{"id":23825,"date":"2019-08-13T01:03:00","date_gmt":"2019-08-13T01:03:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/08\/13\/che-cose-lidentita-viaggio-ai-limiti-della-coscienza\/"},"modified":"2019-08-13T01:03:00","modified_gmt":"2019-08-13T01:03:00","slug":"che-cose-lidentita-viaggio-ai-limiti-della-coscienza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/08\/13\/che-cose-lidentita-viaggio-ai-limiti-della-coscienza\/","title":{"rendered":"Che cos&#8217;\u00e8 l&#8217;identit\u00e0? Viaggio ai limiti della coscienza"},"content":{"rendered":"<p>Abbiamo visto che l&#8217;identit\u00e0 \u00e8 essenziale per sapere chi si \u00e8 e quindi per scegliere il proprio destino, sia a livello di individui, sia a livello di popoli (cfr. i nostri articoli: <em>Che cos&#8217;\u00e8 l&#8217;identit\u00e0?<\/em>, e <em>Il nocciolo della questione \u00e8 l&#8217;identit\u00e0<\/em>, pubblicati sul sito dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 07\/10\/17 e il 10\/10\/18). E tuttavia, sentiamo di non aver esplorato adeguatamente ci\u00f2 che l&#8217;identit\u00e0 \u00e8 in se stessa, filosoficamente, prima di essere l&#8217;identit\u00e0 di quella tale o di quell&#8217;altra cosa. E ci siamo accorti, riflettendo su ci\u00f2, che i filosofi e i fisici sono propensi a dare una definizione pressoch\u00e9 identica di cosa sia l&#8217;identit\u00e0, definizione che si discosta, invece, sia da quella dei matematici, sia da quella dei sociologi, degli antropologi e degli psichiatri. In sostanza, la definizione che essi danno \u00e8 questa: <em>l&#8217;identit\u00e0 di un oggetto consiste nell&#8217;eguaglianza di tale oggetto rispetto a se stesso<\/em>. Parrebbe una definizione semplice, ma chiarissima e inoppugnabile; invece proprio qui sorgono immediatamente le difficolt\u00e0. A tutti \u00e8 capitato di incontrare un amico d&#8217;infanzia a distanza di molti anni, e di restare colpiti dal profondo cambiamento che \u00e8 sopraggiuntoi nel suo aspetto, nella sua figura e spesso anche nel suo modo di essere. Ci\u00f2 significa che l&#8217;unit\u00e0 di misura fondamentale dell&#8217;identit\u00e0 \u00e8 il tempo. Resta per\u00f2 aperto, apertissimo l&#8217;interrogativo: il fattore tempo \u00e8 in gradi di sciogliere l&#8217;identit\u00e0, di annullarla, di distruggerla? Il bruco e a farfalla, per esempio, sono lo stesso oggetto? La goccia di pioggia caduta nel mare, e mescolata a infinite altre particelle d&#8217;acqua, oltretutto salata, \u00e8 ancora lo stesso oggetto di prima? O diventato un altro oggetto? E si badi che neppure l&#8217;osservazione diretta, in s\u00e9 e per s\u00e9, garantisce la continuit\u00e0 di un oggetto nel tempo e quindi la sua identit\u00e0. Ora stiano guardando una stella che brilla nel cielo; diciamo: <em>Ecco la nostra stella che brilla lass\u00f9<\/em>: ma forse quella stella si \u00e8 raffreddata, si \u00e8 spenta, \u00e8 morta da tempi immemorabili, tuttavia il raggio di luce proveniente da essa, poich\u00e9 impiega milioni di anni a raggiungere la nostra Terra, ci d\u00e0 l&#8217;impressione che quell&#8217;oggetto permanga immutato, certo dei quella certezza che viene attestata dai nostri sensi.<\/p>\n<p>Lo scienziato americano Percy W. Bridgman (1882-1961), premio Nobel per la Fisica nel 1946, faceva questa riflessione sul concetto di identit\u00e0 nel suo libro <em>La logica della fisica moderna<\/em> (titolo originale: <em>The Logic of Modern Physics<\/em>, New York, The Macmillan Company, 1927; traduzione dall&#8217;inglese di Vittorio Somenzi, Torno, Boringhieri, 1965, pp. 105-108):<\/p>\n<p><em>Uno dei pi\u00f9 fondamentali fra tutti i concetti con cui descriviamo il mondo \u00e8 quello di identit\u00e0; infatti sarebbe quasi impossibile pensare, senza tale concetto; esso ci permette di dire che un oggetto particolare della nostra presente esperienza coincide con un oggetto di quella passata. Dal punto di vista operativo, il significato dell&#8217;identit\u00e0 \u00e8 determinato dalle operazioni con cui giudichiamo che tale oggetto \u00e8 lo stesso nelle nostre due esperienze. In pratica vi sono vari modi indiretti per giungere a questo giudizio, ma credo che l&#8217;essenza della situazione consista nella possibilit\u00e0 di una connessione continua tra l&#8217;oggetto di ora e quello di prima attraverso una continua osservazione (diretta e indiretta) durante tutto il periodo di tempo intermedio. Dobbiamo, per esempio, essere in grado di guardare continuamente l&#8217;oggetto e di affermare che mentre lo guardiamo esso rimane se stesso. Ci\u00f2 richiede il possesso da parte dell&#8217;oggetto di certe caratteristiche: esso deve essere una cosa discreta, separata da ci\u00f2 che la circonda da discontinuit\u00e0 fisiche persistenti. Il concetto di identificabilit\u00e0 si applica, pertanto, solo a certe classi di oggetti fisici; nessuno pensa di poter identificare il vento di oggi con il venti di ieri. \u00c8 in certo modo pi\u00f9 facile identificare un liquido, quale l&#8217;acqua che score in un fiume, perch\u00e9 possiamo rendere visibile il movimento dell&#8217;acqua sospendendo in essa delle particelle solide, ma anche in questo caso non \u00e8 facile dimostrare a un critico cavilloso che ci\u00f2 che stiano identificando \u00e8 davvero l&#8217;acqua e non le particelle solide sospese. Anche i solidi, se raffiniamo abbastanza le nostre misure sembrano perdere i loro contorni discontinui (&#8230;) e il concetto di identit\u00e0 diventa vago.<\/em><\/p>\n<p><em>Senza dubbio il concetto di identit\u00e0 \u00e8 uno strumento perfettamente idoneo a inquadrare approssimativamente la natura, nel campo della nostra esperienza, ma dobbiamo porci una questione pi\u00f9 grave. L&#8217;evidente esigenza del nostro apparato pensante, di avere a che fare con cose discrete ed identificabili, non impone una restrizione essenziale ad ogni immagine che ci possiamo formare dell&#8217;universo fisico? Ci sorprendiamo continuamente ad inventare strutture discrete sempre pi\u00f9 in basso nella scala delle cose, strutture la cui sola ragione d&#8217;essere va cercata interamente entro noi stessi. (&#8230;) Quale garanzia fisica abbiamo che un elettrone nel saltare in un atomo conservi la sua identificabilit\u00e0 nel modo che noi supponiamo, o che il concetto stesso di identit\u00e0 sia applicabile n questo campo? In effetti sembra che a tale livello di esperienza il concetto di identit\u00e0 perda ogni significato, in termini di operazioni.<\/em><\/p>\n<p><em>La mene sembra essenzialmente incapace di trattare la continuit\u00e0 come una propriet\u00e0 degli oggetti fisici; essa non \u00e8 capace neppure di parlare della continuit\u00e0, eccetto che in termini negativi. Ad ogni tentativo di descrivere le propriet\u00e0 di una sostanza davvero continua, essa non pu\u00f2 rispondere altro che &quot;no, non \u00e8 cos\u00ec&quot;, e non pu\u00f2 immaginare un&#8217;esperienza che corrisponda a ci\u00f2 che essa suppone debba essere una cosa realmente continua. In termini di operazioni, la continuit\u00e0 ha soltanto una specie di significato negativo. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Risulter\u00e0, in pratica, che noi siamo in grado di penetrare nei fenomeni su piccola scala pi\u00f9 a fondo di un certo limite, e che la natura, in questa direzione, si presenta come finita, di modo che noi urtiamo contro una specie di muro. A mio parere, non ha per\u00f2 significato chiedersi, in una tale situazione, se siamo arrivati a un termine perch\u00e9 la natura \u00e8 REALMENTE finita, o se soltanto ci sembra di essere giunti a un termine causa qualche propriet\u00e0 della nostra mente, per esempio, l&#8217;incapacit\u00e0 di concepire il continuo.<\/em><\/p>\n<p>Dunque, l&#8217;identit\u00e0 di una cosa dipende, s\u00ec, dal fatto che noi la percepiamo (soggettivamente) come sempre uguale a se stessa, ma anche dal fatto che in essa vi \u00e8 (oggettivamente) un carattere di continuit\u00e0, di permanenza dello stato iniziale. E ci\u00f2 vale anche per le unit\u00e0 discrete di tempo e spazio con le quali noi misuriamo gli oggetti. Un minuto \u00e8 sempre formato da sessanta secondi, dunque \u00e8 sempre uguale a se stesso, anche se tutti sappiamo che un minuto di angoscia, di paura, d&#8217;incertezza, non sembra avere affatto la stessa durata di un minuto di pace e benessere, per cui si stenta a definire identici i due minuti che misurano stati della coscienza cos\u00ec diversi. E per lo spazio, cos\u00ec come per il tempo: un chilometro \u00e8 sempre formato da mille metri, per\u00f2 tutti sanno che un chilometro percorso camminando in salita non appare uguale a un chilometro fatto in discesa; oppure che un chilometro di sentiero sassoso e accidentato appare molto pi\u00f9 lungo di un chilometro percorso lungo una bella e comoda strada asfaltata. Ma se perfino le unit\u00e0 di misura sembrano vacillare quando le si utilizza come elementi di misurazione, appunto, dell&#8217;identit\u00e0 di una certa cosa, che ne sar\u00e0 di tutto il resto, cio\u00e8 della pretesa di stabilire che una qualsiasi cosa \u00e8 sempre identica a se stessa, oppure no? \u00c8 chiaro che il problema implicato in questo dubbio non riguarda solo i fattori soggettivi ed emotivi del giudizio (quante volte un innamorato deluso avr\u00e0 detto alla sua bella: <em>Non ti riconosco pi\u00f9<\/em>, e lei a lui: <em>Non sei pi\u00f9 lo stesso di una volta<\/em>?), ma investe il concetto d&#8217;identit\u00e0 in se stesso, la sua stessa logicit\u00e0 e quindi la sua possibilit\u00e0. Viviamo forse in un mondo di apparenze e di convenzioni, nel quale si fa finta che le cose permangano sempre uguali a se stesse, che siano cio\u00e8 sempre quelle, mentre ogni cosa, in effetti, si trasforma pi\u00f9 o meno lentamente, fino al punto che, in maniera insensibile, diventa altro da ci\u00f2 che era? Non \u00e8 questo, forse, che intendeva Shakespeare, quando diceva che siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni? E non era sempre questo che intendeva dire Eraclito, allorch\u00e9 affermava che nessuno pu\u00f2 bagnarsi per due volte nella stessa acqua? Se l&#8217;acqua in cui mi immergo ora \u00e8 altra cosa da quella in cui mi immergevo ieri, non \u00e8 forse una mera convenzione chiamare tale acque <em>fiume<\/em>, o <em>mare<\/em>, e non \u00e8 una finzione dare per certo che si tratti sempre dello <em>stesso<\/em> fiume e dello <em>stesso<\/em> mare? Da qualunque parte si consideri la cosa, si ha pur sempre l&#8217;impressione che il concetto di identit\u00e0, solido ed evidente in apparenza, finch\u00e9 si resta sul terreno delle idee e delle definizioni, tende a sfumare, a evaporare, a dissolversi, quando lo si osserva un po&#8217; pi\u00f9 da vicino, portandosi sul terreno concreto delle cose. Ma se l&#8217;identit\u00e0 sfuma, sfuma anche il concetto di finito, perch\u00e9 essa esiste dove una cosa finisce e comincia un&#8217;altra. Arrivati a questo punto, dobbiamo fare, tuttavia, una ulteriore riflessione. Il fatto che alla nostra mente appaia difficile, se non impossibile, fissare in maniera inequivocabile il concetto di identit\u00e0, applicandolo al mondo concreto delle cose, non significa necessariamente che l&#8217;identit\u00e0 non esista, ma solo che noi stentiamo a verificarla mediante i nostri sensi. Tale difficolt\u00e0, come si \u00e8 visto, ha a che fare con la struttura del nostro pensiero, che stenta a concepire il continuo e quindi a constatare come una cosa sia sempre se stessa, pur variando certe sue caratteristiche o propriet\u00e0 particolari. Ci\u00f2 suggerisce che l&#8217;identit\u00e0, considerata in se stessa, \u00e8, s\u00ec, un qualcosa di reale, anche se non facilmente osservabile e confermabile, e tuttavia che la sua realt\u00e0 rientra in un ordine di cose pi\u00f9 sfumato, pi\u00f9 elastico, pi\u00f9 complesso di quello a cui noi e la nostra mente siamo abituati. Per noi, una cosa \u00e8 o non \u00e8; \u00e8 bianca o \u00e8 nera; \u00e8 grande o \u00e8 piccola; \u00e8 semplice o \u00e8 complessa; \u00e8 quella o non \u00e8 quella. Noi, per\u00f2, o meglio la nostra mente, siamo abituati a vedere, sentire, pensare, secondo un certo ordine di grandezze: tanto \u00e8 vero che le cose molto grandi o molto piccole sfuggono ai nostri sensi, e possiamo percepirle e osservarle solo mediante l&#8217;uso di strumenti. Vi sono quindi moltissime cose che non vediamo e non udiamo, ma che esistono, sono intorno a noi. Allo stesso modo, possiamo ipotizzare che una cosa, pur continuando ad essere se stessa, si presenti in maniera diversa a seconda del tipo di strumenti con cui la osserviamo, o della prospettiva, anche temporale, dalla quale la consideriamo. In questo senso, finisce per essere molto difficile tracciare una netta linea di separazione fra ci\u00f2 che appartiene alla nostra percezione soggettiva e ci\u00f2 che appartiene a uno stato oggettivo dell&#8217;essere di quella cosa. E ci\u00f2 per due ordine di fattori. Il primo \u00e8 che, dopotutto, \u00e8 innegabile quel che diceva Berkeley, che noi percepiamo il mondo interamente attraverso i nostri sensi e la nostra coscienza, quindi tutto ci\u00f2 di cui abbiamo esperienza \u00e8, in definitiva, dentro e non fuori di noi (il che naturalmente non implica, e per Berkeley non lo implicava, che non vi sia un&#8217;altra realt\u00e0 fuori della nostra mente: che noi, per\u00f2, non possiamo percepire, anche se possiamo arguirne l&#8217;esistenza come causa ultima di tutto l&#8217;esistente, cio\u00e8 appunto del nostro pensiero). Il secondo fattore ha a che fare con la struttura stessa della realt\u00e0. Come abbiamo accennato, \u00e8 molto probabile che la realt\u00e0 non sia quella che appare, non solo in senso quantitativo (noi non vediamo tutto) ma anche in senso qualitativo (la nostra mente \u00e8 incapace di penetrare la struttura ultima del reale).<\/p>\n<p>Giungiamo cos\u00ec alla conclusione che, cercando di stabilire l&#8217;identit\u00e0 delle cose, dobbiamo confrontarci col problema essenziale della struttura della realt\u00e0. Secondo tutti gli indizi, l&#8217;universo \u00e8 fatto in modo che noi lo posiamo indagare, ma \u00e8 evidente che la nostra mente non arriva a spingersi oltre un certo limite, e che non lo potrebbe neppure se i nostri sensi disponessero degli strumenti pi\u00f9 perfezionati. Un radiotelescopio sempre pi\u00f9 potente, ad esempio, potrebbe permetterci di scoprire delle galassie sempre pi\u00f9 lontane, e poi ancora delle altre: ma nessun radiotelescopio potrebbe mostrarci la struttura ultima dell&#8217;universo. Questo \u00e8 un limite ontologico, prima di essere un limite conoscitivo. La nostra mente \u00e8 fatta in modo da porre la domanda ultima, ma non \u00e8 capace di darle la risposta, perch\u00e9 non \u00e8 abbastanza grande da concepirla. Davanti a un tale limite dobbiamo fermarci con un atteggiamento di umilt\u00e0: il che non vuol dire che sia impossibile andare ancora oltre, ma che lo \u00e8 con gli strumenti della mente ordinaria, di cui la scienza moderna \u00e8 la pi\u00f9 tipica costruzione. Dante Alighieri, nell&#8217;ultimo canto del <em>Paradiso<\/em>, descrive l&#8217;esperienza della coscienza &#8212; non della mente: la mente \u00e8 esclusivamente logico-razionale &#8212; che si spinge oltre l&#8217;ultima frontiera e perviene, per un istante, al nodo fondamentale dell&#8217;universo, cio\u00e8 a contemplare Dio; ma lo pu\u00f2 grazie a un aiuto soprannaturale che le viene concesso da Dio medesimo. In altre parole, il segreto ultimo della realt\u00e0 \u00e8 accessibile solo in una stato della coscienza diverso da quello della mente razionale, e comunque solo per una speciale grazia che proviene dal Cielo. I mistici lo hanno sempre saputo: per essi la fede in Dio non \u00e8 un&#8217;ipotesi, n\u00e9 materia di dimostrazione: semplicemente, ne hanno fatto l&#8217;esperienza, lo hanno <em>visto<\/em>. Ma non lo hanno visto con gli occhi del corpo, come vedono gli scienziati. Ed \u00e8 qui che la filosofia diviene teologia: esempio di continuit\u00e0 nella identit\u00e0&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Abbiamo visto che l&#8217;identit\u00e0 \u00e8 essenziale per sapere chi si \u00e8 e quindi per scegliere il proprio destino, sia a livello di individui, sia a livello<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[92],"class_list":["post-23825","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23825","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23825"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23825\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23825"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23825"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23825"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}