{"id":23755,"date":"2008-02-18T02:24:00","date_gmt":"2008-02-18T02:24:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/18\/la-natura-dellanima-e-la-sua-immortalita-nel-pensiero-di-magno-aurelio-cassiodoro\/"},"modified":"2008-02-18T02:24:00","modified_gmt":"2008-02-18T02:24:00","slug":"la-natura-dellanima-e-la-sua-immortalita-nel-pensiero-di-magno-aurelio-cassiodoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/18\/la-natura-dellanima-e-la-sua-immortalita-nel-pensiero-di-magno-aurelio-cassiodoro\/","title":{"rendered":"La natura dell\u2019anima e la sua immortalit\u00e0 nel pensiero di Magno Aurelio Cassiodoro"},"content":{"rendered":"<p>Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, nato verso il 490 d. C. e morto, vecchissimo, nel 583, si pu\u00f2 considerare, insieme a Severino Boezio, &quot;l&#8217;ultimo dei Romani&quot;; ma, a differenza del suo illustre contemporaneo, si pu\u00f2 anche considerare il primo degli scrittori medioevali, per una sua caratteristica apertura verso il nuovo, compresa la realt\u00e0 dei regni romano-germanici. Mentre Boezio appare come circonfuso da una luce purissima, e tuttavia malinconica, perch\u00e9 tutto assorbito nel compito di sintetizzare e armonizzare la grande tradizione filosofica di Platone con quella di Aristotele e come dominato da una struggente nostalgia per il mondo antico che stava finendo, Cassiodoro si rivela impegnato in uno sforzo gigantesco per gettare le basi di una cultura enciclopedica che, trasmettendo ai posteri l&#8217;eredit\u00e0 del mondo greco-latino e fondendola con la cultura cristiana, potesse sostenere l&#8217;urto dei tempi tremendi che si andavano annunciando &#8211; egli visse in piena guerra greco-gotica (535-553), nella scomoda posizione di ministro dei re goti &#8211; e salvare dal naufragio l&#8217;eredit\u00e0 spirituale e culturale di Roma.<\/p>\n<p>Allievo, per molti aspetti, del pensiero filosofico di sant&#8217;Agostino, Cassiodoro tende a un sapere enciclopedico che compendi le arti del Trivio (Grammatica, Dialettica e Retorica) e del Quadrivio (Aritmetica, Geometria, Musica e Astronomia). Un altro aspetto caratteristico della sua cultura \u00e8 la prevalenza della formazione religiosa rispetto a quella laica, per cui lo studio dei classici \u00e8 visto come una sorta di propedeutica a quello delle Scritture. Entrambi questi indirizzi di pensiero sarebbero rimasti in eredit\u00e0 al Medio Evo, sicch\u00e9 si pu\u00f2 affermare che la sua influenza sui secoli successivi \u00e8 stata enorme.<\/p>\n<p>Scrive Piero Gallardo nella sua <em>Storia della letteratura italiana<\/em> (Milano, Fratelli Fabbri Editori, 1967, p. 28):<\/p>\n<p><em>&quot;In convento compil\u00f2 i<\/em> Variarum libri XII<em>, raccolta in 12 libri delle epistole ufficiali, che egli stesso aveva scritto durante le sue funzioni pubbliche, importanti anche per le notizie storiche che ci forniscono. In esse Cassiodoro riprende la teoria ciceroniana dei tre stili, e la precisa. Gli stili sono il<\/em> sublime<em>, il<\/em> medio, l&#8217;umile, <em>e ad essi si fa ricorso secondo l&#8217;importanza degli scritti, in particolare per le lettere.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Dopo essere stato ministro di Teoderico e, poi, di Teodato, svolgendo peraltro un ruolo ambiguo nell&#8217;assassinio di Amalasunta che scaten\u00f2 la guerra con Giustiniano (vedi il nostro saggio <em>Amalasunta e la crisi del regno ostrogoto, 526-535,<\/em> sempre sul sito di Arianna Editrice), nel 535-36 tent\u00f2 di organizzare a Roma, d&#8217;accordo con papa Agapito, una scuola di teologia sul modello del <em>didaskaleion<\/em> di Alessandria, ossia una specie di universit\u00e0 cristiana. Il progetto fall\u00ec, anche per l&#8217;inzio della guerra fra Goti e Bizantini, cos\u00ec come era fallito il progetto di una fusone tra Romani e barbari, cui aveva generosamente collaborato, scrivendo &#8211; fra l&#8217;altro &#8211; una storia degli Ostrogoti o <em>Getica,<\/em> poi andata perduta e conosciuta, oggi, solo tramite un compendio di Jordanes, che \u00e8 una sorta di <em>epos<\/em> nazionale di quel popolo<em>.<\/em><\/p>\n<p>A quel punto, mentre la parola passava alle armi, con il loro inevitabile seguito di carestie e pestilenze, e l&#8217;Italia intera piombava nel pi\u00f9 spaventoso cataclisma della sua storia plurimillenaria, l&#8217;indomito Cassiodoro decise di ritirarsi in un chiostro da lui fondato nella natia Calabria, a Vivarium: non per fuggire dal mondo, ma per gettare fra i suoi monaci le fondamenta di un mondo nuovo, salvando la parte migliore dell&#8217;eredit\u00e0 del vecchio. Egli, infatti, organizz\u00f2 una vasta mole di attivit\u00e0 culturali, tra le quali la copiatura delle opere classiche sia pagane che cristiane, e forn\u00ec un modello di organizzazione monastica che avrebbe esercitato una notevole influenza sul movimento benedettino.<\/p>\n<p>Abbiamo detto della sua propensione per una cultura che fosse la pi\u00f9 ampia possibile, addirittura di tipo enciclopedico. Oltre alle <em>Variae<\/em>, scrisse una <em>Chronica<\/em> universale, una <em>Historia ecclesiastica tripartita<\/em> e tutta una serie di opere esegetiche sulle sacre Scritture. Tuttavia l&#8217;opera che gli diede la fama furono le celebri <em>Institutiones<\/em>, suddivise in <em>De institutione divinarum litterarum<\/em>, in 33 capitoli, e in <em>De artibus ac disciplinis liberalium litterarum.<\/em> Inoltre, resosi conto, negli ultimi anni della sua vita, del basso livello di istruzione dei suoi monaci, allo scopo di porvi rimedio compose il trattato <em>De ortographia<\/em>, il quale, in realt\u00e0, abbraccia retrospettivamente la sua intera produzione letteraria.<\/p>\n<p>Osserva Michael Von Albrecht nella sua <em>Storia della letteratura latina<\/em> (Torino, Einaudi, vol. III, pp. 1.516-1517):<\/p>\n<p><em>&quot;Casiodoro considera il sapere mondano come necessaria integrazione a quello religioso. Per costruire una biblioteca raccoglie manoscritti ed introduce la trascrizione dei codici come incombenza dei monaci: spiritosamente la definisce \u00abcontra diaboli subreptiones illicitas calamo atramentoque pugnare (combattere con la penna e con l&#8217;inchiostro contro le disoneste insidie del demonio\u00bb:<\/em> inst.<strong>,<\/strong> <em>1, 30). Allo stesso modo incoraggia la tradizione di opere greche. Le sue<\/em> Institutiones <em>ricordano qua e l\u00e0 una buona guida per una biblioteca. Dapprima d\u00e0 istruzioni per lo studio della Bibbia e traccia un profilo degli scrittori cristiani Ilario, Cipriano, Ambrogio, Gerolamo ed Agostino. Poi, per\u00f2, nella seconda sezione principale delle sue<\/em> Institutiones, <em>tratta in sette capitoli le<\/em> Artes liberales<em>. I suoi interessi sono realmente enciclopedici e comprendono anche la letteratura relativa all&#8217;assistenza ai malati e quella naturalistica. Raccomanda il giardinaggio ai confratelli incapaci di penetrare nelle profondit\u00e0 del sapere.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Applica sistematicamente l&#8217;ermeneutica. Nelle<\/em> Expositiones in Psalmos <em>\u00e8 seguito lo schema seguente: illustrazione del titolo, suddivisione, breve indicazione del contenuto. L&#8217;esegesi vera e propria che segue prende lo spunto dalla persona del parlante come punto focale storico e del Cristo come cardine spirituale. Vengono distinti i significati &#8216;pneumatico&#8217; (spirituale), storico e mistico, quello morale \u00e8 solo occasionalmente sfiorato. Alla fine segue ogni volta u breve riepilogo. Non solo il modello di fondo della meditazione reca l&#8217;impronta della retorica; anche nel dettaglio vengono messi in rilievo gli elementi retorici nei<\/em> Salmi<em>; questi sono eloquenza nel senso pieno del termine. Cos\u00ec il commento ai<\/em> Salmi <em>\u00e8 allo stesso tempo un&#8217;iniziazione alla dottrina della fede e alla scienza: quest&#8217;ultima rende esplicito ci\u00f2 che si trova nei testi biblici.&quot;<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;unica opera propriamente filosofica di Cassiodoro \u00e8 il trattato <em>De Anima<\/em>, posto in appendice alle <em>Variae.<\/em> In esso vengono trattati i problemi della natura dell&#8217;anima; della sua radicale incorporeit\u00e0 (ovvero mancanza di forma); della sorte dell&#8217;anima dopo la vita terrena; delle caratteristiche della vita eterna; e, infine, di Dio.<\/p>\n<p>Come gi\u00e0 abbiamo accennato, vi si risente l&#8217;influenza del pensiero di Agostino e, attraverso Agostino, quella di Platone e dei neoplatonici (cfr. la nostra traduzione dei <em>Frammenti di Ammonio Sacca<\/em>, sempre sul sito di Arianna Editrice). Non si pu\u00f2 dire che Cassiodoro vi dispieghi un pensiero veramente originale, anche se bisogna riconoscergli, come sempre (a lui, innamorato della didattica) una notevole chiarezza espositiva. A differenza di Boezio, egli non scriveva per un pubblico esperto di filosofia, ma per un pubblico di monaci desiderosi di farsi una cultura generale e per le persone colte che, come lui, avevano molteplici interessi culturali.<\/p>\n<p>Nel capitolo dedicato alla forma dell&#8217;anima, la sua definizione di forma \u00e8 tratta dalla geometria e non si applica, evidentemente, alle sostanze spirituali. Non \u00e8 chiaro se Cassiodoro non si avveda della contraddizione, oppure se la adoperi con voluta disinvoltura, allo scopo di rendere pi\u00f9 semplice e chiaro il concetto della incorporeit\u00e0 dell&#8217;anima.<\/p>\n<p>In quello dedicato al destino dell&#8217;anima dopo la morte, egli sembra unire l&#8217;insegnamento di Platone, Plotino e degli altri neoplatonici con quello tradizionale della Chiesa cattolica, disegnando un inferno e un paradiso estremamente realistici (anche se, a volte, un po&#8217; ingenui), che non mancher\u00e0 di suggestionare i posteri, fino a Dante ed oltre, passando per gli scultori delle grandi cattedrali romaniche e gotiche.<\/p>\n<p>Giova, comunque, ricordare che il dibattito sulla natura dell&#8217;anima era vivamente sentito nella cultura della tarda antichit\u00e0, sia in ambito greco che latino, e fra i cristiani non meno che fra i pagani. Non solo la dottrina di Democrito e, poi, quella di Epicuro (magnificamente esposta nel <em>De rerum natura<\/em> di Lucrezio), ma anche quella stoica, sostenevano la natura materiale dell&#8217;anima; e tale punto di vista era passato nello stesso cristianesimo attraverso Tertulliano, nonostante avesse incontrato molti e agguerriti oppositori.<\/p>\n<p>Una voce potente a sostegno dell&#8217;incorporeit\u00e0 dell&#8217;anima era stata, nel V secolo, quella di Claudiano Mamerto (morto verso il 474 d. C.), un retore della Gallia e amico di Sidonio Apollinare, autore del trattato <em>De statu animae<\/em>, che \u00e8 stato definito il maggiore scritto filosofico tra sant&#8217;Agostino e Boezio. Mamerto aveva sostenuto, attaccando le tesi &quot;materialistiche&quot; di Fausto di Riez, l&#8217;essenza non spaziale e quantitativamente inafferrabile dell&#8217;anima. Le sue argomentazioni rivelano una forte ascendenza neoplatonica e sembra che abbiano costituito la base, o una delle basi, per la composizione del trattatello cassiodoriano, sicch\u00e9 si pu\u00f2 dire che l&#8217;influenza del neoplatonismo su quest&#8217;ultimo sia duplice: diretta e indiretta; e proveniente, nel secondo caso, sia da Mamerto che da Agostino.<\/p>\n<p>Riportiamo, a questo punto, i passi salienti del <em>De Anima<\/em> di Cassiodoro, tradotti e presentati da Manlio Simonetti, con la collaborazione di Emanuela Prinzivalli, nella sua gigantesca e benemerita opera in tre volumi <em>Letteratura cristiana antica<\/em> (con gli scritti originali a fronte), Casale Monferrato, Edizioni Piemme, III, pp. 580-597.<\/p>\n<p><em>&quot;V. Alcuni autori dissero chela natura di questa sostanza \u00e8 ignea, perch\u00e9 essa vive sempre come una viva fiamma e perch\u00e9 vivifica con il suo calore le membra congiunte al corpo; e ancora perch\u00e9 tutte le creature celesti &#8212; essi sostengono &#8212; sono costituite da sostanza ignea, che non deriva da codesto nostro fuoco che ci consuma e poco dura, ma da un fuoco tranquillo, che non si consuma n\u00e9 aumenta, ma sempre persevera nella originaria dignit\u00e0 ricevuta. Esso pertanto non pu\u00f2 estinguersi, perch\u00e9 non \u00e8 formato al pari di tutti i corpi a alcuna mescolanza di elementi. Uno e semplice, esso non conosce contrariet\u00e0 e perci\u00f2 rimane per sempre, perch\u00e9 nella sua essenza non vi \u00e8 contrasto. Tutte le creature, alle quali \u00e8 stata data una sostanza spirituale &#8212; essi dicono -, sono come gli esseri immortali.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Noi invece preferiamo dire piuttosto, per non incorrere in alcuna empiet\u00e0, che l&#8217;anima \u00e8 una luce, perch\u00e9 \u00e8 immagine di Dio &#8212; immagine ricevuta &#8212; ricordiamolo &#8212; in maniera conveniente tra tutte le altre condizioni, secondo la propria capacit\u00e0 e necessit\u00e0. Infatti &#8216;soltanto&#8217; Dio onnipotente<\/em> ha l&#8217;immortalit\u00e0; egli abita in una luce inaccessibile, <em>che la mente sana intuisce al di sopra di tutti gli splendori e le meraviglie. Ora, essendo immagine, l&#8217;anima ha con Dio una certa somiglianza; ma non pu\u00f2 avere lo stesso lume che ha la verit\u00e0. Ebbene quella luce, da noi tenuta come un ineffabile mistero, presente interamente ovunque senza essere vista, \u00e8 il Padre, il Figlio e lo Spirito santo; una sola essenza e una sola sovrana potenza, splendore sopra tutti gli splendori, gloria impossibile a celebrarsi, che solo una mente purissima e abbandonata a Dio pu\u00f2 sentire almeno in qualche aspetto, ma che tuttavia non riesce a spiegare in maniera appropriata. Infatti, come \u00e8 possibile parlare in maniera sufficiente di colui che non pu\u00f2 essere compreso mediante il senso della creatura?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Andiamo pure oltre i confini della nostra anima e in silenzio nel profondo dei nostri pensieri eleviamoci sopra di noi stessi. Passiamo oltre anche alle potest\u00e0 delle creature celesti e consideriamo profondamente chi sia colui che ha fatto in un attimo s\u00ec grandi cose con un solo atto della sua volont\u00e0. Ebbene, qualsiasi cosa ammiriamo, egli \u00e8 pi\u00f9 grande; qualsiasi cosa pensiamo, egli \u00e8 pi\u00f9 eccelso, poich\u00e9 la mente umana non pu\u00f2 spingersi in quella imperscrutabile grandezza. Dunque, \u00e8 ragionevole soltanto adorare ci\u00f2 che non \u00e8 scandagliabile e non patene di definire esaurientemente di che natura egli sia, e quanto grande sia.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Sapendo questo di Dio, a noi sembra di poter dire , senza alcuna empiet\u00e0, che le anime hanno per sostanza una certa lue, poich\u00e9 nel Vangelo si legge: \u00abLa luce che illumina ogni uomo viene in questo mondo\u00bb. In secondo luogo riteniamo sia cos\u00ec perch\u00e9 quando pensiamo, sentiamo che c&#8217;\u00e8 in noi un non so che di tenue, leggero, luminoso, che riesce a vedere senza la luce del sole e senza l&#8217;aiuto di altri lumi. Infatti, se questo qualcosa non possedesse in se stesso la luminosit\u00e0, non avrebbe una capacit\u00e0 cos\u00ec grande di penetrare le cose. Questo potere non \u00e8 dato a chi \u00e8 avvolto dalle tenebre; tutte le cose prive di luce perdono la propria vitalit\u00e0. La luce di questa sostanza \u00e8 infatti cos\u00ec penetrante, che riesce a vedere anche le cose assenti. Le anime, tuttavia, diventano molto pi\u00f9 luminose b e sempre meno soggette al mutamento soprattutto quando, con la loro vita, non si allontanano dalla grazia di Dio. \u00c8 certissimo, e lo sappiamo per esperienza, che con la loro forza speculativa le anime scrutano e comprendono molte cose ardue che sono state nascoste nel mistero della natura<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ora vediamo se si debba credere che le anime &#8211; di cui gi\u00e0 abbiamo affermato l&#8217;incorporeit\u00e0 &#8211; abbiano una forma.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;VI. Anzitutto conviene conoscere che cosa \u00e8 veramente la forma in se stessa, attraverso la definizione che ne hanno dato gli antichi. Chiamo forma un certo spazio racchiuso da una o pi\u00f9 linee. Cos\u00ec \u00e8 facile capire se sia possibile che le anime abbiano una forma, esse che certamente sono potenze spirituali. Infatti, poich\u00e9 ogni forma \u00e8 in una superficie o in un corpo &#8211; e una superficie si d\u00e0 solo in un corpo solido e palpabile &#8211; e poich\u00e9 \u00e8 chiaro che l&#8217;anima \u00e8 esente da queste cose, non si deve per nulla credere che le anime abbiano una forma, ma esse permangono nella propria qualit\u00e0 sostanziale senza avere figura e corpo. Non si obietti ci\u00f2 che l&#8217;Apostolo dice a proposito di Cristo Signore: \u00abEgli, avendo la forma di Dio, non ritenne un furto la sua uguaglianza con lui\u00bb, eccetera; Paolo, infatti, in quel passo per forma intende la natura di Dio. Del resto Iddio che \u00e8 incorporeo, che \u00e8 onnipresente e incomprensibile, quale forma poteva avere? E questo si legge nel vangelo &#8211; che il povero Lazzaro fu ricevuto, dopo questa vita, nel seno di Abramo; che il ricco invece, mentre bruciava nelle fiamme avvampanti, chiedeva una goccia d&#8217;acqua per mitigare il suo bruciore &#8211; bisogna credere che sia stato detto perch\u00e9 si comprenda quali mali debba temere la nostra funesta avidit\u00e0 di ricchezze. Il ricco non ha parlato con la lingua, che, si sa, \u00e8 fatta di carne, e Lazzaro non aveva dita dalle quali potessero cadere gocce d&#8217;acqua per mitigare l&#8217;arsura del ricco. Anche le altre immagini contenute in pagine simili della Scrittura sono da intendersi allo stesso modo. Non \u00e8 poi cos\u00ec importante che si dicano tali cose parlando d&#8217;una creatura, seguendo l&#8217;uso della lingua umana. Ma persino del creatore, che \u00e8 impassibile, immutabile, che rimane perennemente uguale a se stesso, spesso abbiamo letto che si adira e che sonnecchia, non \u00e8 che tali azioni si addicano al Signore, ma di lui si scrive cos\u00ec per farci comprendere alcune verit\u00e0, seguendo le nostre umane abitudini, in modo pi\u00f9 facile e pi\u00f9 sintetico. Cos\u00ec leggiamo di frequente che le anime &#8211; dateci prive di forma &#8211; assumono delle forme. Il fatto che l&#8217;anima non abbia una quantit\u00e0 suole anche preoccupare qualcuno., dato che si a che essa \u00e8 racchiusa entro il corpo dell&#8217;uomo. Ma se richiamiamo la definizione verace di quantit\u00e0 &#8211; e la definizione sbroglia sempre in breve ogni questione &#8211; , la verit\u00e0 ci apparir\u00e0 chiara. Cos\u00ec, infatti, i matematici descrivono la quantit\u00e0 in modo vero e sintetico: ogni quantit\u00e0 consiste o di cose continue, come ad esempio l&#8217;albero, l&#8217;uomo, il monte, o di un aggregato di elementi, come ad esempio un coro di cantori, un popolo, un coacervo e simili. Ma non facendo parte l&#8217;anima n\u00e9 delle cose continue, n\u00e9 di quelle per aggregato, perch\u00e9 non \u00e8 un corpo, \u00e8 chiaro che essa non ha affatto una quantit\u00e0, ma si trova in tutto il corpo, n\u00e9 riceve una forma, n\u00e9 dobbiamo dire che essa possiede una certa quantit\u00e0. \u00c8 da credere, tuttavia, che al creatore possono essere manifeste la condizione e la quantit\u00e0 delle anime, poich\u00e9<\/em> egli ha creato tutto con misura, numero e peso, <em>e solo lui, creatore di tutto, conosce veramente tutto. Egli con meravigliosa potenza intuisce anche gli stessi nostri pensieri come fossero cose visibili; egli ascolta il sangue dell&#8217;innocente che grida vendetta; insomma, egli conosce tutto prima ancora che venga creato. \u00c8 ora di passare alle virt\u00f9 morali, chiamate dai greci<\/em> aret\u00e1s<em>, che sono ricchezze da desiderarsi ardentemente e che in realt\u00e0 costituiscono il prezioso tesoro dell&#8217;anima: mediante le virt\u00f9 la buona coscienza si sforza di rivendicare la propria purezza contro l&#8217;impurit\u00e0 del corpo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;XIV. Mi chiederete, forse, che cosa facciano le nostre anime dopo questa vita, e quale sia la loro condizione. La nostra risposta \u00e8 desunta da diversi testi. La morte \u00e8 separazione dell&#8217;anima dal copro, \u00e8 l&#8217;assenza di questa vita, senza pi\u00f9 i desideri e le necessit\u00e0 della carne. Infatti, quando saremo spogliati di questa luce per ordine del Creatore, subito perderemo gli appetiti e le debolezze corporali. Non saremo pi\u00f9 rotti dalla fatica, non avremmo bisogno di cibo, non saremo fiaccati dalla lunghezza del digiuno, ma mantenendoci sempre in esistenza nella natura della nostra anima, saremo nell&#8217;impossibilit\u00e0 di compiere sia il bene sia il male, e, fino al giorno del giudizio, soffriremo per il male compiuto, oppure godremo delle nostre buone azioni. In quel giorno raccoglieremo tutto il frutto della nostra vita, quando la voce del Signore o ci ripudier\u00e0 o ci ammetter\u00e0 al regno della felicit\u00e0 eterna. Nella vita presente qualche somiglianza con la morte ha il fenomeno del sonno tranquillo, poich\u00e9 con esso lasciamo i desideri e le ambizioni del tempo presente, e il nostro animo tranquillo, immerso nel profondo sopore della mente, non avverte nulla di quanto accade.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;XV. Ma quando, nel giorno della resurrezione, con quella celerit\u00e0 con cui tutto fu creato, i corpi umani avranno la loro identit\u00e0 di uomini e di donne, quale sar\u00e0 la disgrazia per quei miseri destinati a essere tormentati in eterno, senza mai venire meno? La loro pena perpetua consiste in una vita perenne nella sventura: dolore senza fine, tribolazione senza requie, afflizione senza speranza, male che non pu\u00f2 cambiare. Infatti, la turba dei viziosi viene punita in maniera tale che la loro dannazione \u00e8 assolutamente immutabile. Miseri pi\u00f9 di tutti, sia perch\u00e9 perdono l&#8217;oggetto del loro amore sia perch\u00e9 soffrono per sempre ci\u00f2 che non vorrebbero: tempo senza dolce vita, morte senza fine che possa porvi rimedio, citt\u00e0 senza letizia, patria detestata, abitazioni amare, consorzio d&#8217;infelici, turba di piangenti; e, quel che \u00e8 pi\u00f9 grave, al di sopra di ogni rovina, i dannati vedono nel loro stesso tormento coloro che, nella cecit\u00e0, hanno idolatrato.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nell&#8217;ambito del medesimo supplizio, tuttavia, vi sono differenti pene, in ragione di ci\u00f2 che ciascuno ha meritato; come i buoni godono di gradi doversi di beatitudine, cos\u00ec anche i malvagi sono sottoposti a pene diverse. Avranno tutti una stessa et\u00e0 matura. Infatti, come \u00e8 possibile che ci siano bambini l\u00e0 dove non si cresce, e vecchi dove non si viene mai meno? Questi momenti mutevoli della vita tendono verso la morte, ma ci\u00f2 che \u00e8 eterno \u00e8 sempre uguale a se stesso. Ed ora una piccola difficolt\u00e0, quasi rigagnolo che sorge da un vasto fiume: com&#8217;\u00e8 possibile che ci sia una pena eterna, e che non si consumi la sostanza d&#8217;un essere, senza essere riparata in alcun momento? Ma \u00e8 vano pensare cos\u00ec, quando si tratta di cause eterne. Infatti, ci pu\u00f2 essere una pena che tormenta senza distruggere; e ci pu\u00f2 essere una sostanza che, pur aumentando la sensazione di dolore, non viene meno. Del resto, la nostra stessa anima da quante tribolazioni non \u00e8 qui in terra afflitta, eppure non viene meno. Ci sono anche delle montagne che bruciano divorate da gradi incendi, eppure nelle loro fiamme persistono stabilmente! La salamandra riprende vita nel fuoco e, con il calore di esso, si ristora. Alcuni vermiciattoli vivono in acque bollenti. Cos\u00ec agli uni \u00e8 fato un nutrimento che per altri sarebbe, invece, portatore di morte. Che se tra le cose mortali abbiamo il sostegno di tali esempi, che coa si deve credere di quell&#8217;eternit\u00e0, dove non si trova uomo mortale, che sia consumato dalla pena? Quei miseri non potranno, dunque, sottrarsi al fuoco eterno.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Chi dubita, invece, che il premio dei beati non sia eterno? Essi sanno, infatti, d&#8217;entrare nella letizia, che non dovranno pi\u00f9 temere tristezza alcuna, e che la felicit\u00e0 meritata \u00e8 senza fine. L\u00ec il nostro animo non avr\u00e0 pi\u00f9 timore per la propria prosperit\u00e0, ma la sospirata felicit\u00e0 conserver\u00e0 sempre in eterno la propria esultanza. I beati avvertono che la propria felicit\u00e0 \u00e8 sommamente sicura, poich\u00e9 comprendono che non possono pi\u00f9 peccare. La nostra tranquillit\u00e0 ivi non \u00e8 pi\u00f9 scossa da alcuna incertezza; la mente, decisa, non \u00e8 pi\u00f9 titubante, non ondeggia, non si lascia commuovere, ed \u00e8 fondata da tanta stabilit\u00e0 di pace, che \u00e8 incapace di desiderare o di pensare altre cose all&#8217;infuori della sua contemplazione. Avremo sempre ci\u00f2 che ci fa piacere, e non vi sar\u00e0 nulla che possa dispiacerci. Ivi saremo liberi, per grazia di Dio, non illanguiditi dal torpore dell&#8217;ozio, ma applicati con zelo alla grazia della perfezione. I nostri sentimenti saranno soddisfatti, in una pura mitezza; la nostra volont\u00e0 sar\u00e0 avvolta dalla pace, saremo saggi senza affaticarci con la mente, comprenderemo senza possibilit\u00e0 di sbagliare. Non riceveremo pi\u00f9 male a alcuno, e non vi saranno mali esterni alla volont\u00e0. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ivi sar\u00e0 sempre giorno e il tempo sempre sereno. Il sole non sar\u00e0 offuscato da nessuna nube, ma tutto risplender\u00e0 di maggior luce per grazia del creatore.- Ivi, infatti, i beat godranno d&#8217;un tale splendore della mente e di una tale luce intellettuale, che meriteranno di contemplare, come \u00e8 stato detto, lo stesso creatore, come egli \u00e8 nella propria maest\u00e0. Per questa ragione, i libri degli antichi ci avvertono che vede veracemente il creatore quella parte di noi, che ha in s\u00e9 la sua immagine, dopo essere stata purificata e resa migliore dalla grazia divina. Con quella stessa facolt\u00e0, con cui ora crediamo, avremo la visione, e con quella parte di noi, che \u00e8 la migliore, contempleremo l&#8217;essere sommo, perfetto, singolare.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;O come questa sfera del sole, quando risplende sena nubi sulla terra, accarezza i sensi del nostro animo! Di quanta consolazione non ci riempie la vista della lue terrena! La visione dei fiori ci d\u00e0 moltissima gioia; ed ora, con grande piacere, contempliamo la terra verdeggiante, il mare azzurro, l&#8217;aria tersa, il tremolio delle stelle. Se le cose create ci riempiono di cos\u00ec grande dolcezza, quando arrivano al nostro sguardo, che cosa dobbiamo pensare sar\u00e0 allora la visione di quella maest\u00e0, di cui non troviamo nulla di simile?&quot;<\/em><\/p>\n<p>Nelle ultime immagini di Cassiodoro risuona una dolcezza straordinaria, che \u00e8 poi quella dei mosaici bizantini delle chiese di Ravenna: Sant&#8217;Apollinare Nuovo, Sant&#8217;Apollinare in Classe, coi loro colori brillanti, gli sfondi d&#8217;oro e il verde lucente delle palme e dei prati, il bianco delle vesti dei santi e dei martiri; e, ancora, l&#8217;azzurro meraviglioso della volta trapunta delle fulgide stelle dorate, come nel Mausoleo di Galla Placidia. Oppure sembra di cogliere luci e colori ineffabili che percorrono gli ultimi canti del <em>Paradiso<\/em> di Dante, quando il verso si fonde con l&#8217;evocazione struggente di atmosfere rarefatte, grandiose e indefinibili, che non appartengono pi\u00f9 a questo mondo.<\/p>\n<p>Abbiamo gi\u00e0 detto della scarsa originalit\u00e0 speculativa del trattato di Cassiodoro, per cui non ci soffermeremo oltre su questo aspetto.<\/p>\n<p>\u00c8 importante, invece, collocare quest&#8217;opera minore del Nostro, da un lato nel contesto del dibattito sulla natura dell&#8217;anima, allora molto vivo anche in ambito cristiano (e che proseguir\u00e0, con lo studio di Aristotele e di Averro\u00e9, lungo i secoli della Scolastica), dall&#8217;altro nella prospettiva dello sforzo tenace e gigantesco che Cassiodoro andava compiendo per lasciare una salda base filosofica e spirituale all&#8217;Occidente, in vista di una bufera che avrebbe, forse, provocato un ristagno culturale dalla durata imprevedibile.<\/p>\n<p>Quest&#8217;ultimo aspetto dell&#8217;attivit\u00e0 letteraria e di Cassiodoro \u00e8, del resto, quello che ce lo rende pi\u00f9 vicino e che ci d\u00e0 la misura della sua statura intellettuale; forse perch\u00e9 sentiamo, in qualche parte del nostro spirito, che i tempi verso i quali stiamo andando presentano delle forti somiglianze con quelli che battevano alle porte della pi\u00f9 tarda antichit\u00e0; e che noi pure, pertanto, ci troviamo a dover riflettere sulla necessit\u00e0 di riorganizzare le nostre basi culturali e spirituali, al fine di tramandarne l&#8217;eredit\u00e0 alle generazioni che verranno &#8211; dopo che sar\u00e0 passata la bufera.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, nato verso il 490 d. 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