{"id":23822,"date":"2009-06-22T12:56:00","date_gmt":"2009-06-22T12:56:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/06\/22\/nulla-sappiamo-del-mondo-esterno-mentre-ci-morde-il-cuore-la-nostalgia-dellessere\/"},"modified":"2009-06-22T12:56:00","modified_gmt":"2009-06-22T12:56:00","slug":"nulla-sappiamo-del-mondo-esterno-mentre-ci-morde-il-cuore-la-nostalgia-dellessere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/06\/22\/nulla-sappiamo-del-mondo-esterno-mentre-ci-morde-il-cuore-la-nostalgia-dellessere\/","title":{"rendered":"Nulla sappiamo del \u00abmondo esterno\u00bb, mentre ci morde il cuore la nostalgia dell&#8217;Essere"},"content":{"rendered":"<p>A volte ci capita di pensare a quella casa in Via Aonez, quartiere di Chiavris, all&#8217;estrema periferia nord-occidentale della nostra citt\u00e0 natale: dove, tra le fronde dei platani e oltre le cime degli abeti, si stendeva lo spettacolo meraviglioso dell&#8217;anfiteatro alpino, ripido e severo sotto il cielo vasto di primavera.<\/p>\n<p>Era la casa dove un gruppo di amici si trovavano, nella bella stagione, quasi ogni giorno, abbeverandosi del piacere di stare insieme; dove si parlava., si scherzava e si fantasticava; dove si confrontavano esperienze e si condividevano sogni; dove si facevano progetti, si organizzavano gite. Era il quartier generale da cui partivano forsennate spedizioni in bicicletta, nella verde campagna e tra i boschi annidati nelle pieghe delle colline: sempre in cerca di avventure, di torrenti nascosti tra il fogliame, di fabbriche abbandonate da esplorare, di vecchi edifici cadenti, abitati &#8211; forse &#8211; dai fantasmi; perfino di grotte e gallerie sotterranee, dalle volte oscure e sgocciolanti d&#8217;acqua, che mettevano un delizioso brivido di paura al solo pensiero di penetrare al loro interno, nel buio&#8230;<\/p>\n<p>Per noi, quella via tranquilla e fuori mano, dove passavano rarissime automobili; quella sedia a dondolo foderata di tela azzurra, nel giardino, che ha cigolato sotto il peso di lunghi pomeriggi d&#8217;estate, mentre le voci gioiose di quattro o cinque ragazzini riempivano l&#8217;aria della loro risata argentina, non era soltanto un luogo fisico, ma anche e soprattutto un luogo dell&#8217;anima. Era il luogo dell&#8217;adolescenza; il luogo dell&#8217;amicizia; il luogo dei sogni ad occhi aperti; dove tutto, dentro e fuori, parlava un linguaggio arcano e misterioso, impregnato del sapore pungente di un mondo aurorale: il grande mondo che un ragazzino di dieci, undici anni, viene scoprendo, poco a poco, con stupore infinito e con una sorta di trepidazione.<\/p>\n<p>Questi ricordi e queste riflessioni ci rimandano a una questione filosofica di notevole portata: che cos&#8217;\u00e8 la realt\u00e0? Che cos&#8217;\u00e8 il cosiddetto mondo esterno? \u00c8 qualche cosa di oggettivo, di univoco, oppure \u00e8 una realt\u00e0 in perenne movimento, che dipende dalla mente che lo osserva, nonch\u00e9 dai diversi momenti in cui viene osservato?<\/p>\n<p>Nessun dubbio che la vecchia, cara villetta di via Aonez, circondata dai biondi campi di grano che oggi, quasi certamente, hanno ceduto il posto a nuovi edifici e nuove strade sopraelevate, sul nostro animo giovanile produceva un effetto completamente diverso da quello che aveva, poniamo, su un residente, che vi era sempre vissuto; o su un uomo anziano, che non vedeva pi\u00f9 il mondo con la freschezza della meraviglia e della scoperta; o, infine, che produrrebbe su noi stessi, se vi tornassimo oggi, a tanti anni di distanza, anche nel caso &#8211; improbabile &#8211; che quei luoghi siano cambiati di poco, e che quella villetta esista ancora, col medesimo aspetto con cui l&#8217;abbiamo gelosamente conservata nello scrigno della memoria.<\/p>\n<p>Secondo una filosofia realista, le cose esterne esistono davvero; e il fatto che noi le percepiamo in modo diverso gli uni dagli altri, o rispetto a diversi momenti della nostra stessa esperienza, dimostrerebbe soltanto che noi non possiamo fare a meno di porci davanti ad esse con gli strumenti percettivi offerti dal nostro sistema nervoso centrale, che rielabora soggettivamente le impressioni comunicate al cervello dalla vista, dal tatto, dall&#8217;udito, eccetera.<\/p>\n<p>Nessuno, per\u00f2, \u00e8 riuscito a confutare efficacemente Berkeley, il quale sottolineava la semplice, ma innegabile verit\u00e0 che tutto ci\u00f2 che del mondo esterno noi conosciamo, lo conosciamo attraverso i nostri sensi, e, quindi, all&#8217;interno e non all&#8217;esterno della nostra mente. L&#8217;albero che noi vediamo, \u00e8 l&#8217;albero che vedono nostri occhi e che si rappresenta la nostra mente: non \u00e8 qualche cosa che esista fuori di noi, della quale nulla sappiamo e nulla potremmo sapere.<\/p>\n<p>Certo, una forma moderata di realismo \u00e8 disposta ad ammettere che le cose esterne esistono, anche se noi non possiamo conoscerle se non all&#8217;interno della nostra mente; ma anche questo realismo moderato, messo alle strette, deve poi riconoscere, con Kant, che le cose in se stesse, se pure sono qualcosa, sfuggono totalmente alla nostra possibilit\u00e0 di conoscenza. Infatti, noi dobbiamo accontentarci del loro apparire entro la nostra mente, ossia del fenomeno; e rinunciare a esprimere il bench\u00e9 minimo giudizio sulla loro essenza, ossia sul noumeno.<\/p>\n<p>Oppure l&#8217;albero che vediamo, che tocchiamo, e il cui profumo di resina ci inebria le narici, \u00e8 altra cosa dal nostro vederlo, dal nostro toccarlo, dal nostro annusarlo? No, non \u00e8 altra cosa: esso \u00e8, in tutto e per tutto, questo nostro vederlo, toccarlo e annusarlo. Si esaurisce completamente nelle nostre percezioni; e, se c&#8217;\u00e8 qualche cosa d&#8217;altro, che a noi sfugge &#8211; una qualche misteriosa essenza che ne fa un soggetto esistente in s\u00e9 e per s\u00e9 -, ebbene: di quell&#8217;altro albero \u00abesterno\u00bb noi non sappiamo nulla, non possiamo dire nulla e mai saremo in grado di conoscere nulla.<\/p>\n<p>A rigore, noi non avremmo alcun diritto di affermare che qui, davanti a noi, c&#8217;\u00e8 un albero. Potremmo dire soltanto che i nostri occhi, le nostre mani, le nostre narici, bi attestano la presenza di una certa forma, di una certa durezza, di un certo profumo: tutte cose che sono dentro la mia mente, elaborate dalla mia mente. \u00c8 stato un oggetto esterno a suggerircele? Impossibile dirlo: non esistono mezzi per dimostrarlo; cos\u00ec come \u00e8 impossibile dire se, in nostra assenza, l&#8217;albero di cui parlavamo esiste ancora, oppure no.<\/p>\n<p>Certo, le necessit\u00e0 della vita pratica suggeriscono l&#8217;utilit\u00e0 di una convenzione: che tutti credano di s\u00ec. Ma si tratta di una forma di realismo assai ingenua, perch\u00e9 la verit\u00e0 \u00e8 che ciascuno, e specialmente colui il quale faccia professione di realismo, dovrebbe astenersi dal testimoniare su qualcosa che non sia in grado di garantire con grado di assoluta certezza, derivante dall&#8217;esperienza diretta e immediata delle cose.<\/p>\n<p>Il mondo nozionale, fondato sulle idee astratte e sulle deduzioni derivanti dall&#8217;esperienza, \u00e8 un mondo puramente ipotetico; o meglio, \u00e8 puramente ipotetica la sua coincidenza con quel mondo fenomenico che noi siamo soliti chiamare \u00abreale\u00bb, anche se l&#8217;unica cosa reale, per noi, \u00e8 il mondo delle rappresentazioni, che \u00e8 dentro la mente e non fuori di essa.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, ad esempio, del nostro mondo nozionale fa parte il concetto di Polo Nord: posto che la Terra \u00e8 un corpo celeste di forma sferica, un po&#8217; schiacciata ai Poli, e che la linea immaginaria passante per essi si chiama asse terrestre, noi \u00absappiamo\u00bb che deve esistere un punto matematico chiamato Polo Nord, posto agli antipodi di un altro punto matematico denominato Polo Sud, nel quale l&#8217;asse terrestre incontra la superficie della Terra. Possiamo poi recarci al centro dell&#8217;Artide e, mediante appositi strumenti, determinare il punto esatto in cui giace il Polo Nord: questo sarebbe il dato sensibile, che si colloca sul piano del mondo esperienziale. Per\u00f2, tutto quello che l&#8217;esperienza ci pu\u00f2 dire \u00e8 che la bussola smette di indicare il Nord in un certo punto della calotta polare artica: i nostri occhi non possono dire altro, non possono testimoniare altro.<\/p>\n<p>A questo punto, sembrerebbe che il piano della conoscenza riceva una conferma da quello dell&#8217;esperienza, e che i due piani, in effetti, coincidano. Tuttavia, anche se controllassimo l&#8217;esatta indicazione degli strumenti cento volte di seguito, ancora non saremmo in grado di affermare una cosa del genere: dovremmo limitarci a registrare una sovrapposizione empirica, fattuale, dei due piani. Ma tutto ci\u00f2 che \u00e8 empirico e fattuale, esprime solo e unicamente una verit\u00e0 contingente; non una verit\u00e0 assoluta, mai.<\/p>\n<p>Inoltre, una verit\u00e0 empirica e fattuale pu\u00f2 essere interpretata in molti modi. Dove gli altri vedono un certo colore, poniamo il rosso, il daltonico ne vede un altro, poniamo il verde; mentre, al buio, nessuno \u00e8 pi\u00f9 in grado di precisare il colore di un determinato oggetto.<\/p>\n<p>Ma c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9.<\/p>\n<p>Non solo le strutture sensibili delle cose esterne sono tutto ci\u00f2 che a noi, menti finite, \u00e8 dato percepire e conoscere; il che vuol dire che, dietro quelle strutture percepite, potrebbe anche esservi il nulla (qualcuno ha ipotizzato che tutto l&#8217;universo non sia altro che un immenso ologramma, ossia una specie di rappresentazione virtuale di un mondo che, in realt\u00e0, non esiste affatto).<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 dell&#8217;altro: si pu\u00f2 aggiungere che le stesse categorie della conoscenza, ossia le modalit\u00e0 attraverso le quali si organizzano le reti, estremamente complesse, che trasformano la percezione sensoriale in conoscenza di un determinato oggetto &#8211; e nelle quali entrano fattori quali l&#8217;affettivit\u00e0, la memoria, la creativit\u00e0 individuale -, le stesse categorie della conoscenza, dicevamo, sono parte di un sistema di valori che \u00e8 proprio di ciascun soggetto pensante.<\/p>\n<p>Un filosofo contemporaneo che ha particolarmente insistito su questo aspetto del problema, ossia sull&#8217;importanza dei nostri valori nella costruzione dell&#8217;immagine del mondo esterno, \u00e8 stato Hilary Putnam, sostenitore di un \u00abrealismo interno\u00bb, polemicamente contrapposto al \u00abrealismo metafisico\u00bb, sul modello platonico.<\/p>\n<p>Nel suo libro \u00abRagione, verit\u00e0 e storia\u00bb (titolo originale: \u00abReason, Truth and History\u00bb, Cambridge University Press, 1981; traduzione italiana di A. N. Radicato di Brozolo, Milano, Il Saggiatore, 1985, pp. 146-47):<\/p>\n<p>\u00abNaturalmente, se avesse ragione il realismo metafisico e lo scopo della scienza si potesse considerare soltanto quello di far &quot;combaciare&quot; il nostro mondo nozionale con il mondo reale, allora si potrebbe sostenere che la coerenza, la comprensivit\u00e0, la semplicit\u00e0 funzionale e l&#8217;efficacia strumentale ci interessano semplicemente in quanto sono mezzi che servono allo scopo di perseguire quella corrispondenza: invece, il concetto stesso di quella corrispondenza trascendentale della nostra rappresentazione con il mondo reale non \u00e8 altro che un nonsenso. Negare che vogliamo questo tipo di corrispondenza metafisica con il mondo noumenico non equivale affatto a negare che vogliamo l&#8217;usuale tipo di congruenza empirica con il mondo empirico (come la stabiliscono i nostri criteri di accettabilit\u00e0 razionale (e viceversa, ovviamente). Noi ci serviamo dei criteri di accettabilit\u00e0 razionale per costruire una raffigurazione del &quot;mondo empirico&quot; e poi, mano a man che si completala raffigurazione, rivediamo i criteri stessi che abbiamo per l&#8217;accettabilit\u00e0 razionale alla luce della raffigurazione, e cos\u00ec via all&#8217;infinito. In altri miei libri ho gi\u00e0 posto l&#8217;accento sulla dipendenza dei nostri metodi dall&#8217;immagine che abbiamo del mondo. In questa sede voglio invece mettere in evidenza soprattutto l&#8217;altro aspetto di quella dipendenza, cio\u00e8 la dipendenza del mondo empirico dai nostri criteri di accettabilit\u00e0 razionale. Intendo, insomma, far notare che per avere un mondo empirico dobbiamo in primo luogo avere criteri di accettabilit\u00e0 razionale e che questi rivelano parte della nostra nozione di intelligenza speculativa ottimale. Sostengo, in breve, che il &quot;mondo reale&quot; dipende dai nostri stessi valori (e, ancora una volta, viceversa).\u00bb<\/p>\n<p>Queste osservazioni, che possiamo condividere in parte, ci forniscono alcuni spunti per tentare di delineare una sorta di mappa della cosiddetta \u00abrealt\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p>Il mondo esterno dipende dai nostri valori: cio\u00e8, noi non possiamo non percepirlo attraverso il diaframma della nostra struttura assiologica, che funziona come un filtro per separare ci\u00f2 che a nostro avviso \u00e8 possibile, e quindi reale, da ci\u00f2 che non lo \u00e8. Se qualcuno ci dicesse, ora, di aver incontrato per la strada un uomo con tre gambe (l&#8217;esempio \u00e8 tratto da un intenso colloquio del romanzo di Graham Greene \u00abThe End of the Affair\u00bb, noi, forse, rimarremmo turbati, almeno sul momento; ma se quel qualcuno soggiungesse, subito dopo, che erano coperte da scaglie di pesce, capiremmo all&#8217;istante che si trattava di uno scherzo, non per altra ragione che per l&#8217;incompatibilit\u00e0 di quella situazione con la nostra rappresentazione del mondo, e, pi\u00f9 ancora, con i nostri criteri di accettabilit\u00e0 del reale: ci\u00f2 che \u00e8 una questione di valori, e non di fatti.<\/p>\n<p>Quindi, la nostra concezione della realt\u00e0 presuppone la razionalit\u00e0: noi non possiamo concepire un mondo logicamente contraddittorio, ove siano vere cose opposte e inconciliabili. E non possiamo farlo non gi\u00e0 per motivi logici (non si pu\u00f2 dimostrare razionalmente la verit\u00e0 della ragione), ma perch\u00e9 facciamo istintivamente riferimento a un qualche sistema di valori. In questo caso, noi \u00absentiamo\u00bb che un mondo coerente e razionale \u00e8 un bene in se stesso, mentre un mondo intrinsecamente contraddittorio e irrazionale, sarebbe un male.<\/p>\n<p>Ricapitolando.<\/p>\n<p>Esiste un mondo dei valori, cui tende ad adeguarsi il nostro mondo nozionale, e che si colloca al livello della razionalit\u00e0; e si crede che vi sia un mondo empirico, un mondo dei fatti, che si colloca al livello dell&#8217;esperienza; bench\u00e9 l&#8217;esperienza, a guardar bene, non ci dica nulla sui fatti, ma descriva degli stati interni della nostra mente (forme, numeri, colori, odori, sapori, ecc.) e rifletta un insieme di criteri razionali e di valori del singolo soggetto pensante.<\/p>\n<p>Che relazione esiste fra il mondo dei valori e il mondo nozionale, e fra quest&#8217;ultimo ed il mondo \u00abreale\u00bb (nel senso di esterno e oggettivo?<\/p>\n<p>La relazione fra il mondo dei valori e il mondo nozionale \u00e8 una relazione di tipo logico (noi consideriamo vera una determinata cosa, in base a criteri di accettabilit\u00e0 razionale), ma anche di tipo trascendentale: noi, mediante un atto di fede, \u00abvogliamo\u00bb credere che esista una verit\u00e0 al di l\u00e0 delle molteplici apparenze del mondo; e riconduciamo questo atto d fede all&#8217;idea del Bene, che diviene normativa per ogni altra cosa. Come abbiamo visto, infatti, noi giudichiamo buona &#8211; nel senso pi\u00f9 ampio del termine &#8211; una cosa, una persona o una situazione, se riusciamo a scorgervi una coerenza interna e una razionalit\u00e0; cattiva, se non vi riusciamo.<\/p>\n<p>Ancora pi\u00f9 in generale, noi giudichiamo un bene il fatto che le cose esistano, quindi l&#8217;essere; e un male il fatto che non esistano o che (apparentemente) cessino di esistere, quindi il non-essere. Perfino i pessimisti pi\u00f9 radicali, come Leopardi e Schopenhauer, mentre denigrano l&#8217;essere e sostengono che l&#8217;unica cosa buona \u00e8 il non essere, si servono di idee, parole, immagini, per esprimere tali concetti: si servono, dunque, dell&#8217;essere, di quell&#8217;essere che dicono consistere in un male, ma che offre loro il bene del ragionamento e della comunicazione.<\/p>\n<p>La relazione fra il mondo nozionale e il cosiddetto mondo reale, poi, \u00e8 una relazione di secondo grado, un po&#8217; come nel mito platonico della caverna. Come abbiamo visto, i fatti non parlano da se stessi; anzi, non possiamo dire nemmeno che siano qualcosa al di fuori di noi: perch\u00e9 tutto quello che possiamo dire, riguarda la realt\u00e0 della nostra percezione, della nostra mente, e &#8211; in ultima analisi &#8211; dei nostri valori.<\/p>\n<p>Vi \u00e8 una scala, tuttavia, che rende possibile una comunicazione tra il mondo di quelli che, per pura comodit\u00e0, chiamiamo i \u00abfatti\u00bb, e quello dei valori: e i suoi gradini sono, in senso ascendente: l&#8217;idea della razionalit\u00e0, l&#8217;idea della verit\u00e0, l&#8217;idea del Bene.<\/p>\n<p>Mediante l&#8217;idea della razionalit\u00e0, noi operiamo, per cos\u00ec dire, una selezione fra le possibili, molteplici verit\u00e0 del mondo dei fatti, o, meglio, dei fenomeni, e separiamo ci\u00f2 che \u00e8 possibile, e quindi vero in senso forte, da ci\u00f2 che non lo \u00e8. (Altro discorso \u00e8 che noi siamo sovente troppo restrittivi nell&#8217;adoperare il criterio di accettabilit\u00e0 razionale, perch\u00e9 un pregiudizio razionalista ci porta a considerare possibile solo ci\u00f2 che lo \u00e8 in senso fisico: cosa, evidentemente, inadeguata a rendere conto della verit\u00e0 di tutta una serie di altri \u00abfatti\u00bb o fenomeni, a cominciare da quelli dell&#8217;affettivit\u00e0 e dell&#8217;immaginazione.)<\/p>\n<p>Mediante l&#8217;idea della verit\u00e0, noi ci innalziamo di livello, dalla dimensione del contingente verso quella dell&#8217;assoluto. Incominciamo a comprendere che le single verit\u00e0 parziali, confermate dall&#8217;accordo fra il giudizio dei sensi, quello della ragione e quello dei valori, non sono che menzogne, se non riusciamo a vederle cos\u00ec come esse sono realmente: fasci di luce che abbiamo gettato, qua e l\u00e0, su alcuni lembi di un tutto unitario e meravigliosamente coeso, di un&#8217;unica verit\u00e0 totale, cosmica, il cui fulgore sarebbe per noi insostenibile, se potessimo vederla direttamente nella sua interezza.<\/p>\n<p>Mediante l&#8217;idea del Bene, infine, noi facciamo felicemente ritorno a quel mondo dei valori dal quale eravamo partiti, dato che il mondo dei fenomeni, come si \u00e8 visto, ci appare come ci appare non solo e non tanto in virt\u00f9 di una percezione fisica o razionale, ma in virt\u00f9 di una idea innata in ogni mente pensante: l&#8217;idea che l&#8217;essere \u00e8 un bene, e che tutto ci\u00f2 che promuove l&#8217;essere \u00e8 un bene; e che non esistono \u00abfatti\u00bb che non siano da noi percepiti attraverso la mediazione dei valori, da cui sono come permeati.<\/p>\n<p>Putnam e altri filosofi pensano che si debba considerare superata questa teoria della conoscenza, perch\u00e9 presupporrebbe il punto di vista di Dio: un punto di vista, cio\u00e8, superiore ala cose e superiore al nostro orizzonte esperienziale, razionale e valoriale.<\/p>\n<p>La logica conseguenza delle loro affermazioni \u00e8 che vi sono numerose descrizioni \u00abvere\u00bb del mondo, tutte egualmente legittime e giustificate; e che la verit\u00e0 non \u00e8 altro che una sorta di idealizzazione dell&#8217;accettabilit\u00e0 razionale, dato che non \u00e8 sempre una verit\u00e0 empirica (e quindi verificabile).<\/p>\n<p>Noi non lo crediamo; ci sembra che il ragionamento di codesti \u00abrealisti interni\u00bb sia viziato dal fatto che le premesse sono maggiori delle conclusioni.<\/p>\n<p>La premessa fondamentale \u00e8 che la verit\u00e0 delle cose, non essendo determinabile sempre per via empirica, rimanda a una verit\u00e0 ideale (che solo per un puntiglio linguistico essi non osano chiamare \u00abmetafisica\u00bb).<\/p>\n<p>La conseguenza sproporzionata che essi traggono, \u00e8 che la verit\u00e0 deve essere, quindi, una costruzione pi\u00f9 o meno arbitraria dei singoli soggetti, tutt&#8217;al pi\u00f9 verificabile attraverso criteri razionali di giudizio, stabiliti rigorosamente in precedenza.<\/p>\n<p>Esiste, invece, un&#8217;altra possibilit\u00e0, pi\u00f9 semplice sul piano logico, anche se richiede un notevole atto di umilt\u00e0 da parte della logica stessa: che esista una verit\u00e0 in se stessa, la quale coincide con l&#8217;idea del Bene e con l&#8217;Essere con la iniziale maiuscola; che da questa verit\u00e0 noumenica traggano esistenza e consistenza tutte le verit\u00e0 parziali; che da essa, e solo da essa, noi abbiamo ricevuto questa spinta misteriosa che non ci d\u00e0 tregua, e sempre ci sprona a cercare il vero, come l&#8217;assetato cerca l&#8217;acqua nel deserto e come il minatore, che emerge di notte dall&#8217;oscura galleria, cerca il fulgore stupendo del cielo stellato.<\/p>\n<p>Si obietter\u00e0 che avevamo negato, in precedenza, la possibilit\u00e0, per noi menti finite, di conoscere il noumeno, la cosa in s\u00e9.<\/p>\n<p>Qui, per\u00f2, non si tratta della cosa in s\u00e9 dei singoli enti, ma della Cosa in s\u00e9 totale, ossia dell&#8217;Essere; e non si tratta di conoscerla, ma di ammetterne la necessit\u00e0 sia logica, sia etica. Logica, perch\u00e9 senza quel fondamento, qualunque forma di conoscenza risulterebbe impossibile; etica, perch\u00e9 senza di esso non avremmo che gruppi di valori eterogenei, in lotta perpetua fra loro, e il mondo sarebbe assurdo ed autocontraddittorio.<\/p>\n<p>Ma il mondo esiste (se in senso \u00abesterno\u00bb e fisico oppure no, questa \u00e8 un&#8217;altra questione); e il solo fatto che esista dimostra che non \u00e8 assurdo e autocontraddittorio: perch\u00e9, se lo fosse, non potrebbe esistere; o, se potesse esistere, non potrebbe conservarsi.<\/p>\n<p>Il mondo esiste, ed \u00e8 un bene che esista; \u00e8 un bene che noi esistiamo; \u00e8 un bene che noi ci interroghiamo.<\/p>\n<p>Noi, per\u00f2, non potremmo porlo da soli, per il semplice fatto che non potremmo porre da soli neppure noi stessi. Noi abbiamo ricevuto l&#8217;esistenza, non ce la siamo data.<\/p>\n<p>Al tempo stesso, avvertiamo dolorosamente la ferita del non-essere: vediamo che alle cose tutte, ed a noi per primi, manca qualcosa; e questa mancanza ci fa soffrire, e ci pungola continuamente ad andarne alla ricerca.<\/p>\n<p>E che cosa ci manca &#8211; a noi che esistiamo, ma non ci siamo dati da noi stessi l&#8217;esistenza &#8211; se non l&#8217;essere, che dia pienezza, splendore e gioia al nostro esistere, talora cos\u00ec palesemente stentato e doloroso?<\/p>\n<p>Ma se avvertiamo la ferita del non-essere, vuol dire che qualcosa ce la fa sentire: se non esistesse l&#8217;acqua, nessuno ne avrebbe sete; se non esistesse il cielo stellato, il minatore non uscirebbe con esultanza dalla buia caverna, nel cuore della notte.<\/p>\n<p>Questa forza potente non \u00e8 altri che l&#8217;Essere: fondamento del mondo, garanzia del nostro conoscere, testimone del nostro aspro cammino verso la verit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A volte ci capita di pensare a quella casa in Via Aonez, quartiere di Chiavris, all&#8217;estrema periferia nord-occidentale della nostra citt\u00e0 natale: dove, tra le fronde<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30168,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[37],"tags":[92],"class_list":["post-23822","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-metafisica","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-metafisica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23822","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23822"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23822\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30168"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23822"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23822"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23822"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}