{"id":23640,"date":"2022-10-17T01:01:00","date_gmt":"2022-10-17T01:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/10\/17\/ce-un-mondo-reale-li-fuori-e-si-puo-conoscerlo\/"},"modified":"2022-10-17T01:01:00","modified_gmt":"2022-10-17T01:01:00","slug":"ce-un-mondo-reale-li-fuori-e-si-puo-conoscerlo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/10\/17\/ce-un-mondo-reale-li-fuori-e-si-puo-conoscerlo\/","title":{"rendered":"C&#8217;\u00e8 un mondo reale, l\u00ec fuori? E si pu\u00f2 conoscerlo?"},"content":{"rendered":"<p>La conoscenza umana incomincia dal senso e poi elabora i concetti. <em>Nisi in intellectu quod prius non fuerit in sensu<\/em>: su ci\u00f2 erano d&#8217;accordo sia Aristotele che san Tommaso d&#8217;Aquino, e perfino Locke; solo Leibniz volle aggiungervi la postilla tipicamente moderna: <em>nisi ipse intellectus<\/em>, cio\u00e8 tranne l&#8217;intelletto stesso.<\/p>\n<p>E tuttavia sorge la domanda: conoscere <em>sensibilmente<\/em> qualcosa significa conoscere davvero quel qualcosa, o non significa piuttosto conoscere la propria idea di quella cosa, dunque una realt\u00e0 interiore, psichica e soggettiva e non gi\u00e0 esterna, ontologica e oggettiva? Per moltissimi secoli \u00e8 stata prevalente la prima scuola di pensiero: da Aristotele (ma non Platone) fino a san Tommaso d&#8217;Aquino, la maggior parte dei filosofi ha ritenuto che la conoscenza \u00e8 qualcosa di oggettivo, che permette di gettare un ponte fra l&#8217;io e le cose; e dunque un&#8217;attivit\u00e0 perfettamente compatibile con la metafisica, cio\u00e8 con l&#8217;idea che esistono le cose in s\u00e9, che non coincidono con le cose cos\u00ec come appaiono, e tuttavia non sono distinte e separate da esse, ma anzi ne formano il nucleo, l&#8217;essenza vera e propria.<\/p>\n<p>Poi \u00e8 arrivata la modernit\u00e0: sono arrivato Cartesio, Galilei, Newton e i fautori della nuova scienza meccanicista e di una visione dualista del reale; e la seconda scuola di pensiero ha preso nettamente il sopravvento. Per\u00f2 con una grossa differenza rispetto a Platone: ossia rinunciando, un po&#8217; alla volta, a qualunque speranza, e perfino a qualunque interesse, di giungere alla cosa in s\u00e9 concepita come distinta dal fenomeno: processo che \u00e8 culminato nel criticismo kantiano e nell&#8217;esplicita rinuncia alla metafisica come scienza.<\/p>\n<p>Questo snodo fondamentale del pensiero moderno, tanto gravido di conseguenze e tanto drastico e reciso da apparire come definitivo e irrecusabile, \u00e8 stato ben sintetizzato da un&#8217;illustre filosofa italiana, Sofia Vanni Rovighi (San Lazzaro di Savena, 1908-Bologna, 1990), figura di spicco del neotomismo italiano e prestigiosa docente della Cattolica di Milano dall&#8217;inizio degli anni &#8217;50 al 1978, in una pagina del suo volume <em>Introduzione allo studio di Kant<\/em> (Brescia, La Scuola Editrice, 1968, pp. 23-25), che qui riportiamo:<\/p>\n<p><em>\u00c8 nota la soluzione pi\u00f9 coerente dell&#8217;empirismo, di quella corrente cio\u00e8 che, riducendo gli oggetti sensibili a idee, non ammette un accesso extrasensibile alla realt\u00e0: la soluzione humiana. La realt\u00e0 tutta (mondo corporeo e soggetto conoscente) non \u00e8 altro che un fascio di percezioni. \u00abLa mente \u00e8 una specie di teatro, dove le diverse percezioni fanno la loro apparizione, passano e ripassano, scivolano e si mescolano con un&#8217;infinita variet\u00e0 di atteggiamenti\u00bb. Ma Hume si accorge che quel TEATRO, in cui appaiono le percezioni, intaccherebbe la purezza del suo fenomenismo e si affretta ad aggiungere: \u00abE non si fraintenda il paragone del teatro: a costituire la mente non c&#8217;\u00e8 altro che le percezioni successive&#8230;\u00bb (&quot;Trattato sull&#8217;intelligenza umana&quot;, I libro del &quot;Trattato sulla natura umana&quot;, IV, 6). Cos\u00ec la realt\u00e0 \u00e8 ridotta ad un apparire, che \u00e8 apparire di nulla e apparire a nessuno. Non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 n\u00e9 la cosa che appare, n\u00e9 il soggetto a cui appare; eppure c&#8217;\u00e8 l&#8217;apparire: contraddizione nei termini. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>La teoria, cos\u00ec universalmente diffusa nel pensiero moderno, che la conoscenza sensibile attesti soltanto la modificazione soggettiva e non la cosa in s\u00e9, nasce dunque da una esigenza della filosofia della natura [cio\u00e8 della scienza galileiana]. Dobbiamo domandarci ora se si tratti di una vera esigenza o di una pseudo-esigenza<\/em>.<\/p>\n<p><em>La grande scoperta galileiana \u00e8 questa: non si pu\u00f2 elaborare una fisica come scienza rigorosa adoperando concetti qualitativi, poich\u00e9 delle qualit\u00e0 abbiamo soltanto percezioni sensibili, ma non concetti. Era legittimo dedurne, come ne ha dedotto Galilei, che le qualit\u00e0 corporee non hanno esistenza fisica?<\/em><\/p>\n<p><em>Non sembra. Affinch\u00e9 la deduzione fosse legittima, bisognerebbe presupporre che l&#8217;intelletto umano fosse la misura della realt\u00e0, che esista solo ci\u00f2 che \u00e8 pienamente intelligibile per l&#8217;uomo. Ora questa non \u00e8 certo un&#8217;affermazione immediatamente evidente, e quindi non si pu\u00f2 assumerla come presupposto. Caso mai essa andrebbe dimostrata, e invece non la troviamo dimostrata, ma posta tacitamente a base di un processo di pensiero dal quale si svolge il soggettivismo moderno. Il quale ci appare cos\u00ec come una grande petizione di principio<\/em>.<\/p>\n<p><em>Abbiamo citato sopra Galileo come il primo che, in nome di esigenze scientifiche, ha negato la fisicit\u00e0 delle qualit\u00e0 corporee; abbiamo detto tuttavia che Galileo si limita a confinare le qualit\u00e0 nel modo animale, senza negare la loro corporeit\u00e0. Il grande teorizzatore della soggettivit\u00e0 (psichicit\u00e0) delle qualit\u00e0 \u00e8 Cartesio, ed abbiamo visto come questa sua teoria sia interamente comandata dal suo meccanicismo. Ora un rigoroso meccanicismo si \u00e8 dimostrato impensabile. Che cosa \u00e8 questo mondo corporeo ridotto a pura estensione in movimento? Le obiezioni idealistiche contro l&#8217;esistenza della materia, da quelle di Berkeley a quelle degli idealisti contemporanei (che sono in realt\u00e0 rivolte contro l&#8217;esistenza di un mondo corporeo cartesianamente inteso) ne mettono bene in rilievo l&#8217;impensabilit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Inoltre, come si spiega la possibilit\u00e0 di un rapporto fra lo spirito (sede di tutto ci\u00f2 che \u00e8 qualitativo, secondo la concezione cartesiana) e l&#8217;estensione pura? Eppure il rapporto c&#8217;\u00e8; c&#8217;\u00e8 nell&#8217;uomo, questa pietra di inciampo di ogni concezione meccanicistica. Si sa che il rapporto tra anima e corpo si rivel\u00f2 inspiegabile nella concezione cartesiana della realt\u00e0, e le soluzioni inverosimili di questo problema, da quella cartesiana della ghiandola pineale a quella occasionalistica del Malebranche a quella leibniziana dell&#8217;armonia prestabilita, si succedettero l&#8217;una all&#8217;altra.<\/em><\/p>\n<p>Innanzitutto, vogliamo esprimere la nostra riconoscenza per un pensiero cos\u00ec chiaro, obiettivo, misurato, quale raramente si trova nei docenti universitari, e che senza dubbio ha acceso la fiamma della passione filosofica in chiss\u00e0 quanti giovani, mostrando loro, con la pacatezza e la tranquillit\u00e0 che sono proprie dell&#8217;universo mentale tomista, che la ragione naturale pu\u00f2 fare molta strada, a patto che non cada nel peccato d&#8217;orgoglio e non indulga ad assolutizzazioni arbitrarie delle proprie ipotesi non ancora adeguatamente verificate.<\/p>\n<p>Notiamo poi che l&#8217;idea galileiana che le qualit\u00e0 corporee non hanno esistenza fisica \u00e8 all&#8217;origine della teoria moderna, e a nostro giudizio dell&#8217;errore moderno, di identificare le cose con le idee. Quando lo studente apprende che per Locke, Berkeley e Hume le &quot;idee&quot; sono, in buona sostanza, le sensazioni soggettive generate dalle percezioni sensibili, sulle prime rimane stupito e ha bisogno di compiere un certo sforzo psicologico per familiarizzarsi con una tale prospettiva, che gli riesce affatto nuova perch\u00e9, nel sentire e nel parlare comune, le cose sono appunto cose e le idee sono idee. Certo rimarrebbe meno stupito, e dovrebbe compiere uno sforzo concettuale assai minore, se il professore gli facesse notare, come ha fatto qui Sofia Vanni Rovighi, che non si tratta di una stranezza tutta britannica, ma che il germe di essa \u00e8 squisitamente italiano, poich\u00e9 appartiene alla teoria galileiana della conoscenza.<\/p>\n<p>Veniamo a Galilei.<\/p>\n<p>Mente antifilosofica quanto altre mai, egli sostiene la sua visione scientifica con argomenti filosofici, sia nel <em>Saggiatore<\/em> che nel <em>Dialogo<\/em>, salvo poi giustificare le sue idee filosofiche (e teologiche, come quando afferma di sapere come &quot;funziona&quot; la mente di Dio!) con ragioni scientifiche), per una necessit\u00e0 scientifica &#8212; l&#8217;impossibilit\u00e0 di descrivere i corpi fisici in termini qualitativi &#8212; non esita a trarre una conclusione filosofica assai maggiore della premessa: cio\u00e8 che le qualit\u00e0 dei corpi non hanno consistenza fisica. Era logico che gli empiristi portassero questo punto di vista fino alle estreme conseguenze: non tanto Locke, che esita di fronte a ci\u00f2 e introduce la fittizia distinzione fra qualit\u00e0 primarie, che sono nei corpi, e qualit\u00e0 secondarie, che sono nella mente, quanto Berkeley e pi\u00f9 ancora Hume, i quali arrivano a ridurre le cose a semplici percezioni: <em>esse est percipi<\/em> (sebbene, come osserva Sofia Vanni Rovighi, si tratti dell&#8217;essere delle idee e non dell&#8217;essere in s\u00e9). Galilei ha fornito loro l&#8217;esca e il paravento, per cos\u00ec dire, scientifico; anche se il maggior responsabile del soggettivismo radicale \u00e8 stato Cartesio.<\/p>\n<p>Come osserva la nostra Autrice parlando di Galilei e della sua negazione della realt\u00e0 fisica delle qualit\u00e0 corporee, <em>affinch\u00e9 la deduzione fosse legittima, bisognerebbe presupporre che l&#8217;intelletto umano fosse la misura della realt\u00e0, che esista solo ci\u00f2 che \u00e8 pienamente intelligibile per l&#8217;uomo<\/em>. Ma presupporre che l&#8217;intelletto umano sia la misura della realt\u00e0 non pu\u00f2 essere dato per scontato, come fa Galilei: bisogna almeno provare a dimostrarlo. Solo cos\u00ec si spiega l&#8217;infelice affermazione nel <em>Dialogo sopra i due massimi sistemi<\/em>, che la mente umana, quando si tratta di un sapere <em>intensive<\/em>, pu\u00f2 conoscere alcune verit\u00e0 &#8212; quelle matematiche &#8212; con lo stesso grado di certezza di Dio stesso: il che presuppone non solo che la mente umana sia la misura di tutto, ma anche che la mente di Duo sia simile a una mente umana, con la sola differenza che ha un pi\u00f9 grande bagaglio di conoscenze <em>extensive<\/em>, cio\u00e8 quantitativo. Ove si misura la pochezza, per non dire l&#8217;inconsistenza, della mente filosofica di Galilei.<\/p>\n<p>Hume fa il passo definitivo, e irreparabile, davanti al quale lui stesso ha un fremito di raccapriccio, e torna sui suoi passi: non ci sono corpi, non c&#8217;\u00e8 la mente, c&#8217;\u00e8 solo un fascio di percezioni. Di che cosa? E chi \u00e8 il soggetto percipiente? Non si sa; anzi, meglio: nessuno. Non c&#8217;\u00e8 che un teatro, che poi non \u00e8 nemmeno un vero teatro, ma solo una impropria similitudine: in realt\u00e0, n\u00e9 attori n\u00e9 pubblico. Un teatro vuoto, completamente vuoto. Senza saperlo, egli ha sfiorato una concezione molto simile, ma del tutto estranea alla filosofia occidentale, quella del buddismo Theravada: non c&#8217;\u00e8 un io e non ci sono neppure le cose, ma soltanto un complesso di operazioni mentali sempre mutevoli. Ci sono le operazioni mentali, ma senza una mente che le pensa. Possibile? Perfino Hume arriva a dubitarne; e ripiega in buon ordine, criticando &#8212; ma solo a parole &#8211; gli scettici radicali, i quali mettono in dubbio ogni cosa, ma non si vede quel che si propongano, a cosa vogliano arrivare. In realt\u00e0, \u00e8 molto soddisfatto del suo lavoro: la distruzione di ogni certezza; il piacere di distruggere fine a se stesso.<\/p>\n<p>Poi arriva Kant, al quale piace indossare gli abiti del generoso pompiere, il quale vuole spegnere l&#8217;incendio innanzi che divori tutto. E lo spegne facendo piazza pulita di tutto ci\u00f2 che potrebbe fungere da esca: trascina la ragione davanti al tribunale (il suo), smantella la metafisica, dichiara inconoscibile la cosa in s\u00e9; e con ci\u00f2 pensa di aver recato il pi\u00f9 grande servizio possibile alla ragione stessa. Tutto, per\u00f2, era partito da Cartesio (e per certi aspetti prima ancora, da Guglielmo di Ockham): \u00e8 stato Cartesio a introdurre il soggettivismo radicale, dal quale la filosofia occidentale, a ben guardare, non \u00e8 mai pi\u00f9 uscita. Il mondo esiste finch\u00e9 io lo penso: e se smetto di pensarlo? A sua volta, il soggettivismo cartesiano \u00e8 stato originato da una necessit\u00e0 interna, cio\u00e8 da una debolezza, del suo sistema di pensiero: il meccanicismo, frutto a sua volta del dualismo di <em>res cogitans<\/em> e <em>res extensa<\/em>. Se il mondo della materia soggiace esclusivamente a leggi meccaniche, noi, che siamo invece spirito, come possiamo conoscerlo? A rigore, dovremmo ammettere la nostra inadeguatezza e rinunciare a qualsiasi giudizio che esuli dalla nostra mente. D&#8217;altra parte, privata di qualunque legame con le cose, alla mente cosa resterebbe da pensare? Pensare se stessa: come il Demiurgo aristotelico. Per\u00f2 l&#8217;uomo non \u00e8 Dio, e la mente umana non \u00e8 paragonabile alla mente divina (di nuovo, e sempre, l&#8217;arrogante e ingiustificata pretesa galileiana di sapere come pensa Dio). Sia come sia, il dualismo di Cartesio presuppone il meccanicismo, e il meccanicismo sfocia necessariamente nel soggettivismo. Tutto il pensiero moderno, che ignora la metafisica e si vanta d&#8217;aver fatto un immenso progresso rispetto alla <em>philosophia perennis<\/em>, rimane imprigionato in questo <em>cul-de-sac<\/em> e non sa venirne fuori. Perci\u00f2 allenta sempre di pi\u00f9 la sua presa sul mondo, sulle cose reali, e si concentra sempre pi\u00f9 sugli aspetti logici del discorso, sulla coerenza delle proposizioni formali.<\/p>\n<p>Resta per\u00f2, intatto, lo scoglio davanti a cui \u00e8 naufragata la pretesa cartesiana di giungere ad una conoscenza reale del mondo: il divario incolmabile fra quest&#8217;ultimo e la mente, la loro irriducibile differenza ontologica. <em>Come si spiega la possibilit\u00e0 di un rapporto fra lo spirito (sede di tutto ci\u00f2 che \u00e8 qualitativo, secondo la concezione cartesiana) e l&#8217;estensione pura?<\/em>, si chiede Sofia Vanni Rovighi. Date le premesse di Cartesio, non c&#8217;\u00e8 alcuna spiegazione: e non resta che andare a caccia di farfalle, come la famosa e inafferrabile ghiandola pineale, l&#8217;equivalente moderno e pseudo-scientifico dell&#8217;araba Fenice: <em>che vi sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa<\/em>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La conoscenza umana incomincia dal senso e poi elabora i concetti. 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