{"id":23815,"date":"2018-11-07T07:41:00","date_gmt":"2018-11-07T07:41:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/11\/07\/che-civilta-e-la-civilta-moderna\/"},"modified":"2018-11-07T07:41:00","modified_gmt":"2018-11-07T07:41:00","slug":"che-civilta-e-la-civilta-moderna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/11\/07\/che-civilta-e-la-civilta-moderna\/","title":{"rendered":"Che civilt\u00e0 \u00e8 la civilt\u00e0 moderna?"},"content":{"rendered":"<p>La civilt\u00e0 greco-romana, pi\u00f9 o memo, sappiamo cos&#8217;\u00e8 stata. Anche la civilt\u00e0 medioevale crediamo di sapere cosa \u00e8 stata; o almeno riteniamo ragionevolmente di saperlo, il che \u00e8 gi\u00e0 qualcosa. Ma la civilt\u00e0 moderna, che cos&#8217;\u00e8? Ce tipo di civilt\u00e0 \u00e8? In che cosa consiste il suo elemento di civilt\u00e0, come si caratterizza? Qual \u00e8 l&#8217;idea essenziale che la ispira, che la anima, che la sorregge? In che cosa crede, quale \u00e8 la sua visione del mondo? E ha una sua visione del mondo? Oppure non si occupa di siffatte questioni &quot;metafisiche&quot; e si concentra solo sulla <em>praxis<\/em>?<\/p>\n<p>Ha scritto il celebre filologo classico e grecista irlandese Eric Robertson Dodds (1893-1979) nel suo importante saggio <em>I Greci e l&#8217;irrazionale<\/em> (titolo originale: <em>The Greeks and the Irrational<\/em>, 1951; traduzione dall&#8217;inglese di V. Vacca De Bosis, Firenze, La Nuova Italia, 1973, pp. 28 ss.):<\/p>\n<p><em>Quella descritta da Omero \u00e8 sicuramente una civilt\u00e0 di vergogna. Il bene spremo dell&#8217;uomo omerico non sta nel godimento di una coscienza tranquilla, sta nel possesso della \u03c4\u03b9\u03bc\u03ae, la pubblica stima: &quot;Perch\u00e9 dovrei combattere se nello stesso pregio (\u03c4\u03b9\u03bc\u03ae) sono il codardo e il prode? (Il., IX, 315). L&#8217;uomo omerico non ha &quot;timor di Dio&quot;, ma rispetto dell&#8217;opinione pubblica: \u03b1\u1f30\u03b4\u03ce\u03c2) (Iliade, XXII, 105, cfr. VI, 442, XV, 516 ss, XVII, 91 ss, Odissea, XVI, 75, XXI, 323). Egli sente come insopportabile ci\u00f2 che lo espone al disprezzo e al ridicolo dei suoi simili.<\/em><\/p>\n<p><em>Nell&#8217;et\u00e0 arcaica invece la civilt\u00e0 greca sviluppa sempre pi\u00f9 caratteristiche di &quot;civilt\u00e0 di colpa&quot;: non che di tale modo di pensare non ci siano presupposti in Omero: il principio che l&#8217;uomo \u00e8 impotente di fronte alla divinit\u00e0 che vede di malocchio i suoi successi ha un presupposto in Iliade, XXIV, 525-33, in cui si parla della dolora condizione degli uomini. Al contrario, il senso della responsabilit\u00e0 degli uomini nelle loro azioni \u00e8 gi\u00e0 abbastanza chiaro in &quot;Odissea&quot;, I, 34 (&quot;per i loro folli delitti contro il dovuto han dolori&quot;) e in questa prospettiva \u00e8 interpretata la vicenda di Egisto e degli Atridi. Ma certo nel complesso la situazione cambia: dall&#8217;idea che l&#8217;eccessivo successo sia sgradita agli Dei gelosi nasce un nesso morale: si afferma ci\u00f2 che il successo produce K\u00f3\u03c1o\u03c2 (alle lettera, &quot;indigestione&quot;) e questo a sua volta genera \u00a0\u1f55\u03b2\u03f1\u03b9\u03c2, arroganza manifestata con la parola, con i fatti, con il pensiero. Cos\u00ec Zeus diventa il dio della giustizia, concetto di cui non c&#8217;\u00e8 tracia nell&#8217;Iliade, mentre nell&#8217;Odissea Zeus appare gi\u00e0 come protettore dei supplici e Odisseo trionfa perch\u00e9 \u00e8 attento alle ammonizioni divine. Allo steso modo, nell&#8217;Iliade on si riscontra alcun termine che significhi &quot;timorato di Dio&quot;, mentre l&#8217;Odissea conosce \u03b8\u03b5\u03bf\u03c5\u03b4\u03ae\u03c2 e \u03b4\u03b5\u03b9\u03c3\u03b9\u03b4\u03b1\u03af\u03bc\u03c9\u03bd; d&#8217;altra parte manca ogni idea di amor di Dio. In Omero poi non c&#8217;\u00e8 traccia della credenza secondo la quale la contaminazione contagiosa ed ereditaria, come troviamo invece chiaramente negli scrittori successivi.<\/em><\/p>\n<p>In altre parole, per Dodds &#8212; che, con questo testo, si pone anche come uno dei massimi esponenti della recente antropologia culturale &#8211; vi sono civilt\u00e0, come quella omerica, che fanno leva sul senso della vergogna per spingere i loro membri ad agire in modo consono ai loro valori, e ve ne sono altre, come quella greca dei secoli successivi, ma anche quella cristiana, che fanno leva sul senso della colpa. Nel primo caso, l&#8217;individuo agisce in vista dell&#8217;approvazione altrui, perch\u00e9 teme pi\u00f9 di ogni altra cosa la vergogna di essere riprovato e disprezzato dagli altri membri del gruppo. Achille, Ulisse, Diomede e tutti gli altri combattono per conquistare la gloria attraverso l&#8217;ammirazione degli altri; e non fuggono davanti al nemico, se non in casi eccezionali, perch\u00e9 temono di essere giudicati vigliacchi. Il giudizio altrui \u00e8 talmente importante che il guerriero che ritiene di aver perso la stima dei compagni pu\u00f2 anche scegliere il suicidio per non sopravvivere al disonore, come nel caso di Aiace. Nel secondo caso, il giudizio sul proprio valore e sui propri meriti viene interiorizzato: \u00e8 la divinit\u00e0 che stabilisce cosa \u00e8 giusto e cosa \u00e8 sbagliato, e chi viola il codice da essi stabilito, a accettato da tutta la comunit\u00e0, incorre nella disapprovazione altrui, ma anche e soprattutto nella propria. Notiamo, di sfuggita, che mentre nel primo schema chi si copre di vergogna viene interamente giudicato e condannato, per cui non potr\u00e0 mai pi\u00f9 riabilitarsi, nel secondo la riprovazione \u00e8 limitata a un singolo comportamento e non investe la totalit\u00e0 della persona (ma avevano il concetto di persona, i greci?) e quindi chi si \u00e8 reso colpevole, pu\u00f2 tuttavia redimersi. Ne caso della civilt\u00e0 cristiana, questo \u00e8 particolarmente evidente e sin dagli esordi. San Paolo, come \u00e8 noto, era un accanito persecutore dei cristiani; ma, dopo essersi convertito ed essersi messo interamente al servizio del Vangelo, nessuno gli ha pi\u00f9 rimproverato la sua colpa passata, ed \u00e8 probabile che non lo abbia fatto neanche lui stesso &#8212; quanto meno, ci\u00f2 non traspare dai suoi numerosi scritti, che pur sono ricchi di spunti autobiografici. Quando parla della sua vita precedente alla conversione, lo fa con molta oggettivit\u00e0, senza compiacimento n\u00e9 auto-disprezzo: \u00e8 come se si fosse distaccato da quel vecchio uomo che ancora non conosceva Cristo. Lo stesso concetto emerge dalla vicenda del beato Carino Pietro da Balsamo, l&#8217;assassino di San Pietro Martire, detto San Pietro da Verona, nel XIII secolo; il quale, dopo essersi macchiato del delitto, ebbe una sincera e profonda conversione, divenne converso domenicano, e trascorse quarant&#8217;anni della sua vita, fino alla morte, in umilt\u00e0, penitenza e preghiera. Non solo non gli venne pi\u00f9 rimproverata la sua gravissima colpa, ma la Chiesa lo venera come beato; se poi egli continuasse a rimproverarsela nel segreto della coscienza, \u00e8 probabile, anzi \u00e8 cosa certa, visto che non usc\u00ec mai dalla sua vita di penitenza e preghiera, evidentemente non ritenendosi mai &quot;assolto&quot;. Ma \u00e8 certo che, per l&#8217;etica cristiana, vale sempre la formula espressa da Ges\u00f9 subito dopo il suo ingresso a Gerusalemme (<em>Gv<\/em>, 12, 47): <em>Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perch\u00e9 non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.<\/em> Parole che riecheggiano quelle di Dio al profeta Ezechiele (33, 19): <em>Com&#8217;\u00e8 vero ch&#8217;io vivo &#8211; oracolo del Signore Dio &#8211; io non godo della morte dell&#8217;empio, ma che l&#8217;empio desista dalla sua condotta e viva. Convertitevi dalla vostra condotta perversa! Perch\u00e9 volete perire, o Israeliti?<\/em><\/p>\n<p>Ebbene: che tipo di civilt\u00e0 \u00e8, la civilt\u00e0 moderna? Ammesso che sia una civilt\u00e0. Civilt\u00e0 \u00e8 una parola grossa. Per gli antropologi, qualsiasi sistema di vita materiale e spirituale, di qualsiasi genere e contenuto, che duri nel tempo e differenzi fortemente un certo ambito storico-sociale da tutti gli altri \u00e8 una civilt\u00e0; ma nel senso specifico della parola, \u00e8 un insieme di valori positivi, un sistema di vita sviluppato in base a dei principi superiori, che vadano oltre la legge della giungla: il contrario della barbarie. A noi sembra che in questo significato pi\u00f9 preciso, non si possa nemmeno parlare di una civilt\u00e0 moderna: se in essa si riscontrano dei valori positivi, \u00e8 per la parziale sopravvivenza di elementi dell&#8217;eredit\u00e0 passata, cio\u00e8 della civilt\u00e0 pre-moderna: nello specifico, quella cristiana. Per il resto, la modernit\u00e0 si caratterizza molto pi\u00f9 come negazione e come rifiuto di valori preesistenti, compreso il concetto stesso di verit\u00e0, e molto meno, o nulla, per la capacit\u00e0 di produrre nuovi valori di segno positivo: i valori moderni, se cos\u00ec li vogliamo chiamare, sono quasi unicamente di segno negativo; sono negazioni, non affermazioni. Per esempio, la negazione del criterio di verit\u00e0, in nome del relativismo; della bellezza, in nome dell&#8217;<em>arte brutta<\/em>; della normalit\u00e0, in nome della rivendicazione di una difformit\u00e0 dalla norma come valore in se stessa, anche se si tratta di una difformit\u00e0 aberrante; del libero arbitrio, a causa di un determinismo d&#8217;impronta naturalistica. Ma relativismo, bruttezza, anormalit\u00e0, determinismo, non sono valori positivi: sulla base di essi non si pu\u00f2 costruire nulla di durevole, si pu\u00f2 solo distruggere ci\u00f2 che esiste e generare un senso di vuoto sempre pi\u00f9 grande, aumentando la gi\u00e0 babelica confusione che regna ovunque. In senso lato, certo esiste una civilt\u00e0 moderna, come \u00e8 esistita, ad esempio, una civilt\u00e0 barbaresca (nel Mediterraneo occidentale, fino al XIX secolo; qualcosa di simile sopravvive in alcune zone dell&#8217;Oceano Indiano e del Sud-est asiatico) o, scendendo ancora pi\u00f9 in basso sulla scala dell&#8217;evoluzione sociale, come sono esistite, fino a pochissimi anni fa, una civilt\u00e0 dei tagliatori di teste o una di guerrieri antropofagi: vale a dire civilt\u00e0 fondate unicamente sul parassitismo nei confronti di ci\u00f2 che altri producono, sulla pirateria, sulla rapina sistematica, sullo schiavismo e sulla brutalit\u00e0 eretta ad unico sistema di vita. Materia di studio per gli antropologi, non sistema di valori capace di durare e di assicurare il bene degli uomini.<\/p>\n<p>Comunque, domandiamoci come si caratterizza, la cosiddetta civilt\u00e0 moderna. Ci sembra che essa non abbia realizzato alcun progresso n\u00e9 rispetto alla civilt\u00e0 della vergogna, n\u00e9 rispetto alla civilt\u00e0 della colpa, anzi, che abbia preso gli aspetti peggiori di entrambe, sviluppandoli alla rovescia, cio\u00e8 verso condizioni regressive di vita e di pensiero. La vergogna? Certo che esiste un senso della vergogna, e svolge un ruolo importantissimo, per non dire decisivo, nella vita dei singoli: ma di che cosa si vergognano, gli uomini moderni? Gli eroi omerici si vergognavano al pensiero di essere considerati vili o inetti; gli uomini moderni si vergognano all&#8217;idea di essere giudicati poveri o sorpassati. \u00c8 sempre una schiavit\u00f9 nei confronti del giudizio altrui, \u00e8 sempre un far dipendere la propria vita e le proprie azioni da ci\u00f2 che gli altri pensano di ciascuno; ma almeno gli eroi greci esaltavano dei valori socialmente utili, come il coraggio e il cameratismo. Quali sono i valori che esalta la modernit\u00e0, e senza i quali la vita \u00e8 giudicata indegna di essere vissuta? La ricchezza, prima di tutto; poi la capacit\u00e0 di farsi strada in qualunque modo, manipolando gli altri; poi la ricerca del proprio egoistico piacere, che porta con s\u00e9 il mito &#8212; illusorio &#8211; della perenne giovinezza. Chi non riesce a raggiungere, o ad avvicinarsi, a tali obiettivi, \u00e8 considerato un perdente; e non c&#8217;\u00e8 nulla che gli uomini moderni temano pi\u00f9 di un simile giudizio. Lo temono, se possibile, perfino pi\u00f9 della morte, che pure temono in maniera paranoica: al punto che molti preferiscono morire se perdono la ricchezza, o il successo, o la giovinezza, e se si rendono conto di non essere pi\u00f9 invidiati e ammirati dagli altri, ma disprezzati o, peggio ancora, ignorati. L&#8217;uomo moderno ha una smania compulsiva di affermarsi, di farsi notare, di essere riconosciuto: reazione fin troppo prevedibile ai meccanismi omologanti e spersonalizzanti della societ\u00e0 di massa. Il problema \u00e8 che, in questa massa, tutti vorrebbero emergere, cosa evidentemente impossibile: il risultato \u00e8 quello strano ibrido che \u00e8 l&#8217;individualista di massa. Costui pretende di avere dalla vita tutti i vantaggi che derivano dal vivere in una societ\u00e0 di massa (la sicurezza personale, la sanit\u00e0, l&#8217;istruzione, i trasporti, ecc.) ma al tempo stesso pretende di emergere, di spiccare, di essere notato come un individuo eccezionale: pretesa che si scontra e si elide con quella di tutti gli altri.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, la civilt\u00e0 moderna \u00e8 caratterizzata da una forte presenza del senso di colpa, anche se la cultura ufficiale si scaglia continuamente contro di esso, negandone ogni legittimit\u00e0 ed esortando ciascun individuo a romperla una volta per sempre coi sensi di colpa, considerati un ingrato retaggio della civilt\u00e0 cattolica. E tuttavia, dobbiamo domandarci: il <em>senso di colpa<\/em> e il <em>senso della colpa<\/em> sono proprio la stessa cosa? La civilt\u00e0 greca post-omerica, ma anche la civilt\u00e0 cristiana, pongono il senso della colpa: cio\u00e8 si aspettano che quanti trasgrediscono alle norme stabilite provino rimorso e si ravvedano. Invece il senso di colpa, proprio dei moderni, \u00e8 un indefinito senso di angoscia esistenziale, che non ha una causa precisa e non si limita a un singolo aspetto, a una singola azione: l&#8217;uomo moderno si sente colpevole, ma non sa di che, o almeno non lo sa a livello pienamente cosciente. Eppure questa angoscia indeterminata, ma fortissima, \u00e8 come un filo rosso che unisce quasi tutte le opere della modernit\u00e0, dalle arti figurative al teatro, dalla letteratura al cinema, dalla filosofia alla musica. In verit\u00e0, esso \u00e8 molto pi\u00f9 terribile del vecchio senso della colpa: perch\u00e9, come abbiamo detto, da questo ci si pu\u00f2 emancipare, passando attraverso una chiarificazione, un pentimento e un proponimento di non trasgredire pi\u00f9 al <em>nomos<\/em>; mentre dal senso di colpa totale, indifferenziato, inafferrabile, non ci si potr\u00e0 mai liberare. Tutti gli uomini moderni sono condannati a vivere sotto quest&#8217;ombra minacciosa, che, nei casi pi\u00f9 gravi, porta alla depressione e al suicidio: cos\u00ec, senza una ragione precisa. Oppure la ragione c&#8217;\u00e8? Forse \u00e8 tutto l&#8217;insieme della civilt\u00e0 moderna che crea il senso di colpa: proprio perch\u00e9 si basa su un tradimento radicale di ci\u00f2 che l&#8217;uomo dovrebbe essere e di come dovrebbe vivere la sua vita. Ma nessuno osa dirlo apertamente, perch\u00e9 tutti temono la vergogna di essere derisi, di essere sbeffeggiati. E cos\u00ec l&#8217;angoscia aumenta, si diffonde come un cancro, contamina tutto, inquina perfino le gioie pi\u00f9 pure. Di che cosa si sente in colpa, l&#8217;uomo moderno? Probabilmente, di esistere. In base ai presupposti filosofici della cultura moderna, la vita \u00e8 un male, e sarebbe meglio non nascere: infatti, il crollo della natalit\u00e0 testimonia la convinzione di moltissime persone, che dare la vita sia un atto di crudelt\u00e0 imperdonabile. Ma se l&#8217;uomo moderno si sente colpevole di esistere, la sua angoscia non avr\u00e0 mai fine, e la sua vita somiglier\u00e0 a un inferno. E chi pu\u00f2 salvarlo dall&#8217;inferno, se non Dio? Ma a Dio, ha voltato le spalle&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La civilt\u00e0 greco-romana, pi\u00f9 o memo, sappiamo cos&#8217;\u00e8 stata. 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