;regina&quot;, mentre tenta di trattenerla: non \u00e8 per freddezza, non \u00e8 per distacco, non \u00e8 per una svista di Virgilio, per una sua distrazione o per un inspiegabile accidente: \u00e8 perch\u00e9 Enea, adesso, non la vede pi\u00f9 come donna, ma come ideale di donna, come donna trasfigurata dall&#8217;amore e dal dolore; trasfigurata dal suo stesso suicidio, avvolta nei veli di un ideale sublime e quasi irraggiungibile.<\/p>\n<p>Tutto giusto. Ma come non ha potuto vedere, il pur acuto Funaioli, che questo modo di rivolgersi a lei, da pare di Enea, e sia pure dettato da ragioni di rispetto e quasi di religiosa sottomissione, anzi, proprio per questo, costituiva, per l&#8217;anima infelice di lei, una ulteriore, insopportabile ferita, un rinnovato oltraggio? Ch\u00e9 una donna innamorata, da donna vuole essere trattata, non messa su un piedistallo, non ammirata da lontano; e, se non lo \u00e8 stata quando era pronta a donarsi tutta intera al suo uomo, meno ancora accetter\u00e0 di essere trattata in altro modo dopo che la separazione si \u00e8 consumata, dopo che lo strazio dell&#8217;anima \u00e8 sceso a cauterizzare nel fuoco della sofferenza il suo amore non corrisposto, o non corrisposto come ella ardentemente anelava. Che errore, da parte di Enea, chiamarla &quot;regina&quot;, perfino nella selva oscura dei suicidi! Davvero quest&#8217;uomo non capisce nulla della psicologia femminile: non sa trovare le parole giuste quando la deve lasciare, non sa trovarle neppure adesso, che l&#8217;ha ritrovata in circostanze tanto drammatiche e in un luogo tanto inaccessibile: non pi\u00f9 persona viva, ma ombra nel regno dei morti, e morta per amor suo, per la disperazione in cui egli l&#8217;ha gettata!<\/p>\n<p>\u00c8 giusto, dunque, che Didone non gli risponda, che distolga gli occhi da lui, che gli volti le spalle e si allontani, lasciandolo solo e sconsolato, a masticare l&#8217;amaro sapore del rimorso e delle sue lacrime ormai inutili? Ma qui non \u00e8 questione di giustizia, bens\u00ec di impossibilit\u00e0. Didone non riesce a perdonare Enea, perch\u00e9 non ha smesso di amarlo: ma di amarlo come donna, non come anima ormai distaccata e pacificata. E ci\u00f2 per la buona ragione che, nella mentalit\u00e0 degli antichi, l&#8217;Oltretomba altro non era che una copia sbiadita del mondo dei vivi: una copia sbiadita il regno dei giusti, i Campi Elisi che pure verdeggiano di erbe e fiori e si offrono alle aure serene, sia i campi del pianto, ove vagano le anime infelici che soffrirono e morirono travolte dalle passioni. Non c&#8217;\u00e8 superamento della condizione umana, dunque, neppure dopo la morte; e la complessa filosofia orfico-pitagorica che Virgilio pone a sostegno dell&#8217;impalcatura concettuale del suo Oltretomba, con la reincarnazione delle anime che sembra rifarsi al platonico mito di Er, non sposta i termini della questione. Le anime dell&#8217;aldil\u00e0 non sono pi\u00f9 sagge, non sono pacificate, non sanno leggere in se stesse pi\u00f9 e meglio di quanto seppero fare in vita: portano seco le stesse passioni irrisolte, gli stessi cocenti dolori, le stesse aggrovigliate contraddizioni.<\/p>\n<p>Didone, dunque, non parla ad Enea perch\u00e9 non lo ha perdonato; e non lo ha perdonati perch\u00e9 non ha mai smesso di amarlo, pur odiandolo e maledicendolo; e dalle fiamme di quell&#8217;amore e di quell&#8217;odio ella \u00e8 ancora avvolta, se le porta dietro fin nel mondo dei morti, ne \u00e8 tuttora schiava e straziata. Se gli parlasse, vorrebbe dire che ha ritrovato la pace; ma ella non l&#8217;ha trovata: \u00e8 inquieta, si aggira nella selva come un&#8217;anima in pena: ella \u00e8 un&#8217;anima in pena, nel senso letterale e inestinguibile del termine; e da quella pena vorrebbe liberarsi, ma non pu\u00f2: \u00e8 la sua eterna condanna, la ragione della sua perpetua angoscia e del suo cupo smarrimento, appena attenuato dall&#8217;ansiosa ricerca dell&#8217;ombra del primo marito, Sicheo.<\/p>\n<p>Ma dunque, per riuscire a perdonare chi ci ha ferito, dobbiamo anche smettere di amarlo? No; ma certo dobbiamo imparare ad amarlo in un altro modo, su un altro piano; e dobbiamo ricominciare ad amare noi stessi e a perdonare noi stessi. Ad amarci nonostante i nostro errori e le nostre debolezze, e a perdonarci per aver amato chi non meritava il nostro amore, chi non lo ha compreso, chi non lo ha apprezzato per quel che valeva. Solo se smettiamo di disprezzarci per aver offerto il nostro amore a chi non ne era degno, a chi ci ha inferto una terribile ferita, giocando con i nostri pi\u00f9 profondi sentimenti, potremo riuscire anche a perdonarlo: e solo cos\u00ec facendo riusciremo a ritrovare la nostra pace. Chi non riesce a perdonare, in fondo non ha perdonato se stesso; e la pace rimane lontana da lui.<\/p>\n<p>Questo era difficile da accettare per un pagano, ma lo \u00e8 gi\u00e0 di meno per un cristiano; perch\u00e9 il cristiano sa che la debolezza fa parte della natura umana, e, senza crogiolarsi in essa e senza farsene un comodo alibi, nondimeno egli riesce a perdonarsi e, di conseguenza, anche a perdonare gli altri; e, se non vi riesce con le sue sole forze, pu\u00f2 riuscirvi con l&#8217;aiuto che scende dall&#8217;alto, con l&#8217;aiuto che gli giunge allorch\u00e9 egli sia abbastanza forte e abbastanza umile da domandarlo.<\/p>\n<p>I pagani non possedevano questa forza, perch\u00e9 fondavano ogni loro progetto sulle proprie forze; e, se pure chiedevano l&#8217;aiuto degli d\u00e8i, sapevano che essi erano capricciosi e volubili, non di rado crudeli, e che lo avrebbero concesso solo se ne avessero avuto voglia o convenienza: essi per loro non erano come un padre o una madre, ma distanti, beati nella loro inaccessibilit\u00e0, non toccati dalle umane miserie &#8212; e impotenti essi pure davanti al Fato.<\/p>\n<p>Per questo il &quot;pius Aeneas&quot; alza un altare e offre un olocausto ad ogni proda sconosciuta che raggiunge, ad ogni sosta del suo interminabile viaggio; per questo interroga le sorti, innalza preghiere, invoca gli d\u00e9i: perch\u00e9 li sente lontani, mentre vorrebbe sentirli vicini; perch\u00e9 li sente indifferenti, mentre vorrebbe sentirli partecipi; perch\u00e9 il paganesimo antico non gli basta pi\u00f9, non lo appaga, non lo acquieta, ed egli bussa e ribussa alle porte di un altro aldil\u00e0, ove ci sia posto per la compassione, per la dolcezza e per l&#8217;amore e non solo per la fredda giustizia e per i voleri imperscrutabili d&#8217;un incomprensibile Fato.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Enea, sceso nell&#8217;Averno con la guida della Sibilla cumana, nella foresta dei suicidi incontra Didone, la donna che lo aveva tanto amato e che si era<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[92],"class_list":["post-23859","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23859","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23859"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23859\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23859"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23859"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23859"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}