{"id":23733,"date":"2014-09-25T01:38:00","date_gmt":"2014-09-25T01:38:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/09\/25\/carlo-gozzi-contro-goldoni-ovvero-di-che-cosa-deve-parlare-il-teatro\/"},"modified":"2014-09-25T01:38:00","modified_gmt":"2014-09-25T01:38:00","slug":"carlo-gozzi-contro-goldoni-ovvero-di-che-cosa-deve-parlare-il-teatro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/09\/25\/carlo-gozzi-contro-goldoni-ovvero-di-che-cosa-deve-parlare-il-teatro\/","title":{"rendered":"Carlo Gozzi contro Goldoni, ovvero: di che cosa deve parlare il teatro?"},"content":{"rendered":"<p>Fin dai banchi di scuola siamo stati indottrinati a vedere in Carlo Goldoni l&#8217;iniziatore della maniera &quot;giusta&quot; di fare teatro: mettendo in scena la realt\u00e0, creando dei personaggi verosimili, delle storie quotidiane, tratte dalla vita &quot;vera&quot;, e rifiutando sia i lazzi e gli orpelli della ormai esangue Commedia dell&#8217;arte, sia le stramberie alla moda dell&#8217;abate Chiari e le evasioni fantastiche del reazionario Carlo Gozzi. Ora, indipendentemente dal giudizio che si voglia dare dell&#8217;arte di Goldoni, resta il fatto che, impostata cos\u00ec la questione, non si tratta che di un giudizio auto-referenziale: siccome la modernit\u00e0 ha eletto Goldoni (e, pi\u00f9 tardi, i vari Pirandello, Beckett e Ionesco) a proprio nume tutelare, almeno nell&#8217;ambito del teatro, va da s\u00e9 che Goldoni rappresenta il &quot;bene&quot;, cio\u00e8 il progresso, mentre Gozzi rappresenta il &quot;male&quot;, cio\u00e8 la conservazione di modi di pensare, di scrivere e di far teatro che erano divenuti superati e indifendibili.<\/p>\n<p>La storia, dunque, la scrivono sempre i vincitori: di questa semplice verit\u00e0 dovrebbero ricordarsi anche gli studenti, quando si vedono servire, gi\u00e0 bello e confezionato, un quadro storico-letterario in cui i vincitori sono, appunto, i maestri della modernit\u00e0: realisti, esistenzialisti, cerebrali (ma di un cerebralismo che celebra il Nulla): sono i vari Kafka, Proust, Svevo, Joyce, intrepidi araldi della dissoluzione, di cui si compiacciono e da cui traggono il consenso dei lettori; mentre gli scrittori, di teatro e no, che non seguono questa impostazione, sono automaticamente relegati al ruolo di &quot;antagonisti&quot; destinati a essere oltrepassati dalla Storia, perch\u00e9 la Storia (con la &quot;s&quot; maiuscola) non sa cosa farsene dei passatisti, immersi nei loro sogni e nei loro rimpianti. La Storia vuol procedere a passo di carica; vuol demolire tutto ci\u00f2 che appartiene alla tradizione (come fanno architetti e urbanisti scatenati, autentici Vandali delle nostre citt\u00e0 e dei nostri paesaggi); non ha tempo per gli indugi, per i sentimentalismi; e, del resto, ne diffida profondamente: non ha forse insegnato Freud, uno dei pi\u00f9 grandi &quot;maestri&quot; della modernit\u00e0, che bisogna diffidare sempre, di tutto e di tutti, ma specialmente dei buoni sentimenti e degli onesti pensieri?<\/p>\n<p>Tornando al teatro: la domanda che ci si dovrebbe porre, prima ancora di emettere giudizi di valore su questo o quell&#8217;autore, \u00e8 di che cosa esso deve parlare, che cosa deve rappresentare, a quale funzione risponde. Se, prima ancora di riflettere, diamo per scontato &#8212; perch\u00e9 cos\u00ec ci \u00e8 stato sempre detto, ma senza spiegarci perch\u00e9 &#8212; che il teatro deve mettere in scena la &quot;realt\u00e0&quot;, la &quot;verit\u00e0&quot;, la &quot;vita&quot; (come se questi tre concetti fossero sinonimi), allora si capisce che gli autori &quot;realisti&quot; sono nel giusto, mentre quelli che non lo sono, brancolano nell&#8217;errore. Ma chi garantisce la giustezza della premessa?<\/p>\n<p>Quanto male, in letteratura, ha fatto l&#8217;equivoco del Neorealismo, innalzato al rango di Letteratura con la &quot;l&quot; maiuscola (e la stessa cosa \u00e8 accaduta nel teatro, nel cinema, nelle arti figurative, perfino nella filosofia): si pensi, per fare solo un esempio, alle dolorose incomprensioni cui \u00e8 andato incontro il povero Cesare Pavese, reo di aver &quot;tradito&quot;, agli occhi di certi critici letterari &#8211; e sappiamo di qual colore e di quale ideologia &#8212; il realismo, per abbandonarsi alle fumisterie del mito, del simbolo, dell&#8217;archetipo. Quanto al teatro: era davvero nell&#8217;errore Carlo Gozzi, allorch\u00e9 si impegnava, con tutte le sue forze, in una strenua battaglia contro il &quot;realismo&quot; che vedeva avanzare ovunque, dall&#8217;economia alla giurisprudenza, dalle scienze naturali alla teologia, identificandolo con il cavallo di Troia di una &quot;rivoluzione&quot; che avrebbe distrutto il vecchio mondo, senza sapere poi come costruirne uno nuovo? Era davvero cos\u00ec ottuso, cos\u00ec incapace di comprendere quel che stava accadendo, come ce lo dipingono fin troppo volentieri i critici e gli storici della letteratura, allo scopo di far meglio risaltare, per contrasto, le meravigliose virt\u00f9 di Goldoni, cittadino della modernit\u00e0 coi piedi ben piantati per terra, deciso a riformare il teatro (o piuttosto a rivoluzionarlo) per sottometterlo alla sua personale concezione, cancellando secoli d&#8217;illustre tradizione?<\/p>\n<p>Non si vuole, con questo, dare un giudizio di valore sul suo teatro, dal punto di vista artistico; n\u00e9 si vuol sostenere, cosa che sarebbe assurda, che la Commedia dell&#8217;arte avesse ancora qualcosa da dire, nella seconda met\u00e0 del XVIII secolo. Goldoni, ma c&#8217;\u00e8 bisogno di dirlo?, \u00e8 stato un grande scrittore; e la Commedia dell&#8217;arte, dopo una lunga e gloriosa storia, era ormai giunta al capolinea: su questo non ci sono dubbi. Rimane la domanda: il tipo di riforma, o piuttosto di rivoluzione teatrale, di cui Goldoni si \u00e8 voluto protagonista, e i suoi ammiratori dopo di lui, ha orientato i successivi sviluppi del teatro italiano nella direzione giusta? La direzione giusta per il teatro, cos\u00ec come per ogni altra forma d&#8217;arte, \u00e8 quella in cui l&#8217;essere umano riesce a specchiarsi con un maggiore grado di verit\u00e0; laddove la &quot;verit\u00e0&quot; non va confusa con il &quot;realismo&quot;, che \u00e8 la mera verit\u00e0 dell&#8217;apparire, ma va intesa in un senso molto pi\u00f9 ampio e profondo, ossia come verit\u00e0 totale, non solo di ci\u00f2 che si mostra ma anche di ci\u00f2 che rimane celato alla vista, e, nondimeno, appartiene alla realt\u00e0 tanto quanto le cose che si vedono, si odono, si toccano.<\/p>\n<p>E dunque: l&#8217;uomo contemporaneo ha elaborato una immagine veritiera della realt\u00e0, in questo senso pi\u00f9 ampio e profondo? \u00c8 in grado di specchiarsi in se stesso con sufficiente verit\u00e0, ed \u00e8 in grado di porsi nella giusta relazione con gli altri enti, ossia tenendo conto della loro reale natura, dove &quot;reale&quot; non \u00e8 solo quella che si mostra, ma quella che appartiene al loro intimo essere, senza la quale \u00e8 inevitabile che li si tratti o come strumenti da sottomettere o come nemici da abbattere? E il teatro &quot;realista&quot;, cos\u00ec come la letteratura &quot;realista&quot; del XIX e del XX secolo, ha svolto un ruolo positivo nell&#8217;aiutare l&#8217;uomo a porsi in maniera corretta verso se stesso e verso gli altri, cogliendo la realt\u00e0 intima che si cela dietro il dato puramente esteriore e materiale?<\/p>\n<p>Sono queste le domande che ci si dovrebbe porre, quando si deve giudicare la controversia teatrale fra Carlo Gozzi e Goldoni. Bisognerebbe mettere fra parentesi il fatto che la concezione goldoniana, nel medio-breve periodo, ha riportato una vittoria totale e definitiva; che la concezione teatrale del primo \u00e8 stata relegata nella soffitta delle cose inutili e strane, delle quali ci si domanda a che cosa possano essere mai servite, e perch\u00e9 siano durate cos\u00ec a lungo. Bisognerebbe anche liberarsi dal pregiudizio secondo il quale solo il Progresso ha ragione, mentre la Tradizione ha torto: pregiudizio, appunto, tipicamente moderno. Cos\u00ec come bisognerebbe liberarsi, almeno in sede di giudizio estetico, di un altro pregiudizio moderno, quello che potremmo definire democratico: secondo il quale \u00e8 il pubblico, sempre, ad aver ragione; solo che i critici &quot;progressisti&quot; fanno sparire i giudizi negativi del pubblico, quando ci\u00f2 contrasta con la loro ideologia, mentre proclamano che il giudizio del pubblico \u00e8 sovrano (come gli esponenti dei partiti fanno in politica, del resto), anche se si adoperano in ogni maniera per orientarlo, per spingerlo, per tirarlo sul letto di Procuste dei loro criteri, insomma per forzarlo nella direzione da essi voluta, e poi, a posteriori, proclamare che esso \u00e8 santo e inappellabile!<\/p>\n<p>Ha scritto, in proposito, Silvio D&#8217;Amico nella sua ormai classica \u00abStoria del teatro drammatico\u00bb (Milano, Garzanti, 1960, vol. 1, pp. 291-3):<\/p>\n<p>\u00abS&#8217;\u00e8 gi\u00e0 accennato che, tra i suoi nemici [cio\u00e8 di Goldoni], primo in ordine di tempo fu l&#8217;abate bresciano Pietro Chiari (1711-1785); uno tra gli esponenti pi\u00f9 caratteristici della figura del cosiddetto &quot;abate&quot; settecentesco, un po&#8217; letterato, un po&#8217; cicisbeo, e quasi niente prete. Egli aveva raccolto entusiastico successo nei salotti delle signore del tempo suo, scrivendo racconti e romanzi che intitolava: &quot;Veglie inglesi e francesi, ossia raccolta di storie galanti per trattenimento delle donne&quot;. &quot;Erano&quot;, dice il Guerzoni,&quot;avventure di viaggi, di guerre, di pellegrinaggi, di serragli, di prepotenze signorili e di amori fantastici, accadute in Inghilterra, in Francia, in Tartaria, in Turchia, in Panduria, dappertutto fuorch\u00e9 in Italia, tolte per lo pi\u00f9 da fole d&#8217;altri romanzi e d&#8217;altri paesi&quot; (e noi possiamo specificare qualche nome: Fielding, Richardson, Marivaux, Lesage).<\/p>\n<p>Per combattere il cosiddetto realismo del Goldoni, il Chiari non fece altro che portare sulla scena le stesse storie, strampalate e mal congegnate, dei suoi racconti. Abbiamo gi\u00e0 accennato al diffondersi, nel nostro Settecento, della &quot;sensiblerie&quot; venuta dal Nord. La vena lacrimosa fu prediletta dal Chiari; e, dato il gusto che imperava, riport\u00f2 successi anche superiori ai primi del Goldoni. Tipico il caso della sua &quot;Schiava cinese&quot;, commedia avventurosa con cui vinse la &quot;Sposa persiana&quot;, che il buon Goldoni aveva scritto, male sacrificando appunto a quel gusto che odiava.<\/p>\n<p>Ma il maggiore, e ormai leggendario, antagonista del Goldoni, fu come tutti sanno il conte Carlo Gozzi (Venezia, 1720-1806). Di famiglia decaduta ma nobile, rigido, burbero, onesto, tenacemente attaccato alle tradizioni dello Stato e della Chiesa, ferocemente avverso alle novit\u00e0 rivoluzionarie che in tutti i campi &#8212; il morale, il politico, il sociale, il letterario &#8212; ormai annunciavano il crollo d&#8217;un mondo e l&#8217;avvento d&#8221;un altro, il Gozzi si trov\u00f2 a esser naturalmente l&#8217;antesignano della lotta che un&#8217;accademia di puristi, quella dei Granelleschi, stava combattendo a un tempo contro il Goldoni e contro il Chiari, tutt&#8217;e due messi press&#8217;a poco alla pari (cfr. anche il Baretti) nell&#8217;accusa di tradimento al buon gusto.<\/p>\n<p>Il Gozzi, fanaticissimo tra i Granelleschi, l&#8217;aveva a morte cos\u00ec con le commedie importar dall&#8217;estero, flebili, romanzesche, glorificatrici sentimentali, di eroismi pericolosi (Chiari), come con quelle che pretendevano d&#8217;interessare il pubblico all&#8217;umili e grossolane vicende di borghesucci e popolani, senza grazia n\u00e9 fantasia (Goldoni). E contro il Chiari e il Goldoni egli scrisse, prima, la famosa &quot;Tartana degl&#8217;influssi per l&#8217;anno bisestile 1756&quot;, poemetto satirico in due canti; e poi una fiaba o commedia fantastica, &quot;L&#8217;amore delle tre melarance&quot; (1761).<\/p>\n<p>Questa fiaba si disse composta per mero puntiglio: e cio\u00e8, per mostrare che il pubblico applaude qualunque cosa, purch\u00e9 ne sia meravigliato; si pensi che il Gozzi ne attinse la trama dalla favola popolare che si racconta ai bimbi. Egli v&#8217;aggiunse per\u00f2 anche la parodia del Chiari (Fata Morgana) e del Goldoni (Celio Mago), e le sue trasparenti allusioni ebbero grande successo nel ceto conservatore. Allora, come preso all&#8217;incanto del suo stesso giuoco, e abbandonando pi\u00f9 o meno gl&#8217;intenti propriamente parodistici, ma solo volendo dar l&#8217;esempio di quel che debba essere l&#8217;arte antiverista, colorita, fantasiosa, meravigliosa, il Gozzi scrisse, tra il 1761 e il 1765, altre nove fiabe: &quot;Il corvo&quot;, &quot;Il Re Cervo&quot;, &quot;Turandot&quot;, &quot;La dona serpente&quot;, &quot;La Zobeide&quot;, &quot;I pitocchi fortunati&quot;, &quot;Il mostro turchino&quot;, &quot;L&#8217;Augellino Belvedre&quot;, &quot;Zem re di Genj&quot;. Poi scrisse dei drammi: &quot;La figlia dell&#8217;aria&quot;, &quot;Le due notti affannose&quot;, &quot;I due fratelli nimici&quot;, &quot;La principessa filosofa&quot;, &quot;L&#8217;amore assottiglia il cervello&quot;, &quot;Il moro di corpo bianco&quot;, ecc., tutti attinti dal teatro spagnolo del Seicento.<\/p>\n<p>La caratteristica di tutta l&#8217;opera del Gozzi \u00e8 nel disprezzo della vile verit\u00e0, e nella ricerca del fantastico, brillante e abbagliante: donde i soggetti tolti da storie immaginose, la predilezione per le pompe della scenografia e pei colpi di scena, l&#8217;amore alla magia e agl&#8217;incantesimi, le patetiche commozioni, e infine il comico-grottesco. Per quest&#8217;ultimo, il Gozzi nelle fiabe ricorse alle maschere della commedia dell&#8217;arte (Pantalone, Tartaglia, Brighella, Truffaldino), lasciando spesso che la loro parte fosse &quot;a soggetto&quot;.<\/p>\n<p>E tutto ci\u00f2 ottiene, specie presso un certo pubblico restio a capire la riforma goldoniana, un successo grande ma effimero. Erano l&#8217;avventurosa coreografia secentesca e la Commedia dell&#8217;arte che, insieme combinate, davano gli ultimi tratti.<\/p>\n<p>Sorta da un puntiglio, l&#8217;arte del Gozzi non fu che un ghirigoro di voluta bizzarria: opera d&#8217;un cervello onesto quanto arido. Pure, l&#8217;equivoco creato dall&#8217;interesse di lettori stranieri, soprattutto tedeschi o tedeschizzanti, verso la sola cosa che spesso, nelle fiabe del Gozzi, non \u00e8 sua, ossia gli intrecci, persiste tuttora. E anche nella accurata monografia sulla Commedia dell&#8217;arte del dotto russo Konstantin Miklacevskij, avviene di leggere, accanto alle solite deplorazioni del presunto delitto del Goldoni (&quot;La Commedia dell&#8217;arte fu condannata a sparire e dovette far posto al Teatro di Carlo Goldoni, piccolo borghese quieto e pieno di quel buonsenso che precisamente mancava a Carlo Gozzi&quot;), il solito elogio del Gozzi (&quot;aristocratico decadente&quot; ma autore di &quot;opere piene di talento&quot;, di &quot;splendenti fantasie estetiche&quot;, che &quot;naturalmente non ebbero se non un successo momentaneo&quot;.<\/p>\n<p>Il nostro giudizio \u00e8 tutt&#8217;altro. Per esser fantasioso nel senso pi\u00f9 autentico del vocabolo, Goldoni non ha avuto bisogno di ricorrere ad aiuti esteriori; non \u00e8 andato in cerca di magie e di trucchi; non s&#8217;\u00e8 perduto in pretesti e messinscene fantasmagoriche e coreografie sbalorditive. I suoi miracoli li ha operati dal niente. Nella sua mano leggera, nella sua miracolosa facolt\u00e0 di annodare e di ricamare e sciogliere un intreccio, nella sua vena s\u00ec colorita e brillante, \u00e8 bene quell&#8217;incanto, che negli scenari della Commedia dell&#8217;arte non troviamo pi\u00f9. De&#8217; nostri commediografi anteriori all&#8217;Ottocento (fatta la grandiosa eccezione della &quot;Mandragola&quot;) il Goldoni \u00e8 certo il pi\u00f9 originale, il solo fornito di uno stile tutto suo, il solo sempre vivo e vitale. E in tutt&#8217;e dieci le fiabe del magnificato, freddo e inumano Carlo Gozzi, non c&#8217;\u00e8 la decima parte di quella fantasia che scherza nel variopinto frastuono delle &quot;Baruffe chiozzotte&quot;.\u00bb<\/p>\n<p>Questo, ci sembra, \u00e8 un buon esempio di cosa sia un giudizio letterario partigiano, che, forte del parere della maggioranza, vorrebbe far coincidere se stesso con la verit\u00e0 delle cose: dimenticandosi, appunto, che ogni giudizio \u00e8 solo un giudizio, e che le cose parlano da se stesse, se le vogliamo ascoltare, senza bisogno che i critici letterari si affannino per convincere il pubblico che la verit\u00e0 sta da una parte piuttosto che da un&#8217;altra.<\/p>\n<p>Siccome il realismo, a partire da Goldoni, ma soprattutto dopo di lui (pieni d&#8217;imbarazzo, i suoi sperticati ammiratori non osano quasi parlare delle commedie ch&#8217;egli scrisse nel pi\u00f9 puro stile romanzesco e fantastico, per tentar di battere il Chiari e il Gozzi sul loro stesso terreno e strappare il consenso del pubblico, in qualunque modo e con tanti saluti per la famosa &quot;riforma&quot;), \u00e8 diventato la legge dogmatica del teatro, e non solo del teatro, ma dell&#8217;intera letteratura moderna, fino ai deliri intellettualistici di Pirandello, di Svevo, di Joyce, di Beckett, oggi \u00e8 sin troppo facile dire che Goldoni aveva visto giusto e che era il pi\u00f9 lungimirante di tutti i suoi contemporanei, in virt\u00f9 del suo genio solitario; mentre il Gozzi non aveva capito nulla, essendo la sua personalit\u00e0, fra l&#8217;altro, viziata da una natura fondamentalmente arida, fredda e addirittura &quot;inumana&quot;.<\/p>\n<p>Se, poi, scrittori stranieri di prima grandezza, come Goethe, Schiller e Schlegel, lessero, amarono, tradussero le fiabe di quest&#8217;ultimo, non pu\u00f2 essersi trattato che di un &quot;equivoco&quot;: del resto, essi non si erano resi conto (compreso quel grande ingenuo di Goethe, evidentemente!) che quel che ammiravano principalmente in tali opere, l&#8217;intreccio, non era farina del sacco dell&#8217;autore, ma il Gozzi lo aveva rubacchiato&#8230; proprio nel repertorio delle fiabe per l&#8217;infanzia. E non si accorge, il D&#8217;Amico, di dire una autentica enormit\u00e0: ch\u00e9 la cultura tedesca fra XVIII e XIX secolo faceva perno appunto sulla riscoperta della fiaba e del racconto popolare (si pensi solo ai fratelli Grimm o a Clemens Brentano), per rinnovare dall&#8217;interno il discorso letterario; e dunque il suo interesse e la sua ammirazione per Gozzi non nascevano da alcun equivoco, ma proprio da una convergenza d&#8217;interessi e di prospettive. Quanto al fatto che nelle &quot;Baruffe chiozzotte&quot; vi \u00e8 dieci volte pi\u00f9 fantasia che in tutte le fiabe del Gozzi, questo \u00e8, appunto, un giudizio di valore&#8230;<\/p>\n<p>Del resto, come potrebbe un semplice uomo, anzi un ometto bisbetico e retrogrado, come il conte (decaduto e squattrinato) Carlo Gozzi, ardire di misurarsi con un genio quale Goldoni, il cui talento \u00e8 definito niente meno che &quot;miracoloso&quot;? Solo che Goldoni, per fare i miracoli, non ha bisogno n\u00e9 del fantastico, n\u00e9 dell&#8217;esotico, n\u00e9 del fiabesco (a voler tacere, s&#8217;intende, di quelle commedie, e non sono poche, come appunto &quot;La sposa persiana&quot;, nelle quali mostra di pensarla in tutt&#8217;altro modo, e di cercare tutt&#8217;altro tipo di consenso): gli basta mettere in scena la verit\u00e0, e tutti i castelli in aria e le fasulle ambientazioni avventurose del rivale, si dissolvono come nebbia al sole. La verit\u00e0, a quanto mostra di credere D&#8217;Amico, \u00e8 auto-evidente, non ha bisogno di alcuna interpretazione; e Goldoni, vessillifero di questa nuova maniera di concepire il teatro, \u00e8 egli stesso il sole dell&#8217;avvenire, che illumina in anticipo le stagioni future del teatro, purch\u00e9 si uniformino al suo credo.<\/p>\n<p>Qual \u00e8 la pi\u00f9 grave accusa, infatti, che si pu\u00f2 rivolgere a Carlo Gozzi, se non quella di aver disprezzato la &quot;vile verit\u00e0&quot;, al punto che tutta la sua arte non sarebbe nata che da un puntiglio e si esprimerebbe in un ghirigoro di pura bizzarria? Eppure, dalla penna del D&#8217;Amico, scivola &#8211; e non una volta sola &#8211; che il Gozzi era, dopo tutto, uno scrittore &quot;onesto&quot;: ma allora, come si deve intendere codesta onest\u00e0? Se &quot;onesto&quot; \u00e8 uno scrittore che scrive quel che sente di dover scrivere, allora ci sembra difficile negare che Gozzi \u00e8 stato pi\u00f9 onesto di Goldoni: perch\u00e9 non si \u00e8 mai umiliato a scrivere cose in cui non credeva, cose che disprezzava, che detestava con tutto il cuore, pur di strappare l&#8217;applauso del pubblico e di superare i rivali.<\/p>\n<p>Ad ogni modo, \u00e8 bene ricordare che il &quot;caso Goldoni&quot; non \u00e8 che un aspetto del ben pi\u00f9 grande &quot;caso modernit\u00e0&quot;, nel cui clima &quot;illuministico&quot; siamo tuttora immersi: di una cultura, cio\u00e8, la quale, essendo rivoluzionaria per principio (\u00abBisogna essere assolutamente moderni!\u00bb, ammonisce aggressivamente Rimbaud), \u00e8 ben decisa a portare la luce della ragione nelle tenebre fitte dell&#8217;ignoranza che avvolgono il mondo, il NOSTRO mondo.<\/p>\n<p>Che noi ne siamo persuasi o meno&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Fin dai banchi di scuola siamo stati indottrinati a vedere in Carlo Goldoni l&#8217;iniziatore della maniera &quot;giusta&quot; di fare teatro: mettendo in scena la realt\u00e0, creando<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[146,202],"class_list":["post-23733","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-franz-kafka","tag-modernita"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23733","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23733"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23733\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23733"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23733"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23733"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}