{"id":23736,"date":"2006-07-13T02:39:00","date_gmt":"2006-07-13T02:39:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/07\/13\/un-precursore-del-comunismo-anarchico\/"},"modified":"2006-07-13T02:39:00","modified_gmt":"2006-07-13T02:39:00","slug":"un-precursore-del-comunismo-anarchico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/07\/13\/un-precursore-del-comunismo-anarchico\/","title":{"rendered":"Un precursore del comunismo anarchico"},"content":{"rendered":"<p><em>Artcolo pubblicato sul numero del 26 febbraio 1988, anno 68, del settimanale anarchico &quot;Umanit\u00e0 Nova&quot;, giornale fondato nel 1920 da Errico Malatesta.<\/em><\/p>\n<p><em>Tutti crediamo di conoscere la figura di Carlo Pisacane, che fin dai libri di testo della scuola elementare ci viene presentato come un tipico eroe risorgimentale, generoso anche se sfortunato. L&#8217;alone mazziniano, la spedizione di Sapri, la poesia di Luigi Mercantini (&quot;eran trecento\/ eran giovani e forti\/ e sono morti&quot;), la stessa biografia storica di Nello Rosselli (altro eroe sfortunato e &quot;mazziniano&quot;) gli hanno creato intorno un alone agiografico e semi-leggendario. Il fascismo, poi, non esit\u00f2 ad &quot;arruolarlo&quot; fra i suoi precursori, con una operazione altrettanto cinica di quella che port\u00f2 i nazisti ad appropriarsi della filosofia di Nietzsche.<\/em><\/p>\n<p><em>Ma Pisacane non \u00e8 stato soltanto questo. \u00c8 stato anche, e soprattutto, il precursore del comunismo anarchico in Italia.<\/em><\/p>\n<blockquote>\n<p><em>&quot;La Rivoluzione si far\u00e0 quando il contadino cambier\u00e0 volontariamente la marra col fucile.&quot;<\/em><\/p>\n<\/blockquote>\n<p>CARLO PISACANE<\/p>\n<p>Che la storia del Risorgimento italiano sia tutta da rifare, a cominciare dal nome, che \u00e8 insopportabilmente retorico e mistificante, \u00e8 cosa ben risaputa, almeno fra gli studiosi pi\u00f9 seri e avvertiti e nell&#8217;ambito del pensiero progressista. Lo schema di un Risorgimento divaricato in due correnti o anime principali, monarchica e liberal-moderata l&#8217;una, repubblicana e democratica l&#8217;altra, \u00e8 del tutto insufficiente. La realt\u00e0 \u00e8 che la tendenza repubblicana era a sua volta frazionata in numerosi e, talvolta, contraddittori orientamenti: a cominciare dalla divisione fra unitari (Mazzini) e federalisti (Cattaneo, Ferrari).<\/p>\n<p>Tale eterogeneit\u00e0, e quindi debolezza strutturale, era il frutto di una condizione arretrata, insufficiente, subalterna della borghesia italiana rispetto a quelle dell&#8217;Europa occidentale. Caratteristica, poi, di tutte le varie tendenze &quot;repubblicane&quot; era lo scarso peso assegnato, nei programmi insurrezionali, al &quot;quarto stato&quot;. N\u00e9 Mazzini, tutto preso dalla sua &quot;rivoluzione dei doveri&quot;, n\u00e9 Garibaldi (e lo si vide a Bronte) avevano la chiara coscienza e la volont\u00e0 politica di fare appello ai &quot;cafoni&quot;, ossia alla maggioranza miserabile, oppressa e sfruttata, pressoch\u00e9 analfabeta, che nell&#8217;Italia rurale di met\u00e0 Ottocento costituiva il 90% della popolazione (e non solo al Centro-Sud e nelle Isole). Perch\u00e9 fare appello ai &quot;cafoni&quot; avrebbe significato, inevitabilmente, colorire di tinte sociali, e non solamente politiche e nazionaliste, il Risorgimento; avrebbe significato rimettere sul tappeto la questione della propriet\u00e0, del latifondo, della mezzadria; in una parola, avrebbe evocato lo spettro del comunismo.<\/p>\n<p>E Mazzini, che dopo i massacri di Thiers nel 1871 ebbe solo poche parole di sprezzante condanna per i Comunardi, vittime di una repressione d&#8217;inaudita ferocia, aborriva puramente e semplicemente da tutto ci\u00f2. N\u00e9 Garibaldi, pur intuendo oscuramente la forza ascendente della rivoluzione sociale (il socialismo come &quot;Sole dell&#8217;avvenire&quot;), ebbe mai una visione politica ed ecomico-sociale chiaramente orientata, al di l\u00e0 di un programma generico (e sostanzialmente borghese) di riscatto nazionale.<\/p>\n<p>L&#8217;unico &#8211; ripetiamo: l&#8217;unico &#8211; che nel Risorgimento italiano ebbe la lucidit\u00e0 di saldare insieme le correnti pi\u00f9 avanzate del repubblicanesimo (federalismo, anticlericalismo, rivoluzione dal basso) con una visione avanzata, europea, della questione sociale (comunismo, autogestione, abolizione dello Stato e superamento della divisione in classi antagoniste), fu Carlo Pisacane.<\/p>\n<p>Da decenni \u00e8 in corso una polemica, invero assai meschina, fra diverse connotazioni ideologiche della sinistra (e anche della destra), per impossessarsi retrospettivamente della sua figura gigantesca, del suo pensiero e della sua opera. Ricordo ancor oggi che il nostro professore della scuola media (un vecchio comunista ortodosso che passava per progressista solo in virt\u00f9 del locale strapotere democristiano), presentandoci Pisacane, lo defin\u00ec &quot;il primo pensatore e uomo d&#8217;azione marxista nella storia d&#8217;Italia&quot;. Caro professore, gli anni sono passati e la storia me la sono andata a ristudiare per mio conto: e ho compreso che non dicevi la verit\u00e0, non so se in buona o in cattiva fede. Pisacane non era un marxista per il semplice fatto che, per lui, il comunismo e il collettivismo non erano che un mezzo, certo il pi\u00f9 importante, per giungere alla distruzione dello Stato in quanto tale, e alla dissoluzione di ogni forma di potere e di sfruttamento da parte dell&#8217;uomo sui suoi simili. Era dunque, a tutti gli effetti e prima di Bakunin (che anzi a Napoli, verso il 1867, fu poi influenzato dal suo pensiero) non solo un libertario, ma un anarchico nel senso pi\u00f9 letterale e specifico della parola.<\/p>\n<p>Carlo Pisacane fu un anarchico. Egli vide nel superamento dello Stato la forma economico-sociale pi\u00f9 avanzata che si potesse dare per risolvere le contraddizioni del nostro movimento risorgimentale. Invece i marxisti, se pure all&#8217;inizio parlavano anche loro dell&#8217;abolizione <em>finale<\/em> dello Stato (collocandola, per\u00f2, in un futuro cos\u00ec vago, da sfumare nell&#8217;escatologia) erano &#8211; e sono &#8211; fermamente convinti che l&#8217;anarchia \u00e8 una forma rudimentale, arretrata, sottosviluppata della lotta di classe &#8211; se pure non priva di implicazioni reazionarie o, quantomeno, conservatrici.<\/p>\n<p>Per dirla con Renzo Del Carria (nel suo libro <em>Proletari senza rivoluzione<\/em>, Savelli, 1977, vol. 1, p. 171):<\/p>\n<p><em>&quot;In Italia l&#8217;Internazionale non si afferma come ideologia marxista di una classe operaia moderna, ma, dato l&#8217;ambiente economico-sociale ancora pre-capitalista, si colora subito di eresia anarchica, cio\u00e8 di socialismo piccolo-borghese. Gli intellettuali spostati e in lotta contro lo Stato, gli artigiani e la piccola borghesia estranea e avversa al governo della grossa borghesia agraria non possono costituire una alternativa al potere (non essendo ancora sorta la classe operaia, quale nuova antagonista) e nella loro lotta contro lo stato nemico si danno una ideologia socialista utopistica che come tale rimane sul terreno dell&#8217;ideologia borghese.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2, evidentemente, vale anche per il movimento socialista italiano subito prima della nascita dell&#8217;Internazionale. Ne consegue che anche Pisacane, per un marxista coerente e &quot;ortodosso&quot;, non era che un intellettuale &#8216;spostato&#8217; in lotta contro lo Stato, un piccolo borghese frustrato e staccato dalle masse, un ideologo della borghesia, e sia pure inconsapevole. Questi sono gli esiti aberranti, alla Pol-Pot, della storiografia marxista, secondo la quale &#8211; come per ogni chiesa che si rispetti &#8211; chi non \u00e8 con lei \u00e8 contro di lei, e chi non \u00e8 col P.C.I. non pu\u00f2 che essere un reazionario o un fascista.<\/p>\n<p>La biografia di Pisacane \u00e8 troppo nota perch\u00e9 ci soffermiamo qui a ricostruirla, e su di essa esistono molti buoni studi. Cos\u00ec pure, non vogliamo dilungarci a trattare organicamente del suo pensiero politico, essendo anch&#8217;esso gi\u00e0 sufficientemente noto anche ad un vasto pubblico. Baster\u00e0 solo accennare che, negli anni dell&#8217;esilio dopo la caduta della Repubblica Romana, nel 1849 (della quale era stato capo di Stato maggiore) egli sub\u00ec una notevole evoluzione. Specialmente a Parigi, a contatto con le correnti pi\u00f9 vive del nascente movimento socialista, Pisacane comprese che Mazzini aveva finito per farsi promotore di una rivoluzione puramente politica, che un domani avrebbe lasciato immutata la sostanza della questione sociale; mentre era necessario dare alla rivoluzione un forte contenuto sociale, e fare appello direttamente alle masse proletarie, se si voleva sperare di smuoverle dal loro secolare torpore. Dopo il 1855, comunque, vi fu un riavvicinamento fra lui e Mazzini, e questo per due motivi: perch\u00e9, effettivamente, il vecchio maestro si stava mostrando pi\u00f9 attivo ed &quot;aperto&quot;nei suoi piani insurrezionali; e perch\u00e9 era indispensabile, per motivi tattici, una riunificazione delle forze a sinistra, se si voleva tentare qualche impresa con speranza di successo.<\/p>\n<p>Nacque cos\u00ec il progetto della spedizione di Sapri, sulla quale vogliamo soffermare maggiormente la nostra attenzione, perch\u00e9 essa \u00e8 fondamentale per la comprensione dell&#8217;uomo Pisacane, della sua ideologia (che allora pochissimi conoscevano, dato che la sua opera maggiore, i <em>Saggi storici-politici-militari sull&#8217;Italia<\/em>, sarebbe uscita postuma, nel 1858), delle sue contraddizioni e dei suoi limiti intrinseci.<\/p>\n<p>Mettiamo in chiaro, innanzitutto, che a Sapri non sbarc\u00f2 un pugno di sprovveduti e di illusi. Il piano, concertato sotto la supervisione di Mazzini, era organicamente articolato sia sul piano strategico, che su quello logistico. Almeno sulla carta. Rosolino Pilo doveva rifornire il vapore <em>Cagliari<\/em> di armi, a mezzo di una flottiglia di barche; nell&#8217;entroterra napoletano, dei gruppi locali dovevano tenersi pronti a sostenere lo sbarco con una serie di sollevazioni simultanee, in modo da bloccare eventuali rinforzi all&#8217;esercito borbonico e aprire pi\u00f9 fronti di lotta.<\/p>\n<p>Tutto questo non avvenne, e la responsabilit\u00e0 dell&#8217;insuccesso non pu\u00f2 essere addebitata &#8211; se non in misura indiretta e riflessa &#8211; su Pisacane. Il 25 giugno 1857 lui, il Nicotera, il Fuschini e altri 21 giovani si impadronirono del postale diretto da Genova alla Sardegna, e fecero rotta verso le coste napoletane. Le barche di Pilo non si videro all&#8217;appuntamento. Il colpo di mano sul penitenziario dell&#8217;isola di Ponza port\u00f2 alla liberazione di circa 300 detenuti, fra politici e &quot;comuni&quot;. La notte del 28 giugno avvenne lo sbarco a Sapri, in fondo al Golfo di Policastro, al limite fra Campania e Lucania: forse l&#8217;angolo pi\u00f9 miserrimo e pi\u00f9 arretrato dell&#8217;intera Penisola. I gruppi locali non si mossero, perch\u00e9 non poterono o non osarono agire, e questo segn\u00f2 l&#8217;inizio della fine.<\/p>\n<p>Rimasta isolata, la spedizione di Pisacane lasci\u00f2 la costa e si inoltr\u00f2 sui monti del Cilento, dove forse era ancora possibile, nel medio periodo, accendere dei fuochi di guerriglia rivoluzionaria. Invece il dramma si consum\u00f2 nei giorni immediatamente successivi. A Padula, passato sulla riva destra del Tanagro (Vallo di Diano), i rivoluzionari furono attaccati una prima volta da gruppi di gendarmi e di contadini, ai quali era stato fatto credere di essere in presenza di una incursione di briganti. I superstiti ripiegarono al di l\u00e0 del fiume, ma a Sanza furono circondati e nuovamente assaliti da forze preponderanti.<\/p>\n<p>Anche questa volta, il grosso delle forze attaccanti era formato da gruppi di &quot;cafoni&quot;, quelli stessi che Pisacane voleva far insorgere contro i Borboni. Fu un massacro. Ferito e ormai in procinto di essere catturato, Pisacane evit\u00f2 la vergogna del capestro sparandosi un colpo di fucile. Aveva solo trentanove anni, essendo nato a Napoli, da una famiglia dell&#8217;alta aristocrazia, nel 1818. Solo Nicotera sfugg\u00ec alla morte, fingendosi cadavere (1\u00b0 luglio 1857).<\/p>\n<p>Tali i fatti. Quali le cause del fallimento, al di l\u00e0 &#8211; naturalmente &#8211; di quelle puramente tecnico-militari? Perch\u00e9 i contadini avevano fatto a pezzi, con roncole e forconi, i loro &quot;liberatori&quot;? Certo, quei contadini erano largamente strumentalizzabili, nella loro immensa ignoranza, dal clero; e fu il clero a svolgere una parte di primo piano nel fanatizzarli e nello scagliarli contro gli &quot;invasori&quot;, dei quali si disse perfino che venivano a portare un morbo sconosciuto e micidiale, oltre che a rapire le donne, saccheggiare i beni, distruggere gli altari. Tutto questo, per\u00f2, non \u00e8 ancora sufficiente a spiegare interamente il disastro.<\/p>\n<p>Per comprendere le ragioni ultime del tragico malinteso, bisogna scavare molto pi\u00f9 a fondo, e riconoscere come Pisacane e i suoi compagni dovettero apparire ai &quot;cafoni&quot; meridionali come i portatori di una nuova e pi\u00f9 temuta dominazione, quella dei borghesi. Essi solidarizzarono coi rappresentanti del sistema feudale, per il semplice fatto che, al paragone, lo consideravano migliore. Infatti, attraverso le corporazioni, il diritto all&#8217;uso dei pascoli, l&#8217;esenzione dal servizio militare di leva (l&#8217;esercito borbonico era formato da soldati di mestiere, in larga misura svizzeri e tedeschi), il sistema tributario tutto sommato tollerabile, e altri istituti di originre medioevale, il feudalesimo, in un certo senso, &quot;proteggeva&quot; i contadini da un pi\u00f9 intenso sfruttamento, cui li avrebbe fatalmente condotti un regime borghese (come infatti accadde dopo il 1860, provocando una guerra &quot;sociale&quot; dei cosiddetti briganti della durata di almeno quattro anni).<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, Pisacane aveva mostrato di non conoscere abbastanza la loro psicologia, a giudicare dai proclami che aveva lanciato dopo lo sbarco a Sapri. In essi aveva inveito contro &quot;la sfrenata tirannide di Ferdinando II&quot;: ma era un linguaggio che i contadini non potevano capire, n\u00e9 condividere. Certo, le cose sarebbero andate diversamente se vi fosse stato il tempo di chiarire gli equivoci, permettendo a Pisacane di mostrarsi nella sua vera dimensione di rivoluzionario anarchico, favorevole a una radicale riforma agraria culminante nell&#8217;abolizione della propriet\u00e0 privata, e alla soppressione dello Stato.<\/p>\n<p>Ora, non si pu\u00f2 fare ragionevolmente la storia con i &quot;se&quot;, ma neppure si deve cadere nell&#8217;idolatria della realt\u00e0 effettuale, in nome di uno storicismo assoluto di matrice idealistica (<em>tutto ci\u00f2 che \u00e8 razionale \u00e8 reale, tutto ci\u00f2 che \u00e8 reale \u00e8 razionale,<\/em> diceva, sulle orme di Hegel, il nostro Benedetto Croce). Non si deve dimenticare, ad esempio, che solo tre anni dopo il tentativo sfortunato di Pisacane, lo sbarco insurrezionale riusc\u00ec pienamente a Garibaldi, proprio in quel Regno delle Due Sicilie che era apparso cos\u00ec ingrato quale terreno rivoluzionario; solo che non ci sarebbero state le fucilazioni di Bronte se, al posto di Garibladi e di Bixio, vi fossero stati Pisacane e i suoi amici.<\/p>\n<p>Ebbene, anche in questo scommettere il proprio destino, in questo giocare d&#8217;azzardo con la storia, insomma, in questa capacit\u00e0 di buttarsi fino in fondo e di rischiare il tutto per tutto, Pisacane appare un antesignano della prassi anarchica: poich\u00e9 essa \u00e8 fatta di volont\u00e0, oltre che di circostanze politicamente &quot;mature&quot;. Certo i rivoluzionari starebbero freschi, se dovessero sempre aspettare che le circostanze siano &quot;mature&quot;. Mature lo sono quasi sempre, e non lo sono quasi mai. \u00c8 con la volont\u00e0, che si verifica <em>quanto<\/em> siano mature. E per farlo occorre muoversi, osare, rischiare.<\/p>\n<p>Come Pisacane ha fatto, senza riserva alcuna.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Artcolo pubblicato sul numero del 26 febbraio 1988, anno 68, del settimanale anarchico &quot;Umanit\u00e0 Nova&quot;, giornale fondato nel 1920 da Errico Malatesta. 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