{"id":23646,"date":"1980-01-04T05:08:00","date_gmt":"1980-01-04T05:08:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/1980\/01\/04\/lopera-narrativa-di-cezar-petrescu-1892-1961\/"},"modified":"1980-01-04T05:08:00","modified_gmt":"1980-01-04T05:08:00","slug":"lopera-narrativa-di-cezar-petrescu-1892-1961","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/1980\/01\/04\/lopera-narrativa-di-cezar-petrescu-1892-1961\/","title":{"rendered":"L&#8217;opera narrativa di Cezar Petrescu (1892 \u2013 1961)"},"content":{"rendered":"<h3>PREMESSA<\/h3>\n<p>Prima di entrare nel vivo del nostro argomento, non possiamo non fare una breve premessa di carattere generale (vorremmo quasi dire: <em>epistemologico<\/em>) sui fondamenti stessi nonch\u00e9 sui criteri metodologici della storiografia letteraria comparata.<\/p>\n<p>A parte il fatto che i linguisti stessi non hanno affatto chiara la distinzione <em>scientifica<\/em> tra lingua e dialetto, per lo studioso delle piccole lingue e delle piccole letterature si pongono delle difficolt\u00e0 oggettive, che poi sono le stesse dell&#8217;autore che si serve, rispettivamente, del dialetto o di una piccola lingua per comporre le proprie opere. Precisiamo subito che l&#8217;espressione &quot;piccola lingua&quot; non vuole avere assolutamente un significato riduttivo, ma solo ed esclusivamente quantitativo.Il romeno \u00e8 parlato da oltre venti milioni di persone e quindi non potrebbe dirsi, in verit\u00e0, una piccola lingua. Ma nell&#8217;\u00e9ra della globalizzazione, purtroppo, vale la legge dei grandi numeri: e dunque &quot;grandi&quot; sono le lingue (e le letterature) parlate almeno da qualche centinaio di milioni di persone. Per limitarci al mondo occidentale, sono cinque quelle che rispondono a tale requisito: l&#8217;inglese, che si avvia a divenire la lingua universale del Duemila; il francese (parlato in molti paesi africani), il russo, lo spagnolo (parlato in tutta l&#8217;America Latina a eccezione del Brasile), il tedesco (parlato anche in Austria e Svizzera e compreso in buona parte della Scandinavia). Scrivere in una di queste cinque lingue, significa avere la possibilit\u00e0 di essere letti e conosciuti in tutto il mondo. L&#8217;italiano non \u00e8 certo una piccola lingua, per non parlare del suo prestigio storico come lingua di cultura; ma essendo parlato <em>solo<\/em> da sessanta milioni di persone, non rientra fra le grandi lingue. In pratica non c&#8217;\u00e8 posto per le lingue medie; si passa subito alle piccole.<\/p>\n<p>Questa situazione presenta, tra gli altri, un inconveniente particolarmente grave: fa s\u00ec che piova sempre, per cos\u00ec dire, sul bagnato. Chi dispone dei grandi numeri, piglia tutto; agli altri le briciole. Un Dante o uno Shakespeare possono nascere in Albania o nei Paesi Baschi; ma, se non adottano una delle grandi lingue, resteranno fatalmente sconosciuti al resto del mondo. Per pigrizia, per forza d&#8217;inerzia (e un discorso analogo si potrebbe fare per il teatro, per il cinema, per la musica, ecc.) le case editrici con un raggio d&#8217;azione internazionale non prenderanno in considerazione opere scritte in una piccola lingua, e tanto meno in un dialetto, a meno di tradurle; non vedremo mai, dietro le vetrine delle nostre librerie, i libri di un Dante albanese o di uno Shakespeare basco; forse li troveremo, e con moltas difficolt\u00e0, negli scaffali polverso di qualche sonnolenta biblioteca universitaria.In compenso siamo bombardati ogni giorno dalla pubblicit\u00e0 di libri (e film, e canzoni, ecc.) scritti in inglese, anche se di mediocrissimo o nessun valore artistico.<\/p>\n<p>La mistificazione comincia sui banchi di scuola. Ai giovani studenti italiani, per esempio, viene insegnato che la letteratura mondiale \u00e8 stata fatta, oltre che da scrittori italiani, da scrittori inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli, russi e&#8230; basta. Delle letterature scandinave; di quelle slave non russe; di quella olandese, magiara, romena, finnica (per non parlare della occitanica, della gaelica, della basca, della ladina), niente di niente. Qualche nome, ogni tanto, supera lo &quot;sbarramento&quot; dei grandi numeri e vien fatto scivolare nelle antologie pi\u00f9 scruplose, per aver l&#8217;aria di completare il quadro. Grandissimi poeti come l&#8217;ungherese Pet\u00f6fi, il polacco Mickiewicz, il romeno Eminescu &#8212; solo per limitarci ad alcuni tra i maggiori dell&#8217;Ottocento &#8212; sono praticamente sconosciuti agli studenti occidentali, anche a quelli universitari; per non parlare del cosiddetto pubblico medio.<\/p>\n<p>Questa legge dei grandi numeri, che impone un criterio di efficienza tipicamente economico in sede di valutazione estetica (poich\u00e9 la letteratura \u00e8 una manifestazione d&#8217;arte) sta producendo appiattimento e impoverimento in misura crescente. Non conoscere Pet\u00f6fi, Mickiewicz o Eminescu, non avere mai letto un loro verso in tutta la propria vita significa essere privati di qualcosa di grande, di prezioso, d&#8217;insostituibile. Certo, l&#8217;ideale sarebbe poterli leggere nell&#8217;originale; ma, dato che anche la persona di media cultura non conosce, in genere, pi\u00f9 di tre o quattro lingue, che almeno vengano letti in traduzione.Qualcosa del loro spirito, del loro ritmo, del loro profumo sopravviver\u00e0 anche a una tale operazione. E il pubblico occidentale incomincer\u00e0 a capire che la letteratura mondiale \u00e8 qualcosa d&#8217;infinitamente pi\u00f9 ricco, pi\u00f9 variegato e pi\u00f9 multiforme di quanto abbia sinora immaginato.<\/p>\n<p>Una cosa dev&#8217;essere chiara. Ogni lingua \u00e8 un universo armonioso, ogni letteratura \u00e8 un tassello del grande mosaico della civilt\u00e0 mondiale, un fiore profumato della grande foresta. Checch\u00e8 ne pensino gli apologeti della globalizzazione e i ragionieri dei grandi numeri, la pluralit\u00e0 delle lingue e delle opere \u00e8 un bene, perch\u00e9 riconduce ciascun popolo alle proprie radici, alla propria cultura, al proprio humus. Apertura verso il mondo non vuol dire sradicamento o negazione della propria matrice identitaria, di cui la lingua materna \u00e8 l&#8217;espressione prima e pi\u00f9 importante. Molte piccole lingue, oggi, stanno letteralemte morendo: scompaiono. \u00c8 il caso dell&#8217;istro-romeno, del serbo di Lusazia, ma anche del ladino o dell&#8217;occitanico. Le persone che parlano in queste lingue, per non parlare degli scrittori che se ne servono, vanno riducendosi sempre pi\u00f9, come pozzanghere sotto il sole che le asciuga. Un giorno saranno scomparse, per sempre; di loro non rimarr\u00e0 neanche un ricordo tangibile. Gi\u00e0 al presente le <em>villotte<\/em> friulane, le dolci e malinconiche <em>dojne<\/em> dei pastori romeni sono solo un ricordo carico di nostalgia.<\/p>\n<p>In molti paesi del mondo, e, da alcuni anni, anche dell&#8217;Europa centro-orientale, si assistse a un fenomeno imponente e apparentemente inarrestabile di migrazione verso i paesi ricchi dell&#8217;America anglosassone e dell&#8217;Europa occidentale. I giovani, la speranza della propria patria, si lasciano tutto alle spalle per cercar fortuna in Occidente. Non \u00e8 solo un fenomeno economico: gli emigranti dell&#8217;Ottocento sognavano di tornare a casa non appena racimolato un gruzzoletto. Oggi no. Il legame antico, sacrale con le proprie radici si sta seccando. Quei giovani, spesso, non sognano di tornare a casa; casomai, di portare con s\u00e9 le persone care rimaste indietro. Anche cos\u00ec delle culture, delle letterature, delle lingue rischiano di morire. In cambio di un mondo dove nemmeo i giovani polacchi leggeranno pi\u00f9 Mickiewicz, dove i giovani romeni o magiari non conosceranno, se non forse di nome, Eminescu e Pet\u00f6fi; ma dove, im compenso, tutti quanti masticheremo chewin-gum, berremo Coca-Cola e andremo in delirio ai megaconcerti di qualche pop-star. Tutti vestiti (o svestiti) allo stesso modo, con lo stesso taglio di capelli, con le stesse scarpe firmate; tutti felici e contenti. E tanto, tanto ignoranti.<\/p>\n<h4>LA CORNICE STORICA.-<\/h4>\n<p>Per capire un autore, dobbiamo inserirlo nel proprio contesto culturale: solo cos\u00ec riusciremo a coglierne gli elementi di universalit\u00e0, oltre a quelli di specificit\u00e0. E ci\u00f2 \u00e8 tanto pi\u00f9 necessario, trattandosi di un autore straniero appartenente a una realt\u00e0 storica, geografica, linguistica da noi poco conosciuta. La letteratura romena, ad onta del fatto che ha prodotto una serie straordinaria di poeti e prosatori, specialmente negli ultimi due secoli, \u00e8 una delle meno conosciute dal grande pubblico italiano. Si fa una certa fatica a trovare le opere romene nelle nostre librerie e anche nelle nostre biblioteche, e oggi pi\u00f9 di ieri (fatto che da solo dovrebbe incrinare l&#8217;ottusa fiducia nelle <em>magnifiche sorti e progressive<\/em> della globalizzazione). Tutto sommato, gli autori romeni venivano maggiormente letti e tradotti qualche decennio fa, di quanto non accada al presente.<\/p>\n<p>La letteratura romena dei primi quattro decenni del Novecento, diciamo fino alla tragedia della seconda guerra mondiale, offre un quadro ricco e composito. La Romania era un paese in crescita, in tutti i sensi (e continuer\u00e0 ad esserlo fin verso gli anni &#8217;70), che vuol mettersi al passo, anche sul piano culturale, con l&#8217;Europa occidentale, senza per\u00f2 minimamente rinunciare alla propria identit\u00e0 e senza dimenticare il vero, antico protagonista della sua lunga, tenace vicenda storica che dai Geti ai Romani, su su lungo i secoli, ha preservato l&#8217;identit\u00e0 linguistica e spirituale della nazione: <em>il contadino.<\/em> La Romania di fine Ottocento e degli inizi del Novecento \u00e8 un paese che vuol riguadagnare il tempoo perduto durante la secolare dominazione ottomana, ma non vuol rinunciare alla propria anima rurale; i suoi intellettuali, i suoi scrittori si chinano con sensibilit\u00e0, con delicatezza su quel mondo campagnolo ricchissimo di tradizioni, sobrio, laborioso, resistente, eroico nel suo attaccamento alla terra. Traverso mille e mille invasioni e dominazioni straniere, il contadinoi romeno \u00e8 rimasto fedele ai valori della terra: alla religione ortodossa, alla famiglia patriarcale, alla lingua e ai costumi dei padri. E questa fedelt\u00e0, questo coraggio continua a mostrarli anche nelle terre &quot;irredente&quot;: la Transilvania ungherese, la Bucovina austriaca, la Bessarabia russa, resistendo a ogni politica di snazionalizzazione, duro e tance come un grande albero nodoso e secolare. Dunque, gli intellettuali romeni sentono tutta l&#8217;importanza di questo legame secolare con la terra, legame non solo storico ed economico, ma affettivo e spirituale: legame <em>religioso<\/em> nel senso pi\u00f9 profondo del termine. E sentono la gratitudine verso quel povero contadino che pena e fatica sopra una terra non sua, ma dei grandi boiari; che ancora nel febbraio del 1907 (mentre a Parigi, Londra, Vienna e Berlino si celebrano i fasti della <em>belle \u00e9poque<\/em>, tra uno svolazzare di cappellini femminili e uno scintill\u00eco d&#8217;uniformi a teatro) urla tutta la sua rabbia secolare in una disperata rivolta, che verr\u00e0 repressa sanguinosamente dalle truppe.<\/p>\n<p>Gi\u00e0, perch\u00e9 vi fu un tempo, neanche poi tanto remoto, in cui la <em>povert\u00e0<\/em> (che, si badi, \u00e8 tutt&#8217;altra cosa dalla miseria) non era ancora, come lo \u00e8 diventata oggi, nel mondo del cosiddetto benessere, una condizione di cui vergognarsi &#8212; cos\u00ec come non lo era nel mondo contadino italiano fin verso il &quot;miracolo economico&quot; degli anni Cinquanta -, anche perch\u00e9 generalizzata e dignitosa, ma soprattutto perch\u00e9 l&#8217;essere umano non era stato ridotto dal consumismo alla sola dimensione economica. Il contadino romeno era povero e, per lo pi\u00f9 sfruttato; ma era paziente, saggio della millenaria saggezza della terra, capace di rialzare la testa come la spiga di grano dopo ogni temporale estivo; e quasi tutti gli intellettuali, cosa che fa loro onore, non si curvavano su di lui per compiangerne il duro destino (come il Verga de <em>I Malavoglia<\/em>), quasi con l&#8217;intimo distacco di chi sente avvicinarsi inesorabile la fiumana del &quot;progresso&quot;, ma con la piena consapevolezza che solo in loro riposavano le radici vitali della nazione e solo in loro era custodito il seme prezioso dell&#8217;avvenire.<\/p>\n<p>In questa Romania d&#8217;inizio secolo, ancora quasi tutta patriarcale ma con una capitale, Bucarest, che gi\u00e0 vorrebbe imitare le metropoli dell&#8217;occidente, un ruolo importantissimo nella vita culturale \u00e8 quello svolto da una decina di battagliere riviste letterarie, che svolgono una funzione di confronto e dibattito, un po&#8217; come in Italia, negli stessi anni, il <em>Leonardo, Lacerba<\/em> e, soprattutto, la <em>Voce.<\/em> Ognuna di esse ha il proprio programma, e ognuna parte da una sua particolare filosofia della societ\u00e0 romena, dei suoi problemi, delle sue speranze. Tutte si disputano vigorosaente il campo l&#8217;una con l&#8217;altra e ciascuna di esse nutre una fede incrollabile nei propri valori, nelle proprie certezze, nella propria idea di progresso e nella concezione stessa della realt\u00e0 nazionale. Tra esse, cinque spiccano per vivacit\u00e0 e radicamento nel pubblico e, in ultima analisi, per la capacit\u00e0 d&#8217;interpretare differenti aspetti, ma tutti autentici, della societ\u00e0.<\/p>\n<p>La prima, in ordine di tempo, \u00e8 la gloriosa <em>Convorbiri literare<\/em> (<em>Conversazioni letterarie),<\/em> organo della prestigiosissima societ\u00e0 letteraria <em>Junimea<\/em> (<em>La giovinezza<\/em>). L&#8217;una e l&#8217;altra sono state fondate dal professore universitario, oratore, filosofo, Titu Maiorescu (1840-1917), che \u00e8 due volte ministro ed esercita una sorta di dittatura nel campo della critica per circa un quarantennio: un po&#8217; come da noi, negli stessi anni, Benedetto Croce, del quale condivideva l&#8217;indirizzo filosofico idealista. <em>Junimea<\/em> nasce nel 1865 a Iasi (capoluogo della Moldavia), <em>Convorbiri literare<\/em> nel 1867, nella stessa citt\u00e0, per poi venire trasferita, nel 1885, a Bucarest, e sono, per cos\u00ec dire, la mente e il braccio di un nuovo movimento letterario e filosofico, il cosiddetto <em>criticismo.<\/em> Esso costituisce una tendenza, anzi una vera e propria scuola che si propone, appunto, una revisione critica della cultura nazionale, alla quale rivolge l&#8217;accusa di una eccessiva imitazione dei modelli occidentali e, in particolare, di quello francese. Tutto questo in nome di una specificit\u00e0 e di una originalit\u00e0 irriducibili, aperte sul mondo e tuttavia fedeli a s\u00e9 stesse, nonch\u00e9 di una assoluta indipendenza dell&#8217;arte da ogni programma politico, sociale o morale, che richiama, per certi versi, una ripresa dei principii estetici del tardo romanticismo e, poi, del nascente simbolismo. E infatti \u00e8 stato proprio il tardo romanticismo ad avvantaggiarsi del clima spitituale favorito dal criticismo, tanto \u00e8 vero che il potente rinnovamento culturale promosso dalla rivista <em>Junimea<\/em> \u00e8 culminato proprio nella lirica straordinariamente originale e malinconicamente sognante di Mihail Eminescu (1850-1889), il pi\u00f9 grande poeta lirico romeno di tutti i tempi.<\/p>\n<p>Maiorescu ha studiato filosofia a Vienna, Berlino, Giessen; Eminescu, a Vienna, si \u00e8 immerso nello studio di Kant e Schopenhauer (oltre che di Platone e Spinoza): l&#8217;uno e l&#8217;altro sono dunque imbevuti della cultura filosofica tedesca, di quella Mitteleuropa che \u00e8, tra il 1865 e il 1914, la fucina di tanta parte del pensiero e della sensibilit\u00e0 europei, da Nietzsche a Freud. La reazione contro la strapotenza dell&#8217;influenza culturale francese, dunque, per gli intellettuali criticisti si colloca pi\u00f9 sul piano della filosofia e su quello del gusto; dal punto di vista pi\u00f9 specificamente letterario, essi auspicano una lingua ricca di elementi nuovi, resa possibile dalla conoscenza e dalla traduzione delle lingue europee, a cominciare dal francese stesso, che sappia &quot;internazionalizzarsi&quot; pur conservando l&#8217;humus inconfondibile delle proprie radici. Insomma la cultura locale va preservata come il valore primario, ma interpretandola nel quadro di un cosmopolitismo intelligente e moderato.<\/p>\n<p><em>Convorbiri literare<\/em> svolge un ruolo importantissimo, nel rinnovamento della letteratura romena di fine Ottocento, per la formazione dei giovani scrittori, anche se bisogna riconoscere che non produce una scuola di statura europea. In compenso favorisce la manifestazione di tre dei maggiori geni letterari della Romania: oltre a Eminescu, altri due &quot;junimisti&quot; tengono la scena, raggiungendo risultati, nei propri campi, pressoch\u00e9 insuperati: Ion Creanga (1837-1889) nella novella e Ion Luca Caragiale (1852-1912) nel teatro. Ai primi del Novecento, comunque, <em>Convorbiri literare<\/em> ha in gran parte esaurito la sua carica propulsiva e, se \u00e8 vero che continuer\u00e0 ad uscire fino al 1944, dimostrando una vitalit\u00e0 veramente eccezionale, a partire da allora deve gradualmente cedere il terreno ad altre riviste e ad altri movimenti che si vanno impetuosamente affermando.<\/p>\n<p>Uno dei pi\u00f9 caratteristici di tali nuovi movimenti \u00e8 il <em>poporanismo<\/em>, una corrente social-riformista che sostiene un populismo a carattere contadino (il termine \u00e8 una traduzione romena del narodnicismo russo). I suoi ideologi si rifanno a una schietta ispirazione <em>taraneasca,<\/em> per la materia, per l&#8217;impronta e per la lingua ed hanno il proprio organo nella rivista <em>Viata Romineasca<\/em> (<em>La vita romena<\/em>), fondata anch&#8217;essa a Iasi nel 1906 e destinata a durare sino al drammatico 1944. \u00c8 un fatto che il poporanismo non produce direttamente opere poetiche o narrative, poich\u00e9 i suoi portabandiera sono pi\u00f9 che altro dei teorici, tuttavia a questo movimento si suole associare la produzione letteraria del pi\u00f9 grande novellista e romanziere romeno del primo Novecento, il moldavo Mihail Sadoveanu (18801961), e ci\u00f2 non a caso. Nella vastissima opera di questo autore (pi\u00f9 di cinquanta volumi, fra cui spiccano gioielli come <em>La scure<\/em> e <em>L&#8217;osteria di Ancutza<\/em>) \u00e8 infatti evidentissima la dimensione <em>taraneasca<\/em> e <em>poporanist<\/em>: il contadino, e ancora pi\u00f9 spesso il pastore ed il boscaiolo, sono infatti al centro del suo mondo poetico, pervaso da un&#8217;ansia di giustizia sociale e di riscatto che ha reso ancor pi\u00f9 popolare, se possibile, la sua opera dopo il 1945, cio\u00e8 dopo il sorgere della Repubblica popolare. Lo stesso Sadoveanu, senza traumi n\u00e9 eccessive forzature ideologiche, canter\u00e0 l&#8217;avvento dei tempi nuovi in romanzi come <em>Mitrea Cocor<\/em> (del 1949), aderendo di fatto all&#8217;ideologia marxista e salutando l&#8217;arrivo dei suoi banditori, gli eserciti sovietici. Si pu\u00f2 anzi dire che lo stesso poporanismo \u00e8 risorto dopo il 1945 in versione marxista, il che non significa che fosse tale nella sua prima versione; esso aveva s\u00ec una ispirazione socialista ma niente affatto marxista, e questo \u00e8 ver, a maggior ragione, dopo la rivoluzione bolscevica del 1917.<\/p>\n<p>Bisogna infatti tener presente questa costante dell&#8217;anima nazionale romena: se i suoi scrittori hanno sempre guardato alla Francia o, in una certa misura, all&#8217;Italia (come \u00e8 il caso di Duiliu Zamfirescu, 1858-1922), pur con la chiara coscienza della propria autonomia; e i filosofi, per lo pi\u00f9, alla Germania; si pu\u00f2 dire che un po&#8217; tutti, intellettuali e classi popolari, hanno sempre visto nel potente vicino dell&#8217;est, se non proprio un nemico &quot;storico&quot;(ch\u00e9 anzi \u00e8 con l&#8217;intervento russo del 1877 che ha avuto fine il protettorato ottomano), quantomeno una costante minaccia all&#8217;integrit\u00e0 nazionale. \u00c8 chiaro che questa, chiamiamola cos\u00ec, russofobia si \u00e8 accentuata, nella Romania borghese tra le due guerre mondiali, alimentata dal timore del bolscevismo (che fa da cornice storica al bel romanzo di Gib Mihaescu, 1894-1935, <em>Rusoaica<\/em> [<em>La Russa<\/em>], del 1933, uno dei migliori di quel periodo).Con la Russia, d&#8217;altronde, il rapporto \u00e8 sempre stato ambivalente, di repulsione ma anche di segreta attrazione: se da un lato, come abbiam detto, esso \u00e8 stato ispirato a malcelata diffidenza, dall&#8217;altro \u00e8 innegabile un&#8217;influenza dei grandi scrittori russi, da Gogol a Goncarov a Tolstoj a Dostoevskij, sulla letteratura romena; cos\u00ec come \u00e8 innegabile la presenza di un fondo slavo &#8212; tendenza al tragico, al malinconico, al fantastico, all&#8217;introspettivo, talvolta al macabro, spesso al fatalistico &#8212; nell&#8217;opera di molti scrittori romeni, a cominciare dal pi\u00f9 grande di tutti, Eminescu.<\/p>\n<p>In ogni caso l&#8217;istintiva diffidenza per la Russia (non per la sua cultura, ma per le sue ambizioni imperialistiche) ha contribuito non poco a tener lontani i poporanisti della prima generazione dal marxismo, bench\u00e8 essi abbiano sempre coltivato, nel loro amore alla causa contadina, un nucleo di sottintesa protesta sociale per lo sfruttamento del mondo rurale da parte dei boiari e, quindi, di potenziale convergenza col marxismo. In linea di massima, essi sono favorevoli a un tentativo di riforma agraria e non possono trovarsi che su posizioni assai diverse da quelle della destra estremista, affermatasi negli anni Trenta per impulso della Guardia di Ferro di Corneliu Zelea Codreanu. Lo stesso Sadoveanu, pur non subendo una vera e propria persecuzione, \u00e8 inviso alla dittatutra di Antonescu: data la frequenza degli assassinii politici compiuti dall&#8217;estrema destra in quegli anni, si pu\u00f2 ancora dire che se la cava abbastanza bene. Votati alla causa rurale, i poporanisti, comunque, rappresentano la borghesia progressista e non l&#8217;estrema sinistra che, in Romania, si identifica coi primi nuclei della classe operaia, specie dopo il 1918. Ma in un paese ancora largamente agrario, la classe operaia resta quasi insignificante fino alla prima guerra mondiale e il marxismo \u00e8 una pianta esotica che non ha potuto ancora mettere vere radici.<\/p>\n<p>Bisogna comunque ricordare, perch\u00e9 il quadro del social-riformismo sia completo, che nel 1920 il governo Averescu attua una riforma agraria mediante l&#8217;esproprio dei latifondi superiori ai 500 ettari e delle propriet\u00e0 degli assenti e degli stranieri (quest&#8217;ultima misura \u00e8 diretta chiaramente contro i latifondisti ungheresi della Transilvania, annessa dopo la prima guerra mondiale). La riforma coinvolge 1 milione e 390.000 contadini che ricevono, complessivamente, 6 milioni di ettari; ma risulta poco incisiva, non essendo accompagnata da misure di assistenza tecnica e creditizia. Si tratta tuttavia di un primo passo verso una distribuzione pi\u00f9 equa del bene primario della nazione, la terra, se si tien conto del fatto che fino al 1916 pi\u00f9 di met\u00e0 della superficie coltivabile era di propriet\u00e0 di sole 8.000 famiglie e che i contadini indipendenti, circa mezzo milione, possedevano al massimo la miseria di tre ettari a testa.<\/p>\n<p>Il poporanismo e la rivista <em>Viata Romineasca<\/em> svolgono una funzione importante nel panorama culturale e civile della Romania dei primi decenni del Novecento, tuttavia bisogna riconoscere che non \u00e8 esso a interpretare gli strati pi\u00f9 profondi dell&#8217;anima nazionale, bens\u00ec un altro movimento che si afferma prepotentemente all&#8217;inizio del XX secolo, il <em>seminatorismo.<\/em><\/p>\n<p>La rivista <em>Samanatorul<\/em> (<em>Il seminatore<\/em>) vede la luce a Bucarest nel 1901 (uscir\u00e0 fino al 1910, ma la sua influenza durer\u00e0 molto a lungo) per impulso di una notevole figura di intellettuale di statura europea e mondiale, lo storico Nicolae Iorga (1871-1940), autore di una fondamentale <em>Storia dei Romeni e della loro civilt\u00e0,<\/em> tradotta in italiano nel 1928. Egli \u00e8 un grande ammiratore, tra l&#8217;altro, della cultura e della storia italiana, specialmente medievali, cui dedica opere ispirate alla vita di Dante e a quella di S. Francesco. Il seminatorismo riunisce due elementi caratteristici dell&#8217;animo romeno: l&#8217;amore per la terra e l&#8217;amore per la patria, spinto fino al nazionalismo. Lo stesso Iorga \u00e8 il fondatore, nel 1910 (con A.C.Cuza), del Partito nazionalista democratico; ma un rapido sguardo al suo programma ci fa capire che si tratta di un nazionalismo non estremista e congiunto alla coscienza dei problemi sociali, che sono essenzialmente, come abbiamo detto, quelli legati al mondo rurale. Il partito fondato da Iorga si propone infatti il suffragio universale, un moderato decentramento dei poteri e una riformas agraria per dare la terra ai contadini. Nel 1916 esso si schiera sul fronte interventista e contribuisce all&#8217;ingresso del paese nella prima guerra mondiale contro gli Imperi Centrali; poi, nel 1917, anima la resistenza nazionale contro l&#8217;invasore austro-tedesco. Ma che si tratti di un nazionalismo che nasce soprattutto da un amore viscerale per la terra, vista (virgilianamente) come la fonte delle virt\u00f9 patrie e dei valori morali, e non da xenofobia, antisemitismo ed esaltazione mistica, lo dimostra, tra l&#8217;altro, il fatto che Nicolae Iorga, pi\u00f9 volte ministro di stato nel primo dopoguerra, sar\u00e0 tra i primi uomini politici a cadere sotto la barbara violenza dei Legionari della Guardia di Ferro. Verr\u00e0 assassinato, infatti, come vendetta per il processo e la condanna dello stesso Codreanu, nel bosco di Pantel\u00ecmon, il 28 novembre 1940, dov&#8217;era stato portato dopo il suo rapimento: un delitto che ricorda, per certi aspetti, quello di Giacomo Matteotti nell&#8217;Italia del 1924.<\/p>\n<p>I seminatoristi sono nettamente anti-socialisti in politica, poich\u00e9 rappresentano la borghesia moderata, mentre nel campo propriamente letterario sono aperti a svariati apporti, non avendo dei canoni rigidi a livello teorico. Un po&#8217; per questo, un po&#8217; perch\u00e9 sanno interpretare un sentimento diffuso dell&#8217;anima romena, e un po&#8217; anche perch\u00e9, come abbiamo detto, il poporanismo rimane su un piano prevalentemente teorico (con la vistosa eccezione di Sadoveanu), a un certo momento essi attraggono nella propria orbita, direttamente o indirettamente, non meno di due terzi degli scrittori romeni. Sarebbe troppo lungo elencarli tutti: ricordiamo almeno i poeti Octavian Goga (1879-1938), Stefan Octavian Iosif (1875-1913), Dimitre Anghel (1872-1914) e Panait Cerna (1881-1913); e i narratori Emil Garleanu (1878-1914), Ion Agirbiceanu (1882-1963), Liviu Rebreanu (1885-1944).<\/p>\n<p>Quest&#8217;ultimo, per il suo potente soffio realistico (degno, a tratti, del miglior Verga) spicca fra tutti gli altri superandoli, come si suol dire, di tutta la testa: Originario della Transilvania (regione sottoposta alla dominazione ungherese fino al 1918), ha vissuto il dramma dell&#8217;irredentismo nella persona di un fratello, ufficiale nell&#8217;esercito austriaco, giustiziato dagli Austriaci, durante la prima guerra mondiale, per alto tradimento (come i nostri Cesare Battisti, Fabio Filzi e Damiano Chiesa), avendo cercato di disertare.. A questo dramma fosco egli sapr\u00e0 dare respiro epico, nonch\u00e9 una convincente dimensione psicologica, in uno dei suoi tre libri pi\u00f9 importanti, <em>Padurea spanzuratilor<\/em> (<em>La foresta degli impiccati<\/em>), del 1922.Gli altri due sono <em>Ion<\/em> (<em>Giovanni<\/em>, in due volumi: <em>La voce della terra<\/em> e <em>La voce dell&#8217;amore<\/em>), del 1920-21, e <em>Rascoala<\/em> (<em>La Rivolta<\/em>), del 1933. Nel primo viene descritta la fame divorante di terra da parte del protagonista, che giunge, un po&#8217; come <em>Mastro-don Gesualdo<\/em> di Verga, a disumanizzarsi in un crescendo impressionante di avidit\u00e0, durezza, egoismo e ostinazione. Qui il contadino \u00e8 colto, con crudo realismo, nei suoi tratti priomordiali e quasi bestiali: la sua dimensione umana \u00e8 ritratta con potente partecipazione, anzi quasi con un vero atto di immedesimazione, e spogliata di ogni alone idealistico e romantico. Altrettanto incisivo, nella sua vigorosa dimensione epica, il secondo romanzo, che rievoca con strardinaria potenza drammatica, il prepararsi e poi lo scatenarsi della violentissima rivolta contadina del 1907, seguita da una repressione sanguinosa, come il graduale e inesorabile addensarsi delle nubi minacciose che precedono lo scatenarsi del temporale, con tutta la sua furia devastatrice. Il naturalismo di Rebreanu \u00e8 cos\u00ec duro e impietoso da sconfinare, talvolta, nel brutale; eppure \u00e8 presente in lui una profonda dimensione spirituale e religiosa, fatta di scavo interiore e di tormentosa inquietudine, particolarmente evidente ne <em>La foresta degli impiccati.<\/em><\/p>\n<p>Tragica sar\u00e0 la fine di questo scrittore, che per affinit\u00e0 ideologica con l&#8217;estrema destra aveva finito per schierarsi accanto al fascismo: al crollo del regime del generale Antonescu e al sopraggiungere dell&#8217;Armata Rossa, il 1\u00b0 settembre 1944 egli sceglie di darsi volontariamente la morte. Il caso di Rebreanu ci ricorda che non tutti gli scrittori che hanno a che fare con la rivista <em>Semanatorul<\/em> si possono considerare dei veri e propri seminatoristi. I criteri di arruolamento, se cos\u00ec li vogliam chiamare, sono molto elastici e, a parte la pregiudiziale antisocialista e antimarxista, non li impegnano pi\u00f9 di tanto sul terreno letterario. Quando appare <em>Ion<\/em>, che molti critici hanno paragonato, e giustamente, a <em>I contadini<\/em> dello scrittore polacco Wladyslaw Reymont (premio Nobel per la letteratura nel 1924) &#8211; uno dei capolavori del Novecento europeo &#8211; dura \u00e8 la reazione di Nicolae Iorga. Il padre del seminatorismo respinge il romanzo di Rebreanu senza appello: troppo impietosa la rappresentazione del mondo contadino in esso contenuta, al punto da giudicarla immorale. Il fatto \u00e8 che il seminatorismo, pur con tutto il suo paternalismo di marca filantropica, non ama troppo il realismo, poich\u00e9 contrasta con una sua visione idealizzata del mondo contadino. La critica successiva sar\u00e0 pi\u00f9 equanime verso questo grande romanzo e finir\u00e0 per considerarlo il pi\u00f9 importante della letteratura romena e uno dei maggiori di quella universale.<\/p>\n<p>Seminatorismo e poporanismo sono i due movimenti maggiori, che si danno battaglia sino agli anni della prima guerra mondiale. La loro influenza scema visibilmernte dopo il 1914, quando entrambi vengono soppiantati dall&#8217;influenza preponderante del modernismo, che ispira in tutta Europa i pi\u00f9 svariati movimenti d&#8217;avanguardia. In un certo senso, il precursore del modernismo in Romania \u00e8 il gruppo che si raccoglie intorno alla quarta rivista importante di cui vogliamo parlare: <em>Viata noua<\/em> (<em>La vita nuova<\/em>). Essa viene fondata e diretta, nel 1905, dal critico e filologo Ovid Densusianu (1873-1938), che a sua volta si rif\u00e0 alla lezione del poeta Alexandru Macedonski (1854-1920). Esule volontario in Francia, a Parigi, dal 1884 al 1912 (per motivi d&#8217;incompatibilit\u00e0 personale e culturale pi\u00f9 che politici), anarcoide per temperamento, grande ammiratore di Baudelaire, Rimbaud e Verlaine, Macedonski aveva scritto alcune opere addirittura in francese (tra cui <em>La mort de Dante<\/em>) e aveva fondato a Bucarest una rivista, <em>Literatorul<\/em>, uscita dal 1880 al 1885, che aveva contribuito molto a diffondere la poetica simbolista.<\/p>\n<p>Ora Densusianu, attraverso <em>Viata noua<\/em>, vuole propagare il verbo modernista che coincide, in quel momento storico, col simbolismo; non si occupa affatto di questioni sociali e d\u00e0 un impulso notevole alla produzione letteraria &quot;pura&quot;, creando le premesse per l&#8217;&quot;esplosione&quot; modernista dopo la prima guerra mondiale. Egli, personalmente, non \u00e8 uno scrittore notevole; professore di letteratura latina all&#8217;Universit\u00e0 di Iasi, non compone che dei versi di scarso valore. In compenso \u00e8 un infaticabile operatore culturale, che cerca di promuovere un profondo rinnovamento nel panorama letterario romeno. Innamorato della latinit\u00e0, pensa che solo a quella fonte, per la mediazione francese e italiana, la cultura romena debba ispirarsi; \u00e8 chiaro il sottinteso polemico verso le simpatie che una parte dei suoi compatrioti hanno sempre mostrato per il mondo germanico e, in forma pi\u00f9 o meno esplicita, per quello russo e slavo in generale. Rispetto al mondo contadino, cos\u00ec importante per poporanisti e seminatoristi, c&#8217;\u00e8 invece un certo distacco, poich\u00e9 il simbolismo \u00e8 soprattutto un fenomeno d&#8217;importazione, almeno all&#8217;origine, e per di pi\u00f9 un fenomeno eminentemente cittadino: parte dalla Parigi di Rimbaud, Verlaine e Mallarm\u00e9 e giunge direttamente a Bucarest, sorvolando, per cos\u00ec dire, il mondo rurale con le sue problematiche ancora patriarcali, con i suoi modi di vita in gran parte pre-industriali. E anche questo \u00e8 un segnale che qualcosa, nella struttura sociale ed economica della &quot;vecchia&quot; Romania, incomincia a cambiare.<\/p>\n<p>Possiamo distinguere i poeti influenzati dalle idee di <em>Viata noua<\/em> in tre gruppi principali: i simbolisti &quot;puri&quot;, come Ion Minulescu (1881-1944) e Gheorghe Bacovia (pseudonimo di Gheorghe Vasiliu (1881-1944); i modernisti propriamente detti (meno legati a modelli stranieri, cio\u00e8, in questo caso, francesi), come Adrian Maniu (1891-1969), Aron Cotrus (1891-1961) e soprattutto il geniale Lucian Blaga, assai noto anche come filosofo (1895-1961); e infine ermetici come Ion Barbu (pseudonimo di Barbilian Dan, 1895-1961) e integralisti come Ilarie Voronca (pseudonimo di Eduard Marcus, 1903-1946). Una posizione del tutto autonoma e, in un certo senso, proteiforme \u00e8 infine quella del grande, tumultuoso Tudor Arghezi (pseudonimo di Ion Teodorescu, 1880-1967), forse il pi\u00f9 notevole poeta romeno di tutto il Novecento, cui faremmo troppo grave torto (come lo faremmo a Lucian Blaga, o come lo avremmo fatto ad Eminescu) se pretendessimo di sintetizzare qui, in poche battute, la sua straordinaria voce poetica, fra le pi\u00f9 alte del suo tempo a livello europeo.<\/p>\n<p>Per quel che riguarda i prosatori, il movimento modernista annovera Hortensia Papadat-Bengescu (1878-1955); Camil Petrescu (1894-1957: un autore importante, che non ha alcun rapporto di parentela col Nostro); e Mircea Eliade (1907-1986), che diverr\u00e0 un grande storico delle religioni, emigrer\u00e0 in Francia e scriver\u00e0 anche romanzi di notevole valore, ma in lingua francese (scelta analoga a quelle di Tristan Tzara, Eug\u00e9ne Ionesco ed \u00c8mile Cioran).<\/p>\n<p>A questi si possono aggiungere il grande innamorato del mare, Jean Bart (pseudonimo di Eugen P. Botez, 1874-1933), quasi un Joseph Conrad romeno, ed il prete ortodosso Gala Galaction (pseudonimo di Grigore Pisculescu, 1879-1961) in una posizione particolare, tra gli epigoni di entrambi i movimenti, poporanista e seminatorista, ma pi\u00f9 vicina al modernismo che al tradizionalismo, di cui ora diremo. Alcuni storici della letteratura, lo notiamo per inciso, accostano a questi ultimi due anche Agirbiceanu e lo stesso Rebreanu. In realt\u00e0, non \u00e8 sempre agevole inserire un determinato autore entro schemi ben precisi, poich\u00e9 vi sono autori che hanno attraversato, nellaloro vita, esperienze letterarie anche assai diverse (\u00e8 il caso del camaleontico Tudor Arghezi) e, d&#8217;altra parte, alcuni movimenti tendono a sfumare l&#8217;uno nell&#8217;altro. Si tratta di un fenomeno molto comune in tutta la letteratura del Novecento e non specifico della Romania, specie per quanto riguarda la poesia; ma in Romania \u00e8 forse pi\u00f9 pronunciato perch\u00e9 nella cultura di questa nazione, come abbiamo detto, le riviste letterarie hanno svolto un ruolo fondamentale, per certi aspetti superiore a quello da esse rappresentato nei paesi dell&#8217;Europa occidentale.<\/p>\n<p>La quinta rivista importante su cui vogliamo brevemente soffermarci \u00e8 <em>Gandirea<\/em> (<em>Il pensiero<\/em>), il cui primo numero appare nel 1921 e l&#8217;ultimo nel 1944. Il suo fondatore \u00e8 un giovane scrittore e giornalista di ventotto anni che si sta mettendo in luce in questo periodo e che \u00e8 destinato a comporre una produzione copiosissima (oltre quaranta volumi di romanzi e racconti, senza contare la produzione giornalistica): Cezar Petrescu. Ma poich\u00e8 \u00e8 proprio di lui che vogliamo parlare in questa sede, rimandiamo il discorso su <em>Gandirea<\/em> ancora per un poco.<\/p>\n<h4>LA VITA E IL PERCORSO LETTERARIO.-<\/h4>\n<p>Cezar Petrescu \u00e8 un moldavo, come Sadoveanu, come Ionel Teodoreanu, di cui fra poco diremo qualcosa, come Nicolae Iorga e tanti altri. La sua terra natale \u00e8 nella Moldavia settentrionale, a Cotnari, non lontano da Iasi, dove nasce il 14 dicembre 1892.<\/p>\n<p>Giovanissimo, inizia la sua attivit\u00e0 letteraria come giornalista e come scrittore, collocandosi d&#8217;istinto fra i cosiddetti neoseminatoristi, verso i quali lo attrae l&#8217;amore per la terra e, al tempo stesso, la preoccupazione per la difesa della sua identit\u00e0 minacciata da modelli di vita estranei, urbani e internazionali. Spirito conservatore, contemplativo, pessimista, ideale prosecutore della strada tracciata dal suo grande conterraneo, Mihail Sadoveanu, e tuttavia pervaso da un&#8217;inquietudine spirituale autenticamente sentita e da un&#8217;ansia di rigore e di pulizia morale mai smentita nella sua lunga carriera, Petrescu assomiglia un po&#8217; a tanti personaggi dei suoi romanzi e racconti. E&#8217; il classico provinciale ingenuo e sognatore, pieno di illusioni sulla bont\u00e0 degli uomini e sulla funzione quasi apostolica dell&#8217;intellettuale, che si trasferisce nella grande citt\u00e0 occidentalizzata, Bucarest, per dare la scalata al successo letterario.<\/p>\n<p>Osservatore attento e penetrante della realt\u00e0, buon conoscitore d&#8217;uomini cui lo predispone una innata capacit\u00e0 d&#8217;intuizione psicologica, odia l&#8217;ipocrisia borghese, la furbizia dei filistei, le piccole meschine manovre di chi non ha talento, ma \u00e8 abbastanza cinico e sfrontato per farsi comunque avanti; e percepisce emozioni e atmosfere grazie a una sensibilit\u00e0 estremamente acuta, quasi dolorosa.<\/p>\n<p>In lui c&#8217;\u00e8 un contrasto, un intimo dissidio che \u00e8 poi quello della Romania di quegli anni decisivi: dal padre valacco ha ereditato uno spirito eminentemente pratico, dinamico, vigoroso e intraprendente; dalla madre moldava l&#8217;attitudine al ripiegamento interiore, al bisogno di solitudine e di silenzio, all&#8217;anelito di evasione dalla grigia e piatta atmosfera della realt\u00e0 quotidiana, nei regni bellissimi del sogno e della fantasia. Vive in un&#8217;epoca di trapasso e, sensibile come tutti i veri artisti, \u00e8 egli stesso un uomo di trapasso: cio\u00e8 un uomo diviso fra opposte esigenze spirituali, allarmato e spaventato dal fosco avvenire che avanza col cosiddetto &quot;progresso&quot;, e tuttavia in qualche modo cosciente dell&#8217;impossibilit\u00e0 di un puro e semplice ritorno al passato, cui pure il suo cuore desideroso di pace anela incessantemente. Come il Petrarca del <em>Secretum<\/em>, che come lui visse in un&#8217;epoca di faticosa transizione tra un passato che non vuol morire e un futuro che stenta ad affermarsi, potrebbe dire di s\u00e9 stesso: &quot;Quel doppio uomo che \u00e8 in me.&quot;<\/p>\n<p>Infatti la sua vita movimentata, i frequenti spostamenti, i bruschi passaggi dalla povert\u00e0 alla ricchezza e viceversa, le metropoli occidentali, i porti del Vicino Oriente, le stesse apparentemente opposte esigenze del suo estro letterario: un realismo disadorno e antiromantico e, contemporaneamente, un&#8217;attrazione invincibile per l&#8217;ignoto e il mistero: tutto questo ne fa lo scrittore romeno la cui vita pi\u00f9 ricorda quella di Jack London, e non solo per il dato biografico esteriore ma anche per quella consapevole fragilit\u00e0 dissimulata dietro una facciata di energico e infaticabile volontarismo. E a Jack London somiglia anche per l&#8217;amaro pessimismo, mitigato solo dal senso rasserenatore della madre natura; mentre la donna, in Petrescu (come in London) non \u00e8 e non pu\u00f2 essere elemento rasserenatore, poich\u00e9 non sa mantenere le promesse seducenti del suo fascino misterioso e si rivela anch&#8217;essa, anzi, parte della dolorosa disillusione, del drammatico disinganno che la vita implacabilmente riserva anche a coloro che si erano illusi di dominarla a piacere.<\/p>\n<p>E dopo Jack London, Honor\u00e9 de Balzac. Con Balzac esiste una sintonia quasi perfetta sia nell&#8217;atteggiamento realistico di chi vuol cogliere <em>tutta<\/em> la realt\u00e0 senza infingimenti; sia nell&#8217;ambizione di poterla abbracciare, analizzare e descrivere in ogni sua manifestazione, in ogni classe sociale e in ogni tipo umano; sia, infine, nell&#8217;identificazione col giovane ingenuo di belle speranze che la dura realt\u00e0 del mondo, e particolarmente della grande citt\u00e0 smaliziata e corrotta, riporta bruscamente dalla poesia alla prosa pi\u00f9 arida e meschina della vita umana: come il protagonista di <em>Illusioni perdute<\/em> del grande romanziere francese. In lui c&#8217;\u00e8 una curiosit\u00e0 spontanea verso il dato umano, verso il meccanismo, per cos\u00ec dire, delle passioni, dell&#8217;ambizione, della <em>brama di vivere<\/em> da cui, schopenhauerianamente, d&#8217;istinto, si ritrae pieno di angoscia, scoraggiamento e delusione. Sente che il male \u00e8 l\u00ec, in quell&#8217;ardente desiderio di vita, in quell&#8217;attaccamento irrazionale alle cose, in quella volont\u00e0 di successo e di godimento che si trasforma in un meccanismo feroce, spietato e che lancia gli uomini gli uni contro gli altri, per superarsi e sopraffarsi a vicenda. Intuisce tutta la bruttezza di un modo di essere puramente egoistico e utilitaristico, di una ricerca illimitata di felcit\u00e0 che si traduce, inevitabilmente, in uno scacco bruciante e traumatico. &quot;I want to be happy&quot;, risuonano le note della canzone americana nell&#8217; edificio di Calea Victoriei<em>;<\/em> e questa umanit\u00e0 che si affanna disperatamente in una ricerca del piacere senza fine e senza pace, suscita in lui una reazione di pena profonda, di rammarico impotente, ma anche, si direbbe, di ripulsa e di disgusto, come davanti a uno spettacolo di pagliacci mal riuscito, chiassoso e volgare.<\/p>\n<p>Certo, vi \u00e8 anche una buona dose di filosofia leopardiana in tutto ci\u00f2: il male non \u00e8 solo nel fatto di desiderare incessantemente, di bramare senza limiti una felicit\u00e0 che per sua stessa natura non pu\u00f2 che essere indefinita e illimitata, dunque irraggiungibile; il male \u00e8 a monte e sta proprio nel fatto di esistere, di esserci. Per dirla con Heidegger, siamo <em>esseri-per-la-morte<\/em> ed il nostro dramma sta nel <em>Da-sein<\/em>, nella <em>colpa<\/em> originaria di <em>esserci.<\/em><\/p>\n<p>E un altro accostamento ci sembra indispensabile per capire la dimensione letteraria di Cezar Petrescu: quello con Lucrezio. Come il grande poeta latino del <em>De rerum natura<\/em>, egli cerca istintivamente un sollievo alla pena di vivere nel ritorno confidente al grembo della natura amica, spoglio (rousseianamente) di amibizioni e malizie proprie dell&#8217;&quot;uomo civile&quot;, cio\u00e8 dell&#8217;uomo infelice perch\u00e9 lontano dalle proprie radici; ma al tempo stesso, sente che la natura non \u00e8 fatta per l&#8217;uomo, che persegue un suo disegno imperscrutabile di cui noi siamo solo miseri strumenti. Anche per questo, forse, nell&#8217;opera narrativa di Petrescu non vi \u00e8 mai l&#8217;incontro gioioso e costruttivo fra l&#8217;uomo e la donna; i sessi combattono anch&#8217;essi una battaglia spietata e incessante per il piacere e per la supremazia, un darwiniano <em>bellum omnium contra omnes<\/em>. Le braccia della donna sembrano accogliere l&#8217;uomo innamorato e fornire un sollievo alla sua arsura interiore, al suo divorante desiderio di felicit\u00e0 che \u00e8, in fondo, inconscio terrore della morte e inconscio desiderio di immortalit\u00e0; ma in essa non si cela che l&#8217;ennesimo inganno, l&#8217;ennesima amara delusione, forse la pi\u00f9 bruciante di tutte: e di nuovo il pensiero torna al <em>Martin Eden<\/em> di London. Sembra piuttosto che la natura si serva dei nostri desiderii, delle nostre atroci illusioni, della nostra divorante ricerca della volutt\u00e0 per qualche suo fine nascosto, forse per la pura e semplice perpetuazione della specie.<\/p>\n<p>\u00c8, ancora una volta, la schopenhaueriana <em>volont\u00e0<\/em> che spinge gli esseri a protendersi, ad affannarsi verso la vita, la radice di tutti gli inganni e di tutte le sofferenze. Per dirla con le parole di Enea al padre Anchise nei Campi Elisi (Virgilio, <em>Eneide<\/em>, VI, 721). <em>Quae lucis miseris tam dira cupido?<\/em> (&quot;Infelici, cos&#8217;\u00e8 mai questa brama funesta del giorno?&quot;). Possibile che gli uomini abbiano una tal smisurata e scomposta brama di vivere, dopo che la vita ha loro rivelato tutta la sua crudele insensatezza?<\/p>\n<p>Ancora, questo particolare atteggiamento nichilistico, non solo di pessimismo antropologico, ma di pessimismo (ancora con Leopardi) <em>cosmico<\/em>, \u00e8 senza dubbio alla radice di un altro aspetto caratteristico della produzione letteraria di Petrescu: l&#8217;interesse per l&#8217;infanzia, per il mondo puro ed ingenuo dei bambini. Questo interesse lo ha spinto a scrivere per loro alcuni dei suoi libri pi\u00f9 belli, pieni di poesia e di struggente malinconia, come il celebre <em>Fram, ursul polar.<\/em> Ma avremo occasione di riparlarne.<\/p>\n<p>L&#8217;evento decisivo nel percorso umano e letterario di questo Autore non \u00e8 un evento privato, ma una grande, irreparabile tragedia collettiva: la prima guerra mondiale, al rombo dei cui cannoni tutta la patriarcale vita romena viene scossa dalle fondamenta, e un&#8217;intera generazione viene assassinata spiritualmente: sar\u00e0 il tema della sua opera forse pi\u00f9 famosa: <em>Intunecare.<\/em> Quando il governo Bratianu, dopo lunghe e tormentose incertezze, dichiara guerra all&#8217;Austria-Ungheria ed invade la Transilvania, nell&#8217;agosto 1916 (trascinato sia dalla conquista italiana di Gorizia, sia dagli effimeri successi dell&#8217;offensiva Brusilov in Galizia e Bucovina), Cezar Petrescu \u00e8 un giovane di ventiquattro anni che, come tanti suoi coetanei, viene arruolato e spedito al fronte. Grande \u00e8 l&#8217;entusiasmo della borghesia nazionalista, ma scarso quello dei contadini, assillati (proprio come era accaduto in Italia l&#8217;anno prima) dalla preoccupazione di dover lasciare i campi abbandonati nel pieno del ciclo agricolo, e troppo poveri, sfruttati e analfabeti per comprendere le rivendicazioni territoriali, che vanno molto al di l\u00e0 della Transilvania poich\u00e9 comprendono le contee esteriori di Szatm\u00e0r (Satu Mare), Bihor e Arad, o Piccolo Alf\u00f6ld, sin nei pressi di Szeged, il Maramures e l&#8217;intero Banato. E solo nove anni prima quei contadini si erano ribellati alla loro intollerabile condizione di servaggio, e avevano visto i fucili dell&#8217;esercito rivolgersi e sparare contro di loro!<\/p>\n<p>Le illusioni di una facile e rapida vittoria s&#8217;incrinano e vanno in pezzi nel giro di poche settimane. Dopo una serie di battaglie disperate per impadronirsi dei passi carpatici prima che la neve li blocchi, le truppe austro-tedesche del generale von Mackensen riescono a sboccare nella pianura valacca e il 6 dicembre entrano a Bucarest, sgombrata in fretta e furia sotto un tempo piovoso e inclemente. Il dispositivo militare romeno \u00e8 stato spazzato via in poco pi\u00f9 di tre mesi. La nazione, per\u00f2, non si arrende: nell&#8217;ora della catastrofe (come l&#8217;Italia un anno dopo, a Caporetto) ritrova orgoglio e unit\u00e0 e decide di proseguire la lotta, nonostante il naufragio di tante speranze. Il governo si trasferisce a Iasi, il fronte si stabilizza dietro il Siret e l&#8217;esercito si riorganizza, durante l&#8217;inverno, nella Moldavia.<\/p>\n<p>Nell&#8217;estate del 1917 gli Austro-Tedeschi muovono nuovamente all&#8217;attacco: ma questa volta non hanno di fronte le truppe impreparate e mal dirette dell&#8217;anno prima, bens\u00ec un esercito rinnovato nello spirito, nelle armi e nei rifornimenti. Operando per linee interne e, questa volta, ben diretto a livello di comandi, l&#8217;esercito romeno compie il piccolo miracolo di vincere una serie di gloriose battaglie difensive, mandando a vuoto gli ambiziosi piani del nemico. Ma dopo le rivoluzioni russe del 1917, e specialmente dopo quella di Ottobre, il venir meno della copertura sul fianco destro rende impossibile sfruttare il successo e costringe il governo a chiedere l&#8217;armistizio nel dicembre e a firmare l&#8217;onerosa pace di Bucarest, il 7 maggio 1918. Ma non \u00e8 finita: in autunno si annuncia il crollo degli Imperi Centrali, preceduto dalla resa di Turchia e Bulgaria; il 9 novembre l&#8217;esercito romeno riprende la lotta e il 28, ad Alba Iulia, i consigli nazionali delle terre &quot;irredente&quot; proclamano l&#8217;unione con la Romania. Essa viene poi ratificata nel trattao di pace di Saint-Germain-en-Laye del 10 settembre 1919, che accoglie gran parte delle rivendicazioni romene.<\/p>\n<p>Cezar Petrescu vive in prima persona gli avvenimenti della prima guerra mondiale: le illusioni dell&#8217;estate 1916, la disfatta dell&#8217;autunno-inverno, la fervida ripresa del 1917, l&#8217;armistizio e poi, di nuovo, la conclusione vittoriosa del conflitto. Nonostante l&#8217;aspetto solido, il suo fisico cova la malattia da cui, allora, solitamente non si guarisce: la tubercolosi. Con questa sentenza di morte scritta nelle sue cartelle cliniche, viene ritirato dal fronte e relegato nell&#8217;amministrazione di una zona delle retrovie. L\u00ec dovrebbe attendere la morte; invece guarisce: la vita lo ha graziato, quella vita che in giovinezza ha amato con trasporto, con volutt\u00e0, abbeverandosi &#8212; come scrive Agnesina Silvestri-Giorgi, sua traduttrice &#8211; a tutte le fonti, mordendo golosamente a tutti i frutti.<\/p>\n<p>Il ritorno a casa, al tempo di pace, contrariamente a tutte le aspettative non \u00e8 quell&#8217;evento gioioso che a lungo i giovani soldati hanno aspettato. Qualcosa, dentro quella generazione, si \u00e8 spezzato: ne parler\u00e0 nel suo romanzo <em>Intunecare,<\/em> delineando un&#8217;analisi lucidissima e sconsolata non solo e non tanto dei suoi casi personali, ma di una intera generazione &quot;perduta&quot;. Petrescu, come tanti suoi commilitoni e non solo romeni, ma di tutto il mondo, ha creduto che i sacrifici durissimi, le sofferenze spirituali e materiali della spaventosa carneficina sarebbero almeno stati compensati e moralmente riscattati, se non giustificati, da un&#8217;\u00e8ra nuova di pace, comprensione e autentico progresso: cio\u00e8 non solo da un maggior benessere economico (che peraltro, nella Romania e in gran parte dell&#8217;Europa del primo dopoguerra, tardava ad arrivare), ma altres\u00ec da una pi\u00f9 ampia e comprensiva coscienza etica, da una nuova &#8212; si direbbe oggi &#8212; &quot;qualit\u00e0 della vita&quot;. Ora tutto ci\u00f2 si rivela una misera illusione: tutta una classe di nuovi ricchi, di profittatori di guerra, di affaristi senza scrupoli, di donne sfrontate si fa avanti; tutto un mondo verminoso di pescecani che arraffano a man bassa e si fanno strada brutalmente, sfruttando lo smarrimento morale, il tragico disorientamento di quanti hanno fatto davvero la guerra, e vi hanno trovato soltanto la tomba dei loro ideali e della loro giovinezza. Per essi, come per Radu Comscia, il protagonista (velatamente autobiografico) di <em>Intunecare<\/em>, la fine della guerra non porta altro che una sveviana &quot;senilit\u00e0&quot; che non \u00e8 cronologica &#8212; sono appena dei trentenni -, ma psicologica e coincide con una specie di disgusto esistenziale, di precoce avvizzimento dell&#8217;anima.<\/p>\n<p>Abbiamo detto che Petrescu, insieme a Gib Mihaescu (che, malato di tisi, a differenza di lui muore ancor giovane, nel 1935, a soli quarantun anni) fonda nel 1921 la rivista <em>Gandirea<\/em>. Abbiamo anche visto che tutte queste riviste letterarie, nella Romania dell&#8217;epoca, non esprimono solo le tendenze estetiche di questo o quel movimento letterario, ma sono anche, quasi sempre, le ispiratrici, o le portavoce, di altrettante vere e proprie ideologie sociali. Stando cos\u00ec le cose, come si colloca <em>Gandirea<\/em> nel panorama culturale del primo dopoguerra, e a quali posizioni politico-sociali si ricollega?<\/p>\n<p>Diciamo subito che, come sul piano artistico <em>Gandirea<\/em> vuole essere il punto di riferimento dei valori della tradizione (quindi, ancora una volta, del mondo rurale, ma in una fase storica in cui esso \u00e8 minacciato dall&#8217;avanzata chiassosa e disgregatrice della societ\u00e0 affaristica e industriale di stampo americaneggiante), sul piano culturale e, indirettamente, sociale essa promuove un esperimento veramente notevole: l&#8217;alleanza dell&#8217;elemento nazionale, che in genere tende a divenire nazionalistico, con l&#8217;elemento religioso bizantino-ortodosso. \u00c8 chiaro che i <em>tradizionalisti<\/em> (d&#8217;ora in poi li chiameremo cos\u00ec) avvertono tutta la crisi di valori, tutto l&#8217;abisso spaventoso di relativismo nichilista che si \u00e8 aperto come conseguenza della prima guerra mondiale; essi percepiscono chiaramente che l&#8217;Europa, ferita a morte e confusa, sta rischiando di perdere la propria anima, e che un paese come la Romania, retto ancora da strutture sociali di tipo patriarcale, subir\u00e0 in modo anche pi\u00f9 brusco e traumatico il passaggio verso i tempi nuovi, dominati dall&#8217;ossessione edonistica e dalla frenesia produttivista.<\/p>\n<p>Il pericolo, dal punto di vista politico-sociale, \u00e8 che il rifiuto della &quot;modernit\u00e0&quot; e della &quot;occidentalizzazione forzata&quot; (per usare due espressioni recentissime e dunque anacronistiche, ma ugualmente efficaci) finisca per sospingere gli intellettuali tradizionalisti verso esiti politici chiaramente reazionari, come avviene, di fatto, per Nichifor Cr\u00e0inic (pseudonimo di Ion Dobre), che nel 1926 prende in mano il movimento e gli d\u00e0 un indirizzo pi\u00f9 spirituale che letterario (come osserva Gino Lupi), il cosiddetto <em>gandirismo.<\/em> Crainic finisce per aderire al fascismo, come del resto Rebreanu &#8211; lo abbiamo gi\u00e0 visto; in lui c&#8217;\u00e8 una vena di misticismo esaltato e piuttosto nebuloso che lo accomuna, effettivamente, alla sensibilit\u00e0 della &quot;mistica&quot; della Guardia di Ferro, o almeno dei suoi massimi teorici, Corneliu Codreanu e Ion Mota. Crainic, che da giovane ha studiato in seminario e poi ha insegnato teologia a Cernauti, sostiene che la cultura romena deve ritrovare le proprie autentiche radici nella Chiesa bizantino-orientale in nome di un &quot;senso teologico del bello&quot;, in opere come <em>Puncte cardinale in haos<\/em> (<em>Punti cardinali nel caos<\/em>), del 1936; <em>Nostalgia paradisului<\/em> (<em>Nostalgia del paradiso<\/em>) <em>e Ortodoxie si etnocr\u00e0tie<\/em> (<em>Ortodossia ed etnocrazia<\/em>), entrambe del 1940. Nella Romania degli anni trenta egli svolge una funzione culturale (e indirettamente politica) per certi aspetti non dissimile da quella di Gu\u00e9non in Francia e di Evola in Italia: indica nella secolarizzazione il male principale del mondo moderno e, nel ritorno al sacro, l&#8217;unica possibile via d&#8217;uscita dal naufragio morale ormai prossimo.<\/p>\n<p>Non sarebbe assolutamente giusto, tuttavia, bollare come reazionario tutto il movimento tradizionalista, nel quale, in realt\u00e0, convergono pi\u00f9 anime e ispirazioni diverse. Il comun denominatore \u00e8 la lotta contro il modernismo e contro gli eccessivi influssi stranieri, specie francesi, che dopo il 1918 si fanno ancor pi\u00f9 forti, anche per il particolare quadro politico dell&#8217;Europa post-bellica, in cui la &quot;Piccola Intesa&quot; formata da Cecoslovacchia, Iugoslavia e Romania si contrappone al revisionismo ungherese e diviene, di fatto, lo strumento politico-militare della Francia nell&#8217;area danubiana e balcanica (come la Polonia di Pilsudski lo \u00e8, in funzione antitedesca e antisovietica, nell&#8217;area baltica). A parte questo, c&#8217;\u00e8 posto per tutti coloro che non sono disposti ad assistere con le mani in mano alla dissoluzione dei vecchi valori, n\u00e9 a rinunziare alla volont\u00e0 di riscatto civile delle masse contadine, secondo il vecchio spirito del seminatorismo.<\/p>\n<p>Poich\u00e9 sono decine gli scrittori che si riconoscono, pi\u00f9 o meno esplicitamente, nel tradizionalismo, ricorderemo solo pochissime figure di spicco: i poeti Ion Pillat (1891-1946) e Vasile Voiculescu (1884-1963); il drammaturgo di origine macedo-romena Victor Eftimiu; e, tra i romanzieri, oltre naturalmente a Cezar Petrescu, il gi\u00e0 citato Gib Mihaescu; Matei Ion Caragiale, nipote di ion Luca (1885-1936); George Mihail Zamfirescu (1898-1939); e infine Ionel Teodoreanu (1897-1954), delicatissimo interprete del mondo dell&#8217;infanzia, specialmente nella trilogia <em>La Medeleni<\/em> (<em>A Medeleni,<\/em> 1925-27), soffusa di un impareggiabile alone di poesia che ricorda, nella grande capacit\u00e0 di penetrazione psicologica, certe atmosfere del miglior Pascoli.<\/p>\n<p>Dicevamo che le idee politico-sociali, all&#8217;interno del movimento tradizionalista, sono abbastanza variegate e non coincidono necessariamente con una scelta di campo di estrema destra, come quella di Nichifor Crainic (che pagher\u00e0 per essa, trovando la morte in carcere). Il caso di Cezar Petrescu ricorda, anche in questo, quello del suo maestro ideale, Mihail Sadoveanu, che, insieme alla stragrande maggioranza degli intellettuali romeni, decide di rimanere nella Repubblica popolare sorta nel 1947. Ma, come scrittore, egli ha concluso la sua fase veramente creativa tra la fine degli anni Trenta e la met\u00e0 degli anni Quaranta; l&#8217;ultimo libro importante \u00e8 <em>Tapirul<\/em>, del 1946. Egli ha solo cinquantaquattro anni, ma l&#8217;intensa attivit\u00e0 letteraria lo ha come precocemente logorato. Muore a Bucarest il 9 marzo del 1961.<\/p>\n<p>Coerente con le sue idee, fin dal 1937 lo scrittore aveva disertato l&#8217;atmosfera convulsa e moralmente disordinata della capitale per ritirarsi in una grande villa di campagna a Busteni, costruita agli inizi del Novecento nel tipico stile architettonico delle case romene. Busteni \u00e8 una tranquilla cittadina di circa 11.000 abitanti, posta a 950 metri d&#8217;altitudine, alle pendici meridionali delle Alpi Transilvaniche, lungo la strada che da Ploiesti sale verso Predeal. La casa dello scrittore \u00e8 stata trasformata nel Museo commemorativo &quot;Cezar Petrescu&quot; che contiene, tra l&#8217;altro, oltre 10.000 fra libri e riviste, dono della sua famiglia.<\/p>\n<h4>LE OPERE.-<\/h4>\n<p>Novello Balzac o novello Zola, Cezar Petrescu si \u00e8 presto orientato verso i grandi affreschi sociali e psicologici,con l&#8217;ambizione di descrivere tutte le classi sociali e, in un certo senso, tutto il quadro della vita umana. Perci\u00f2 la sua opera narrativa si pu\u00f2 raggruppare in alcuni grandi cicli, che ora descriveremo brevemente.<\/p>\n<p>Il ciclo della prima guerra mondiale e delle sue conseguenze sociali e morali, denominato di &quot;guerra e pace&quot;, \u00e8 probabilmente il pi\u00f9 noto e il pi\u00f9 popolare, anche perch\u00e9 di esso fa parte <em>Intunecare<\/em> (che si pu\u00f2 tradurre in italiano con <em>L&#8217;imbrunire<\/em> quanto al significato letterale, <em>Ottenebramento<\/em> quanto a quello spirituale, e con <em>Oscuramento<\/em> oppure <em>L&#8217;ombra che scende,<\/em> con riguardo ad entrambi), che \u00e8 considerato il miglior romanzo romeno sulla prima guerra mondiale. Esso \u00e8, quindi, l&#8217;equivalente de <em>Il fuoco<\/em> di Henri Barbusse nella letteratura francese, di <em>Un anno sull&#8217;altipiano<\/em> di Emilio Lussu in quella italiana o di <em>Niente di nuovo sul fronte occidentale<\/em> di Erich Maria Remarque in quella tedesca; con la differenza che quello di Petrescu \u00e8 un affresco molto pi\u00f9 ampio e abbraccia anche la condizione dei reduci di guerra e dell&#8217;intera societ\u00e0 romena fin verso il 1925. A questo ciclo appartengono anche altri romanzi di gran pregio, tra cui <em>Comoara regelui Dromichet<\/em> (<em>Il tesoro del re Dromichet<\/em>), del 1931, e <em>Aurul negru<\/em> (<em>Oro nero<\/em>), in cui &quot;la ricerca petrolifera \u00e8 denunciata come una violazione dei ritmi naturali, inizio di un processo di contaminazione che investir\u00e0 tanto la natura che l&#8217;uomo&quot; (Rosa del Conte). Quest&#8217;utimo aspetto ci mostra chiaramente come il neoseminatorismo di Petrescu, permeato di un rispetto sacrale per la natura di ascendenza quasi religiosa, alla Sadoveanu, si sostanzia anche di problematiche che oggi non esiteremmo a definire ecologiste (o, se si preferisce, come direbbe Luisa Bonesio, &quot;geofilosofiche&quot;), intendendo l&#8217;ecologia nel senso pi\u00f9 ampio della parola: non solo il rispetto di un certo rapporto tra uomo e natura, ma anche una necessit\u00e0 interiore dell&#8217;uomo, che riconosce nel proprio bisogno identitario l&#8217;esistenza di un legame organico e spirituale con la madre terra in generale, e con quella particolare terra che lo ha visto nascere e lo ha cresciuto, in particolare. Non importa se qualche critico un po&#8217; troppo condizionato da pregiudizi ideologici ha voluto vedere in <em>Comoara regelui Dromichet<\/em> delle tracce del pensiero di V. Parvan (fondatore, con Nicolae Iorga e G. Murg\u00f2ci, dell&#8217;Istituto per gli studi dell&#8217;Europa sud-orientale, nel 1913) che in un suo libro, <em>Getica,<\/em> aveva gettato le basi di una teoria apertamente razzista, facendo degli antichi Geti, per il popolo romeno, quel che saranno gli Ariani per gli ideologi della Germania nazista. A noi sembra piuttosto che in questo libro Cezar Petrescu sviluppi coerentemente e limpidamente le premesse di tutto un atteggiamento spirituale verso la terra, che \u00e8 presente, come abbiamo detto, nelle radici pi\u00f9 profonde di tutta l&#8217;anima nazionale, e che solo pochi intellettuali totalmente occidentalizzati hanno potuto ignorare. Come afferma Mario Ruffini a proposito di <em>Comoara regelui Dromichet<\/em>, &quot;il suo seminatorismo si \u00e8 evoluto, ha acquistato maggior ampiezza di respiro: non pi\u00f9 e non solo la visione della bellezza e della purezza morale nei contadini ma la ricerca di una realt\u00e0 pi\u00f9 alta, al di fuori di una determinata classe sociale; non \u00e8 il razzismo (&#8230;) ma la ricerca degli elementi tradizionali dell&#8217;idealismo e della fede del popolo romeno.&quot;<\/p>\n<p>Nel ciclo della societ\u00e0 romena tra le due guerre,e pi\u00f9 in particolare della &quot;capitale che uccide&quot; spicca per ampiezza di ricostruzione sociologica e per vigore narrativo <em>Calea Victoriei<\/em> (che \u00e8 il nome del pi\u00f9 importante viale di Bucarest), ove \u00e8 descritto con spietato realismo il processo di decadenza morale che la societ\u00e0 bucarestina vive all&#8217;indomani della pur vittoriosa conclusione della guerra 1916-18. Si pu\u00f2 dire che Petrescu, avendo idealizzato il mondo contadino d&#8217;anteguerra (come quasi tutti i seminatoristi: si ricordi il dissidio fra Iorga e Rebreanu proprio su questio punto essenziale), \u00e8 naturalmente portato a un atteggiamento contrappositivo nei confronti della grande citt\u00e0, specialmente se inquinata, ai suoi occhi, da un americanismo senza valori e senz&#8217;anima. E il fenomeno non riguarda solo la produzione di questo scrittore n\u00e9 la sola societ\u00e0 romena: si pensi, tanto per fare un parallelo (pur senza dimenticare le ovvie specificit\u00e0 nazionali) la contrapposizione fra il movimento letterario italiano di Strapaese, diffuso fra il 1926 e il 1932 dalle riviste <em>Il Sevaggio<\/em> di Mino Maccari e <em>L&#8217;Italiano<\/em> di Leo Longanesi, e quello di Stracitt\u00e0, ispirato da <em>Novecento<\/em> di Massimo Bontempelli e Cuzio Malaparte. Si tratta, sia nel caso romeno che in quello italiano (ma si potrebbero citare altri esempi), in buona sostanza di questo: la cultura e la vita di un popolo devono attingere alle tradizioni paesane, sentite come autentiche e perci\u00f2 veramente nazionali, oppure devono &quot;sprovincializzarsi&quot;, aprendosi al cosmopolitismo e, magari, anche al gusto per l&#8217;esotico? E si badi che non si tratta affatto di una questione oziosa, perch\u00e9, specie nel caso di una societ\u00e0 non ancora pienamente industrializzata (com&#8217;era, ovviamente, il caso della Romania assai pi\u00f9 che dell&#8217;Italia) dipende dalla strada che si imboccher\u00e0 <em>a partire da quel bivio<\/em> niente di meno che la scelta del modello di sviluppo (per usare un&#8217;altra espressione recente) che determiner\u00e0 i futuri destini di quella nazione, tanto materiali che spirituali. \u00c8 questo, per tornare a fare un parallelo con il caso italian (ma spostandoci in avanti di due o tre decenni), il nodo centrale di tutta la riflessione letteraria, e di gran parte di quella cinematografica, di un autore come Pier Paolo Pasolini, cos\u00ec attento e preoccupato che una imitazione di modelli sociali e nazionali esterni snaturassero irrimediabilmente l&#8217;identit\u00e0 popolare delle classi subalterne e delle regioni periferiche; tanto \u00e8 vero che volle cimentarsi, tanto nella poesia che nel teatro, in opere scritte nel friulano dei suoi genitori, sentito come la <em>marilenghe<\/em>, la dolce madrelingua che nulla e nessuno possono sostituire veramente.<\/p>\n<p>A questo ciclo appartengono anche i due romanzi <em>Oras patriarhal<\/em> (<em>Citt\u00e0 patriarcale<\/em>), del 1931, e <em>Apostol<\/em> (<em>L&#8217;apostolo<\/em>), del 1933. Il primo, apparso inizialmente in due volumi (ma l&#8217;edizione romena del 1961, con prefazione di Mihai Gafita, \u00e8 in un unico volume di quasi 500 pagine; alcuni critici hanno definito &quot;prolissi&quot; i romanzi di questo periodo &#8212; <em>Intunecare<\/em> \u00e8 di quasi 700 pagine -, ma la lunghezza \u00e8 conseguenza dell&#8217;intento sociologico che determina il taglio narrativo) \u00e8 ambientato in una immaginaria cittadina di provincia dal clima spitituale meschino e sonnolento. Esso &quot;rivela, sotto l&#8217;apparente monotonia di un&#8217;esistenza tranquilla, la presenza degli stessi odii e rivalit\u00e0 e soptrattutto degli stessi vizi della grande citt\u00e0, al cui modello la provincia cerca, in modo dissimulato o aperto, di conformarsi.&quot; (Del Conte). Questo romanzo riprende, in un certo senso, temi e situazioni di uno dei primi libri di Petrescu ambientati nella provincia romena, <em>Drumul cu plopi<\/em> (<em>La strada dei pioppi<\/em>) del 1924, che \u00e8 una raccolta di racconti ispirata alla vita monotona delle cittadine di provincia e ricorda in qualche modo i primi racconti di Carlo Cassola, come quelli de <em>La visita<\/em>, ma anche <em>Gente di Dublino<\/em> di James Joyce. L&#8217;opera prima dello scrittore dublinese \u00e8 del 1914; non sappiamo se abbia influenzato <em>direttamente<\/em> i racconti di <em>Drumul cu plopi<\/em>, ma \u00e8 ben possibile, dal momento che Cezar Petrescu, pur cos\u00ec attaccato al mondo patriarcale della sua terra, ha viaggiato molto e letto ancora di pi\u00f9, fino a raccogliere una biblioteca privata veramente sterminata, e inoltre ha collaborato con molte riviste straniere. Mario Ruffini osserva che &quot;in <em>Drumul cu plopi<\/em> la sostanza lirica vien spesso interrotta da frequenti descrizioni di quadri sociali e ambienti morali; il lirico cos\u00ec si volge all&#8217;osservazione e all&#8217;analisi e si annuncia il passaggio al realismo.&quot;<\/p>\n<p>L&#8217;altro romanzo, <em>Apostol<\/em>, gi\u00e0 nel titolo par voglia rendere omaggio a un tipico atteggiamento che era stato proprio dell&#8217;ideologia sciale seminatorista: la missione da svolgere fra il popolo per elevarlo socialmente e moralmente, che \u00e8 gi\u00e0 prefigurata in alcuni personaggi minori della terza parte di <em>Intunecare.<\/em> Come scrive Rosa Del Conte: &quot;Del seminatorismo Petrescu fa propria anche la vocazione <em>apostolica<\/em>, che impegna l&#8217;intellettuale a promuovere il livello etico e culturale delle masse rurali. La prospettiva per\u00f2 dalla quale guarda al risultato \u00e8 decisamente negativa. Il giovane maestro, che torna dalla citt\u00e0 per svolgere quest&#8217;azione missionaria, urta contro gli ostacoli creati da un&#8217;amministrazione corrotta e da una coalizione d&#8217;interessi meschini.&quot; Pertanto la figura dell&#8217;apostolo scivola inesorabilmente in quella dello sconfitto (Petrescu non ama il lieto fine), anzi del <em>perdente<\/em>, che \u00e8 una categoria ben pi\u00f9 drammatica: non solo perch\u00e9 reca in s\u00e9 una connotazione di sveviana &quot;malattia&quot;, cio\u00e8 incapacit\u00e0, di vivere come gli altri (mentre si pu\u00f2 essere sconfitti senza divenire dei perdenti, ed \u00e8 il caso di Ettore nell&#8217;<em>Iliade<\/em>), ma anche perch\u00e9 finisce per dubitare che il proprio scacco sia dovuto non tanto agli ostacoli esteriori, ma in buona misura ad una fragilit\u00e0 e inadeguatezza intime: finisce, cio\u00e8, per dubitare di s\u00e9 stesso. E questo appartiene alla categoria del patetico, oltre che a quella del tragico, e apparenta la figura dell&#8217;Apostolo a tutta una serie di anti-eroi che caratterizzano la letteratura europea negli anni della crisi, fra il meriggio della <em>belle \u00e9poque<\/em> che gi\u00e0 cova la grande catastrofe e i lontani bagliori del secondo conflitto mondiale. Ricorda soprattutto figure della narrativa mitteleuropea, come i protagonisti de <em>La marcia di Radetzki<\/em> di Joseph Roth o de <em>L&#8217;uomo senza qualit\u00e0<\/em> di Robert Musil, ma senza la componente freudiana e psicoanalitica che compare, invece, in un altro ciclo di opere dello scrittore di Cotnari.<\/p>\n<p>Viene poi il ciclo della grande rivolta contadina del 1907, cui dedica tre volumi intitolati semplicemente <em>1907<\/em> e scaglionati nel tempo (i primi due rispettivamente nel 1937 e nel 1938, il terzo apparso durante la seconda guerra mondiale); ciclo che non poteva mancare in un autore, come Petrescu, cos\u00ec sensibile ai valori della storia, nonostante il suo radicale pessimismo sulla capacit\u00e0 del <em>bene<\/em> (per lui rappresentato dall&#8217;ingenua anima contadina) di sostenere vittoriosamente la lotta con quelle del male (che non \u00e8 solo sociale ma metafisico e investe il mistero stesso dell&#8217;anima umana nei suoi strati pi\u00f9 profondi).<\/p>\n<p>Al ciclo della narrativa per l&#8217;infanzia appartiene <em>Fram, ursul polar<\/em> (<em>Fram, l&#8217;orso polare<\/em>);, certamente la pi\u00f9 nota e anche la pi\u00f9 riuscita, di cui parleremo a parte. Ma non possiamo dimenticare nemmeno il libro per bambini <em>Il pupazzetto di neve<\/em> che conferma la sua capacit\u00e0 di calarsi nell&#8217;anima dei fanciulli, nella miglior tradizione di Sadoveanu e di Teodoreanu. \u00c8 un vero peccato che Carmen Bravo-Villasante, nel capitolo dedicato alla Romania del suo bel libro <em>Storia universale della letteratura per ragazzi<\/em>, si sia dimenticata delle opere di Petrescu dedicate al mondo dell&#8217;infanzia, poich\u00e9 si tratta di un aspetto non marginale e non estemporaneo dell&#8217;arte di questo scrittore. Si direbbe che egli vi proietti quella sete di purezza, di candore che la scoperta dell&#8217;<em>arido vero<\/em>, per usare un&#8217;espressione leopardiana, ha distrutto in lui per sempre, senza per\u00f2 giungere a cancellarne del tutto la nostalgia e il rimpianto.accorato. Perci\u00f2, mentre Teodoreanu ha il dono di vedere il mondo <em>con gli occhi stessi dei bambini<\/em>, Petrescu, scrittore pi\u00f9 meditativo e pi\u00f9 pessimista, lo vede <em>come l&#8217;adulto che ha nostalgia dell&#8217;infanzia<\/em>: alla maniera di Pascoli, appunto. L&#8217;infanzia (un po&#8217; come il mondo rurale), ha per lui il fascino dell&#8217;innocenza e perci\u00f2 egli vi tende istintivamente, quando \u00e8 sopraffatto dal sentimento della disarmonia e dell&#8217;insensatezza del vivere presenti nel mondo degli adulti.<\/p>\n<p>Nel ciclo dedicato alla campagna, vista come un&#8217;oasi di pace e serenit\u00e0 dal punto di vista spirituale, almeno prima dell&#8217;industrializzazione, spiccano le deliziose <em>Scrisorile unui razes<\/em> (<em>Lettere di un picccolo proprietario di campagna<\/em>), che \u00e8 anche l&#8217;opera di esordio dello scrittore ventinovenne (sinora si era dedicato al giornalismo), pubblicata nel 1922. Si tratta di una serie di istantanee sulla vita campestre e di ricordi del tempo di guerra, che vengono inizialmente pubblicate, volta per volta, sulla rivista <em>La iena<\/em> fondata dallo stesso Petrescu nel 1919, e alla quale collaborano numerosi scrittori romeni. In quel periodo, precedente la fondazione di <em>Gandirea<\/em>, egli pubblica anche una quantit\u00e0 di articoli e pamphlets di carattere politico, per la maggior parte contro la guerra. Sono le due anime eterne della personalit\u00e0 di Cezar Petrescu, e forse dello stesso spirito romeno: quella attiva e battagliera, inasprita dall&#8217;esperienza diretta della brutalit\u00e0 della guerra e dalla rivelazione del fondo egoistico dell&#8217;animo umano; e quella malininconica e sognante, che aspira a un ritorno felice e rigeneratore nella dolce pace dei campi, in una virgiliana atmosfera di distacco dai drammi del vivere, quasi fuori del tempo.<\/p>\n<p>Un ciclo a parte \u00e8 poi quello della trilogia dedicata al grande poeta Eminescu, intitolata <em>Luceafarul,<\/em> del 1934. Non poteva mancare, nella vasta opera di Petrescu, un omaggio alla figura del massimo poeta romeno, del poeta <em>nazionale<\/em> che egli sa interpretare in una vasta opera che \u00e8 stata molto apprezzata dai suoi compatrioti. Ricordiamo che <em>Luceafarul<\/em> \u00e8 il titolo di una famosissima poesia, anzi un poemetto, di Eminescu, il cui titolo significa <em>L&#8217;astro della sera<\/em> (cio\u00e8 il pianeta Venere), e che per purezza di forma, per armonia di rime e di ritmi, si pu\u00f2 considerare perfetto. In esso, attraverso un&#8217;antica leggenda, Eminescu aveva sviluppato il concetto che per raggiungere l&#8217;immortalit\u00e0 \u00e8 necessario rinunciare alla felicit\u00e0 terrena:<\/p>\n<p><em>C&#8217;era una volta come nelle fiabe,<\/em><\/p>\n<p><em>c&#8217;era una volta,<\/em><\/p>\n<p><em>di gran progenie d&#8217;imperatori<\/em><\/p>\n<p><em>una bellissima fanciulla.<\/em><\/p>\n<p><em>Ed era figlia unica<\/em><\/p>\n<p><em>E bella fra le belle,<\/em><\/p>\n<p><em>com&#8217;\u00e8 la Vergine tra i santi,<\/em><\/p>\n<p><em>la luna tra le stelle.<\/em><\/p>\n<p><em>Dall&#8217;ombra delle volte aurate<\/em><\/p>\n<p><em>Muove ella il passo<\/em><\/p>\n<p><em>Verso la finestra, dove in un angolo<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;Astro l&#8217;aspetta.<\/em><\/p>\n<p><em>Guarda all&#8217;orizzonte come sul mare<\/em><\/p>\n<p><em>Sorge e brilla,<\/em><\/p>\n<p><em>e sulle mobili vie<\/em><\/p>\n<p><em>barche nere conduce.<\/em> (&#8230;) [trad. di Ramiro Ortiz]<\/p>\n<p>A proposito di Eminescu, col cui animo sognante Petrescu sente pi\u00f9 d&#8217;una affinit\u00e0 (un critico italiano lo ha definito &quot;il poeta della foresta e della polla&quot;), non \u00e8 da escludersi che il titolo dei racconti <em>Drumul cu plopi<\/em> gli sia stato suggerito, magari inconsciamente, da un&#8217;altra poesia del grande lirico suo conterraneo (Botosani, patria di Eminescu, \u00e8 anch&#8217;essa nella Moldavia settentrionale), <em>Sotto i pioppi dispari<\/em>:<\/p>\n<p><em>Sotto i pioppi dispari<\/em><\/p>\n<p><em>Spesso sono passato:<\/em><\/p>\n<p><em>mi conoscevano i vicini tutti&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>tu non m&#8217;hai riconosciuto!<\/em> (&#8230;) [trad. di Ramiro Ortiz]<\/p>\n<p>Sempre al genere saggistico appartiene un&#8217;altra biografia, <em>Alexandru Vlahuta si epoca sa<\/em> (<em>A. V. ela sua epoca<\/em>), dedicata al poeta che, insieme a Gheorghe Cosbuc, aveva fondato il <em>Semanatorul<\/em>, sotto l&#8217;ispirazione di Nicolae Iorga. Vlahuta (1858-1919), nella sua famosa conferenza <em>Onestit\u00e0tea in arta<\/em> (<em>L&#8217;onest\u00e0 nell&#8217;arte<\/em>), pronunziata nel 1893 e pubblicata poi nel 1909, affermava che l&#8217;artista \u00e8 colui che svolge una missione nazionale, e contrapponeva &quot;alla corruzione delle classi cittadine superiori, la bont\u00e0 e la semplicit\u00e0 dei contadini; alla prepotenza dei ricchi, le sofferenze degli umili e dei perseguitati&quot; (Gino Lupi). Cezar Petrescu si sente certo in sintonia con una tale concezione &quot;missionaria&quot; dello scrittore e con una tale rivalutazione del mondo rurale, di contro alla decadenza morale dei ricchi ceti urbani; e questo spiega il suo interesse per Vlahuta, oltre naturalmente al fatto che questi \u00e8 stato il fondatore della rivista-madre dei seminatoristi, suoi maestri spirituali.<\/p>\n<p>Altri saggi di Petrescu sono: <em>Scriitorul si epoca sa<\/em> (<em>lo scrittore e la sua epoca<\/em>), del 1956, una riflessione sulla funzione dell&#8217;intellettuale nella societ\u00e0; e <em>Marturiile unui scriitor<\/em> (<em>Testimonianze di uno scrittore<\/em>), del 1957, un libro di memorie letterarie.<\/p>\n<p>Bisogna poi ricordare alcuni altri libri di Cezar Petrescu, che non \u00e8 sempre agevole inquadrare in questo o quel ciclo narrativo. Tra essi ricordiamo: <em>Le paradis general<\/em> (<em>Paradiso generale<\/em>), del 1930; <em>Kremlin<\/em> (<em>Il Cremlino<\/em>), del 1931; <em>Nepoata Hatmanului Toma<\/em> (<em>Il nipote dell&#8217;atamano Toma<\/em>), del 1932; <em>Nirvana<\/em>, del 1934; <em>Duminica orbului<\/em> (<em>La domenica del cieco<\/em>), pure del 1934;.<em>Carmen saeculare<\/em>, del 1935. E ancora: <em>Il riso<\/em>, tradotto in Italia nel 1965; <em>Il disertore<\/em>; <em>Naluca; Uomini di ieri, uomini di oggi, uomini di domani<\/em>; e il volume di racconti e novelle <em>Vieni e vedi<\/em>, che contiene, tra l&#8217;altro, <em>Il dottor Negrea, I nostri, Alla vigilia della rivoluzione del 1948.<\/em><\/p>\n<p>Abbiamo lasciato per ultimo un gruppo di romanzi e di novelle che, pur appartenendo, in massima parte, alla prima fase narrativa dello scrittore, si discostano a tal punto dal resto della sua produzione, da far quasi pensare &#8212; almeno in un primo momento &#8212; alla mano di un altro autore. Si tratta del ciclo che lo stesso Petrescu ha definito del <em>fantastico interiore<\/em> e la cui caratteristica \u00e8 un particolarissimo intreccio di realt\u00e0 e fantasia, capace di creare atmosfere surreali ed oniriche, come i quadri di Paul Delvaux, e che non di rado sconfina nell&#8217;angoscia e nel terrore, pur rifiutando il ricorso al soprannaturale ma servendosi unicamente del fenomeno psichico, colto nelle sue maifestazioni pi\u00f9 bizzarre e allucinate. Talvolta questo tipo di narrativa rassomiglia &#8212; per continuare con il paragone pittorico &#8212; a certi quadri irreali e terribili di Balthus, per non dire di Bosch; talaltra rievoca certe atmosfere alla Pirandello o alla Unamuno, perfino alla Borges, evocando i labirinti della mente ove la chiara coscienza dell&#8217;io viene afferrata e travolta dalle forze possenti e misteriose dell&#8217;inconscio. Oltre che a certi romanzi di Jack London, le opere di Petrescu del &quot;fantastico interiore&quot; si rifanno, in misura pi\u00f9 o meno marcata, alla narrativa del mistero e dell&#8217;orrore di Washington Irving (lo Irving de <em>L&#8217;avventura dello stuidente di Germania<\/em>), di Nathaniel Hawthorne (lo Hawthorne de <em>Il mio parente, maggiore Molineux<\/em>), di Edgar Allan Poe, e anche di Guy de Maupassant (il Maupassant de <em>L&#8217;Horla<\/em>), ma servendosi dei meccanismi psicologici rivelati da Sigmund Freud e dalla psicoanalisi.<\/p>\n<p>Si tratta di un gruppo di opere ragguardevole, che da solo avrebbe potuto illustrare discretamente le qualit\u00e0 di uno scrittore, e infatti costituisce un po&#8217; un <em>corpus separatum<\/em> all&#8217;interno dell&#8217;opera complessiva di questo Autore; tuttavia non bisogna cadere nell&#8217;errore di considerarle del tutto avulse dalle problematiche care a Petrescu. Si direbbe che in esse prenda il sopravvento la sua met\u00e0 fantastica e sognatrice (quella materna, come si \u00e8 visto), desiderosa di evasione e tuttavia pensosa del mistero della vita, che nel sogno e nella visione sembra farsi ancora pi\u00f9 acuto e inquietante. &quot;Nei romanzi e nelle novelle che egli definisce del &quot;fantastico interiore&quot; Cezar Petrescu ritrae del mistero qualche lato allucinante creando visioni che richiamerebbero Poe se qui l&#8217;orrore non fosse unicamente determinato dal fenomeno psicologico colto in s\u00e9 stesso, all&#8217;infuori delle circostanze esteriori, spesso semplicissime o addirittura banali&quot;(A. Silvestri-Giorgi).<\/p>\n<p>La prima di queste opere, in ordine cronologico, \u00e8 il volume di racconti <em>Omul din vis<\/em> (<em>l&#8217;uomo del sogno<\/em>), pubblicato nel 1926, di cui il critico romeno George Dumitrescu ha scritto: &quot;Lo studio freudiano dell&#8217;anima di <em>Omul din vis<\/em> lo fa per\u00f2 gi\u00e0 uscire dall&#8217;ombra proiettata dal suo grande maestro [cio\u00e8 Sadoveanu]; mi pare di sentire in lui, ora, il riflesso di altre influenze, della morale del romanzo inglese e del misticismo russo. La maturit\u00e0 del suo talento [di Cezar Petrescu] riveste il fondo spirituale dell&#8217;autore con uno stile armonico e vigoroso, cesellante le frasi chiuse entro i confini logici del pensiero&quot;. Anche questi racconti sono percorsi da una nota di amaro pessimismo antropologico; in uno di essi, <em>La neve<\/em>, si descrive la crisi coniugale di due sposi che, per un momento, sembra sul punto di risolversi positivamente quando il marito, preso dal ricordo di un lontano giorno d&#8217;amore, va a comprare dei fiori per rappacificarsi con la moglie,che ha lasciato sola e piangente come un piccolo animale ferito. Ma poi l&#8217;incontro con una giovane e bella ragazza, e quindi con gli amici che lo trascinano a bere all&#8217;osteria, distruggono la sua debole volont\u00e0 di ritornare dalla donna un tempo amata e ora prematuramente sfiorita nelle amarezze e nelle delusioni. Quando rientra, a notte tarda, vacillante per il vino, getta a terra i garofani sulla neve, e li calpesta prima di varcare la soglia.C&#8217;\u00e8 anche qualcosa che richiama alla mente i racconti di Katherin Mansfield in queste situazioni ambigue e sospese al filo di un evento riparatore, ma una Mansfield amareggiata e incapace di lieto fine. Ne <em>La neve<\/em>, peraltro, manca l&#8217;elemento misterioso che \u00e8 caratteristico di questa raccolta.<\/p>\n<p>Del 1929 \u00e8 l&#8217;opera forse migliore di questo ciclo, il romanzo breve (breve, almeno per i canoni di Petrescu: sono pi\u00f9 di 150 pagine), <em>Simfonia fantastica<\/em> (<em>La sinfonia fantastica<\/em>), un piccolo gioiello di acutezza psicologica sospeso tra Freud e Pirandello, con un sottofondo inquietante che lo percorre come un brivido incontrollabile. Di esso torneremo a parlare tra poco, perch\u00e9 si tratta di una delle cose migliori del nostro Autore, che forse nella misura &quot;breve&quot; del racconto o del romanzo breve trova la capacit\u00e0 di esprimere al meglio le sue potenzialit\u00e0 narrative, piuttosto che nei romanzi di grande mole.<\/p>\n<p>Vediamo brevemente le altre opere di questo ciclo. <em>Omul care si-a gasit umbra<\/em> (<em>L&#8217;uomo che ha ritrovato la sua ombra<\/em>), del 1929, parte da una palese reminiscenza di Adelbert von Chamisso, scrittore tedesco del Settecento, ma nel tema dell&#8217;<em>ombra<\/em> individua anche uno degli elementi-chiave della psicologia dell&#8217;inconscio e quindi raccorda antiche intuizioni e scoperte delle moderne scienze umane. <em>Aranca, stima lacurilor<\/em> (<em>Aranca, il fantasma dei laghi<\/em>), &quot;che &#8212; come \u00e8 stato osservato &#8212; ha il sapore di una nordica ballata romantica trasportata nel nostro irriverente Novecento&quot; -, \u00e8 tutto giocato al confine tra realt\u00e0 e fantasia; gli impalpabili fantasmi del subcosciente ci riconducono a un&#8217;atmosfera ambigua e rarefatta che \u00e8 stata ricreata anche da uno scrittore statunitense un po&#8217; fuori dagli schemi, Robert Nathan, con quel suggestivo e poetico <em>Ritratto di Jennie<\/em>, che \u00e8 stato anche trasposto ottimamente per gli schermi cinematografici dal regista William Dieterle, nel 1949. <em>Adevarata moart a lui Guynemer<\/em> (<em>La vera morte di Guynemer<\/em>), \u00e8 anch&#8217;essa del 1929, un anno prodigioso per la produzione narrativa di Petrescu; si tratta da una narrazione animata da una logica implacabile contro il mito di un certo eroismo creato dalla povera fantasia dei mortali, che esplicita quel netto rifiuto della violenza derivato dall&#8217;esperienza della guerra. Tradotta e pubblicata quasi subito in Italia, come <em>Omul din vis<\/em> e <em>Simfonia fantastica,<\/em> ha contribuito ad avvalorare nel nostro paese l&#8217;immagine di uno scrittore contraddistinto da un inquieto sentimento del tragico e del mistero, pi\u00f9 Poe che Balzac, insomma; anche perch\u00e9 i romanzi &quot;realistici&quot;, come <em>Intunecare<\/em> e <em>Calea Victoriei<\/em>, sono giunti presso il grande pubblico italiano solo successivamente (il secondo nel 1935, il primo molto pi\u00f9 tardi, nel 1945). <em>Baletul mecanic<\/em> (<em>Il balletto meccanico<\/em>) \u00e8 del 1931, un altro anno fervidissimo, con tre romanzi pubblicati, conferma la genuinit\u00e0 della vena surreale e vagamente inquietante del nostro Autore, e la sua capacit\u00e0 di creare situazioni impreviste e sconcertanti, pur servendosi di mezzi inventivi tutto sommato quotidiani: proprio di qui, anzi, dalla sproporzione tra l&#8217;apparente banalit\u00e0 delle premesse e la dimensione allarmante dei risultati, sta il maggior pregio della tecnica narrativa in questo ciclo del fantastico interiore. Il rifiuto dell&#8217;elemento soprannaturale, infatti, conduce Petrescu a rifuggire dai facili effetti &quot;alla Stephen King&quot; per concentrarsi tutto sulle sottili seduzioni di un gioco di &quot;fragili fantasmi&quot;. Tecnica da sempre preferita dagli scrittori del mistero pi\u00f9 raffinati, come Henry James nel <em>Giro di vite<\/em>, e che d\u00e0 la vera misura del valore autentico di un genio letterario.<\/p>\n<p>Prima di concludere questa parte, ci resta da dire qualcosa sullo stile di Cezar Petrescu. \u00c8 chiaro che in una produzione cos\u00ec vasta non si pu\u00f2 pretendere di trovar sempre un livello omogeneo di eccellenza. Petrescu \u00e8 uno scrittore abile e padrone di una tecnica notevole, che sa adottare, volta a volta, i registri linguistici pi\u00f9 adatti al contenuto delle singole opere. Alcune pagine di <em>Intunecare<\/em> sono sorrette da una potenza drammatica degna del miglior Rebreanu, altre del ciclo fantastico possono reggere il paragone con Villiers de l&#8217;Isle Adam o con Guy de Maupassant. Linguisticamente cos\u00ec come ideologicamente, egli si mostra aperto all&#8217;influenza dell&#8217;Occidente, e al tempo stesso deciso a difendere il valore autonomo della lingua e della cultura nazionale. Ci\u00f2 non toglie che nei moltissimi romanzi e racconti di questo autore faccia qua e l\u00e0 capolino una certa sciatteria giornalistica, un certo &quot;mestiere&quot; che gli viene tanto dalla sua carriera e dalla <em>formas mentis<\/em> di giornalista, sia pure molto impegnato, quanto da una certa qual sovrabbondanza e quasi frenesia d&#8217;ispirazione, capace di spaziare, come abbiamo visto, nei campi pi\u00f9 diversi, dal sogno e dall&#8217;evasione ai problemi sociali pi\u00f9 scottanti e impegnativi. Ci pare, per\u00f2, che una parte della critica romena della generazione a lui successiva sia stata decisamente troppo dura nei suoi confronti, forse anche in conseguenza di una certa impostazione ideologica che, dopo il 1944, bollava (come in Unione Sovietica, Polonia, ecc.) di &quot;individualismo decadente&quot; tutto ci\u00f2 che atteneva alla sfera personale, e di &quot;protofascismo e razzismo&quot; ogni forma di tradizionalismo patriottico. Per esempio, Mircea Popescu \u00e8 arrivato ad affermare che i romanzi di Cezar Petrescu &quot;tradiscono la mano esperta del mestierante e rifuggono, tranne forse <em>Intunecare<\/em>, da idee e problemi&quot;. Critica non solo ingenerosa, ma ingiusta e pregiudizialmente malevola, dal momento che al problema umano queso prolifico scrittore ha dedicato, si pu\u00f2 dire, l&#8217;intera opera sua; e ci\u00f2 vale anche peri i romanzi e i racconti del ciclo fantastico, dal momento che in essi Petrescu ha voluto non gi\u00e0 evadere spensieratamente da una realt\u00e0 soffocante, quanto scandagliare il mistero del cuore umano dall&#8217;altro lato della parete: quello dell&#8217;inconscio, della nevrosi incombente, del richiamo oscuro e irresistibile delle forze interne primordiali: dell&#8217;<em>ombra<\/em>, appunto.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 equilibrato e condivisibile ci sembra il giudizio, pur severo, di uno dei massimi esperti italiani di letteratura romena, Gino Lupi: &quot;Bench\u00e9 il mondo di Cezar Petrescu sia letterario, pur introducendo episodi di vita contemporanea, l&#8217;atmosfera e gli ambienti di campagna, di provincia, della capitale, risultano evidenti e reali, dominati dalla tristezza derivante (anche quando l&#8217;argomento evade dalla realt\u00e0 nel campo dell&#8217;ultrasensibile) dalla convinzione della vittoria del male sulle forze buone innate nell&#8217;uomo.&quot;<\/p>\n<p>Per concludere, possiamo dire che il valore dell&#8217;opera letteraria di Cezar Petrescu \u00e8 diseguale; ma se nuoce, in alcuni romanzi, una certa prolissit\u00e0 narrativa e, talvolta, una certa convenzionalit\u00e0 di scrittura (senza dimenticare che anche alcune pagine di romanzieri grandissimi, come F\u00ebodor Dostoevskij, presentano analoghi difetti, che pure non ne sminuiscono il valore complessivo), \u00e8 indubbio che questo Autore \u00e8 stato uno dei migliori prosatori romeni del periodo fra le due guerre, e uno dei pi\u00f9 ricchi e interessanti dell&#8217;intero Novecento.<\/p>\n<p><strong>LE TRAME.-<\/strong><\/p>\n<p>Per dare una conoscenza pi\u00f9 puntuale dell&#8217;opera narrativa di Petrescu al pubblico italiano, abbiamo pensatro di riassumere la trama di quattro dei suoi romanzi, scelti fra i maggiori e con il criterio di illustrarne, per quanto possibile, la poliedricit\u00e0 d&#8217;interessi e di stili narrativi: <em>Intunecare, Simfonia fantastica, Calea Victoriei<\/em> e <em>Fram, ursul polar.<\/em><\/p>\n<p>a)  <strong>INTUNECARE (OSCURAMENTO).-<\/strong><\/p>\n<p>Radu Comscia \u00e8 un giovane di origini campagnole, ambizioso e tuttavia profondamente idealista, che si \u00e8 trasferito a Bucarest per tentare la strada del successo. Da povero studente provinciale \u00e8 divenuto un giovane dottore promettente ed \u00e8 fidanzato con la bella e un po&#8217; frivola Luminiza, figlia di un importante uomo politico e proprietario terriero, Alessandro Vardaru. Tra una vacanza sulle spiagge di Costanza e una stanca relazione con Zoe Vesbianu, donna &quot;facile&quot; ma intimamente onesta, assiste ai discorsi concitati e al clima di mobilitazione patriottica che precede la dichiarazione di guerra all&#8217;Austria, nell&#8217;estate del 1916. Il futuro suocero, che dispone di amicizie altolocate nel governo, ha disposto perch\u00e9 Radu venga &quot;imboscato&quot; in un tranquillo ufficio d&#8217;intendenza, ma il giovane rifiuta con sdegno la manovra e si arruola volontario, allo scoppio delle ostilit\u00e0, con il grado di tenente. Non si lascia contagiare dalla febbre nazionalista e bellicista dei &quot;generali da salotto&quot;, che giocano con le bandierine sulla carta geografica; tuttavia \u00e8 compreso del significato morale di quell&#8217;ora e pensa che la sua generazione debba sacrificarsi per un futuro che assicuri pace e benessere alla nazione. Crede, insomma, nella guerra democratica come suscitatrice di un rinnovamento spirituale del popolo e va al fronte animato da generose illusioni. La guerra, per\u00f2, rivela subito il suo volto brutale e per di pi\u00f9 reca l&#8217;invasione tedesca. Bucarest cade, l&#8217;esercito romeno si ritira in Moldavia e, con esso, la famiglia Vardaru, come fanno tanti altri ricchi borghesi della capitale.<\/p>\n<p>Le situazioni di dolore, di ingiustizia, di miseria umana in cui si trova coinvolto, operano in Radu un inizio di risveglio morale. Lui, che aveva praticamente abbandonato i genitori e rifiutato l&#8217;amore di una fanciulla povera, tutto preso dalla smania dell&#8217;ascesa sociale, comincia a rendersi conto delle enormi contraddizioni sociali che lo circondano e dell&#8217;impossibilit\u00e0 di perseguire una felicit\u00e0 puramente individualistica; intuisce, inoltre, per la prima volta la superficialit\u00e0 della fidanzata che egli ama profondamente, tipica ragazza viziata delle classi alte. Comincia infine ad aprire gli occhi sull&#8217;egoismo fondamentale dei rapporti umani, e intuisce che anche la guerra cui partecipa non \u00e8 che una espressione di tale lotta darwiniana che soverchia la generosit\u00e0 e l&#8217;altruismo. &quot;Io penso &#8212; dice a un certo punto un suo commilitone, il tenente Gherea &#8212; che dalla lotta disperata che si combatte per occupare un posto nel vagone, uno psicologo potrebbe trarre conclusioni ingegnose&#8230; Uno psicologo e forse un sociologo. E specialmente, non ora, che c&#8217;\u00e8 il caos: in tempi normali&#8230; Tutte le altre classificazioni si annullano; restano solo due categorie di viaggiatori: quelli che hanno occupato un posto e quelli che ne vogliono uno. Si guardano a vicenda con astio&#8230;&quot;<\/p>\n<p>Finalmente, raggiunto dalla notizia della morte della madre, davanti a lei che non ha potuto salutare perl&#8217;ultima volta da viva, si sente toccato nel profondo, e riscopre di avere un&#8217;anima sensibile quando i suoi occhi si bagnano di lacrime. Anche la morte in battaglia di amici e compagni contribuisce alla sua rapida maturazione interiore. Al capitano Plescea, Radu afferma con calore: &quot;La guerra generale coincide con una rivoluzione che aspetta di scatenarsi in ogni uomo. Sappiamo tutti che spesso basta un solo avvenimento esterno a cambiare la nostra linea di condotta nella vita, a provocare una rivelazione. Un&#8217;ora sola di guerra contiene tanti avvenimenti quanti sarebbero bastati un tempo per riempire tutta la vita di un uomo. Come possiamo credere che torneremo dalla guerra gli stessi di prima?&quot;<\/p>\n<p>Intanto gli eventi incalzano. Nell&#8217;estate 1917 si combattono furiose battaglie e in una di queste Radu viene gravemente ferito agli occhi e al volto. Riacquista la vista, ma rimane tragicamente sfigurato da una cicatrice sul viso, quasi un marchio indelebile che la rivelazione della guerra ha impresso su di lui. Quando lascia l&#8217;ospedale e ha un colloquio con Alessandro Vardaru, lo rimprovera aspramente per aver cercato di manipolarlo come un burattino, poi gli annuncia che intende rompere il fidanzamento per non imporre a Luminiza un matrimonio con un uomo sfigurato. Pur protestando, quello non lo trattiene. Poi, Radu ha un ultimo colloquio con la ragazza, durante il quale ella mostra pure una consapevolezza inaspettata, che prima non possedeva.&quot;Ogni vita umana &#8212; osserva Luminiza, quasi parlando a se stessa &#8212; \u00e8 divorata da un male nascosto perch\u00e9 gli uomini non hanno mai il coraggio di guardare dentro di s\u00e9 e di spiegarsi. Di spiegarsi a se stessi e agli altri.&quot; Nemmeno lei, per\u00f2, alla fine lo trattiene; e Radu sente che, in fondo, quella rottura \u00e8 quel che lei desiderava, ma senza avere il coraggio di dirlo apertamente.<\/p>\n<p>Rientrato nella vita civile, finita la guerra, comincia la disperata discesa sociale e morale del giovane, che \u00e8 tre volte uno sradicato: campagnolo inurbato; borghese retrocesso a quasi proletario; soldato incapace di adattarsi a un mondo di affaristi, speculatori di guerra, intriganti d&#8217;ogni risma. E la sua stessa crescita morale lo lascia ora indifeso davanti alla durezza dell&#8217;esistenza, spogliato delle sue vecchie ambizioni che riconosce velleitarie; amareggiato dai tanti sacrifici inutilmente sopportati da lui e dai suoi commilitoni, molti dei quali sono caduti o sono rimasti invalidi; disgustato, infine, dal cinismo e dall&#8217;arrivismo degli ex imboscati che ora si godono sfacciatamente le dubbie ricchezze accumulate.<\/p>\n<p>Sempre pi\u00f9 solo, sempre pi\u00f9 angustiato e depresso, persuaso infine dell&#8217;inutilit\u00e0 di lottare per la giustizia in un mondo che ammira e premia solo la furbizia, e dell&#8217;assurdit\u00e0 della vita stessa, Radu va inesorabilmente alla deriva. &quot;Che dirti? &#8212; esclama a un vecchio amico di prima della guerra, in un ultimo incontro- Aspetti una confessione? Che ti spippoli, che cosa? La mia storia \u00e8 qui, qui e qui!- e indic\u00f2 successivamente il volto sfigurato, il vestito con l&#8217;orlo delle maniche sfrangiato e la fronte. Chiunque la pu\u00f2 leggere, e per questo c&#8217;\u00e8 chi la fugge!<\/p>\n<p>&quot;- La tua sofferenza, Radu, \u00e8 qui&#8230; &#8211; disse adagio Virgilio toccandogli il petto. &#8212; \u00c8 la tua anima che \u00e8 malata.&quot;<\/p>\n<p>Ormai la solitudine e l&#8217;amarezza hanno scavato nel suo animo buono e sincero un abisso di rancore contro tutto e contro tutti. E quando una sera, per caso, al mare rivede (senza essere veduto) Luminiza, ormai sposata e madre di un bimbo, beatamente ignara di quanto lo ha fatto soffrire con la sua immaturit\u00e0 e leggerezza, non gli resta che fuggire, stravolto, fra gli spini, per poi cadere in un cupo lago di asfalto.<\/p>\n<p>b)  <strong>SIMFONIA FANTASTICA (LA SINFONIA FANTASTICA.-<\/strong><\/p>\n<p>Gregorio Stolnicu \u00e8 un serioso e temuto professore universitario, sposato a una donna dolce ma dalla salute instabile, e da qualche tempo soffre di vaghi disturbi nervosi che non vuole ammettere neanche con se stesso. Il suo atteggiamento nei confronti del prossimo \u00e8 di critica feroce, di arcigno moralismo, di antipatia e malevolenza dispensate a trecentosessanta gradi.<\/p>\n<p>Un giorno, mentre siede a teatro per assistere a un concerto, si sente particolarmente inquieto e maldisposto, finch\u00e8 arriva a riconoscere la cusa del suo disagio. \u00c8 la testa calva e lucida di uno sconosciuto spettatore, seduto nella poltrona davanti alla sua, intorno alla quale volteggia una mosca che ogni tanto vi si posa per passeggiare. Gregorio sente un incontenibile bisogno di schiacciare l&#8217;insetto e cerca disperatamente di resistervi, di distrarsi, ma sempre la sua attenzione ritorna alla mosca e a quella calvizie che sembra affascinarlo, con rinnovata bramosia: &quot;Gregorio Stolnicu si sent\u00ec dominato da una stupida idea: Alzare la palma cos\u00ec, dolcemente, piano piano, e paf!, schiacciare l&#8217;acrobatica mosca e interrompere quel diabolico sabba&quot; (l&#8217;Orchestra, infatti, sta eseguendo <em>Il sogno di una notte di<\/em> Sabba). Alla fine, teso fino allo spasimo, il colletto inzuppato di sudore, quando sta per ormai per cedere all&#8217;impulso incontrollabile e schiacciare l&#8217;insetto sul capo dell&#8217;ignaro vicino, si precipita fuori tra l&#8217;irritazione del pubblico, salvandosi con la fuga.<\/p>\n<p>Il professore, dietro l&#8217;apparenza seria e impeccabile, cova una grave nevrosi, dovuta forse alla continua repressione dei suoi istinti e desideri, che si \u00e8 imposta fin da giovane per costruirsi una solida posizione sociale. Ci sono gi\u00e0 state due avvisaglie, prima del concerto e della mosca tentatrice: quando ha infranto, di nascosto, un grande specchio di propriet\u00e0 della moglie, che aveva sempre detestato, lasciando quindi che venisse incolpata e licenziata una innocente cameriera; e quando, poi, ha composto a caso un numero del telefono, importunando con parole incomprensibili l&#8217;ignoto interlocutore: cos\u00ec, per il gusto della trasgressione, lui uomo serissimo; e ne \u00e8 rimasto assai turbato.<\/p>\n<p>Finalmente, preoccupato per quello che sente crescersi dentro e che non riconosce come suo, Gregorio Stolnicu si decide a consultare un medico, che formula una diagnosi di <em>surm\u00e8nage<\/em> e gli consiglia riposo e distrazione, magari un viaggio. Esilarante la descrizione della visita e del medico nanerottolo e malevolo: &quot;Si strofin\u00f2 le mani magre e piccole con soddisfazione maligna, scrisse qualcosa in un libretto d&#8217;appunti, ove aperse una nuova rubrica, e si strofin\u00f2 ancora le mani. &#8216;Questo fra due anni al massimo, finisce per acchiappare la sua mosca. Non la scappa!&#8217; Mingherlino, malaticcio e ipocondriaco, aggressivo e avaro, l&#8217;illustre medico non era mai cos\u00ec felice come quando scopriva in un cliente forte, ben piantato e prospero, i segni d&#8217;una condanna senza scampo.&quot;<\/p>\n<p>In inverno, per cambiare aria e per seguire in parte i consigli del medico, il professore decide di partire per un viaggio all&#8217;estero di tre settimane, per incontrare dei colleghi filologi. Alla stazione ferroviaria, mentre sta acquistando il biglietto, vede attraverso i vetri la moglie Amelia che cammina sorridente a fianco del suo giovane e goffo assistente universitario, dal nome ancor pi\u00f9 buffo di Nerone Crezeanu.. Quel mattino Amelia aveva detto di non sentirsi bene, e l&#8217;assistente gli aveva comunicato che era in partenza per un&#8217;altra citt\u00e0. Gi\u00e0 da prima tormentato dall&#8217;idea che tutti i mariti vengano bellamente traditi dalle mogli, ora per la prima volta si sente toccato dal morso della gelosia.<\/p>\n<p>Tornato a casa, annuncia bruscamente di avere annullato la partenza, fra lo stupore della moglie e dell&#8217;assistente, che \u00e8 loro ospite a pranzo. Da quel momento, assume un atteggiamento rancoroso verso Amelia, senza per\u00f2 rivelarle i suoi sospetti; mentre la poverina \u00e8 gravemente malata di tubercolosi e i medici quasi non le lasciano tenere in braccio la bimba di un anno. La sua improvvisa e incomprensibile ostilit\u00e0 verso Crezeanu, che gli ha chiesto un consiglio circa il suo possibile fidanzamento con la bella studentessa Monica, provoca indirettamente la fine dei rapporti fra i due giovani: il professore pensa che sia solo una finta per meglio ingannarlo, l&#8217;assistente prende come un diniego l&#8217;aspra risposta di Stolnicu, per il quale ha un&#8217;autentica venerazione.<\/p>\n<p>Tornato a consultare il medico, che lo persuade dell&#8217;irragionevolezza dei suoi sospetti, il professore torna a un atteggiamento pi\u00f9 affettuoso e comprensivo nei confronti di Amelia, sempre pi\u00f9 malata, e pi\u00f9 benevolo verso il povero Crezeanu., che per\u00f2 ha perduto per sempre l&#8217;amore di Monica, ora fidanzata ad un altro. Ma \u00e8 solo una tregua di breve durata: una conversazione casuale in treno con uno sconosciuto gli rivela sotto una nuova luce lo specialista a cui s&#8217;era affidato, convincendolo della sua totale inettitudine; e quindi del fatto che non lui \u00e8 malato, ma che gli altri, <em>tutti<\/em> gli altri, congiurano per ingannarlo e tradirlo, sua moglie e il suo assistente per primi. Essi sono certamente amanti, glie la fanno sotto il naso, e per giunta si divertono a renderlo ridicolo. Perfino la sua figlioletta lo odia ed \u00e8 complice della congiura generale. &quot;Ecco la verit\u00e0: tutti lo ingannavano. (&#8230;) Dette in giro un&#8217;occhiata amara a tutti, coalizzati per ingannarlo e per rubargli la vita, l&#8217;onore e ogni bene terreno. Duro e vendicatore, il suo sguardo si ferm\u00f2 pi\u00f9 a lungo sopra la bimba issata sull&#8217;alto seggiolino a rotelle&#8230;&quot;<\/p>\n<p>Stremato dalla mania di persecuzione, precocemente invecchiato, Stolnicu dissimula con tutti il proprio rancore e intanto desidera la morte della moglie, per liberarsi dall&#8217;incubo della gelosia. Nella casa infelice dominano sospetto e tensione: la servit\u00f9 lo odia e lo evita, considerandolo impazzito. E ad ogni minima occasione, ad ogni minimo indizio, egli continua a costruire il suo fantastico castello di supposizioni, anzi di certezze, convincendosi che la moglie lo ha sempre tradito, e con innumerevoli amanti; e che la loro bambina non \u00e8 veramente sua figlia, ma chiss\u00e0 di chi.<\/p>\n<p>Un giorno, finalmente, Amelia ha un copioso sbocco di sangue, e il dottore lo informa che l&#8217;ora \u00e8 ormai vicinissima. Per un momento, Gregorio Stolnicu sembra tornare in s\u00e9, si commuove al destino della donna, sente il rimorso per i propri assurdi sospetti che le hanno avvelenato gli ultimi mesi di vita. Dal capezzale d&#8217;agonia, Amelia gli dice parole affettuose, poich\u00e9 lo ha semore amato, e gli raccomanda di non essere troppo severo con la piccina. Pochi giorni dopo \u00e8 morta. Eppure la tortura non \u00e8 ancora finita: il morso della gelosia non lascia la presa, e Stolnicu, disperato, si chiede come far\u00e0 a sapere la <em>verit\u00e0<\/em>, ora che la donna \u00e8 morta e non potr\u00e0 mai pi\u00f9 confessarla.<\/p>\n<p>Allora si mette a frugare tra le cose della morta, alla ricerca della prova definitiva, mentre lei giace nel letto della stanza accanto. Ed ecco, trova un fascio di lettere: lettere roventi di passione per un altro. Eccola, la prova! Solo, non vede che le date sono vecchie di anni e anni, e dimostrano il contrario di quel che egli crede. Cos\u00ec, davanti a quella conferma che lui aveva avuto ragione, sempre, e che era stato vittima di un continuo, sfacciato inganno, il suo sistema nervoso cede ed egli scoppia ridere di un riso pauroso e assurdo, colmo di una nota allegra e gioiosa. <em>Lui<\/em> era sano, e gli altri erano dei miserabili, degli imbecilli, dei traditori. &quot;Al capezzale della morta, nella camera cogli specchi velati di nero, le luci dei ceri tremolavano gialle e sinistre.&quot;<\/p>\n<p>c)  <strong>CALEA VICTORIEI (VIA DELLA VITTORIA).-<\/strong><\/p>\n<p>Il giovane provinciale Jon Ozun \u00e8 diretto in treno verso Bucarest, ove spera di avere successo come giornalista e scrittore, quando fa la conoscenza di due dei figli del giudice Costantino Lipan, che, come lui, lasciano il paese nat\u00eco con tutta al famiglia per trasferirsi nella capitale, dove il magistrato ha ottenuto un avanzamento di carriera. La famiglia \u00e8 composta, oltre a Costantino e sua moglie Elena, da quattro ragazzi, due maschi e due femmine: Anna, Sabina, Costea e Nello. Tutti hanno sognato lungamente quel giorno che dovr\u00e0 cambiare le loro vite: il trasferimento dalla provincia sonnacchiosa alla capitale, carica di seduzioni e di promesse.<\/p>\n<p>Veramente, l&#8217;arrivo a Bucarest sembra avvenire sotto una cattiva stella: il treno si ferma bruscamente in mezzo alla campagna perch\u00e9, come si verr\u00e0 a sapere quando i passeggeri scendono a curiosare, una ragazza si \u00e8 suicidata gettandosi sotto le ruote. &quot;Altre lanterne, uscite come dalla terra, gettarono sul corpo riverso la loro luce giallastra.Le braccia della vittima, tagliate all&#8217;altezza del gomito, come due pezzi anatomici, giacevano immote nel sangue e nel fango nerastro, da una parte e dall&#8217;altra del corpo. Un viaggiatore ne tocc\u00f2 una con la punta del bastone. Il corpo, non pi\u00f9 coperto dai vestiti strappati, mostrava, in una nudit\u00e0 impudica e d&#8217;una bianchezza irreale chiazzata di sangue coagulato, il sesso esposto a tutti gli sguardi, e i seni rotondi, intatti e pallidi, sporgenti dalla camicetta. Una larga pozza di sangue luccicava nera come pece sotto le tremule luci.&quot;<\/p>\n<p>Pure, quel tragico incidente \u00e8 l&#8217;occasione per la conoscenza tra Jon Ozun e Costea e Sabina Lipan. Gi\u00e0, Sabina. Un viaggiatore seduto nello scompartimento aveva esaminato i membri della famiglia Lipan e li aveva trovati tutti scialbi e insignificanti: tutti, tranne la giovanissima Sabina. Viva, allegra, sana, forte, le era apparsa come &quot;il nobile felino della giungla nato da una famiglia di gatti malandati&quot;.<\/p>\n<p>Quando arriva nella capitale, gli inizi per il giovane Ozun sono durissimi. Fame, freddo, difficolt\u00e0 di trovare un alloggio, un impiego. \u00c8 una gavetta delle pi\u00f9 severe, la sua: gli amici su cui aveva contato lo evitano; e una sera, infreddolito e affamato, dopo aver girato in lungo e in largo senza nulla concludere, \u00e8 spinto a rubare il povero pasto di un operaio del gas. Decisamente, la capitale non sembra voler mantenere alcuna delle sue promesse. Da ultimo, quando Jon \u00e8 giunto all&#8217;estremo limite delle sue risorse, riesce ad avere un incontro col famoso scrittore Teofilo Steriu, da lui venerato come un maestro, che lo incoraggia con buone parole e lo introduce nell&#8217;ambiente delle riviste letterarie. \u00c8 l&#8217;inizio di un sogno che finalmente si avvera. Per Steriu, invece, che &#8212; deluso dalla vita &#8212; si \u00e8 chiuso sempre pi\u00f9 in se stesso, \u00e8 l&#8217;ultimo atto di generosit\u00e0 della sua vita: malato, morir\u00e0 di l\u00ec a poco e sar\u00e0 ricordato con una solenne cerimonia pubblica, che lui certo avrebbe aborrito.<\/p>\n<p>Intanto, Costantino Lipan \u00e8 coinvolto negli amibui mageggi politici della capitale. Il ministro Gica Elefterescu , suo vecchio compagno, ve lo ha chiamato, conoscendo la sua piatta onest\u00e0 senza merito n\u00e9 fantasia, al preciso scopo di usarlo contro il gruppo finanziario Hagi-Jordan e favorire, cos\u00ec, la propria scalata al potere. Il giudice, ingenuo e fiducioso, non si accorge di nulla ed \u00e8 entusiasta della calorosa accoglienza del suo vecchio amico che ha fatto tanta strada.<\/p>\n<p>Un giorno, Jon Ozun incontra Costea Lipan, che non aveva pi\u00f9 visto da quella sera sul treno. Fanno amicizia e Costea gli confida la sua irrequietezza, il suo disgusto per la ricca borghesia, la sua simpatia per la causa dei poveri e degli opppressi; in pratica, di essersi accostato al bolscevismo. Tornato a casa, Costea assiste ai preparativi della sorella Anna per recarsi a una decisiva occasione mondana: il t\u00e8 offerto in casa del ministro Elefterescu e che riunir\u00e0 i maggiori nomi della finanza, della politica, del giornalismo. La madre Elena, timida e modesta, pensa alla lettera che annuncia la grave malattia della zia Matilde. Passata la &quot;storica&quot; giornata, qualcuno dovr\u00e0 andare a Iasi per darle l&#8217;ultimo saluto e, magari, raccogliere un po&#8217; di eredit\u00e0. Non vi \u00e8 calcolo meschino in lei, ma sincera preoccupazione per il bene dei figli; ma quando incontra lo sguardo di Costea, vi coglie una sfumatura d&#8217;ironico disprezzo per quei borghesissimi maeggi. Al t\u00e8 del ministro, poi, l&#8217;argomento del giorno \u00e8 l&#8217;<em>affaire<\/em> dei Petroli Hagi-Jordan, che il nuovo procuratore generale, Costantino Lipan, si appresta ad affrontare con mano energica&#8230; per distruggere i nemici di Elefterescu senza che questi debba correre alcun rischio di persona.<\/p>\n<p>Costea, qualche tempo dopo, lascia la casa dei genitori ed entra in una cellula clandestina di terroristi bolscevichi. Fanatizzato dalle dottrine di un capo, si trova implicato in una pericolsa attivt\u00e0 rivoluzionari finch\u00e8, un giorno, la sorella Sabina lo viene a trovare e lo scongiura di tornare a casa. \u00c8 accaduto che il ministro Elefterescu, avendo raggiunto i suoi segreti obiettivi, ha chiesto a Costantino Lipan di fermare l&#8217;inchiesa Hagi-Jordan e che, avendo ricevuto un rifiuto, lo ha ricattato mostrandogli l&#8217;incartamento della polizia relativo a suo figlio, ormai schedato come elemento pericoloso Ma Costea, irremovibile, non vuol saperne di rinunciare alla sua scelta; e Jon Ozun, pregato da Sabina di fare qualcosa per convincerlo, si vede invece obbligato dal direttore del giornale ove lavora a montare un caso scandalistico sul procedimento Hagi-Jordan, e a descrivere Costea Lipan, di cui conosce l&#8217;intima rettitudine, come un mostro da sbattere in prima pagina per colpire, attraverso di lui, la credibilit\u00e0 del padre.. Il clima politico si aggrava bruscamente con l&#8217;assassinio del primo ministro da parte di uno sconosciuto. Da ultimo, Costantino Lipan si reca personalmente dal figlio per convincerlo a rinunciare alla sua vita clandestina; non ci riesce, e, piegato dalla vergogna, si umilia a promettere al ministro che fermer\u00e0 l&#8217;inchiesta.<\/p>\n<p>Pare che l&#8217;influenza della capitale sia stata disastrosa per la famiglia del giudice. Anna, la figlia maggiore, ha contratto un matrimonio d&#8217;interesse con un nipote di Elefterescu, e diviene l&#8217;amante di un dissoluto dongiovanni; mentre Nello, il figlio pi\u00f9 giovane, passa oziosamente le giornate in mezzo ai bellimbusti della <em>jeunesse dor\u00e8e<\/em> bucarestina, la cui anima \u00e8 il figlio del finanziere Hag-Jordan, il giovane Nicki. L&#8217;unica che \u00e8 rimasta immune da tale influsso malefico, conservando la sua semplicit\u00e0 e la sua sana gioia di vivere, \u00e8 Sabina, che \u00e8 divenuta amica del cuore di Viorica Hagi-Jordan, figlia del petroliere,dopo averla strappata dalla china della droga.<\/p>\n<p>Un giorno, Nicki d\u00e0 una festa mondana ed \u00e8 invitata anche Sabina. Mentre Viorica \u00e8 trattenuta momentaneamente da una zia giunta in visita, Sabina contempla le scatolette di droga &#8212; eroina, morfina, cocaina &#8212; che l&#8217;amica, su suo consiglio, si apprestava a distruggere prima di partire per un viaggio all&#8217;estero. La curiosit\u00e0, l&#8217;inesperienza e un oscuro istinto la spingono a fare quell&#8217;esperienza proibita: a sniffare la droga. E mentre \u00e8 sotto l&#8217;effetto di essa, Nicki \u00e8 svelto ad approfittare della situazione e la violenta. Quando Viorica ritorna nella stanza e capisce tutto, \u00e8 troppo tardi: armata di frusta, si getta con furia impotente sul fratello.<\/p>\n<p>Tornata in s\u00e9, Sabina vaga disperata meditando il suicidio; infine si reca da Costea, ma non lo trova. Nella cameretta del fratello, per\u00f2, c&#8217;\u00e8 una pistola: la prende, si stende sul letto e si spara al seno. Un po&#8217; pi\u00f9 tardi, Costea disperato veglia il cadavere della fanciulla, mentre da una stanza vicina il grammofono continua a suonare l&#8217;ultimo disco alla moda: <em>I want to be happy!,<\/em>&quot;Io voglio essere felice!&quot;.<\/p>\n<p>d)  <strong>FRAM, URSUL POLAR (FRAM, L&#8217;ORSO POLARE).-<\/strong><\/p>\n<p>Fram, un orso bianco simpatico e intelligentissimo, \u00e8 la maggiore attrazione del circo Struschi, sempre in viaggio da una citt\u00e0 all&#8217;altra d&#8217;Europa. Le sue acrobazie, il suo comportamento spiritoso e quasi umano fanno impazzire d&#8217;entusiasmo tutto il pubblico dei bambini, verso i quali mostra una particolare predilezione.<\/p>\n<p>Tutto cambia improvvisamente quando Fram, senza causa apparente, cade in preda a un inspiegabile torpore, diventa pigro ed apatico, e sembra aver totalmente disimparato quei difficili esercizi che mandavano in visibilio grandi e piccini. In breve, sembra essersi chiuso in un suo mondo interiore pieno di malinconia, che nessuno riesce a capire e ove a nessuno \u00e8 permesso di entrare.<\/p>\n<p>Il diretttore del circo, che gli vuol bene, chiama un esperto di orsi che individua subito la causa del mutamento: Fram \u00e8 stato afferrato dalla nostalgia per la sua terra natale, lass\u00f9, tra i ghiacci eterni, e per la vita libera e selvaggia rimasta in qualche angolo della sua memoria. Non uscir\u00e0 mai pi\u00f9 da quella patetica malinconia, se non verr\u00e0 restituito alla sua condizione di animale selvaggio. E il direttore, che in fondo \u00e8 un brav&#8217;uomo, grato per quanto Fram ha dato al circo nei suoi tempi migliori, sia pure con dispiacere decide di ricambiare il suo vecchio &quot;amico&quot;facendolo imbarcare su una nave rompighiaccio che deve salpare da Amburgo, diretta al Polo Nord, con precise istruzioni di rimetterlo in libert\u00e0.E cos\u00ec avviene.<\/p>\n<p>Mano a mano che la nave si avvicina alla zona artica, Fram sembra ridestarsi da un lungo sogno e comincia, impaziente, a fiutare l&#8217;aria fredda che viene dal settentrione. E quando la nave giunge in vista di un&#8217;isoletta rocciosa, l&#8217;orso viene fatto sbarcare e si allontana subito con gioia, fra la commozione dell&#8217;equipaggio, per ricominciare una nuova vita, pieno di speranza.<\/p>\n<p>L&#8217;incontro coi suoi simili, per\u00f2, \u00e8 una grandissima delusione. Fram \u00e8 ormai un animale profondamente umanizzato: l&#8217;aggressivit\u00e0 e la stupida ferocia degli altri orsi lo disgustano, e quella lunga, eterna notte polare, abitata solo dai riflessi lunari sul gelido paesaggio bianco, sotto un cielo vuoto e spaventoso, lo riempie di angoscia e di un insopportabile senso di abbandono e solitudine. Inoltre, odia la violenza e non vorrebbe uccidere; l&#8217;idea del sangue gli ripugna: ma ha fame, terribilmente fame. Tenta senza successo di fare amicizia con gli altri orsi, ma \u00e8 respinto come un intruso e anzi aggredito. Riesce a difendersi con facilit\u00e0 e ad avere la meglio, grazie ai trucchi e alle mosse impensate imparati negli anni del circo; ma il suo cuore \u00e8 colmo di tristezza e di amarezza. Capisce che l&#8217;unica legge esistente lass\u00f9 \u00e8 la legge del pi\u00f9 forte, che deve uccidere per riuscire a sopravvivere, per non essere ucciso a sua volta. E quella legge, per lui, \u00e8 intollerabile: non vuole uccidere, ne prova un orrore e un ribrezzo indescrivibili. Deve farlo, per\u00f2, per difendersi; ma lo spettacolo dell&#8217;orsacchiotto che si accanisce sull&#8217;orso morente colma la misura del suo disgusto.<\/p>\n<p>Riesce, per qualche tempo, a nutrirsi con le prede gi\u00e0 uccise dai suoi simili, ma ormai ha capito che quella vita non potr\u00e0 mai fare per lui: solo tra gli uomini ha imparato il calore di una diversa legge di vita, regolata non dal <em>mors tua, vita mea<\/em>, ma dal calore degli affetti e specialmente dalla freschezza e dalla gioiosit\u00e0 spontanea dei bambini, il cui ricordo gli punge il cuore di nostalgia come, negli ultimi tempi della vita al circo, il ricordo lontano dei suoi genitori e dei ghiacci immacolati dov&#8217;era nato.<\/p>\n<p>Un giorno, incontra due cacciatori di orsi che il freddo e la fame hanno ridotto all&#8217;impotenza: esausti, semicongelati, non aspettano altro che la morte. Erano stati sbarcati dalla stessa nave che aveva ricondotto Fram nell&#8217;Artide ma, a causa di una bufera, non avevano potuto rientrare alla loro base, una capanna di legno che avrebbe rappresentato la salvezza. Allora Fram li copre con la sua calda pelliccia e li salva dal congelamento. Poco dopo la nave ritorna per prenderli a bordo; c&#8217;\u00e8 un momento di esitazione: ai due uomini dispiace lasciare per sempre il loro salvatore. No, la sua vita non pu\u00f2 essere fra quelle distese vuote e desolate, ma solo fra gli uomini, dove ha imparato la dolcezza dei sentimenti ed \u00e8 diventato qualcosa di diverso da un grosso plantigrado ottuso e feroce.<\/p>\n<p>&quot;I due cacciatori entrarono nella capanna per vedere se non avessero dimenticato nulla. Quando uscirono, Fram era scomparso; lo cercarono, lo chiamarono.<\/p>\n<p>&quot;-Peccato. Avremmo dovuto prender congedo da lui&#8230; Hai visto come erano stupiti tutti i marinai?<\/p>\n<p>&quot;Egon sal\u00ec in cima a una rupe per guardar in gi\u00f9. Di lass\u00f9, si vedevano anche le due barche ferme accanto alla riva.<\/p>\n<p>&quot;- Guarda! &#8212; disse sbalordito. &#8212; Volevi sapere dov&#8217;\u00e8 Fram: \u00e8 gi\u00e0 imbarcato. Ci ha preceduti.<\/p>\n<p>&quot;Infatti, era salito in barca. Voltava le spalle all&#8217;isola. Attorno a lui, i marinai cercavano di mandarlo via; ma Fram stava immobile, inchiodato nella barca.<\/p>\n<p>&quot; &#8212; Ma allora&#8230; &#8211; cominci\u00f2 Otto.<\/p>\n<p>&quot; &#8212; Allora &#8212; complet\u00f2 Egon &#8212; lo prendiamo con noi. \u00c8 il suo desiderio.Non lo dice, ma lo dimostra abbastanza chiaramente.<\/p>\n<p>&quot;I due cacciatori scesero dalla riva rocciosa. I remi cominciarono a dividere l&#8217;acqua, verso la nave ancorata al largo.<\/p>\n<p>&quot; &#8212; Caro Fram, non giri neppure gli occhi? &#8212; gli chiese Egon. Non dici neppure addio al tuo paese? Bada, questa volta \u00e8 per sempre&#8230;<\/p>\n<p>&quot;Ma Fram, voltando le spalle ai deserti polari, guardava innanzi a s\u00e9, verso il mondo lontano, oltre i ghiacci e le acque.&quot;<\/p>\n<p><strong>PICCOLA ANTOLOGIA.-<\/strong><\/p>\n<p>Da <em>OMUL DIN VIS<\/em> (novella <em>La neve<\/em>, trad. di Gioachino Miloia).<\/p>\n<p><em>Il brano che presentiamo narra la vicenda iniziale della novella &quot;La neve&quot;.Un uomo e una donna che un tempo si sono amati, ma che ora consumano il loro rapporto nella delusione e nell&#8217;amarezza,al suono dei campanelli d&#8217;una slitta sulla neve ricordano il giorno felice di tre anni prima, quando erano giunti in quella casa, provenienti da un&#8217;altra citt\u00e0, innamorati e pieni di speranze.<\/em><\/p>\n<p><em>Circola in queste pagine un&#8217;atmosfera grigia e opaca, quasi di tranquilla disperazione. Non vi sono scoppi d&#8217;ira o altre manifestazioni esplicite di aggressivit\u00e0, ma piuttosto una tensione trattenuta e quasi congelata, un&#8217;ansia non detta dell&#8217;evento risolutore, della parola che consola o del gesto che rasserena. I due personaggi sono c\u00f2lti in una scena di allucinata staticit\u00e0, prigionieri della loro frustrazione e quasi storditi dalla perdita della speranza. Immersi in uno squallore che li imprigiona d&#8217;ogni parte, ricordano certi personaggi dei racconti dublinesi di James Joyce o dei drammi di John Osborne. Chiusi nella propria disillusione, incapaci di comunicare l&#8217;uno con l&#8217;altra, Giovanni e Lisa sono il simbolo di un&#8217;umanit\u00e0 angosciata e dolente, priva persino del conforto di uno sfogo al proprio soffrire.<\/em><\/p>\n<p>Rimasti soli, tutti e due si evitaron collo sguardo. Lisetta lisciava col palmo della mano la tovaglia, aspettando qualcosa, una parola, il primo segno della riconciliazione. Giovanni Sarbu, che quasi si arrostiva le mani appoggiate contro la stufa di maiolica, la guard\u00f2 attraverso le sopracciglia aggrottate come un nemico, poi volse in fretta gli occhi sul quadro dirimpetto, una cattiva litografia rappresentante Ofelia riversa sull&#8217;acqua coi capelli sciolti.<\/p>\n<p>Quando ne stacc\u00f2 lo sguardo, Lisetta piangeva. Senza singhiozzi, col capo leggermente gittato all&#8217;indietro, colle mani aggrappate al tappeto che copriva il divano, colle labbra strette. Le lagrime scorrevano silenziose una dopo l&#8217;altra dai suoi occhi sgranati, scivolavano in perle rotonde sulle guance, gocciolavano sulla camicetta bianca; e questa disperazione muta, senza agitazione, sciolse d&#8217;un tratto, come un&#8217;ondata rovente, il cuore di Giovanni Sarbu.<\/p>\n<p>Quasi senz&#8217;accorgersene, si stacc\u00f2 dalla stufa e le prese le tempie tra le mani, asciugandole coi baci le acri lagrime:<\/p>\n<p>&#8211; Povera Lisa, povera Lisetta mia&#8230;<\/p>\n<p>Il braccio di Lisetta gli cinse il collo con disperazione, gli si attacc\u00f2 col viso al viso, cos\u00ec vicino che sentiva battere le sue ciglia come una carezza muta e sottomessa. Nel petto di lei compresso contro il suo, i battiti del cuore pulsavano rapidi sotto il seno schiacciato dall&#8217;abbraccio: povero battito d&#8217;un essere spaventato, annidatosi in quel riparo da dove lui voleva scacciarlo&#8230;Tacevano, mentre ad ambedue le parole avrebbero potuto apportare il balsamo desiderato. Ma le parole non venivano. Non sapevano pi\u00f9 parlarsi, loro due. C&#8217;era tra loro come l&#8217;ombra d&#8217;un bambino morto. Volle parlare, ma non riusc\u00ec che a balbettare: Lizon, Lizon!&#8230;<\/p>\n<p>E nuovamente tacquero.<\/p>\n<p>La strinse pi\u00f9 forte per scacciare i tristi pensieri. Ma la donna si stacc\u00f2 lentamente per ascoltare. S&#8217;udivano i sonagli d&#8217;una slitta che scivolava sulla neve verso l&#8217;angolo della via.<\/p>\n<p>&#8211; Come allora! &#8212; disse lei rabbrividendo e attaccandosi nuovamente alle sue labbra quasi per bergli il respiro.<\/p>\n<p>&quot;Come allora&quot;; come in quel pomeriggio in cui per la prima volta eran giunti in quella citt\u00e0. La neve, morbida come adesso, era caduta da poco sulle case. La citt\u00e0 silenziosa pareva il rifugio agognato per il loro amore. Non c&#8217;era pericolo d&#8217;imbattersi in un conoscente. Non c&#8217;era nessun amico da evitare. Nessuno conosceva la loro storia. Immaginavano ormai la vita come staccata dal resto del mondo, vissuta solo da loro.<\/p>\n<p>Li aveva portati una slitta leggera per le vie laterali, fra i giardini dei sobborghi cinti da steccati di tavole, coperti di neve, fra il sordo latrar dei cani quando passavano accanto a un granaio. Nella campagna, tra la nebbia della lontananza, si vedeva un monte coperto di boschi azzurrastri, la striscia del fiume dalle rive strapiombanti; si vedeva su d&#8217;una collina un podere col suo giardino disteso sulla costa e con le righe nere, diritte e geometriche sepolte nella neve. Il fumo s&#8217;innalzava diritto dai camini; un contadino con una pesante slitta di legno, si fece da parte appoggiandosi con una mano ai buoi color fumo, e li salut\u00f2 amichevolmente. Tutto pareva nitido, candido, quieto e semplice.<\/p>\n<p>Erano entrati nella stanza riscaldata con ancora negli orecchi il tintinnare dei campanelli; lui le aveva slacciate le scarpette piccole come i sandali di un bambino; e poi vi fu quel bacio lungo e interminabile su quello stesso divano dove ora erano seduti. Allora non avrebbero creduto che sui cuscini sgualciti di quel divano avrebbero un giorno soffocato i loro singhiozzi.<\/p>\n<p>Le lacrime della donna ricominciarono a scorrere. Solo allora egli cap\u00ec che quello era il terzo anniversario. (&#8230;)<\/p>\n<p>Da <em>INTUNECARE<\/em> (trad. di A. Silvestri-Giorgi).<\/p>\n<p><em>Il brano \u00e8 ambientato sul fronte della Moldavia, nella primavera-estate del 1917, quando si svolsero sanguinose battaglie fra gli eserciti austro-tedeschi e quello romeno, che si era notevolmente riorganizzato durante l&#8217;inverno, nonostante la precedente sconfitta. Nel paesaggio boscoso e assolato, di fronte a una natura bella e ignara dei drammi umani, si svolge un intenso colloquio fra il protagonista, il tenente Radu Comscia, e un suo commilitone reduce da un&#8217;azione di pattuglia in cui ha ucciso un sottufficiale ungherese e ne \u00e8 rimasto profondamente turbato. Le riflessioni che questi svolge, tormentato dal senso di colpa, tentano disperatamente di dare un significato morale pi\u00f9 alto, per la societ\u00e0 futura, all&#8217;orrore criminale della guerra. Petrescu si riconosce in questa ricerca quasi religiosa di ricavare l&#8217;ordine dal disordine, l&#8217;armonia dalla brutalit\u00e0, alla luce della sua stessa esperienza di reduce della prima guerra mondiale. Si noti che i pensieri dei due protagonisti del dialogo sono analoghi a quelli che, negli stessi anni, andavano svolgendo i miglior iintellettuali d&#8217;Europa di fronte al male assoluto, incomprensibile della guerra come macello organizzato, e specialmente quelli che l&#8217;avevano accolta come una dura mecessit\u00e0 o addirittura, illusi e generosi, erano corsi ad arruolarsi.<\/em><\/p>\n<p>&quot;Radu sal\u00ec con Michele alla &#8216;casa del tedesco&#8217; dove il giorno era calmo e il sole illuminava la radura fino a tardi. Sul prato d&#8217;erba verde, minuta e fitta, circondato dalla danza circolare degli abeti, due tracce d&#8217;un tronco che era stato trascinato sembravano strisce lucide tracciate da un&#8217;unghia gigantesca sopra un velluto sottile. La parete rimasta in piedi, con le orbite vuote delle finestre, appariva come una faccia contratta, nell&#8217;attesa di coloro che dovevano vederne ancora dopo quelle che gi\u00e0 avevano viste.<\/p>\n<p>Si sedettero su un gradino di pietra, davanti al giardinetto dai fiori inselvatichiti, fra le erbacce e gli spini. La gatta aveva portato i gattini al sole. Uno, bianco, giocava seguendo delicatamente con la zampetta sul suolo l&#8217;ombra di un&#8217;ape. Una formica rossa trascinava indietreggiando il cadavere di un insetto tre volte pi\u00f9 grande di lei. Michele Vardaru la respinse con un rametto sottile, ma quella torn\u00f2 ostinata a riprendersi la sua preda.<\/p>\n<p>&#8211; Tutto nella natura non \u00e8 che carneficina &#8212; disse lentamente Michele gettando il fuscello e appoggiando il mento suoi pugni. &#8212; Se ti chini a guardare con una lente sopra un palmo di terra, l\u00e0 dove ti han detto che regna la grandiosa calma della natura, vedi solo distruzione. Un insetto ne spia un altro, una larva attacca l&#8217;altra, tutto \u00e8 soltanto un continuo assassinio. Il mondo \u00e8 un cimitero mai sazio.<\/p>\n<p>Si alz\u00f2, asciugandosi la fronte alta e bianca col fazzoletto, e disse guardando da una parte:<\/p>\n<p>&#8211; Lo sai che ho ammazzato un uomo.<\/p>\n<p>E subito fiss\u00f2 Radu negli occhi, avidamente, per leggervi un brivido d&#8217;emozione.<\/p>\n<p>Radu intu\u00ec qualcosa dei pensieri di Michele, e rispose, alzando le spalle con un gesto che voleva indicare come non ci trovasse nulla di straordinario:<\/p>\n<p>&#8211; Caro Michele, \u00e8 la guerra!<\/p>\n<p>E poi aggiunse:<\/p>\n<p>&#8211; Probabilmente ti proporranno per una decorazione.<\/p>\n<p>&quot;\u00c8 la guerra&#8230;&quot;.<\/p>\n<p>Michele fece due passi, si volt\u00f2, e sedendosi accanto a Radu, parl\u00f2 tutto d&#8217;un fiato, senza alzare gli occhi verso di lui.<\/p>\n<p>&#8211; Ho ammazzato un uomo. Non lo conoscevo, non mi aveva fatto nessun torto, n\u00e9 aveva alcuna ragione di volermi male&#8230;Portava soltanto un&#8217;uniforme diversa. Era giovane come me, vestiva come me l&#8217;uniforme di allievo sottufficiale. Forse era venuto esattamente con le stesse mie idee. E io ho spianato il revolver e ho tirato. In due minuti quell&#8217;uomo giovane come sono io qui, non \u00e8 stato pi\u00f9 altro che una carogna. Un occhio gli era uscito dall&#8217;orbita, perch\u00e9 gli ho tirato una palla nella testa. Pareva che mi guardasse insanguinato e atterrito&#8230; L&#8217;ho sepolto. Si chiamava Kadar Istvan, e dalle lettere trovate nelle sue tasche ho visto che era studente in lettere, che preparava una tesi su Pet\u00f6fi, e pensava con pena alla sua povert\u00e0 che non gli permetterebbe di laurearsi a Jena, quando ci fosse la pace&#8230; Questo scriveva a una sua sorerlla e non era arrivato a spedire la lettera. E ci era anche un&#8217;altra lettera, di sua sorella, chiss\u00e0 che ragazza bisognosa, che gli mandava un pacco con qualche fazzoletto, capi di biancheria, una scatola di surrogato di caff\u00e8, zucchero, tavolette di cioccolata&#8230; Gli domandava se badava abbastanza a non raffreddarsi, aggiungeva altri particolari di casa: uno zio che era stato da loro, che facevano i vecchi, una cugina che domandava di lui e lo aspettava. Mi ha tradotto tutto un camerata transilvano. C&#8217;era una vita che si preparava e io l&#8217;ho troncata. Con che diritto? Quello che non ha ritorno, non si pu\u00f2 n\u00e9 pagare n\u00e9 riparare&#8230; niente&#8230; un cadavere&#8230; E dopo, mi son nascosto e ho pianto. Gli ufficiali mi hanno fatto i loro rallegramenti e anche il maggiore&#8230; Il colonnello mi ha chiamato al telefono&#8230; Tutti erano contenti che io avessi ucciso un uomo. Ora te lo posso dire perch\u00e9 non me ne vergogno pi\u00f9: dopo che tutto \u00e8 finito, mi son nascosto e ho pianto. Per lui e per me&#8230; Ora ho capito che cos&#8217;\u00e8 la guerra.<\/p>\n<p>&#8211; Radu lo prese per la vita e se lo strinse al cuore come un bambino, perch\u00e9 veramente il labbro di sotto di Michele tremava come il labbro d&#8217;un bimbo che cerca di vincere uno scoppio di pianto.<\/p>\n<p>&#8211; Caro Michele, se non tiravi tu, tirava lui. Ignoro quali fossero le circostanze, non me le figuro; ma questo \u00e8 certo: se tu gli hai sparato addosso, vuol dire che non si poteva fare diversamente&#8230; Ti ammazzava lui.<\/p>\n<p>&#8211; Ed \u00e8 proprio questo che \u00e8 orribile &#8212; disse Michele. &#8212; Proprio questo&#8230; Ci siamo incontrati in pattuglia. Da noi in un punto distante due chilometri dalle trincee ci son certi fossi. L\u00e0 ci siamo incontrati nel cuor della notte, come se ci fossimo cercati. Avevo chiesto io stesso di essere mandato.. Del resto sarebbe andato un sergente con tre uomini. Forse anche lui aveva chiesto di andare, come me. Solo per dimostrare a se stesso che non tremava&#8230; Venivano verso di noi e li abbiamo aspettati. Quando siamo loro sbucati davanti, i suoi soldati hanno alzato le mani per arrendersi. Ma lui ha gridato in ungherese un ordine, e ha teso la mano per sparare. Era alto come me, si profilava perfettamente fra due tronchi. Da due capi opposti del mondo siamo venuti per trovarci l\u00ec!&#8230; Ho sparato due colpi, uno dopo l&#8217;altro, ne ha sparato uno anche lui, che mi ha fischiato all&#8217;orecchio. Quando \u00e8 precipitato a terra con le mani tese, ho provato una gran gioia, tutto il sangue mi \u00e8 andato al capo e al cuore. Capisci che orrore? Ho provato una grande felicit\u00e0 per aver ucciso un uomo, io che non potevo schiacciare una formica&#8230; Due palle, una nella testa, l&#8217;altra nel polmone&#8230;<\/p>\n<p>&#8211; Vedi, Michele, tu stesso riconosci che non potevi fare diversamente. La palla ti ha sfiorato l&#8217;orecchio, potevi cadere tu al suo posto &#8212; insist\u00e8 Comscia, ma senza convinzione. &#8212; Non dicevi tu che nella guerra non esiste l&#8217;uccisione?<\/p>\n<p>&#8211; Dicevo&#8230; dicevo! Quello che dicevo era prima di questi fatti. Non potevo sapere. Nessuno pu\u00f2 sapere da lontano. Tutti ragionano, discutono, espongono teorie, si esaltano. \u00c8 facile credere, quando si \u00e8 lontani, di essere i soli a conoscere la verit\u00e0&#8230; Ora ho capito che la guerra \u00e8 una sola realt\u00e0: tutti quelli che hanno ucciso non la dimenticheranno mai. Forse solo di qui \u00e8 possibile che venga la salvezza, qui sta la sola cosa buona di quest&#8217;orrore che tutti compiamo. Quando ognuno avr\u00e0 il suo morto e tale ricordo gli sar\u00e0 presente in ogni atto della vita, cadranno tutte le menzogne, capisci, tutte&#8230; Quando fra un anno, due, dieci, mi trover\u00f2 con uno che mi spifferi le sciocchezze vecchie come il mondo, gli domander\u00f2 solo questo: Lei ha ucciso un uomo? Se no, la prego di non parlarmi. Lei \u00e8 un impostore. Lei non pu\u00f2 capire&#8230;<\/p>\n<p>(ed. La Capitale, Roma, 1945, pp. 362-366.)<\/p>\n<p>Da <em>SIMFONIA FANTASTICA<\/em> (trad. di A. Silvestri-Giorgi).<\/p>\n<p><em>Siamo all&#8217;inizio del romanzo e ancora non sappiamo nulla del protagonista, il professor Gregorio Stolnicu, che siede a un concerto, irrequieto e distratto, e del quale cominciamo ad intuire gradualmente la nevrastenia che lo tortura.La descrizione dell&#8217;impulso assurdo e inconfessabile che s&#8217;impadronisce di lui e ne tende il sistema nervoso quasi fiono al punto di rottura \u00e8 una pagina magistrale e un esempio di quella &quot;letteratura della crisi&quot; che ha trovato grandissimi interpreti in Thomas mann, Robert Miusil e Joseph Roth, ma che ha il suo vero e insuperato capostipite nel Dostoevskij dei &quot;Ricordi del sottosuolo&quot;. Per quel che riguarda la letteratura italiana, il brano di Petrescu suggerisce un accostramento con &quot;La carriola&quot; di Luigi Pirandello e con alcune pagine famose di Italo Svevo, anch&#8217;esse sospese fra il drammatico e il grottesco.Il dramma di Gregorio Stolnicu \u00e8 quello di una vita inautentica, frustrata e disumanizzata in nome della carriera e del successo sociale, che egli paga per\u00f2 a carissimo prezzo con un disordine psichico che sfocer\u00e0 nella pazzia.<\/em><\/p>\n<p>I suoi occhi avevano incontrato la causa di tutte le vicende che dovevano turbargli e scompaginargli la vita.<\/p>\n<p>Nella poltrona davantio a Gregorio Stolnicu c&#8217;era un uomo calvo, basso e grasso. Una di quelle calvizie totali, perfette e lucide, che riflettono i lumi dei candelabri come i globi verniciati dei giardini. E sulla calvizie passeggiava una mosca&#8230;Una mosca, alla fine di novembre, significava una vitalit\u00e0 eccezionale! Certo, una mosca rianimata dal calduccio del calorifero.<\/p>\n<p>La mosca passeggiava sulla lucida testa, percorrendola in linea retta e in diagonale, a zig-zag e a spitrale, descrivendo dei cerchi, traversandola in fretta, come se si fosse ricordata all&#8217;improvviso di aver dimenticato qualcosa all&#8217;altra estremit\u00e0. Si sarebbe detto che si ostinasse a scoprire un qualche invisibile difetto in quella perfetta sfera: una impercettibile irregolarit\u00e0 o un anemico capello. O forse stendeva un piano suddiviso di quella superficie perfettamente liscia; forse stava facendo una minuziosa misurazione, secondo un metodo inedito e tutto suo.<\/p>\n<p>Il signore grasso cercava ogni tanto di interrompere la appiccicosa passeggiata, alzando un corto braccio per allontanare l&#8217;insetto.<\/p>\n<p>Goffa e inefficace difesa: la mano non arrivava a destinazione: la mosca si alzava in linea retta, descriveva alcune evoluzioni in <em>vol plan\u00e9,<\/em> e poi tornava a discendere direttamente sulla testa calva, ipnotizzata da quello specchio sferico.<\/p>\n<p>Il proprietario della calvizie rinunzi\u00f2 filosoficamente agli infruttuosi tentativi.<\/p>\n<p>Ma Gregorio Stolnicu, lui, non poteva rinunziare.<\/p>\n<p>Si sentiva affascinato dalla calvizie rosea e dalle intrepide esplorazioni della mosca,, che traversava in tutte le direzioni quel lucido deserto, non interrotto dall&#8217;oasi di un solo ciuffo di capelli. Con un interesse assurdo e concentrato, ne seguiva i capricciosi zig-zag, aspettando inquieto ogni volta che la mosca si fermava. L&#8217;insensibilit\u00e0 del signore davanti a lui lo feriva personalmente, quasi una inferiorit\u00e0, nel campo sensitivo, di tutta la specie umana. Come poteva sopportare ci\u00f2? Una mosca che, col suo passo aderente, percorre una testa calva, deve dare la pi\u00f9 irritante sensazione&#8230; E l&#8217;altro continuava ad ascoltare, senza alcun segno di impazienza.<\/p>\n<p>Lui, invece, non ascoltava pi\u00f9 niente: l&#8217;orchestra con tutti i suoi sessanta strumenti e il maestro gesticolante con la bacchetta non esistevano pi\u00f9 per lui. Era tutto immerso l\u00ec, nella ipnotica calvizie e nelle escursioni della mosca<\/p>\n<p>Una smania perversa, assurda e morbosa, che gi\u00e0 altra volta aveva provata, s&#8217;era impadronita di lui. Se l&#8217;altro non sentiva, toccava a lui allontanare la mosca, poich\u00e9 non circolava soltanto sulla lucida zucca rosea dello sconosciuto che gli stava dinanzi, ma gli pareva che col suo piccolo passo solleticasse l\u00ec, direttamente, il cervello di Gregorio Stolnicu.(&#8230;)<\/p>\n<p>Gregorio Stolnicu si asciug\u00f2 un filo di sudore. Cerc\u00f2 disperatamente di pensare ad altro, imponendosi di ignorare l&#8217;esistenza della mosca e quella della testa calva; guard\u00f2 il soffitto roseo e circolare, decorato di pesanti ornamenti come la sala d&#8217;un bagno a vapore turco; cont\u00f2 le lampadine, provando la numerazione da destra a sinistra e viceversa; lesse attentamente la data sopra la scena: 1888, calcolando l&#8217;et\u00e0 dell&#8217;Ateneo; lesse le iscrizioni commemorative delle arti e scienze umane: Fisica, Matematica, Geografia, Musica, Pittura, Letteratura. (&#8230;)<\/p>\n<p>Gregorio Stolnicu si sent\u00ec dominato da una stupida idea: alzare la palma dolcemente, cos\u00ec, piano piano e paf!, schiacciare l&#8217;acrobatica mosca e interrompere quel diabolico sabba.<\/p>\n<p>Si asciug\u00f2 la fronte, col fazzoletto bagnato di sudore. Ricorse a un&#8217;astuzia: come per caso, cambiando posizione, sfior\u00f2 colla mano la testa calva, scacciando per un istante la mosca e chiedendo scusa, cortesemente. Il signore si sollev\u00f2 a met\u00e0 con un &quot;sst&quot; impaziente. Il giovanotto vicino, con la gota punteggiata di pustolette, lo guard\u00f2 curioso con aria interrogativa. Il colletto di Gregorio Stolnicu era cos\u00ec inzuppato di sudore che si sarebbe potuto strizzare.<\/p>\n<p>Ormai capiva che non si salverebbe che con la fuga. Si attacc\u00f2 con tutte e due le mani ai braccioli della poltrona, con gli occhi sbarrati sul sabba della mosca., tendendo disperatamente tutta la sua volont\u00e0 per non ascoltare il perfido suggerimento: &quot;Guarda, cos\u00ec! Piano, alza la palma piano piano, leggermente, e poi con mossa fulminea: paf!&quot;<\/p>\n<p>Da <em>CALEA VICTORIEI<\/em> (trad. di C. Ruberti).<\/p>\n<p><em>Sabina, il, personaggio pi\u00f9 bello e pi\u00f9 vivo del romanzo, sconvolta per la violenza subita da Nicki Hagi-Jordan, giovane bellimbusto miliardario,mentre era sotto l&#8217;effetto della sua prima e unica esperienza con la droga, dopo aver vagato a lungo disperata, si reca dal fratello Costea, che ha rotto con la famiglia per le sue idee politiche di sinistra, e col quale aveva sempre avuto un rapporto di comprensione e di complicit\u00e0. Ma Costea non c&#8217;\u00e8; e Sabina, trovata la sua pistola, decide di farla finita. Ossessionante, la voce ritmata di un grammofono continua a gracchiare, da qualche parte, un motivetto americano alla moda. &quot;I want to be happy!&quot;, Intanto,il padre di Nicki ha organizzato la fuga all&#8217;estero del figlio e Viorica, sorella di Nicki e amica di Sabina, \u00e8 ricaduta in pieno nella tossicodipendenza, da cui l&#8217;altra l&#8217;aveva aiutata a liberarsi. Siamo all&#8217;epilogo del romanzo; Petrescu, con feroce realismo e quasi con sadico compiacimento, mette in risalto la frivolezza e la corruzione morale della capitale romena tra le due guerre, che ha portato alla rovina la famiglia provinciale dei Lipan e ne ha spezzato il fiore pi\u00f9 dolce e profumato: la giovanissima Sabina, appunto.E quel cielo cos\u00ec infinitamente azzurro, cos\u00ec disperatamente vuoto, ricorda il cielo lontano e indifferente del &quot;Canto notturno di un pastore errante dell&#8217;Asia&quot; di Leopardi, col cui pessimismo \u00e8 in sintonia la visione del mondo dell&#8217;Autore.<\/em><\/p>\n<p>&quot;In questa camera non ci sono mai stati fiori. Sulla tavola non c&#8217;\u00e8 che la rivoltella, piccola, nera e piatta: un giocattolo della Morte.<\/p>\n<p>Ella non ha schiacciato in vita sua nemmeno una formica.<\/p>\n<p>Com&#8217;\u00e8 freddo l&#8217;acciaio! Lo riscalda con la mano, col calore del suo petto.<\/p>\n<p>\u00c8 un letto con la coperta ruvida ed il cuscino di tela dura, da caserma.<\/p>\n<p>In questa camera non ci sono mai stati fiori.<\/p>\n<p>Non tirer\u00e0 nella tempia. Qui, sotto il seno, dove batte caldo e minuto l&#8217;orologio della vita. Ella non ha mai schiacciato nemmeno una formica. Ma la mano non le trema ora.<\/p>\n<p><em>&quot;I want to be happy!&quot;<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 stato tutto questo?<\/p>\n<p><em>* * *<\/em><\/p>\n<p>Jordan Hagi-Jordan mont\u00f2 in automobile, vestito d&#8217;un abito a quadretti, che gli dava un aspetto di turista americano, di milionario che ha zappato nelle cave di carbone.<\/p>\n<p>Accese un sigaro grosso e profumato. S&#8217;era tagliati i baffi e le mascelle potenti ne mostravano il riso feroce, apertamente.<\/p>\n<p>Dopo che l&#8217;automobile si fu avviata, e fu richiuso il cristallo di mezzo perch\u00e9 il meccanico non udisse, Jordan si volt\u00f2 all&#8217;amico dal volto livido e dal ciuffo di capelli sulla fronte:<\/p>\n<p>&#8211; Meno male che \u00e8 finita, questa storia! Ti confesso che l&#8217;ho vista brutta. Per fortuna ho procurato il passaporto a Nicki. \u00c8 partito oggi. Tra un anno, al suo ritorno, ogni cosa sar\u00e0 dimenticata&#8230; Dopo le ore amare che m&#8217;ha procurato quell&#8217;imbecille di Lipan, ti confesso che non ho troppi rimorsi. Tutto si paga a questo mondo. Nicki deve aver letto il mio pensiero. Il bello \u00e8 che era malato, la canaglia! Canaglia del diavolo!<\/p>\n<p>L&#8217;epiteto fu ripetuto con una indignazione ostinata, quasi ammirativa.<\/p>\n<p>&#8211; E la signorina Viorica? Quando parte, in tal caso? &#8212; chiese l&#8217;uomo livido, col ciuffo sulla fronte.<\/p>\n<p>&#8211; La signorina Viorica!? Chi le capisce, le donne? Ora non parte pi\u00f9&#8230; M&#8217;hanno seccato tutte le sue storie! Ha sfregiato il volto di Nicki con quello scudiscio&#8230;Dovresti cominciare a farle la corte sul serio. Te l&#8217;ho detto: dal momento che hai il mio consentimento, che aspetti? Vuoi che ti spinga io nelle sue braccia?<\/p>\n<p>* **<\/p>\n<p>Viorica Hagi-Jordan non parte pi\u00f9. \u00c8 in camera con le persiane chiuse. Tutte le scatoline le stanno dinanzi, pronte a servire. Non le ha spedite, non le manda pi\u00f9 al principe perch\u00e9 ora servono a lei. Il filo sottile che la manteneva a galla s&#8217;\u00e8 spezzato ed ella \u00e8 ricaduta al fondo, dove si agita invasa da quelle acri volutt\u00e0, con contorcimenti di spasimo.<\/p>\n<p>Veste un abito d&#8217;argento, ha un cuscino morbido sotto la nuca. Le occhiaie violacee invadono di nuovo il volto fino alle labbra, in cui \u00e8 riapparsa una ferita livida: il segno dei Jordan.<\/p>\n<p>Il levriero s&#8217;\u00e8 allontanato dai suoi piedi. \u00c8 immobile nell&#8217;altro angolo della stanza e sa che non potr\u00e0 pi\u00f9 capire se la mano si stenda per accarezzarlo o per impugnare la frusta.<\/p>\n<p>Le persiane sono chiuse.<\/p>\n<p>Ma la notte \u00e8 rimasta chiusa dentro.<\/p>\n<p>* * *<\/p>\n<p><em>&quot;I want to be happy!&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Il canto metallico del grammofono risuona lugubre nella camera dove si trova una morta.<\/p>\n<p>Il dottor Mihai Pop-Spataru guarda ostilmente la parete da cui il suono si diffonde come la farsa macabra d&#8217;un ventriloquo.<\/p>\n<p>Costea non ode.<\/p>\n<p>Egli fissa il letto dalla coperta ruvida, guarda con occhi sbarrati e senza lagrime nei quali si legge che egli non dimenticher\u00e0.<\/p>\n<p>Il dottor Spataru raccoglie i guanti, il cappello. Non ha pi\u00f9 nulla da fare, ormai. Vorrebbe saper una cosa, ma non ha la forza di chiedere. Gli sembra che quel volto immobile, nella sua fredda ed eterna pace, gli parli alla memoria. Lo conosce, ma non rammenta. Se ne vedesse gli occhi, ricorderebbe subito, ma gli occhi non riceveranno pi\u00f9 la luce del sole, gli occhi senza riposo, lucenti come l&#8217;antracite.<\/p>\n<p>&#8211; Era la vostra amante?<\/p>\n<p>&#8211; No! Mia sorella!<\/p>\n<p>Forse s&#8217;\u00e8 ingannato. Egli ha veduto e dimenticato tante cose! Fa alcuni passi verso l&#8217;uscio poi si volta. Come abbandonare quei ragazzi, con l&#8217;orribile canto del grammofono?<\/p>\n<p>&quot;<em>I want to be happy!<\/em>&quot;.<\/p>\n<p>Prende Costea per un braccio e lo spinge verso la finestra.<\/p>\n<p>&#8211; Non starle vicino, non guardare. \u00c8 una cosa che rovina i nervi.<\/p>\n<p>Non ricorda che, con le stesse parole aveva rimproverato una notte lo stesso giovane, perch\u00e9 lasciava la sorella atterrita dinanzi allo spettacolo della morte.<\/p>\n<p>&#8211; Costea&#8230; come si pu\u00f2 far questo?<\/p>\n<p>Ora Sabina sapeva che <em>questo<\/em> era possibile.<\/p>\n<p>Il canto \u00e8 terminato.<\/p>\n<p>Il dottor Mihai Pop-Spataru \u00e8 andato via e Costea \u00e8 rimasto presso la finestra.<\/p>\n<p>Calea Victoriei risuona del clamore della folla che torna dalla pi\u00f9 attesa corsa dell&#8217;annata, nel pi\u00f9 trionfale tramonto di questo autunno. \u00c8 un palpitare policromo di sciarpe, un sorpassarsi affannoso di automobili e di equipaggi, un chiasso assordante di voci che si spinge fin l\u00ec, nella camera dove non ci sono stati mai fiori e dove, sopra un letto dalla ruvida coperta, si trova una morta per la cronaca di domani.<\/p>\n<p>Le cortine, aperte in fuori dalla mano di Costea, hanno spiegato le loro ali brune. Cos\u00ec le apre l&#8217;arcangelo nero, ogniqualvolta giunge l\u00e0 dove \u00e8 stato chiamato.<\/p>\n<p>Verso il cielo, infinitamente azzurro, due braccia alzate invocano il pianto. Non si comprende cosa vogliano. Implorano forse la luce ch&#8217;\u00e8 in alto, o maledicono forse l&#8217;ombra ch&#8217;\u00e8 in basso.<\/p>\n<p>Il cielo \u00e8 profondo e vuoto.<\/p>\n<p>(ed. U.T.E.T., Torino, 1933, pp. 339-342.)<\/p>\n<p>Da <em>FRAM, URSUL POLAR<\/em> (trad. di A. Silvestri-Giorgi).<\/p>\n<p><em>Il brano che viene qui proposto descrive la fonte della improvvisa e apparentemente inspiegabile malinconia che ha preso il prodigioso orso Fram, grande attrazione del circo Struschi e beniamino del pubblico infantile di mezza Europa: la nostalgia dei luoghi natali. Il confuso ma potente ricordo della sua prima infanzia tra i ghiacci \u00e8 penetrato inaspettatamente nel suo animo di animale addomesticato, sconvolgendo dolorosamente la sua vita sinora felice. Fram, come tanti personaggi di Petrescu, \u00e8 uno sradicato; ma il ritorno al paese dei ghiacci ne far\u00e0 uno sradicato anche maggiore: scoprir\u00e0 di non essere pi\u00f9 capace di vivere tra gli animali selvaggi, in una natura dura e spietata, e vorr\u00e0 tornare nel paese degli uomini, dove ha scoperto di possedere sentimenti &quot;umani&quot;che ormai sono parte integrale della sua vita. \u00c8 il solo caso, nella narrativa di Petrescu, in cui il conflitto fra natura e cultura si risolve a favore di quest&#8217;ultima. Ma ci\u00f2 avviene perch\u00e9 egli ha idealizzato l&#8217;animale &quot;buono&quot;, estrema versione del mito del buon selvaggio; mentre gli altri orsi, quelli che Fram incontra al Polo, incarnano gli eterni difetti umani: stupidit\u00e0, egoismo, violenza cieca.<\/em><\/p>\n<p><em>Si noti, in questa pagina, di quanta delicatezza \u00e8 capace l&#8217;Autore nel descrivere il rapporto fra l&#8217;orsacchiotto e la sua mamma: \u00e8 una scena squisita, che ricorda irresistibilmente il celebre quadro &quot;Le due madri&quot; del pittore Giovanni Segantini: la madre umana e la madre bovina, ciascuna col suo piccolo accanto, nel tepore dolce della stalla, entrambe c\u00f2lte nell&#8217;intimit\u00e0 e nel mistero toccante della maternit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p>&quot;Quando, molto tardi, chiudeva gli occhi, Fram faceva sempre lo stesso sogno.<\/p>\n<p>Era la storia di poche e incerte vicende, di un&#8217;infanzia lontana che per molto tempo aveva dimenticata.<\/p>\n<p>La storia di un orsacchiotto bianco, preso piccolo da Eschimesi nelle regioni polari, portato da un marinaio in un porto delle terre calde e venduto ad un circo.<\/p>\n<p>L&#8217;orsacchiotto si dimostr\u00f2 subito pi\u00f9 sveglio dei suoi fratelli; meno timido, pi\u00f9 forte, pi\u00f9 audace. Imparava in fretta. Fece amicizia con gli uomini; cap\u00ec quello che faceva loro piacere e quello che non gradivano, quello che volevano che facesse e quello che non volevano.<\/p>\n<p>Divenne il famoso Fram, l&#8217;orso polare, orgoglio del circo Struschi e gioia dei ragazzi; l&#8217;orso gigantesco che si presentava solo nell&#8217;arena a svolgere il suo programma senza bisogno di domatore, che inventava ogni volta qualcosa di nuovo, e capiva lo scherzo e conosceva la piet\u00e0.<\/p>\n<p>S&#8217;era dimenticato di quanto aveva lasciato lontano, nei deserti di neve e di ghiaccio, dove la notte durava sei mesi e il giorno altri sei: dove un giorno e una notte significavano un anno. Se n&#8217;era dimenticato. Mai il suo pensiero tornava lass\u00f9. Viveva fra gli uomini, era il loro amico, il loro favorito; sapeva leggere il desiderio e la gioia nei loro occhi; forse capiva anche i loro dolori nascosti, allo stesso modo che carezzava sempre e viziava i bimbi poveri della galleria.<\/p>\n<p>Ora, all&#8217;improvviso, quel mondo cos\u00ec lontano nello spazio e nel tempo, si risvegliava in lui; e veniva a ricercarlo nel sogno.<\/p>\n<p>E il sogno era sempre lo stesso.<\/p>\n<p>Prima, una tenebra impenetrabile, una notte gelida e umida, in una caverna di ghiaccio. L\u00e0 era nato Fram, nell&#8217;isola in mezzo al mare congelato; era nato di notte, e la notte dura la met\u00e0 dell&#8217;anno. Il sole non nasce mai; nel cielo gelido brillano solo le stelle, e talora la luna. Ma per lo pi\u00f9 regna una profonda oscurit\u00e0, perch\u00e9 la luna e le stelle sono coperte da nubi; e la bufera trasporta vortici di neve ululando, gemendo e sibilando; il ghiaccio scricchiola: \u00e8 una furia spaventosa che fa accapponare la pelle. Come tutti gli orsacchiotti, Fram era nato senza occhi; li aveva messi solo dopo cinque settimane.<\/p>\n<p>Nella grotta, la tormenta non penetrava; si sentiva solo l&#8217;url\u00eco di fuori; ma c&#8217;era ghiaccio sotto, ghiaccio sopra, ghiaccio lucente sulle pareti. Dormiva appallottolato in un covo caldo caldo: la pelliccia dell&#8217;orsa lo copriva e lo riparava dalle punture del freddo.<\/p>\n<p>Cercava col muso la sorgente di latte caldo del seno materno; si sentiva lavare dalla lingua, carezzare dalla zampa della mamma. Qualche volta si svegliava solo; l&#8217;orsa mancava. Era andata in cerca di cibo. Lui, tutte queste cose non le poteva capire. Si svegliava all&#8217;improvviso nel buio e nella solitudine; cominciava a gemere piano, a chiamare, a lamentarsi. Si spaventava della sua stessa voce. Stava atterrito e triste col muso schiacciato contro le pareti della caverna. Aveva freddo. Fuori, il ghiaccio esplodeva, la bufera rovesciava i grandi blocchi candidi; gli pareva di sentire dei passi. Si addormentava mezzo gelato. Si svegliava tardi, riscaldato, avendo goduto nel sonno una specie di felicit\u00e0: la pelliccia calda era accanto a lui; accanto a lui la sorgente di latte; e una zampa morbida come la seta lo carezzava avvicinandoselo al petto. Capiva che era tornata la creatura grande e buona che lo proteggeva; e anche lui cercava di leccarle il muso, riconoscente; ma era cos\u00ec goffo e grullo! Allora non si rendeva conto di tutte le cure che gli prodigava la mamma, con quanta pena si allontanava da lui e che se ne andava solo quando era vinta dalla fame, in cerca di preda.<\/p>\n<p><strong>PICCOLA GUIDA BIBLIOGRAFICA<\/strong><\/p>\n<p>1) Opere di carattere generale:<\/p>\n<p>LUPI, GINO, <em>La letteratura romena<\/em>, Firenze, Sansoni-Accademia ed., 1968;<\/p>\n<p>LUPI, GINO, <em>La letteratura romena<\/em>, in U. D\u00c8TTORE (a cura di), <em>Le lettere<\/em> (2 voll.), Milano, Bianchi e Giovini ed., 1944, vol. I, pp. 607-625;<\/p>\n<p>MUNTEANU, BASIL, <em>Storia della letteratura romena moderna<\/em>, Bari, Laterza, 1947;<\/p>\n<p>OTETEA, ANDREI (a cura di), <em>Storia del popolo romeno,<\/em> Roma. Ed. Riuniti, 1981;<\/p>\n<p>ORTIZ, RAMIRO, <em>Letteratura romena<\/em>, Roma, Signorelli, 1941;<\/p>\n<p>ORTIZ, RAMIRO, <em>Manualetto rumeno<\/em>, Modena, Soc. Tip. Modenese, 1945;<\/p>\n<p>IORGA, NICOLAE, <em>Storia dei Romeni e della loro civilt\u00e0<\/em>, Milano, Hoepli, 1928;<\/p>\n<p>POPESCU, MIRCEA, <em>Storia della letteratura romena<\/em>, in A.A. V.V.,<em>Storia delle letterature del sud-est europeo<\/em>, Milano, F.lli Fabbri ed., 1970.<\/p>\n<p>A.A. V.V., _3Cem>La Romania<\/em>, Milano, Teti &amp; C. ed., 1976;<\/p>\n<p>PRAMPOLINI, GIACOMO, <em>Storia universale della letteratura<\/em> (7 voll.), Torino, U.T.E.T., 1953, vol. VII, pp. 680-708;<\/p>\n<p>PRAMPOLINI, GIACOMO, <em>La letteratura della Romania,<\/em> in <em>Il Milione. Enciclopedia di tutti i paesi del mondo<\/em> (12 voll.), Novara, De Agostini, 1968, vol. III, pp. 392-398;<\/p>\n<p>LUGANI, VALERIO-MERCATALI, ROBERTO, <em>La Romania<\/em>, Milano, ed. Aristea, 1969;<\/p>\n<p>GALATI, FRANCESCO LICINIO (a cura di), <em>Dizionario della letteratura mondiale del &#8216;900<\/em> (3 voll.), Roma, Ed. Paoline, 1980; le &quot;voci&quot; sulla letteratura romena sono di Rosa Del Conte;<\/p>\n<p>BURGIO, ALFONSO, <em>Storia della letteratura<\/em> (2 voll.), Milano, Vallardi, 1963;<\/p>\n<p>DE MICHELI, MARIO (a cura di), <em>Poeti romeni del dopoguerra<\/em>, Parma, Guanda, 1967;<\/p>\n<p><em>Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi<\/em> (12 voll.), Milano, Bompiani, 1983;<\/p>\n<p>CELLETTI, MARIACHIARA, <em>Letteratura rumena<\/em>, in <em>Pan. Enciclopedia Universale<\/em> (10 voll.), Roma, Casini ed., vol. 8, pp. 561-566.<\/p>\n<p>2) Opere di C\u00e8zar Petrescu:<\/p>\n<p><em>Intunecare<\/em>, Bucuresti, Editura Minerva, 1976 (repere istorico-literare Rodica Rotaru);<\/p>\n<p><em>Oras patriarhal<\/em>, Bucuresti, Editura Pentru Literatura, 1961 (prefata de Mihai Gafita);<\/p>\n<p><em>La sinfonia fantastica<\/em>, Perugia, La Nuova Italia, 1929;<\/p>\n<p><em>L&#8217;uomo del sogno<\/em>, Ed. Istitutto per l&#8217;Europa orientale, 1929;<\/p>\n<p><em>La vera morte di Guynemer<\/em>, Firenze, Novissima ed., 1931;<\/p>\n<p><em>La capitale (Calea Victoriei)<\/em>, Torino, U.T.E.T., 1935, 1965;<\/p>\n<p><em>L&#8217;ombra che scende<\/em>, Roma, ed. La Capitale, 1945;<\/p>\n<p><em>Balletto meccanico<\/em>, Roma, ed. La Capitale, 1946;<\/p>\n<p><em>Il riso<\/em>, Bari, Ed. Paoline, 1965;<\/p>\n<p><em>Fram, l&#8217;orso polare<\/em>, Milano, Ed. Paoline, 1966.<\/p>\n<p>FRANCESCO LAMENDOLA<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>PREMESSA Prima di entrare nel vivo del nostro argomento, non possiamo non fare una breve premessa di carattere generale (vorremmo quasi dire: epistemologico) sui fondamenti stessi<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[270],"class_list":["post-23646","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-william-shakespeare"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23646","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23646"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23646\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23646"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23646"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23646"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}