{"id":23823,"date":"2020-05-05T05:24:00","date_gmt":"2020-05-05T05:24:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/05\/05\/che-cose-larmonia-sociale\/"},"modified":"2020-05-05T05:24:00","modified_gmt":"2020-05-05T05:24:00","slug":"che-cose-larmonia-sociale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/05\/05\/che-cose-larmonia-sociale\/","title":{"rendered":"Che cos&#8217;\u00e8 l&#8217;armonia sociale?"},"content":{"rendered":"<p>Un tempo si parlava dell&#8217;armonia sociale e se ne parlava come di una cosa altamente desiderabile, una meta verso la quale bisogna tendere. Poi, sotto l&#8217;influsso della prevalente cultura marxista, fondata sul rancore sociale e sull&#8217;odio pi\u00f9 o meno accortamente rivestito coi pi\u00f9 presentabili panni della sete di giustizia, si \u00e8 smesso di usare tale espressione e se ne \u00e8 abbandonato anche il concetto. La cultura del sospetto, alimentata soprattutto dalla psicoanalisi, ha fatto il resto: ormai, se qualcuno insisteva a parlare ancora dell&#8217;armonia sociale, era immediatamente bollato come un nemico del popolo, un difensore dell&#8217;ingiusto ordine sociale, o, nel migliore dei casi, uno spacciatore d&#8217;oppio che voleva narcotizzare il popolo. Secondo la cultura del sospetto, infatti, se uno parla del bene, vuol dire che si appresta a vibrarti una coltellata nella schiena; se uno parla della purezza, vuol dire che si accinge a violentarti; e se un altro parla dell&#8217;onest\u00e0, significa che la sua astuzia o i suoi sensi di colpa lo spingono a dire il contrario di ci\u00f2 che fa e che ha sempre fatto nella sua vita. La sotto-variante della cultura del sospetto, alimentata dall&#8217;idea della lotta di classe, aggiunge che certe persone, per il fatto stesso di appartenere a determinate categorie sociali, non sono autorizzate a parlare, perch\u00e9 qualsiasi cosa dicano, certamente la diranno in perfetta malafede, allo scopo d&#8217;ingannare e manipolare gli altri. Cos\u00ec, ad esempio, il ricco, chiunque egli sia &#8211; e poco importa se \u00e8 un ozioso ereditiere o uno che si \u00e8 fatto da s\u00e9 a forza di sgobbare &#8212; non ha alcun diritto di parlare della giustizia sociale, meno ancora di nominare i poveri: la parola <em>povero<\/em> dovrebbe scottargli sulle labbra, a lui, infame oppressore e sfruttatore del popolo; meglio che non la pronunci proprio. Anche se, magari, \u00e8 stato povero anche lui, e sa bene cosa vuol dire la fatica quotidiana di sfamare se stesso e la propria famiglia: si veda, nel <em>Mastro-don Gesualdo<\/em> di Verga, l&#8217;odio di tutta la comunit\u00e0 nei confronti del protagonista, un ex manovale arricchito con la sua instancabile laboriosit\u00e0 e il suo senso degli affari. Si prenda anche nota che la cultura del sospetto e del rancore, al presente, non \u00e8 stata diffusa solo dai marxisti e dai sessantottini, ma anche e soprattutto dai cattolici progressisti e di sinistra: da sacerdoti come don Lorenzo Milani, per esempio, sempre dietro i nobili paludamenti dell&#8217;ansia di giustizia e di verit\u00e0, resi ancor pi\u00f9 credibili dall&#8217;abito che indegnamente indossavano, e che usavano non per servire Dio ma per incitare alla disobbedienza e al disprezzo nei confronti delle autorit\u00e0 costituite. Cosa di cui don Milani diede l&#8217;esempio col suo comportamento verso l&#8217;arcivescovo di Firenze, a dispetto del fatto che, come consacrato, aveva volontariamente assunto il voto dell&#8217;obbedienza, oltre a quelli della povert\u00e0 e della castit\u00e0.<\/p>\n<p>Ma cos&#8217;\u00e8 l&#8217;armonia sociale? Prima di decidere se sia auspicabile, bisogna capire di cosa si tratta esattamente. Le societ\u00e0 umane sono, per definizione, imperfette: nessuna si avvicina a quel paradiso in terra che sognano, da sempre, millenaristi e rivoluzionari d&#8217;ogni sorta; nessuna ha in se stessa sufficiente giustizia per assicurarle una durata illimitata. Infatti, tutte le societ\u00e0 umane subiscono un processo di trasformazione &#8212; evoluzione o involuzione, secondo i parametri e il punto di vista adottati &#8212; e, alla fine, si estinguono, scompaiono, si confondono nel crogiolo di altre societ\u00e0, che ne prendono il posto dopo averle assorbite. E tuttavia, sono innegabili i vantaggi della stabilit\u00e0: quanto pi\u00f9 una societ\u00e0 \u00e8 stabile, tanto pi\u00f9 la gente si sente incoraggiata a sposarsi, ad avere dei figli, a mettere su un&#8217;impresa, a lavorare serenamente e a lasciare qualcosa di cui gli eredi potranno godere. Stabilit\u00e0 non \u00e8 sinonimo di fissit\u00e0: nessuna societ\u00e0 rimane ferma e immobile in se stessa, come pietrificata; se anche ci\u00f2 fosse possibile, al prezzo di una spietata repressione della normale dialettica sociale, non sarebbe per\u00f2 auspicabile, perch\u00e9 una certa dose di progresso \u00e8 indispensabile alla sopravvivenza di qualsiasi comunit\u00e0 umana. Una certa dose, non un torrente rovinoso che spazza via ogni cosa. Il progresso, come ogni altro aspetto della vita sociale, deve essere in qualche modo padroneggiato, orientato, disciplinato: non si pu\u00f2 permettere, ad esempio, che diventi monopolio di una ristrettissima <em>\u00e9lite<\/em> ultraprivilegiata, che possiede tutti i mezzi di produzione e d&#8217;informazione, e che usa il progresso a suo esclusivo vantaggio costringendo tutto il resto ella popolazione a subirne gli effetti, pi\u00f9 o meno dirompenti, mai comunque realmente vantaggiosi per essa, perch\u00e9 messo al servizio di un feroce egoismo che \u00e8 il suo peccato d&#8217;origine.<\/p>\n<p>Dunque, la societ\u00e0 deve coniugare stabilit\u00e0 e progresso; non pu\u00f2 chiudersi nella mera conservazione dell&#8217;esistente, ma non pu\u00f2 neanche inseguire una trasformazione incessante e sempre pi\u00f9 vorticosa, perch\u00e9 le sue strutture ne risulterebbero distrutte. La societ\u00e0 \u00e8 paragonabile a un organismo: l&#8217;organismo sano \u00e8 quello che riesce a tenere in equilibrio una spontanea necessit\u00e0 di rinnovamento con una altrettanto naturale necessit\u00e0 di equilibrio. Per ottener un tale risultato, \u00e8 necessario che la societ\u00e0 miri alla coesione interna: se \u00e8 coesa, riuscir\u00e0 a superare le tensioni e al tempo stesso potr\u00e0 fronteggiare efficacemente eventuali minacce provenienti dall&#8217;esterno, di qualunque natura esse siano. La coesione, a sua volta, non \u00e8 un valore assoluto, ma relativo: \u00e8 in funzione dell&#8217;equilibrio; e l&#8217;equilibrio \u00e8, come abbiamo visto, una sapiente coesistenza di stabilit\u00e0 e progresso. Le societ\u00e0 che pongono la coesione come il valore supremo sono le societ\u00e0 totalitarie, nelle quali l&#8217;individuo \u00e8 interamente compresso a beneficio di una realt\u00e0 considerata superiore, lo stato, la classe, la razza, ecc. Storicamente, la societ\u00e0 che ha goduto della maggiore coesione \u00e8 stata, a nostro giudizio, la societ\u00e0 medievale. In essa il cristianesimo svolgeva il ruolo d&#8217;istanza superiore unificatrice; per il resto, stabilit\u00e0 e progresso erano mantenuti in difficile ma riuscito equilibrio. Si prenda l&#8217;economia: all&#8217;individuo era consentito arricchirsi, con il commercio, con la guerra, perfino con il prestito di denaro, ma senza oltrepassare un certo limite e senza violare le regole del buon vivere sociale. Il commerciante disonesto, ad esempio, era giudicato dai maestri delle corporazioni; il banchiere veniva sanzionato dalla Chiesa e anche punito dalla stessa comunit\u00e0, se spingeva troppo oltre la sua avidit\u00e0 e diveniva un usuraio, cio\u00e8 un puro e semplice parassita. Le sanzioni per chi infrangeva le norme del buon vivere civile provenivano sia dall&#8217;alto che dal basso. La concorrenza dei mercanti fra di loro era disciplinata per legge, erano proibite forme sleali di pubblicit\u00e0, ma soprattutto era il consumatore, come si direbbe oggi, a &quot;punire&quot; il venditore di prodotti scadenti. A parit\u00e0 di regole produttive, il fornaio che vendeva pane scadente vedeva diminuire la propria clientele e alla si vedeva costretto a chiudere l&#8217;attivit\u00e0: esisteva un meccanismo virtuoso per cui chi lavorava bene era automaticamente premiato. Tutto questo, sovente, pi\u00f9 in teoria che in pratica; ma qualche volta anche in pratica, a dispetto della teoria. Ci\u00f2 che veniva combattuto era il fatto che si creasse una situazione di monopolio, che avrebbe distorto irrimediabilmente le leggi della sana concorrenza. Chi opera in regime di monopolio pu\u00f2 fare quello che vuole, vendere ci\u00f2 che vuole, e il pubblico \u00e8 costretto ad acquistare i suoi prodotti, senza avere alternative. Se tutte le botteghe di una certa comunit\u00e0 appartengono a un unico proprietario, questi potr\u00e0 imporre i prezzi che vuole e anche prendersi il lusso di vendere merce scandente, tanto la gente sar\u00e0 obbligata a servirsi ugualmente dei suoi rivenditori. Questo \u00e8 esattamente quel che succede oggi con le multinazionali e i grandi cartelli finanziari: e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.<\/p>\n<p>Dunque, tornando al Medioevo, nessuno pensa che fosse una societ\u00e0 perfetta; al contrario, era piena di magagne. E tuttavia era una societ\u00e0 a misura d&#8217;uomo, specialmente nella sua fase pi\u00f9 felice, quella che va dal Mille al 1200, che poi \u00e8 la fase della nascita e dello sviluppo dei Comuni, prima che questi iniziassero a degenerare. Per un paio di secoli, forse due secoli e mezzo, si sono create le condizioni perch\u00e9 stabilit\u00e0 e progresso restassero in equilibrio; di conseguenza la societ\u00e0 era coesa, quanto non lo era mai stata prima. Si potrebbe obiettare che anche la societ\u00e0 romana era coesa; ma questo ci rimanda al concetto della sana coesione o della coesione forzata. La societ\u00e0 romana, specie nel periodo tardo repubblicano e imperiale, era coesa perch\u00e9 si stava trasformando in un immenso campo di concentramento, coi ricchi padroni di tutto e gli altri ridotti a servirli. Non era coesione, ma costrizione, il che \u00e8 ben diverso. Perch\u00e9 ci sia una sana coesione, deve esistere l&#8217;elemento della libert\u00e0. La libert\u00e0 \u00e8 essenziale all&#8217;uomo che vuol essere degno di questo nome; dove essa manca non ci sono pi\u00f9 uomini, ma una turba di schiavi. Ecco perch\u00e9 la situazione creata dagli assurdi provvedimento del governo Conte Bis, con il pretesto dell&#8217;emergenza sanitaria, ha fatto regredire la societ\u00e0 italiana, in questa primavera del 2020, a livelli servili, coi cittadini che di colpo sono stati ricacciati nella condizione di sudditi, tenuti ad obbedire ciecamente a tutti gli ordini, anche i pi\u00f9 capricciosi e irrazionali, dell&#8217;autorit\u00e0 statale, e nel pi\u00f9 totale disprezzo delle loro giuste necessit\u00e0 materiali. Un&#8217;autorit\u00e0 che, a questo punto, diviene moralmente illegittima: perch\u00e9 ogni autorit\u00e0 \u00e8 legittima nella misura in cui serve gli interessi collettivi e persegue il bene comune, che sia stata democraticamente eletta, come avviene nelle societ\u00e0 occidentali odierne (ma non \u00e8 il caso del governo Conte Bis, non eletto da alcuno) o che esprima un ordinamento gerarchico e fortemente strutturato, come nel caso delle societ\u00e0 medievali. La democrazia, infatti &#8212; ce ne siamo scordati &#8212; non \u00e8 neppure essa un valore assoluto: \u00e8 uno strumento, un mezzo per perseguire il bene comune. Se viene utilizzata per ledere il bene comune, anch&#8217;essa diventa un ostacolo da abbattere, perch\u00e9 il fine della societ\u00e0 \u00e8 il bene dei suoi membri, o della grande maggioranza di essi, e non la perpetuazione dell&#8217;autorit\u00e0 fine a se stessa.<\/p>\n<p>Osservano gli storici Jean-Pierre Poly ed \u00c9ric Bournazel, richiamandosialla lezione di Ernst Bloch e oltrepassando gli schemi della storiografia marxista, col suo rigido economicismo (in <em>Il mutamento feudale. Secoli X-XII<\/em>; tit. or.: <em>Le mutation f\u00e9odale. Xe-XIIe si\u00e8cles<\/em>, Presses Universitaires de France, 1980; tr. di U. Gherner, edizione italiana a cura di G. Sergi, Milano, Mursia, 1990, pp. 207-08):<\/p>\n<p><em>Non \u00e8 sufficiente ricostruire nel modo pi\u00f9 preciso possibile la condizione dei gruppi che compongono una societ\u00e0 e illustrare cos\u00ec il suo lessico sociale. Bisogna porsi anche la domanda: quale immagine della propria struttura si costruisce una societ\u00e0? Come articola i diversi elementi di questo lessico? Sotto questo aspetto nessun elemento storico \u00e8 pi\u00f9 chiaramente rivelatore di quello durante il quale la rapidit\u00e0 dei cambiamenti sociali rompe le abitudini consolidate e scuote i rapporti sociali esistenti. Allora, i vecchi discorsi si incrinano, il dogma vacilla e lascia spazio alla contestazione o addirittura all&#8217;eresia. Allora si elabora e si assesta lentamente anche una nuova giustificazione dell&#8217;ordine sociale esistente. Quale immagine si facevano i contemporanei di questi disordini e di questi cambiamenti? Una risposta diretta alla domanda \u00e8 difficile da dare. Noi percepiamole tensioni e i conflitti del X, dell&#8217;XI, del XII secolo quasi soltanto con gli occhi degli uomini della Chiesa incaricati nella societ\u00e0 del tempo di esprimere l&#8217;ordine del mondo, se non come era, per lo meno come avrebbe dovuto essere. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Quando, nei primi anni del secolo X, i preamboli dei documenti la riprodussero, era gi\u00e0 da tempo pronta una risposta teorica a un&#8217;agitazione sociale: &quot;Chi resiste al potere resiste all&#8217;ordine stabilito da Dio&quot;. Fortunata unione della provvidenza divina e del conformismo sociale. Non avviene affatto per caso che il tema dominante di ogni descrizione delle tensioni sociali sia quello dell&#8217;unit\u00e0 organica di tutte le sue parti. L&#8217;immagine del corpo sociale non \u00e8 ancora una semplice metafora. La societ\u00e0, casa di Dio, \u00e8 un corpo inteso nella sua fisicit\u00e0: ha testa, occhi, orecchie, narici costole, mani, piedi, viscere, e anche escrementi. Questo corpo \u00e8 quello di Cristo; romperne l&#8217;unit\u00e0 significa mutilare il Cristo, contestare il potere vuol dire rendere la societ\u00e0 acefala, un mostro senza testa, un folle; come diceva con stupefacente cecit\u00e0 il monaco che riferiva sulla rivolta degli insorti di Le Mans: bruciano addirittura il castello e lo fanno senza ragione.<\/em><\/p>\n<p>Questa \u00e8 stata la grande lezione della civilt\u00e0 medievale, che avrebbe molto da insegnare anche a noi. Un solo Dio, una sola fede, un solo sovrano (che i comuni riconoscevano, e infatti non lottavano per l&#8217;indipendenza ma per l&#8217;autonomia); un solo obiettivo: il bene comune, nella pluralit\u00e0 dei ruoli e delle attivit\u00e0 economiche; e un&#8217;armoniosa tripartizione sociale, <em>oratores<\/em>, <em>bellatores<\/em> e <em>laboratores<\/em>. Checch\u00e9 ne dicano gli storici odierni, impregnati di materialismo, i primi due ordini non erano affatto parassitari, perch\u00e9 sia le funzioni sacerdotali, sia la difesa militare, erano sentiti dall&#8217;uomo medievale come necessari per assicurare il bene comune, non meno del lavoro del contadino, dell&#8217;artigiano e del mercante. L&#8217;uomo moderno si crede superiore perch\u00e9 cresciuto nei sacri principi dell&#8217;89: ma la verit\u00e0 \u00e8 che la modernit\u00e0 ha distrutto un mirabile ordine sociale senza averne creato uno migliore. Lo vediamo ora, con le meraviglie della globalizzazione, ove un pugno di miliardari possono trattare come bestiame da macello tutti gli altri. E niente Dio a cui rivolgersi. L&#8217;armonia di una societ\u00e0 riflette l&#8217;idea che ha di s\u00e9 quale riflesso dell&#8217;ordine del mondo. Ma noi <em>crediamo<\/em> che il mondo sia ordinato? E pensiamo qualcosa di noi, come individui e come societ\u00e0, che non sia il nulla?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un tempo si parlava dell&#8217;armonia sociale e se ne parlava come di una cosa altamente desiderabile, una meta verso la quale bisogna tendere. 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