{"id":23644,"date":"2019-08-21T10:30:00","date_gmt":"2019-08-21T10:30:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/08\/21\/ce-in-omero-il-concetto-della-giustizia-o-no\/"},"modified":"2019-08-21T10:30:00","modified_gmt":"2019-08-21T10:30:00","slug":"ce-in-omero-il-concetto-della-giustizia-o-no","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/08\/21\/ce-in-omero-il-concetto-della-giustizia-o-no\/","title":{"rendered":"C&#8217;\u00e8, in Omero, il concetto della giustizia, o no?"},"content":{"rendered":"<p>Il lettore attento dell&#8217;<em>Iliade<\/em> e dell&#8217;<em>Odissea<\/em> nota una cosa che al lettore pi\u00f9 frettoloso tende a sfuggire: che in entrambi i poemi, in modo pi\u00f9 esplicito nel secondo, al di \u00e0 della materia trattata, o meglio attraverso la materia trattata, la guerra nell&#8217;uno, il ritorno a casa nel secondo, emerge la contrapposizione fra il modo di agire dell&#8217;uomo giusto e quello dell&#8217;uomo ingiusto, ci\u00f2 che fa da sfondo e da pietra del paragone a tutto il resto. Quando, per esempio, Agamennone si vede costretto a restituire Criseide e, per rifarsi, decide di prendere per s\u00e9 la schiava di Achille, Briseide, il suo comportamento viene presentato come quello di un uomo ingiusto, che infatti dovr\u00e0 pagare duramente il suo gesto arrogante e prepotente, contrario alle leggi non scritte che regolano il comportamento degli uomini. E quando Achille risponde a Ettore, che, ferito a morte, chiede la restituzione del suo cadavere ai propri genitori, risponde che non lo far\u00e0, che anzi vorrebbe essere un cane, una bestia feroce, per poterlo fare a brani e divorare, egli mostra nelle sue parole un contegno opposto a quello della giustizia, cio\u00e8 a quello che i greci, in quelle circostanze, consideravano normale aspettarsi da un personaggio come lui; e infatti, pi\u00f9 tardi, davanti alle suppliche di Priamo, Achille, piangendo il ricordo di Patroclo, finir\u00e0 per lasciarsi impietosire e per cedere (sia pure dietro il pagamento di un lauto riscatto). Similmente, il contegno dei Proci, alla reggia di Ulisse, \u00e8 caratterizzato da un contegno indegno di uomini civili: dissipano le ricchezze dell&#8217;eroe assente e creduto morto, e impongono la loro sgradita presenza alla supposta vedova, Penelope, e al figlio ritenuto orfano, Telemaco. Qualche esegeta moderno ha creduto di difendere il loro comportamento, sostenendo che, dopo tutto, esso rientrava nelle abitudini dei greci allorch\u00e9 si verificava una situazione come quella: il prolungarsi dell&#8217;assenza di un re che ormai era lecito considerare disperso per sempre, e quindi la richiesta di nuove nozze, per la sua sposa, da parte dei maggiorenti locali. Tuttavia \u00e8 evidente che l&#8217;ingiustizia del comportamento dei Proci risiede non tanto nella loro pretesa che Penelope scelga fra essi un nuovo marito, quanto nel modo in cui essi agiscono all&#8217;interno del palazzo di Ulisse, cio\u00e8 come un esercito di occupanti, brutali e dilapidatori del patrimonio altrui; ingiustizia che viene ulteriormente sottolineata dal modo in cui trattano il misterioso mendicane straniero, che poi \u00e8 Ulisse medesimo, violando, cio\u00e8, le leggi dell&#8217;ospitalit\u00e0 e del rispetto dovuto a un uomo solo, anziano e infelice.<\/p>\n<p>E tuttavia, \u00e8 significativo il fatto che n\u00e9 nell&#8217;<em>Iliade<\/em>, n\u00e9 nell&#8217;<em>Odissea<\/em>, si parli in modo aperto della giustizia (<em>dik\u0113<\/em>), ma sempre e solo dell&#8217;uomo giusto e dell&#8217;uomo ingiusto, definiti, a loro volta, non dalla giustizia in astratto, bens\u00ec dall&#8217;azione giusta e dall&#8217;azione ingiusta, che si possono riconoscere, a loro volta, dal fatto di rispettare oppure di calpestare le leggi dell&#8217;onore, della lealt\u00e0 (verso i propri pari), dell&#8217;ospitalit\u00e0 e, in genere, del senso della misura, il cui opposto \u00e8 la <em>hybris<\/em>, la dismisura, l&#8217;arroganza sconsiderata, la quale suscita lo sdegno e, presto o tardi, la punizione da parte degli d\u00e8i. Certo, sappiamo che i greci dell&#8217;et\u00e0 omerica non conoscevano ancora il concetto, nel suo preciso significato filosofico (del resto, non conoscevano neppure la filosofia in quanto tale); ed \u00e8 tuttora incerto a chi si debba attribuire la sua scoperta, se a Socrate, come afferma Aristotele, oppure allo stesso Stagirita. Non deve perci\u00f2 destare alcuna meraviglia il fatto che gli autori dei due poemi omerici sottintendano il nostro concetto di giustizia, cio\u00e8 la nostra idea, unitaria e coerente, di ci\u00f2 che \u00e8 &quot;giusto&quot; in linea generale, piuttosto che definirla in se stessa, il che richiederebbe la sua concettualizzazione; e che la sottintendano mediante una serie di azioni, o di parole, che acquistano un chiaro significato etico attraverso il loro valore esemplare. Ci\u00f2 che conta non \u00e8 la descrizione di questo o quel comportamento, o il riferire questo o quel discorso, ma la tonalit\u00e0, per cos\u00ec dire, di cui si colorano, suscitando nel lettore un senso, voluto e non casuale di approvazione o disapprovazione nei loro confronti. Il lettore, ad esempio, percepisce che il contegno di Agamennone verso Achille \u00e8 ingiusto, e ci\u00f2 lo rende edotto di quel che quella societ\u00e0 pensava della giustizia.<\/p>\n<p>A questo proposito, vale la pena di riflettere su una pagina del filologo Eric A. Havelock (1903-1988), gi\u00e0 professore di letteratura greca e latina all&#8217;Universit\u00e0 di Harvard, contenuta in un suo volume ormai classico, <em>Dike. La nascita della coscienza<\/em> (titolo originale: <em>The Greek Concept of Justice, from Its Shadow in Homer to Its Substance in Plato<\/em>, Harvcard University Press, 1978; traduzione dall&#8217;inglese di Manfredi Piccolomini, Bari, Laterza, 1981, 1983, pp. 234-236):<\/p>\n<p><em>Pi\u00f9 sopra ho fatto notare che gli &quot;aspetti morali&quot; dell&#8217;&quot;Odissea&quot;, e cio\u00e8 quei termini di approvazione o di disapprovazione impiegati nel verso epico, non fanno altro che identificare la conservazione e il buon comportamento come cose positive, e l&#8217;eccesso e la stravaganza come cose negative, e che ci\u00f2 \u00e8 un riflesso del fatto che un certo senso di &quot;giustizia&quot; \u00e8 ci\u00f2 che ognuno ha il &quot;diritto&quot; di aspettarsi dai comportamenti umani in determinati casi, e da parte di determinate persone. \u00c8 un senso che corrisponde senso che corrisponde a &quot;dik\u0113&quot; considerata come una procedure legale per la riparazione delle offese e la soddisfazione dei diritti. In questa serie di formule \u00e8 possibile reperire una dimensione di significati pi\u00f9 vasta. Se consideriamo la serie come interconnesse i simboli come uniti per associazione, incominciamo ad accorgerci che &quot;l&#8217;uomo giusto&quot; fa qualora di pi\u00f9 semplicemente ubbidire ai &quot;mores&quot; e conservarli. Egli evita atteggiamenti e azioni aggressivi (&quot;hybris&quot; pu\u00f2 indicarli ambedue) e la violenza fisica che i accompagna. Ho sostenuto che un confronto di qualche genere \u00e8 l&#8217;elemento essenziale della storia che deve essere imparata a memoria. Tuttavia la &quot;morale&quot; della storia, per cos\u00ec dire, \u00e8 che si dovrebbe preferire il compromesso al confronto. Questo \u00e8 l&#8217;ethos sociale che la storia indirettamente conserva e raccomanda: sembra la stessa lezione dell&#8217;&quot;Iliade&quot;. L&#8217;uomo giusto, se preferisce l&#8217;ordine all&#8217;oltraggio, viene pensato anche come colui che preferisce la pace alla guerra, perch\u00e9 l&#8217;ordine \u00e8 una condizione sociale e non solo individuale.<\/em><\/p>\n<p><em>I contesti narrativi che contengono queste formule suggeriscono un&#8217;ulteriore dimensione. I confronti che avengono, non avvengono tra contendenti all&#8217;incirca forti in modo uguale, come nell&#8217;&quot;Iliade&quot;, ma tra forti e deboli. L&#8217;&quot;Iliade&quot; dimostra una coscienza soltanto parziale dell&#8217;oltraggio nelle vicende umane. In particolare \u00e8 quando Atena compare che ad Achille vien fatto di chiedere: &quot;Sei venuta a contemplare la &#8216;hybris&#8217; di Agamennone?&quot;. Essa impone la sua propria formula per risolvere il confronto, ma lo rassicura: &quot;Sarai ricompensato tre volte tanto per questo suo oltraggio&quot;. Nelle successive trattative tra i due antagonisti, fino al momento della riconciliazione, il termine non ricompare. Nell&#8217;&quot;Odissea&quot; l&#8217;antitesi tra l&#8217;uomo giusto e l&#8217;uomo oltraggioso \u00e8 continuamente proposta sotto forma di giustapposizioni con confronti tra benefattore e supplice, cittadino e straniero, e infine tra uomini ricchi e uomini bisognosi. Quest&#8217;ultimo elemento \u00e8 davvero sorprendente, inserito com&#8217;\u00e8, quasi con un &quot;tour de force&quot; all&#8217;interno di un poema epico carico di fantasia eroica. Il carattere di Odisseo quale &quot;eroe&quot; della storia (per usare termini moderni) \u00e8 infatti definito dal suo paternalismo, dalla sua gentilezza, la sua civilt\u00e0 e la sua benevolenza nei confronti dei dipendenti. Anche questi elementi costituiscono formule orali. Esse non si soprappongono a quelle che riguardano l&#8217;antitesi tra l&#8217;uomo giusto e il suo opposto; il contesto nel quale sono inserite non lo rende possibile. Ma il modo in cui la storia \u00e8 raccontata contiene implicitamente la lezione che questo tipo di uomo \u00e8 anche l&#8217;uomo giusto, il modello raccomandato. In questo ruolo Odisseo diviene il portavoce adatto a pronunciare una lezione non di trionfo ma di moralit\u00e0, secondo l&#8217;etica del tempo, sopra i corpi dei suoi nemici. La giustizia resa al non-cittadino, allo straniero dentro le porte, ha la sua controparte in quella resa ai cittadini poveri da parte dei cittadini privilegiati. Tale fu la regola di Solone, il legislatore della sua citt\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>E tuttavia il poema non dice tutto ci\u00f2, e dobbiamo guardarci dal non esagerare nel concettualizzare cosa dice. \u00e8 possibile parlare di &quot;giustizia&quot; nell&#8217;&quot;Odissea&quot; solo se il termine viene messo tra virgolette. Non vi \u00e8 alcun concetto di giustizia, nel nostro senso, nell&#8217;epica greca. Ci\u00f2 che abbiamo osservato sono commenti sulle azioni di uomini giusti e i loro oppositori, e in che modo la &quot;cosa giusta&quot; operi in determinati casi. Il &quot;pensiero&quot; del poema epico su questi argomenti risulta dal modo in cui la storia viene raccontata. L&#8217;agente, con le sue azioni e le sue parole, prevale sull&#8217;idea, la quale solo dal nostro punto di vista risulta contenuta nella dizione della narrazione , ma in realt\u00e0 avrebbe bisogno di una sintassi dell&#8217;espressione non disponibile; essa infatti sarebbe estranea al carattere tutto particolare del linguaggio conservato oralmente degli uomini del primo periodo della storia greca, i quali potevano ricordare ma non leggere.<\/em><\/p>\n<p>Ora, siamo propensi a credere che l&#8217;assenza del concetto di giustizia dai poemi omerici, pur essendo entrambi sostanziati da una forte esigenza etica, non dipenda tanto da una carenza di ordine filosofico n\u00e9, tanto meno, etica, quanto piuttosto da una carenza religiosa. Perch\u00e9 l&#8217;<em>Ethos<\/em> abbia un saldo ancoraggio, e con esso l&#8217;idea della <em>Dik\u0113<\/em> assoluta, non opinabile, n\u00e9 aleatoria, \u00e8 necessario che vi sia un <em>Nomos<\/em>; ma il <em>Nomos<\/em>, per aver forza cogente, deve per forza essere garantito dal divino. Se si tratta di un <em>Nomos<\/em> affidato all&#8217;umano senso di rispetto, ci\u00f2 non \u00e8 assolutamente sufficiente a garantire la giustizia fra gli uomini, perch\u00e9 gli uomini non sono capaci di darsela da soli. Il massimo esempio d&#8217;ingiustizia, che travalico dall&#8217;umano al barbarico e al bestiale, \u00e8 il comportamento di Polifemo, omicida e cannibale dei suoi infelici ospiti; ma Polifemo \u00e8 figlio di un dio, e appunto la vendetta di Poseidone contro Ulisse per l&#8217;accecamento del suo figlio \u00e8 il motore narrativo dell&#8217;<em>Odissea<\/em>. Ma non solo i figli degli dei passano la misura della giustizia (si pensi anche ad Achille, figlio di Teti, che si vanta delle proprie stragi sanguinose sul fiume Scamandro e sfida gli dei a fermarlo, se ne sono capaci); anche gli d\u00e8i olimpici, agitati da umane passioni, sono capaci di tanto. E se perfino gli eterni sono incostanti e inaffidabili nel presidiare il giusto e difenderlo da ci\u00f2 che \u00e8 ingiusto, dove possono gli umani trovare un presidio al loro bisogno di giustizia? Perch\u00e9 un tale bisogno, in essi, certamente esiste: lo si deduce, come osserva giustamente l&#8217;Havelock, dal modo in cui sono narrate le vicende e sono presentati i personaggi dei poemi omerici. La servit\u00f9 di Ulisse, per esempio, durante la sua lunga assenza, si divide nettamente in due campi opposti: i servi infedeli, e perci\u00f2 ingiusti, che si mettono al servizio dei Proci, e quelli fedeli e perci\u00f2 giusti, il cui prototipo \u00e8 il porcaro Eumeo; e si noti che la giustizia di Ulisse risalta proprio dal modo in cui viene descritto il suo atteggiamento verso Eumeo, prima della partenza per la guerra: benevolo, affettuoso, paterno. E di nuovo, nel racconto di Eumeo al finto medicante, ritorna il motivo della vigilanza divina sulle azioni giuste o ingiuste degli uomini (<em>Odissea<\/em>, XIV, 109-116 versione di Guido Vitali): <em>Ospite, or dunque cibati di questa \/ che tocca ai servi carne di porchetto; \/ i verri grassi vanno in bocca ai Proci, \/ che non hanno nel cuor piet\u00e0 nessuna, \/ timor non hanno di celesti pene. \/ Ch\u00e9 non amano l&#8217;opere malvage \/ gli ei beati; e onoran solo il giusto \/ e pregiano le buone opere umane<\/em>. Ma, di nuovo: \u00e8 forse giusta l&#8217;ira di Poseidone contro Ulisse? E sar\u00e0 giusta l&#8217;ira di Giunone contro Enea? Proprio questa amara riflessione sull&#8217;ingiustizia degli dei strapper\u00e0 a Virgilio la famosa esclamazione: <em>Di tanta ira sono capaci gli d\u00e8i?<\/em> (cfr. il nostro articolo: <em>Di tanta ira son capaci i Celesti?<\/em>, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 09\/03\/14, e ripubblicato su quello dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 30\/03\/18). D&#8217;altra parte, non \u00e8 solo una questione di veder garantito, da una forza superiore, il senso della giustizia; c&#8217;\u00e8 anche un&#8217;altra questione in gioco, e cio\u00e8 che il senso della giustizia ha un significato se esiste un senso della vita. Ma se la vita non ha senso, se \u00e8 solo un inutile succedersi di generazioni, come le foglie che il vento porta via, per dirla come Glauco a Diomede nel sesto libro dell&#8217;<em>Iliade<\/em>, allora a che serve la giustizia, e cosa la differenzia dall&#8217;ingiustizia? La giustizia ha senso in un mondo sensato; ma in un mondo dominato dall&#8217;assurdo, a chi importa di lei? Anche per questa via, si torna inevitabilmente alla questione religiosa. La religione dei greci era del tutto insufficiente a garantire sia la giustizia fra gli uomini, sia il significato superiore della vita; e lo dimostra la concezione che essi avevano dell&#8217;aldil\u00e0, visto essenzialmente come una copia sbiadita dell&#8217;al di qua. Non si finir\u00e0 mai di rilevare quale immenso progresso morale abbia fatto compiere all&#8217;umanit\u00e0 l&#8217;affermazione del cristianesimo. Solo nel cristianesimo sia il presidio della giustizia, sia l&#8217;affermazione del senso della vita, trovano la piena e incrollabile realizzazione nel cuore del divino, ossia nell&#8217;Amore paterno di Dio e nel Sacrificio incondizionato, assoluto, del suo Figlio. Rispetto alla concezione angosciosa e pessimistica degli antichi, si tratta di un passo avanti gigantesco, addirittura incommensurabile. E senza dubbio \u00e8 proprio questo che infastidisce la cultura moderna: dover ammettere che, pur con tutti i rinascimenti e gl&#8217;illuminismi del mondo, solo col Vangelo di Ges\u00f9 gli uomini trovano un senso e un fondamento.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il lettore attento dell&#8217;Iliade e dell&#8217;Odissea nota una cosa che al lettore pi\u00f9 frettoloso tende a sfuggire: che in entrambi i poemi, in modo pi\u00f9 esplicito<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[92],"class_list":["post-23644","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23644","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23644"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23644\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23644"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23644"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23644"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}