{"id":23584,"date":"2007-07-16T10:22:00","date_gmt":"2007-07-16T10:22:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/07\/16\/severino-boezio-tra-consolazione-della-filosofia\/"},"modified":"2007-07-16T10:22:00","modified_gmt":"2007-07-16T10:22:00","slug":"severino-boezio-tra-consolazione-della-filosofia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/07\/16\/severino-boezio-tra-consolazione-della-filosofia\/","title":{"rendered":"Severino Boezio tra consolazione della filosofia"},"content":{"rendered":"<p>Quando scrive il <em>De consolatione philosophiae,<\/em> Anicio Manlio Torquato Severino Boezio, che assomma nel suo nome le pi\u00f9 antiche e prestigiose <em>gentes<\/em> dell&#8217;aristocrazia senatoria, sa bene di avere i giorni contati. \u00c8 rinchiuso, dall&#8217;inizio del 525 (secondo gli studi pi\u00f9 recenti; la data tradizionale \u00e8 invece il 524), nel carcere di Pavia, sotto la triplice, gravissima accusa di aver intralciato l&#8217;opera della giustizia nei confronti del senatore Albino; di aver complottato per il ritorno dell&#8217;Italia sotto la sovranit\u00e0 di Costantinopoli; di aver aspirato illegalmente a un&#8217;alta carica pubblica, macchiandosi di <em>sacrilegium<\/em>; poi, perch\u00e9 gli accusatori capeggiati da Cipriano, esponenti del partito filo-goti, non trascurassero nulla per ottenere la sua condanna, alle accuse &quot;politiche&quot; \u00e8 stata aggiunta anche quella di magia e stregoneria. Boezio \u00e8 caduto dai vertici del potere alla condizione di detenuto in attesa della sentenza capitale in un tempo rapidissimo. Console <em>sine collega<\/em> nel 510; consoli i suoi due giovani figli nel 522; <em>magister officiorum<\/em> lui stesso nel 522-23 (praticamente capo dell&#8217;amministrazione di corte), allo scadere di quest&#8217;ultima carica, in agosto, viene accusato e trasferito nel carcere di Pavia. Si appella a Teoderico, in altri tempo suo grande estimatore, anche per la vastissima cultura e il prestigio conseguito con la traduzione di molte opere filosofiche greche, ma \u00e8 inutile. Il re delega il giudizio a carico di Boezio al Senato romano, ed esso, intimidito o corrotto dalle male arti di Guadenzio, Basilio e Opilione, sulla base di lettere falsificate pronuncia la sentenza di morte, che viene eseguita, probabilmente, nella primavera del 526. Scrive l&#8217;Anonimo Valesiano: <em>\u00abGli legarono attorno alla fronte un capestro e glielo strinsero a lungo, fino a fargli scoppiare gli occhi; poi, dopo averlo torturato, lo finirono a colpi di bastone\u00bb.<\/em> Le sue spoglie verranno traslate nel 725 nella basilica di San Pietro in Cielo d&#8217;Oro, per volont\u00e0 del re longobardo Liutprando, lo stesso che vi far\u00e0 inumare anche le spoglie di S. Agostino.<\/p>\n<p>Durante la prigionia, che forse, almeno all&#8217;inizio, ha carattere pi\u00f9 simile a degli arresti domiciliari, vista la possibilit\u00e0 di consultare libri necessari al suo ultimo lavoro, Boezio scrive &#8211; o d\u00e0 la versione definitiva &#8211; dell&#8217;opera che lo avrebbe reso famoso per tutto il Medioevo, pi\u00f9 di tutte le traduzioni da Platone e Aristotele, i trattati teologici, gli studi scientifici (tra i quali la costruzione dei primi orologi ad acqua) e la stessa carriera politica, svolta all&#8217;insegna di un progetto di pacificazione, se non proprio di integrazione, fra l&#8217;elemento latino e quello gotico: il <em>De consolatione philosophiae.<\/em> Dante Alighieri gli assegner\u00e0 un posto eminente fra gli spiriti beati del Paradiso (X, 121-129) e, in genere, la cultura italiana ha visto in lui la vittima pi\u00f9 illustre di una generosa utopia, quella di una attiva e proficua collaborazione tra la forza militare dei Goti e la grande tradizione giuridica dei Romani (accanto alla stessa regina Amalasunta, figlia di Teoderico, che verr\u00e0 strangolata nel 525 per motivi sostanzialmente analoghi). La tradizione cattolica ne ha fatto un santo, mentre ha pronunciato una vera e propria <em>damnatio memoriae<\/em> di Teoderico, che puyre aveva governato con saggezza e moderazione per quasi tutta la durata del suo regno; ma, come scrive perfino Ferdinand Gregorovius, uno storico tedesco non certo immune dallo spirito nazionalistico, <em>\u00abuna vittima come Boezio costituisce un accusatore troppo importante perch\u00e9 una fosca luce non ricada su colui che ne volle o ne permise l&#8217;esecuzione\u00bb<\/em>; Giosu\u00e9 Carducci, in una famosa poesia, immagina il castigo divino che si abbatte sul re barbaro sotto forma di un pauroso cavallo nero che trascina il suo cavaliere dritto nella bocca del vulcano Stromboli. La verit\u00e0 \u00e8 che la congiuntura politica internazionale, dopo l&#8217;elezione di papa Giovanni I, era difficilissima per il fragile equilibrio creato da Teoderico e dai suoi ministri e consiglieri latini: il nuovo pontefice apparteneva alla fazione filo-imperiale del Senato, e Giustino, l&#8217;imperatore d&#8217;Oriente, non aspettava che l&#8217;occasione per rompere i rapporti con la corte ostrogota, ariana e, in un certo senso, usurpatrice delle prerogative imperiali sull&#8217;Italia. Forse, un lungo periodo di pace e tranquillit\u00e0 all&#8217;esterno avrebbe consentito alla politica conciliante di uomini come Simmaco, Boezio e Cassiodoro di dare i suoi frutti; forse, se gli Ostrogoti &#8211; poco numerosi e perci\u00f2 tanto pi\u00f9 sospettosi di ogni cosa che potesse apparire come una minaccia verso di loro &#8211; avessero avuto il tempo per assorbire adeguatamente l&#8217;influsso culturale romane (cosa per cui esistevano le premesse, mentre non vi sarebbero state per gli oltre due secoli del dominio longobardo), le cose avrebbero potuto andare diversamente. Tuttavia la storia, \u00e8 una verit\u00e0 banale ma talvolta trascurata, non si pu\u00f2 fare con i <em>se<\/em>; la stessa aristocrazia senatoria, attaccata ai suoi anacronistici privilegi, non credette fino in fondo alla politica di conciliazione con i Goti e diede esca, in qualche misura, ai sospetti della corte gotica, contribuendo all&#8217;acuirsi della tensione che sarebbe sfociata nel processo e nella condanna a morte di Boezio, del suocero di lui Simmaco (ne aveva spostata la figlia Rusticiana), di quel senatore Albino che, accusato per primo di aver spedito lettere alla corte di Costantinopoli per incoraggiare un ritorno dei Bizantini in Italia, aveva dato il via al meccanismo che avrebbe travolto il filosofo, poich\u00e9 quest&#8217;ultimo ne aveva preso audacemente le difese affermando che <em>\u00abse Albino \u00e8 colpevole di aver desiderato la restaurazione dell&#8217;Impero Romano, allora tutto il Senato condivide con lui la medesima colpa; ma se \u00e8 innocente, tutto il Senato lo \u00e8 altrettanto\u00bb.<\/em> Parole coraggiose, certo, ma politicamente e &#8211; diremmo &#8211; psicologicamente imprudenti: infatti il Senato, spaventato, si era tirato indietro, lasciandolo solo davanti agli accusatori di Albino, che avevano esteso a lui la stessa accusa di alto tradimento. Boezio aveva sopravvalutato il coraggio dei suoi colleghi e, come un eroe virgiliano spintosi troppo avanti incontro al pericolo, era caduto vittima della propria intrepidezza.<\/p>\n<p>La cosa pi\u00f9 curiosa \u00e8 che la tradizione cattolica non ha mai puntato sulla produzione teologica el Nostro, che pure \u00e8 ampia e interessante, per trasfigurarne la figura in quella di un santo e di un martire della fede cattolica, di fronte alla violenza persecutoria dei Goti ariani. N\u00e9 il <em>De Trinitate,<\/em> n\u00e9 l&#8217;<em>Utrum Pater et Filius et Spiritus Sanctus de divinitate substantialiter praedicentur<\/em>, n\u00e9 il <em>Quomodo substantiae in eo quod sint, bonae sint<\/em>, n\u00e9, infine, il <em>De fide catholica<\/em> gli hanno dato la fama, n\u00e9 sono mai usciti da una ristretta cerchia di lettori specialisti. Quasi tutta la celebrit\u00e0 del suo nome \u00e8 racchiusa in quel trattato composto in una cella del carcere di Pavia, in attesa della morte: trattato in cui, invero stranamente, Boezio non dice una parola della propria fede cristiana, anzi non nomina mai la religione cristiana: circostanza che ha fatto sorgere dubbi e perplessit\u00e0 nei critici moderno, fino al punto che alcuni ne hanno messo in dubbio l&#8217;appartenenza al cristianesimo. Un Boezio pagano, allora, ultimo esponente della gloriosa tradizione pagana e neoplatonica, scambiato per una serie di circostanze fortuite in un campione e in un martire della religione di Cristo? Placatasi gradualmente la polemica, e riconosciuta ormai generalmente la paternit\u00e0 boeziana di tutti gli scritti teologici sopra ricordati, oggi sono ben pochi coloro che negano o che seriamente revocano in forse la sua fede cristiana; quanto al fatto dell&#8217;assenza di argomentazioni propriamente cristiane e, comunque, religiose, nella <em>Consolatio,<\/em> la spiegazione migliore \u00e8 che in questo estremo atto di omaggio alla filosofia classica Boezio, &quot;l&#8217;ultimo dei Romani&quot;, ha voluto celebrare la forza della ragione e del pensiero quale suprema via di giustificazione di fronte alla morte. E questo ha fatto non perch\u00e9 gli argomenti religiosi gli sarebbero apparsi meno validi o meno efficaci, ma per mostrare che si pu\u00f2 pervenire alla redenzione della vita umana davanti all&#8217;arbitrio dell&#8217;ingiustizia e della violenza anche solo con la forza lucida e pacata del ragionamento, senza che ci\u00f2 escluda affatto &#8211; costituendone, semmai, la premessa e la base &#8211; l&#8217;esistenza di un altro ordine di cose e di un altro piano di realt\u00e0, ossia la fede, capace di dare all&#8217;uomo il conforto pi\u00f9 grande e la speranza pi\u00f9 viva nei confronti del destino ultimo dell&#8217;anima.<\/p>\n<p>A questo proposito, ci sembra quanto mai opportuno riportare un passo della illustre medievalista Christine Mohrmann, grande studiosa di Boezio e di S. Agostino, tratto dall&#8217;edizione della <em>Consolatio<\/em> da lei curata (Milano,Rizzoli, 1976, 1981, ecc., traduzione di Ovidio Dallera),.<\/p>\n<p><em>&quot;Rimane da provare quale sia stata la ragione per cui Boezio ha volutamente escluso da quest&#8217;opera, che sembra concepita come suo testamento spirituale, tutti gli elementi cristiani. Pu\u00f2 darsi che questa formula &#8216;testamento spirituale&#8217; non sia esatta e che si debba piuttosto parlare di un testamento filosofico. Comunque mi pare impossibile dare alla questione suddetta una risposta sicura e definitiva. Chi saprebbe ricostruire i motivi pi\u00f9 intimi che hanno guidato gli atti di un uomo messo di fronte alla morte? Si rimarr\u00e0 dunque nel campo delle ipotesi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questo mi pare evidente: Boezio era in primo luogo filosofo, per vocazione e per predilezione. Se si esaminano le sue opere, frutto di una vita breve, si pu\u00f2 concludere che l&#8217;esistenza di quest&#8217;uomo \u00e8 stata piena &#8211; nonostante i suoi incarichi politici e amministrativi &#8211; di ci\u00f2 che si era proposto come impegno e ideale: rendere accessibile ai suoi compatrioti, in latino ,l&#8217;eredit\u00e0 dei grandi filosofi greci, e in primo luogo di Platone e di Aristotele. Trovandosi in prigione, accusato di &#8216;crimini&#8217; considerati gravi, Boezio si rese conto senza dubbio che non gli sarebbe stato pi\u00f9 possibile tradurre in atto il suo progetto ardito e immenso. Nello stesso tempo egli si domand\u00f2 certamente quale fosse il valore di questa filosofia, alla quale aveva votato la sua vita. Nulla impedisce di supporre che nella malattia di Boezio si nasconda un fatto autobiografico: una specie di depressione che lo porta a dubitare di ci\u00f2 che ha riempito la sua vita di filosofo. Sforzandosi di mostrare nella<\/em> Consolatio <em>quale sia il vero valore della filosofia nella vita umana, anche nelle situazioni pi\u00f9 tragiche; volendo, nello stesso tempo, dare una compiuta sintesi di ci\u00f2 che non poteva analizzare ed esporre nei particolari, Boezio considera suo dovere giustificarsi di fronte a se stesso e nello stesso tempo pagare il debito che credeva di avere nei confronti dei suoi contemporanei e particolarmente dei suoi lettori.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Se si considera cos\u00ec la<\/em> Consolatio <em>nel quadro della vita di questo filosofo assetato di saggezza umana, si comprende che egli ha voluto &#8211; ha dovuto &#8211; distinguere tra ragione umana e dottrina della fede. Con un eroismo tragico ha difeso, di fronte alla morte, i valori ai quali aveva votato la sua vita.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Dal punto di vista strutturale, il <em>De consolatione philosphiae<\/em> \u00e8 ripartito in cinque libri, misti di prosa e versi, sul modello letterario di Menippo e di Varrone. La Filosofia stessa, sotto le vesti allegoriche di una nobile donna, si presenta al prigioniero e gli offre la consolazione, dimostrandogli che le avversit\u00e0 della fortuna non possono distruggere la vera felicit\u00e0 dell&#8217;uomo, la quale risiede in un bene che niente e nessuno potrebbero strappargli: la certezza che il mondo \u00e8 governato da una provvidenza universale &#8211; tema tipicamente neoplatonico, oltre che tipicamente cristiano &#8211; la quale, peraltro, non annienta n\u00e9 sminuisce la libera facolt\u00e0 dell&#8217;essere umano di scegliere il bene oppure il male.<\/p>\n<p>Osserva giustamente il latinista Italo Mariotti (<em>Storia e testi della letteratura latina,<\/em> vol. 5, <em>L&#8217;et\u00e0 cristiana,<\/em> Bologna, Zanichelli ed.,1976, p. 248), che<\/p>\n<p><em>&quot;Tecnicamente il titolo di<\/em> Consolatio <em>\u00e8 improprio: a differenza di quanto avviene nelle<\/em> consolationes <em>classiche (si ricordino quelle di Seneca) qui l&#8217;autore non consola una seconda persona di qualche sciagura ad essa capitata, bens\u00ec si rivolge a se medesimo, mediante la rappresentazione allegorica della<\/em> Philosophia<em>).&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>LIBRO PRIMO<\/em><\/p>\n<p>Una breve introduzione in versi descrive l&#8217;angoscia di chi, avanti negli anni e provato dalle avversit\u00e0, inutilmente desidera la morte liberatrice, ed \u00e8 amareggiato dal ricordo straziante delle passate fortune, tante volte lodate e ammirate dagli amici. In realt\u00e0, Boezio non pu\u00f2 certo definirsi stesso un vecchio: essendo nato attorno al 480, nel 525 deve avere circa quarantacinque anni; la sua \u00e8, dunque, una senilit\u00e0 psicologica (un po&#8217; come nell&#8217;omonimo romanzo sveviano), dovuta alla prostrazione per il rapidissimo e traumatico mutamento di fortuna, e forse deliberatamente accentuata a scopo letterario.<\/p>\n<p>Ed ecco, nel silenzio (forse notturno) &#8211; incomincia la parte in prosa del libro &#8211; all&#8217;Autore compare una donna di aspetto nobile e venerando, venuta per consolarlo nella presente afflizione.<\/p>\n<p><em>&quot;Mentre io nel silenzio andavo rimuginando tra me e me queste riflessioni, e annotavo, scrivendo, il mio lacrimevole lamento, mi sembr\u00f2 che sopra il mio capo fosse apparsa una donna di aspetto venerando ,dagli occhi sfolgoranti e penetranti oltre la comune capacit\u00e0 degli uomini. Il suo colorito era vivo e integro il suo vigore, bench\u00e9 ella fosse tanto carica d&#8217;anni da non potersi credere in alcun modo appartenente al tempo nostro. La sua statura era di ambigua valutazione. Ora infatti si manteneva nei limiti della normale statura degli uomini, ora invece sembrava toccare il cielo con la sommit\u00e0 del capo. E quando levava la testa, penetrava nel cielo stesso, rendendo vano lo sguardo di chi tentava di seguirla con gli occhi. Le sue vesti erano intessute con fine sensi artistico, di fili sottilissimi d&#8217;una materia incorruttibile: come venni poi a sapere dalle sue parole, le aveva confezionate lei stessa con le sue mani; la loro bellezza ,come accade per le pitture offuscate dal tempo, era velata da quella indefinibile patina che \u00e8 propria delle cose antiche e trascurate. Nel lembo inferiore del vestito si poteva leggere, ricamata una \u041f greca, in quello superiore ,invece, una \u0398 e tra le due lettere apparivano disegnati in figura di scala alcuni gradini per mezzo dei quali era possibile risalire dalla lettera inferiore a quella superiore. La stessa vste appariva tuttavia lacerata da mani violente, che ne avevano portato via quanti brandelli avevano potuto. La donna reggeva nella mano destra dei libri, nella sinistra uno scettro.&quot;<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 appena il caso di notare che la \u03a0 \u00e8 la lettera iniziale della parola \u03a0\u03c1\u03b1\u03b6\u03b9\u03c2, indicante l&#8217;attivit\u00e0 pratica del pensiero, mentre la lettera \u0398 \u00e8 l&#8217;iniziale di \u0398\u03b5\u03ce\u03c1\u03b7\u03c3\u03b9\u03c2, che designa l&#8217;attivit\u00e0 teoretica o speculativa; che i gradini che vanno dalla prima alla seconda simboleggiano la giusta direzione del percorso filosofico, dal sapere pratico a quello teoretico; e che la veste fatta a brandelli sta a indicare le differenti scuole filosofiche le quali si sono appropriate, distorcendola, di una parte dell&#8217;unica verit\u00e0 &#8211; la <em>philosophia perennis<\/em> -, ciascuna portandosene via un frammento che ha scambiato per il sapere nella sua interezza originaria.<\/p>\n<p>Quando la Filosofia scorge il cerchio delle Muse attorno all&#8217;Autore, le scaccia brutalmente chiamandole &quot;sgualdrinelle&quot; (<em>meretriculae<\/em>) e Sirene tentatrici, accusandole di alimentare le sofferenze di lui con le loro ingannevoli blandizie e il loro canto ammaliante, ma sottilmente rovinoso. Esse abbandonano la casa in silenzio, rosse in viso per la vergogna, e la Filosofia si accosto all&#8217;infermo e gli si rivolge con tono di commossa partecipazione. Segue una seconda poesia nella quale ella lamenta che un uomo di tale valore, uno scienziato, un sapiente, giaccia ora prostrato dalla sofferenza in un simile stato di inerzia.<\/p>\n<p><em>&quot;Costui, solito un tempo a percorrere, libero,<\/em><\/p>\n<p><em>le eteree vie del cielo aperto,<\/em><\/p>\n<p><em>poteva fissare lo splendore del roseo sole<\/em><\/p>\n<p><em>e osservare l&#8217;astro della gelida luna,<\/em><\/p>\n<p><em>e ogni stella che piegandosi su orbite diverse<\/em><\/p>\n<p><em>traccia incerti ritorni,<\/em><\/p>\n<p><em>egli, vincitore ,la fissava nei suoi calcoli.(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>or egli giace, svuotato di luce interiore<\/em><\/p>\n<p><em>e con le spalle gravate di pesanti catene,<\/em><\/p>\n<p><em>mentre, tenendo chino per il peso il volto,<\/em><\/p>\n<p><em>deve, ahim\u00e9, fissare la stolida terra.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Dopo aver sciolto questo lamento, la Filosofia (con un discorso in prosa) sgrida severamente Boezio per il suo lasciarsi andare, con una energica fierezza di cui, crediamo, si sar\u00e0 ricordato Dante nell&#8217;episodio del suo incontro con Beatrice nel Paradiso Terrestre. La vergogna o lo stupore sono la causa del turbamento cos\u00ec palese di lui, davanti ai suoi rimproveri?, chiede la Filosofia. Poi gli asciuga gli occhi bagnati di lacrime, e riprende a parlare (in versi). Il giorno vittorioso, coi raggi di Febo, ritorna dopo la lunga e buia notte: cos\u00ec risorge sempre la speranza nel cuore degli uomini. Quindi (in prosa) ella gli svela la sua identit\u00e0; al che egli le chiede come mai sia discesa dalle sue celesti dimore per soccorrere un mistero mortale. Ma lei risponde che non poteva certo abbandonare un suo discepolo; e gli spiega come Stoici, Epicurei e molti altri si siano affannati per strapparle ciascuno un brandello della sua veste, riducendolo in quello stato compassionevole. Quindi gli ricorda le sofferenze e, talvolta, la morte che tanti suoi seguaci hanno affrontato per amor suo: Anassagora, Socrate, Zenone, Seneca e molti altri. N\u00e9 Boezio deve adesso meravigliarsi del destino che l&#8217;ha colpito, poich\u00e9 gli uomini sono sballottati nel mare della vita in bal\u00eca delle tempeste, se essi hanno per scopo della loro vita quello di dispiacere ai perversi. Ma il vero filosofo non dovrebbe mai lasciarsi abbattere dai colpi della sorte e dalle mali arti dei perversi; indi scioglie il canto in una nuova poesia.<\/p>\n<p><em>&quot;Chiunque sereno per una vita ben regolata<\/em><\/p>\n<p><em>schiaccia sotto i piedi il fato superbo<\/em><\/p>\n<p><em>e guardando in faccia la buona e la mala sorte<\/em><\/p>\n<p><em>sa mantenere impassibile il volto,<\/em><\/p>\n<p><em>costui non smuoveranno n\u00e9 la rabbia del mare minaccioso,<\/em><\/p>\n<p><em>che fino al fondo agita l&#8217;onda sconvolta,<\/em><\/p>\n<p><em>n\u00e9 l&#8217;instabile Vesuvio allor che dai crateri squarciati<\/em><\/p>\n<p><em>sprigiona lingue di fuoco misto a fumo,<\/em><\/p>\n<p><em>n\u00e9 il guizzo dell&#8217;ardente folgore<\/em><\/p>\n<p><em>usa a colpire le alte torri.<\/em><\/p>\n<p><em>Perch\u00e9 tanto timoroso rispetto provano i misteri<\/em><\/p>\n<p><em>Verso i feroci tiranni che a vuoto infuriano?<\/em><\/p>\n<p><em>Non attenderti nulla, non temer nulla:<\/em><\/p>\n<p><em>cos\u00ec disarmerai la loro furia impotente.<\/em><\/p>\n<p><em>Chiunque invece trepidante teme o brama,<\/em><\/p>\n<p><em>poich\u00e9 non ha sicura padronanza di s\u00e9,<\/em><\/p>\n<p><em>\u00e8 lui stesso che getta lo scudo e, cedendo terreno,<\/em><\/p>\n<p><em>annoda le catene da cui sar\u00e0 trascinato.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Si noti il piacere con cui Boezio descrive i fenomeni della natura, un piacere &#8211; di direbbe &#8211; quasi lucreziano -, bench\u00e9 antilucreziana sia tutta l&#8217;impostazione della <em>Consolatio<\/em>; e che gli deriva dalla sua stessa formazione e dagli studi intensamente condotti nel campo della filosofia naturale (noi diremmo: le scienze naturali), tanto che una parte della critica tende ad attribuirgli anche la paternit\u00e0 del perduto trattato <em>De insitutione astronomica.<\/em> Per il resto, la morale del saggio qui bandita sembra essere essenzialmente di matrice stoica; non traspare per nulla, ad ogni modo, un atteggiamento di tipo propriamente cristiano, basato sulla coscienza della colpa, sulla necessit\u00e0 della Redenzione divina, sul fidente abbandono a Dio che legge nei cuori e ricompensa (o castiga) secondo i meriti che spesso gli uomini non sono in gradi di vedere e giudicare.<\/p>\n<p>Adesso la Filosofia invita Boezio a sfogarsi con lei delle sue pene:<em>\u00abSe ti aspetti l&#8217;aiuto del medico, occorre che tu metta a nudo la tua ferita\u00bb.<\/em> Egli allora le riepiloga le fasi salienti del procedimento istruito a suo carico, evidenziandone tutte le gravi irregolarit\u00e0 giuridiche che lo hanno caratterizzato sin dall&#8217;inizio. Senza entrare nel merito delle accuse specifiche rivoltegli, Boezio genericamente afferma di essersi attirato forti inimicizie per aver seguito la massima platonica (cfr. <em>Repubblica,<\/em> V,18) di perseguire la felicit\u00e0 degli Stati facendo in modo che a governarli siano i filosofi o che, almeno, i governanti si dedichino alla filosofia.<\/p>\n<p><em>&quot;Io, dunque ,attenendomi a questo autorevole insegnamento, mi sforzai di introdurre nella pratica della pubblica amministrazione ci\u00f2 che avevo appreso nei miei studi solitari. Tu e quel Dio che ti ha infuso nelle menti dei sapienti siete consapevoli che nient&#8217;altro mi ha indotto ad assumere cariche di governo se non il pubblico interesse di tutti i buoni. Da qui i gravi e irriducibili contrasti con i malvagi, da qui &#8211; cosa che comporta la libert\u00e0 di coscienza &#8211; il mio costante disprezzo per l&#8217;ostilit\u00e0 dei potenti, quando era in gioco la difesa del diritto.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Dopo aver ricordato alcuni dei casi giudiziari che lo videro opporsi, novello Cicerone contro Verre, alla prepotenza dei nobili goti, Boezio giunge fino a rievocare l&#8217;accusa di Cipriano contro il senatore Albino, per difendere il quale egli fu a sua volta incriminato. E il peggio \u00e8 che l&#8217;accusa \u00e8 venuta da uomini indegni, che non avrebbero avuto nemmeno il diritto, secondo la legge &#8211; magnifico questo attaccamento all&#8217;idea della legge in quello che fu veramente <em>l&#8217;ultimo dei Romani<\/em> &#8211; di rendere testimonianza contro chicchessia. Curiosa anche la circostanza che uno degli accusatori fosse proprio Opilione, quello stesso &#8211; a nostro avviso &#8211; che ha lasciato il suo nome all&#8217;antico sacello della basilica di S. Giustina in Padova; tanto male si accorda, talvolta, la statura morale di un finanziatore di edifici sacri con il significato religioso che essi rappresentano (e ci\u00f2 vale altrettanto, sempre per restare in quel di Padova, per la Cappella degli Scrovegni impreziosita dal magnifico ciclo di affreschi di Giotto).<\/p>\n<p><em>&quot;E invece per opera di quali accusatori sono stato colpito? Tra di loro un Basilio, gi\u00e0 allontanato dal servizio del re, \u00e8 stato indotto a denunciare il mio nome per l&#8217;urgenza di pagare i debiti. Un Opilione e un Gaudenzio, poi, condannati ad andare in esilio dal tribunale regio a causa delle loro innumerevoli frodi d&#8217;ogni specie: costoro, rifiutandosi d&#8217;ubbidire, si rifugiarono sotto la tutela di un luogo sacro; quando il re lo venne a sapere, decret\u00f2 che se entro la data stabilita non avessero abbandonato Ravenna, ne fossero cacciati con la fronte segnata da un marchio d&#8217;infamia. A una decisione cos\u00ec severa si potrebbe forse aggiungere alcunch\u00e9? Eppure ,proprio quel giorno, quegli stessi due denunciarono me, e la loro denuncia contro la mia persona fu accolta. Che dunque? Era la mia condotta a meritare questo trattamento, oppure il fatto di essere gi\u00e0 stati condannati aveva reso ai miei accusatori la loro innocenza? Cos\u00ec dunque la sorte non si vergogn\u00f2, non dico per l&#8217;accusa contro l&#8217;innocenza, ma almeno per la bassezza degli accusatori!<\/em><\/p>\n<p>Segue un passo di estremo interesse, dal punto di vista storica, per chiarire le circostanze del processo che si svolse contro Boezio e quali fossero i precisi capi d&#8217;imputazione a suo carico.<\/p>\n<p><em>&quot;Ma tu vorrai conoscere la sostanza del delitto di cui sono accusato. Ecco: si dice che io ho voluto salvare il senato. Desideri conoscere il modo? L&#8217;accusa \u00e8 di aver impedito a una spia di esibire documenti con i quali voleva incriminare il senato di lesa maest\u00e0. Che ne pensi, dunque, o maestra? Respinger\u00f2 l&#8217;accusa, per non dare a te motivo di vergognarti? No,io volli ci\u00f2 e non cesser\u00f2 mai di volerlo. Confesser\u00f2 allora? Ma \u00e8 gi\u00e0 venuto meno ogni tentativo di oppormi all&#8217;accusa. O dovr\u00f2 forse chiamar delitto l&#8217;aver desiderato la salvezza dell&#8217;ordine senatorio? Esso, in realt\u00e0, con i provvedimenti che ha preso sul mio conto, \u00e8 quasi riuscito a convincermi che ci\u00f2 fosse un delitto. Ma l&#8217;ignoranza che sempre inganna se stessa non \u00e8 in grado di cambiare il valore delle cose e d&#8217;altra parte, secondo l&#8217;insegnamento di Socrate, non ritengo che sia lecito occultare la verit\u00e0 indulgere alla menzogna.(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Che senso ha poi parlare delle lettere apocrife ,per mezzo delle quali mi si accusa di aver sperato nel ritorno della libert\u00e0 romana? La loro falsit\u00e0 sarebbe emersa apertamente, se mi fosse stato permesso di avvalermi della testimonianza degli stessi delatori, cosa che ha la massima efficacia in tutti gli affari giudiziari. In quale libert\u00e0 resta infatti possibile sperare? Magari fosse davvero possibile una qualche speranza! Avrei risposto con l&#8217;espressione di Canio, che, accusato da Caio Cesare figlio di Germanico di essere complice di una congiura ordita contro di lui, rispose: \u00abSe l&#8217;avessi saputo io, non lo saresti venuto a sapere tu\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Magnanima, e perfino imprudente, \u00e8 quest&#8217;ultima affermazione di Boezio, che, del resto, aveva gi\u00e0 implicitamente paragonato Tederico a un tiranno. In sostanza, egli si dichiara innocente dell&#8217;accusa di alto tradimento, ma non perch\u00e9 il desiderio di restaurare la sovranit\u00e0 imperiale in Italia fosse sbagliato, bens\u00ec perch\u00e9 di fatto era irrealistico. Ingenuit\u00e0 o sfida aperta ai suoi persecutori? Certo \u00e8 che Boezio, quando scriveva queste righe, era ormai consapevole che il suo destino era segnato, e nulla poteva aspettarsi dalla giustizia o dalla clemenza del re.<\/p>\n<p>Qui s&#8217;interrompe la breve premessa storica, e il discorso si sposta bruscamente su di un piano esclusivamente filosofico. La questione in causa \u00e8 della massima seriet\u00e0: come si spiega l&#8217;ingiustizia che colpisce gli innocenti; come si giustifica il male presente nel mondo, se Dio \u00e8 infinitamente buono e misericordioso?<\/p>\n<p><em>&quot;Infatti, sar\u00e0 forse una caratteristica della nostra natura imperfetta il volere il male, ma \u00e8 mostruoso che, sotto lo sguardo di Dio, ogni scellerato possa mettere a segno contro l&#8217;innocente tutto ci\u00f2 che gli viene in mente. Per questo uno dei tuoi discepoli pose la questione: \u00abSe c&#8217;\u00e8 Dio, donde vengono i mali? E donde i beni, se Dio non c&#8217;\u00e8?\u00bb. Diamo pure per scontato che uomini nefandi, avidi del sangue di tutti i galantuomini e dell&#8217;intero senato, abbiano voluto anche lamia rovina, poich\u00e9 avevano visto in me un difensore dei buoni e del senato. Ma meritavo forse lo stesso trattamento da parte dei senatori?&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Boezio conclude la ricostruzione del fatto storico della sua accusa: oltre all&#8217;accusa di tradimento, lo si \u00e8 voluto imputare anche di <em>sacrilegium<\/em> per avidit\u00e0 delle cariche pubbliche. E una ulteriore sofferenza, per lui, \u00e8 che la voce pubblica<em>, \u00abin grido, come suole\u00bb<\/em> &#8211; direbbe Dante &#8211; non bada all&#8217;assoluta inverosimiglianza delle accuse, ma tende a giudicarlo colpevole, proprio per il peso schiacciante, all&#8217;apparenza, di quelle. Dunque, eco che i malvagi imperversano ancor pi\u00f9 di prima, dei buoni si nascondono, pieni di spavento: perch\u00e9 la sorte toccata a lui \u00e8 un chiaro segnale della fine di ogni diritto a tutela dei giusti.<\/p>\n<p>L&#8217;amarezza che gli provoca questo pensiero lo spinge a levare una preghiera a Dio, sotto forma di componimento poetico, esortandolo a prendere le difese degli oppressi contro gli spergiuri, e concludendola con la seguente invocazione:<\/p>\n<p><em>&quot;Oh, volgiti ormai a riguardare la misera terra,<\/em><\/p>\n<p><em>chiunque tu sia che coordini l&#8217;armonia delle cose!<\/em><\/p>\n<p><em>Parte non vile di tanta opera,<\/em><\/p>\n<p><em>noi uomini siamo sballottati nel mare della sorte.<\/em><\/p>\n<p><em>La violenza dei flutti, o reggitore, tu calma<\/em><\/p>\n<p><em>E mediante la legge con cui reggi l&#8217;immenso cielo<\/em><\/p>\n<p><em>Rinsalda stabilmente la terra.&quot;<\/em><\/p>\n<p>A questo punto la Filosofia risponde di essersi resa conto che lo stato di depressione in cui egli \u00e8 caduto \u00e8 cos\u00ec profondo, che non \u00e8 possibile provvedervi subito con una terapia troppo energica; bisogner\u00e0 cominciare con una medicina pi\u00f9 leggera. Dopo aver declamato una breve poesia in lode dell&#8217;armonia cosmica, ella instaura un rapido botta e risposta con Boezio, allo scopo di rappresentargli con maggiore chiarezza la sua situazione e per sgombrare la sua mente da errori filosofici. Per prima cosa gli chiede se crede che il mondo sia governato dall&#8217;ordine o abbandonato al disordine; lui risponde che sempre ha creduto, e crede tuttora, che una tale armonia non possa essersi prodotta casualmente., e che certo un Dio l&#8217;ha creata e l&#8217;amministra. Allora la Filosofia gli domanda se sappia con quali mezzi Iddio regge il mondo, <em>\u00abquale sia il fine delle cose e dove tenda l&#8217;anelito di tutta la natura\u00bb.<\/em> Boezio risponde che ogni cosa viene da Dio; lei, allora, gli fa notare che quello \u00e8 appunto il fine di ogni cosa creata. Indi gli domanda se egli sappia quale sia la sua propria natura; lui risponde di essere una creatura mortale e ragionevole. La Filosofia gli risponde che questa \u00e8 la causa del suo male: egli, dunque, ha dimenticato che cosa realmente sia.; e da qui dovr\u00e0 incominciare la cura dell&#8217;animo suo.<\/p>\n<p>Il libro si chiude con una bella poesia che, sempre partendo dalla gioiosa contemplazione degli spettacoli incantevoli offerti dalla natura, si trasforma in una vigorosa esortazione a riscuotersi dal torpore spirituale in cui \u00e8 caduto.<\/p>\n<p><em>Anche tu, se vuoi<\/em><\/p>\n<p><em>con chiaro sguardo<\/em><\/p>\n<p><em>vedere il vero e per retta via<\/em><\/p>\n<p><em>indirizzare il tuo cammino:<\/em><\/p>\n<p><em>scaccia i piaceri,<\/em><\/p>\n<p><em>scaccia il timore,<\/em><\/p>\n<p><em>bandisci anche la speranza<\/em><\/p>\n<p><em>e non ci sia posto per il dolore.<\/em><\/p>\n<p><em>Nebulosa \u00e8 la mente<\/em><\/p>\n<p><em>E inceppata da freni,<\/em><\/p>\n<p><em>dove regnano queste passioni.<\/em><\/p>\n<p><em>LIBRO SECONDO<\/em><\/p>\n<p>Il libro si apre con un forte discorso della Filosofia che richiama Boezio alla consapevolezza di quanto sia vano affliggersi della instabilit\u00e0 della fortuna, riponendo in essa le proprie speranze di felicit\u00e0, perch\u00e9 tale \u00e8 appunto la sua vera natura.<\/p>\n<p><em>Che cosa \u00e8, dunque, uomo, che ti ha precipitato nella afflizione e nel pianto . hai riscontrato, immagino, qualcosa di strano e di insolito. Tu ritieni che la fortuna abbia cambiato il suo atteggiamento nei tuoi confronti. Sbagli. Questa \u00e8 da sempre la sua caratteristica, la sua natura. (&#8230;) Ora hai scoperto le facce ambigue di questa cieca potenza. Lei che ancora si mostra velata agli altri, a te si \u00e8 rivelata. Se ti piace, adattati, al suo costume e non lagnartene. Se provi orrore per la sua perfidia, disprezzala e respingila, con i suoi giochi pericolosi; a cagionarti orsa tanta afflizione \u00e8 proprio colei che avrebbe dovuto essere per te fonte di serenit\u00e0. In realt\u00e0 tu sei stato abbandonato da colei dalla quale nessuno mai potr\u00e0 essere sicuro di non essere abbandonato. Stimi forse preziosa una felicit\u00e0 destinata a sparire e ti \u00e8 cara una fortuna favorevole al momento ma che non ti d\u00e0 affidamento di rimanere e che quando se ne andr\u00e0 ti getter\u00e0 nell&#8217;angoscia?&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Nessuno, per\u00f2 (come recita in una brevissima poesia) pu\u00f2 arrestare la ruota della fortuna nel suo giro: una volta che si sia piegato il collo al suo giogo, non ha senso ribellarsi ai suoi mutamenti imprevedibili.<\/p>\n<p>Segue un ipotetico discorso della Fortuna stessa, che ricorda un po&#8217; (forse non casualmente) il discorso che la Natura rivolge all&#8217;islandese nell&#8217;omonimo dialogo leopardiano delle <em>Operette morali<\/em>).<\/p>\n<p><em>&quot;Perch\u00e9 tu, uomo, mi metti sotto accusa ogni giorno con le tue lagnanze? Quale torto ti ho fatto? Quali bene veramente tuo ti ho sottratto? Citami pure davanti a qualsiasi giudice e misurati con me sul tema del possesso delle ricchezze e delle cariche e se riuscirai a dimostrare che qualcuna di queste cose appartiene in propriet\u00e0 a qualcuno dei mortali, io di buon grado ammetter\u00f2 che erano effettivamente tuoi i beni che tu rivendichi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quando la natura ti fece uscire dal seno materno, io ti ho raccolto nudo e sprovvisto di tutto, ti ho sostentato con i miei mezzi e, cosa che ora ti rende intollerante nei miei confronti, ti ho allevato, larga di favori, con una benevolenza persino eccessivo, e ti ho circondato, con splendida abbondanza, di tutti quei beni che mi appartengono. Adesso mi va di tirare indietro la mano: tu hai un obbligo di riconoscenza come chi ha usato di beni altrui, non ha il diritto di lamentarti, come se avessi perduto cose realmente tue. Perch\u00e9 dunque ti lagni? Non hai ricevuto violenza alcuna da parte mia. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ti erano forse ignote le mie consuetudini?(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Da ragazzo non hai tu imparato che sul limitare della dimora di Giove &#8216;stanno due vasi, l&#8217;uno di mali, l&#8217;altro di beni&#8217;?&quot;<\/em> (Iliade, XXIV, 527-28)<\/p>\n<p>Poi ella intona una canzone in cui stigmatizza l&#8217;insaziabile bramosia degli umani, i quali, per quanto possano essere favoriti dalla sorte, sempre si lamentano di qualcosa e sempre aspirano a qualche altro bene, a qualche altro possesso senza il quale, dicono, non possono raggiungere la felicit\u00e0.<\/p>\n<p>Boezio, allora, replica che le parole della Filosofia sono convincenti, ma che il loro effetto lenitivo, in chi soffre profondamente, dura solo finch\u00e9 esse risuonano, poi ritorna il precedente sconforto. Ella riconosce che \u00e8 cos\u00ec, tuttavia gli ricorda che egli non ha il diritto di credersi un infelice. Molto gli ha dato la vita: una bella famiglia, una moglie amorevole, due figli elevati alla dignit\u00e0 consolare, onori e ammirazione da parte del popolo. Inoltre, quanto pi\u00f9 una persona \u00e8 stata favorita dalla sorte, tantopi\u00f9 tende a diventare esigente e ad aspettarsi sempre di pi\u00f9, a lamentarsi di ogni ostacolo che incontra sulla propria via. Ma l&#8217;errore di fondo \u00e8 stato quello di aver cercato l&#8217;appagamento in qualche cosa che sta fuori delle possibilit\u00e0 umane, in quei beni e in quelle soddisfazioni che non dipendono da noi stessi, ma dal benvolere di altri o dal favore delle circostanze.<\/p>\n<p><em>&quot;Perch\u00e9 dunque, o mortali, cercate all&#8217;esterno la felicit\u00e0 che \u00e8 posta dentro di voi? Vi lasciate irretire dall&#8217;errore e dall&#8217;ignoranza.&quot;<\/em><\/p>\n<p>La suprema felicit\u00e0 non consiste nel possesso delle cose che stanno fuori di noi, ma nella padronanza assoluta di noi stessi. Ed ecco spiegato perch\u00e9, al termine del primo libro, la Filosofia aveva sentenziato che assai grave era la malattia dell&#8217;animo di Boezio: egli, infatti, aveva definito se stesso <em>un mortale.<\/em> Gli uomini, invece, non sono mortali, solo la loro parte corporea lo \u00e8, e solo su di essa pu\u00f2 tiranneggiare a suo piacere la capricciosa fortuna.<\/p>\n<p><em>&quot;E poich\u00e9 tu sei persona, come io ben so, profondamente convinta per numerosissime prove che gli spiriti umani non sono assolutamente mortali e poich\u00e9 \u00e8 evidente che la felicit\u00e0 derivante dalla fortuna ha termine con la morte del corpo, non pu\u00f2 esservi dubbio che ,qualora sia quel tipo di felicit\u00e0 a rendere gli uomini felici, tutto il genere umano alla conclusione della morte precipiti nell&#8217;infelicit\u00e0.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Quindi, un&#8217;altra poesia di sapore quasi lucreziano, che ricorda un po&#8217; l&#8217;<em>incipit<\/em> del secondo libro del <em>De rerum natura<\/em> (<em>suave, mari magno turbantibus aequora ventis, \/ e terra magnum alterius spectare laborem&#8230;<\/em>); e realmente si sarebbe portati a credere che Boezio lo avesse letto e se ne sia, magari inconsciamente, ispirato.<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) Se pur rimbombi il vento<\/em><\/p>\n<p><em>rovinosamente sconvolgendo la superficie del mare,<\/em><\/p>\n<p><em>tu, al sicuro, protetto dalla solidit\u00e0<\/em><\/p>\n<p><em>del tuo tranquillo riparo,<\/em><\/p>\n<p><em>passi sereno l&#8217;esistenza,<\/em><\/p>\n<p><em>ridendoti delle furie del cielo.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Indi la Filosofia riprende un serrato ragionamento per dimostrare che nessuno dei beni che l&#8217;uomo reputa proprio, non solo i beni materiali come il denaro, ma anche la contemplazione del meraviglioso spettacolo della natura in primavera, \u00e8 qualche cosa che gli appartenga veramente, e della cui perdita abbia, pertanto, ragione di lagnarsi. Il bisogno non si elimina mediante l&#8217;abbondanza (oh, quest&#8217;aurea massima, se fosse appena un po&#8217; meditata dai figli del &quot;benessere&quot; del terzo millennio!),perch\u00e9 <em>\u00abchi moltissimo ha, di moltissimo ha bisogno\u00bb,<\/em> e viceversa. Inoltre, mentre ogni creatura esistente in natura \u00e8 contenta di quel che ha, solo l&#8217;uomo non \u00e8 mai sazio n\u00e9 soddisfatto (un altro passaggio che potrebbe aver ispirato, crediamo, il <em>Canto notturno di un pastore errante dell&#8217;Asia<\/em> di Leopardi).<\/p>\n<p>Dopo aver recitato una poesia che esalta la morigeratezza e la frugalit\u00e0 delle et\u00e0 pi\u00f9 antiche del mondo, il mito dell&#8217;<em>aurea aetas<\/em> che non \u00e8 mai stato del tutto dimenticato, con versi che ricordano Tibullo e la <em>auri sacra fames<\/em> di Virgilio:<\/p>\n<p>&quot;<em>(&#8230;) chi fu il primo a scavare<\/em><\/p>\n<p><em>preziosi pericoli, ahim\u00e9<\/em><\/p>\n<p><em>le vene dell&#8217;oro sepolto<\/em><\/p>\n<p><em>e le gemme amanti dei nascondigli?&quot;,<\/em><\/p>\n<p>la Filosofia passa a considerare il bene supremo per un cittadino romano: il <em>cursus honorum<\/em> al servizio dello Stato. Dopo aver dimostrato che <em>\u00abnon sono le cariche a rendere apprezzabili le virt\u00f9, ma le virt\u00f9 a rendere apprezzabili le cariche&quot;<\/em>, ella erompe in quella che \u00e8 una delle pi\u00f9 potenti demistificazioni del potere in se stesso che siano mai state pronunziate nel mondo antico (e, forse, anche in quello moderno):<\/p>\n<p><em>&quot;In che consiste poi codesto potere, per coi tanto desiderabile e meraviglioso? Non siete dunque capaci di valutare ,o animali terrestri, la reale identit\u00e0 di voi stessi e di coloro sui quali vi pare di governare? Se tu ora vedessi tra i topi un qualcuno rivendicare a s\u00e9 ogni diritto e potere sopra gli altri, ,non ti sbellicheresti dalle risate?&quot;<\/em><\/p>\n<p>La conclusione \u00e8 che si deve disprezzare la fortuna, non solo per la sua natura instabile e traditrice, n\u00e9 solamente perch\u00e9 chi vi fa affidamento punta insaziabilmente a beni di fortuna, ricchezza o potere, che mai lo soddisferanno quand&#8217;anche ne accumulasse in gran copia, ma anche e soprattutto perch\u00e9 essa, essendo cieca, premia i buoni cos\u00ec come i malvagi: e non rende migliori quelli che favorisce, n\u00e9 essa \u00e8 buona in se stessa, dato che non opera alcuna distinzione morale e tende a creare sempre pi\u00f9 smodate ambizioni.<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) E alla stessa conclusione si deve giungere a proposito di tutta la sfera della fortuna: che in essa non vi sia nulla di desiderabile, nulla di autenticamente buono risulta dal fatto che la fortuna n\u00e9 si associa sempre ai buoni, n\u00e9 rende buoni coloro ai quali si associa.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Dopo aver rievocato, in una breve poesia, le atrocit\u00e0 del regime di Nerone quale esempio della ferocia del potere, Boezio che rivendica la sua purezza d&#8217;intenti nell&#8217;aver abbracciato la carriera politica, la Filosofia conviene che il desiderio di riconoscimento del proprio bene operare \u00e8 un movente degno, e tuttavia sono ben ridicoli gli uomini che cercano la gloria in un mondo in gran parte inabitabile coperto alle acque, di cui abitano solo una piccolissima parte. Poi, oltre al fattore spazio, c&#8217;\u00e8 il fattore tempo: di quanti uomini illustri del passato non s&#8217;\u00e8 persa la memoria, caduta nell&#8217;oblio dei secoli? Torna qui un tipico motivo lucreziano e, pi\u00f9 in generale, epicureo, ulteriore prova &#8211; se ve ne fosse bisogno &#8211; che il cristianesimo e il nepolatonismo sono le due fonti principali dell&#8217;ispirazione e della speculazione di Boezio, ma non certo le sole. Infine, la Filosofia fa notare che lo stimolo al bene operare non dovrebbe mai essere l&#8217;approvazione degli altri, ma il giudizio della propria coscienza. Quindi, a conclusione di questa parte, leva un canto <em>alla \u00abinsensata<\/em> <em>cura de&#8217; mortali\u00bb<\/em> (Dante), in cui risuona una malinconia che rievoca il famoso discorso di Glauco a Diomede nel VI canto dell&#8217;<em>Iliade<\/em>:<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) Una volta morti ,giacete dunque totalmente ignorati,<\/em><\/p>\n<p><em>n\u00e9 la fama vi toglie dall&#8217;oblio.<\/em><\/p>\n<p><em>E se contate di prolungare la vita<\/em><\/p>\n<p><em>Sull&#8217;onda dell&#8217;umana rinomanza,<\/em><\/p>\n<p><em>quando il passar del tempo vi sottrarr\u00e0 anche questa,<\/em><\/p>\n<p><em>vi attender\u00e0 allora una seconda morte.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ora la Filosofia afferma che \u00e8 miglior cosa, per gli uomini, conoscere l&#8217;avversa fortuna che la prospera: la prima inganna, l&#8217;altra ammaestra; e, mentre la prosperit\u00e0 trascina gli uomini a deviare dal vero bene, l&#8217;avversit\u00e0, col suo doloroso artiglio, ve li riconduce.<\/p>\n<p>Conclude il secondo libro una ottava poesia che, partendo (come gran parte della altre) da una perifrasi astronomica, rammenta che \u00e8 la forza cosmica dell&#8217;amore a tenere unite tutte le cose, compresi gli esseri umani.<\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 sempre l&#8217;amore che con santi vincoli<\/em><\/p>\n<p><em>mantiene uniti i popoli,<\/em><\/p>\n<p><em>\u00e8 lui che dai casti affetti<\/em><\/p>\n<p><em>intesse il sacro vincolo del matrimonio,<\/em><\/p>\n<p><em>lui che detta le sue leggi<\/em><\/p>\n<p><em>di fedelt\u00e0 tra gli amici,<\/em><\/p>\n<p><em>Oh, felice genere umano<\/em><\/p>\n<p><em>Se i vostri animi fossero governati<\/em><\/p>\n<p><em>Da quell&#8217;amore che governa il cielo!&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>LIBRO TERZO<\/em><\/p>\n<p>Il terzo libro \u00e8 introdotto dalla richiesta di Boezio alla Filosofia affinch\u00e9 gli somministri quei rimedi pi\u00f9 energici, che prima non lo riteneva ancora pronto a ricevere, poich\u00e9 ora si sente rinfrancato dai discorsi che ella gli ha fatti. La Filosofia, allora, gli dice che adesso, dopo avergli mostrato una serie di esempi di felicit\u00e0 illusoria, intende parlargli della felicit\u00e0 vera. Gli recita quindi una breve poesia in cui afferma che, dopo aver liberato il campo dagli sterpi, \u00e8 giunto il tempo della semina, chiara metafora dell&#8217;animo liberato dalle false certezze e perci\u00f2 predisposto a ricevere il seme della verit\u00e0. La Filosofia parte da una facile constatazione (che risale almeno a Socrate e, poi, Platone): ogni essere umano, pur nella vastissima gamma delle differenti scelte individuali, persegue il medesimo scopo nella vita: la ricerca della felicit\u00e0. Di quest&#8217;ultima viene data una definizione mirabile per concisione ed efficacia.<\/p>\n<p><em>&quot;Questo \u00e8 il bene del quale, una volta raggiunto, non se ne pu\u00f2 desiderare altro maggiore. Esso \u00e8 veramente il pi\u00f9 elevato di tutti i beni,, e tutti li racchiude in s\u00e9, ch\u00e9 se qualcosa gli mancasse, non potrebbe essere il bene supremo, poich\u00e9 resterebbe al di fuori di esso qualcos&#8217;altro che potrebbe essere desiderato. \u00c8 evidente che la felicit\u00e0 consiste quindi in uno stato di perfezione conseguente alla presenza di tutti i beni.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ci\u00f2 a cui gli uomini tendono attraverso sforzi e vie tanto diversi tra loro, costituisce dunque un bene, e questo bene \u00e8 il fine della vita. Non si pu\u00f2 tuttavia limitare il bene alla ricerca dei piaceri, come insegnava Epicuro; d&#8217;altra parte, recita in una nuova poesia, anche gli animali privi di ragione tendono al proprio fine, come l&#8217;uccellino che, chiuso in gabbia, per quanto accudito dal padrone, se vede i cari boschi lontani si strugge di malinconia e calpesta il miglio che gli \u00e8 stato porto.<\/p>\n<p>Ora Boezio \u00e8 pronto per sostenere un colloquio stringente con la sua soccorritrice. Questa gli chiede se, anche quand&#8217;era circondato da onori e ricchezze, non avesse gi\u00e0 sperimentato il senso d&#8217;insoddisfazione di chi non si sente del tutto padrone delle cose esterne, ed egli risponde di s\u00ec. Allora la Filosofia gli fa notare che la situazione si \u00e8 capovolta: <em>\u00abquelle risorse che si credeva potessero rendere autosufficienti, rendono invece bisognosi della protezione altrui\u00bb.<\/em> Dunque il possesso dei beni non elimina il bisogno, anzi lo fa crescere; e, come declama in una breve poesia, la situazione di colui che cerca la sicurezza nel possesso delle cose \u00e8 simile a quella dell&#8217;avaro che inutilmente accumula fiumi d&#8217;oro.<\/p>\n<p>N\u00e9 si pu\u00f2 dire, prosegue la filosofia, che le magistrature rendano rispettabile chi le riveste; al contrario, contribuiscono a rivelarne le cattive qualit\u00e0. Viceversa, le persone dotate di saggezza s&#8217;impongono al rispetto anche se non rivestono cariche: la virt\u00f9, infatti possiede una dignit\u00e0 sua propria. Bisogna anche tener presente che le cariche pubbliche, con l&#8217;andare del tempo, si svuotano di prestigio quando vengono a trovarsi in mezzo a persone che non le riconoscono come tali.<\/p>\n<p><em>&quot;Se dunque le cariche non possono rendere rispettabili, se per di pi\u00f9 si insozzano al contatto con i malvagi, se con il mutar dei tempi cessano di risplendere, se nella considerazione di altri popoli sono vanificate, come potrebbero avere in s\u00e9 una qualche bellezza desiderabile, e, a maggior ragione come potrebbero assicurarla ad altri?&quot;<\/em><\/p>\n<p>Dopo un&#8217;altra breve poesia sul tema del contrasto tra l&#8217;altezza della carica e la bassezza dell&#8217;animo di Nerone, la filosofia riprende il suo discorso mostrando che nessun potere \u00e8 completo e assoluto e citando l&#8217;aneddoto della spada do Damocle come esempio della insicurezza che genera nei potenti ci\u00f2 che esorbita dalla sfera del loro potere. Se dunque perfino i re vivono nel timore che qualcosa possa sfuggire al loro controllo per danneggiarli, a maggior ragione devono temere i semplici cortigiani. Segue questa poesia:<\/p>\n<p><em>&quot;Chi vorr\u00e0 essere potente,<\/em><\/p>\n<p><em>domini i suoi istinti sfrenati<\/em><\/p>\n<p><em>e non sottometta a turpe giogo<\/em><\/p>\n<p><em>il collo vinto dalle passioni.<\/em><\/p>\n<p><em>Per quanto la lontana terra d&#8217;India<\/em><\/p>\n<p><em>Tremi dinanzi alle tue leggi,<\/em><\/p>\n<p><em>e da te dipenda la remotissima Tule,<\/em><\/p>\n<p><em>se tuttavia non puoi scacciar gli affanni<\/em><\/p>\n<p><em>e liberarti dalle deplorevoli miserie,<\/em><\/p>\n<p><em>questo non \u00e8 potenza.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Quanto alla popolarit\u00e0, essa non nasce da una valutazione ragionata da parte delle folle e, pertanto, non si mantiene mai stabilmente. Anche la nobilt\u00e0 non deriva che dai meriti degli avi, quindi se essa ha un pregio, \u00e8 solo quello di imporre ai suoi membri di non tralignare dalla virt\u00f9 degli antenati. Questo concetto viene ribadito dalla seguente poesia:<\/p>\n<p><em>&quot;Ogni razza di uomini che \u00e8 sulla terra nasce da comuni origini;<\/em><\/p>\n<p><em>uno solo \u00e8 il padre di tutti gli esseri, uno solo li governa tutti. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Perch\u00e9 esaltate la vostra stirpe e gli avi? Se considerate<\/em><\/p>\n<p><em>Le vostre origini e Dio che ne \u00e8 l&#8217;artefice, nessuno risulta ignobile,<\/em><\/p>\n<p><em>purch\u00e9 non tradisca la propria nascita,<\/em><\/p>\n<p><em>alimentando con i vizi i suoi peggiori istinti.&quot;<\/em><\/p>\n<p>I piaceri del corpo, d&#8217;altra parte, riempiono di ansiet\u00e0 mentre li si cerca, poi, quando li si \u00e8 ottenuti, generano il rimorso. La famiglia pu\u00f2 certo dare gioie onestissime, ma anche gravi preoccupazioni, tanto da rendere valido il motto di Euripide, secondo il quale <em>&quot;chi \u00e8 privo di figli \u00e8 felice grazie a una disgrazia.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questa \u00e8 la caratteristica di ogni piacere:<\/em><\/p>\n<p><em>pungola e stuzzica coloro che ne godono<\/em><\/p>\n<p><em>e, simile alle api che ronzano,<\/em><\/p>\n<p><em>una volta sparso il soave miele,<\/em><\/p>\n<p><em>fugge, lasciando nei cuori colpiti<\/em><\/p>\n<p><em>una trafittura difficilmente immaginabile.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Bisogna concludere che tutte queste vie per la felicit\u00e0 non conducono l\u00e0 dove sembravano promettere; n\u00e9 vi conduce il fragile possesso della bellezza. Si tratta di valori illusori, incapaci di condurre l&#8217;uomo verso la felicit\u00e0.<\/p>\n<p>Dopo aver recitato una ottava poesia, la Filosofia riprende il dialogo con Boezio e lo porta a riconoscere che la sola, vera potenza \u00e8 quella che coincide con l&#8217;autosufficienza, non quella che dipende da cose esterne che non le appartengono. Dunque, <em>\u00abfelicit\u00e0 vera e perfetta \u00e8 quella che rende autosufficienti, potenti, rispettabili, celebri e lieti\u00bb.<\/em> Ora che il suo discepolo \u00e8 giunto a comprendere quale sia la vera felicit\u00e0 e quali siano le sue contraffazioni, non resta che da chiarire come la si possa conseguire.<\/p>\n<p>Segue una lunga poesia che \u00e8 una invocazione a Dio affinch\u00e9 aiuti la mente umana a dissolvere la nebbia delle false credenze e ad ottenere la conoscenza del vero bene; indi riprende il ragionamento. Esiste, sulla terra, una felicit\u00e0 imperfetta,. Che rimanda ad una felicit\u00e0 perfetta che deve necessariamente esistere in Dio, l&#8217;autore di ogni perfezione, dal quale la natura deriva come una emanazione degradata del suo splendore (concezione, si noti, tipicamente neoplatonica). Risalendo perci\u00f2 dalle cose inferiori alle superiori, dalle imperfette alle perfette, si giunge all&#8217;idea di un Dio assolutamente buono che presiede all&#8217;universo.<\/p>\n<p><em>&quot;Che Dio, l&#8217;essere superiore a tutti, sia buono, lo sta a provare il modo di concepire comune alle menti umane; dal momento, infatti, che non si pu\u00f2 concepire nulla di pi\u00f9 buono che Dio, chi potrebbe dubitare che sia buono quello di cui nulla \u00e8 pi\u00f9 buono? E che Dio \u00e8 buono, la ragione lo dimostra in modo tale da indurre a credere che in lui sia posto anche il perfetto bene. Di fatti, se cos\u00ec non fosse, non potrebbe essere il fondamento di tutte le cose, perch\u00e9 ci sarebbe qualcosa superiore a lui e tale che, possedendo il bene perfetto, per ci\u00f2 stesso risulterebbe anteriore a lui e di lui pi\u00f9 antico; le cose perfette, infatti, sono sempre apparse chiaramente anteriori rispetto a quelle meno perfette. Perci\u00f2, per non procedere all&#8217;infinito con il ragionamento, si deve ammettere che in Dio sommo sia la pienezza del sommo e perfetto bene; ma noi abbia mostrato che il perfetto bene coincide con la vera felicit\u00e0, ne deriva quindi necessariamente che la vera felicit\u00e0 si trova nel sommo Dio.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Di questo ragionamento si sarebbe giovato, vari secoli dopo, Anselmo d&#8217;Aosta per elaborare le famose &quot;prove&quot; dell&#8217;esistenza di Dio.<\/p>\n<p>Ora, riprende la Filosofia, se il sommo bene \u00e8 la felicit\u00e0, Dio \u00e8 la felicit\u00e0 stessa. E poich\u00e9 tutti gli altri bei (autosufficienza, potenza, rispettabilit\u00e0, fama, piacere) si perseguono in vista della felicit\u00e0, ne deriva che il bene, Dio e la felicit\u00e0 hanno una sola e identica sostanza..<\/p>\n<p>Dopo un&#8217;altra bene poesia (<em>\u00abchiunque potr\u00e0 osservare questa luce \/ non dir\u00e0 pi\u00f9 che son splendenti i raggi di Febo\u00bb<\/em>), la Filosofia precisa un nuovo attributo del Sommo Bene: l&#8217;unit\u00e0. Infatti, <em>\u00abtutto ci\u00f2 che esiste pu\u00f2 durare e sussistere fin tanto che rimane uno, ma \u00e8 destinato a morire e a dissolversi nel momento in cui cessa di essere uno\u00bb.<\/em> Anche nel mondo della natura inanimata e incosciente, si osserva facilmente che <em>\u00abtutte le cose esistenti tendono istintivamente alla loro conservazione e rifuggono dal loro annientamento\u00bb<\/em>; e <em>\u00abci\u00f2 che tende a sussistere e a conservarsi tende anche a restare un tutto unito; una volta, infatti, che gli sia stata tolta questa caratteristica, , non gli rimarr\u00e0 nemmeno l&#8217;esistenza\u00bb.<\/em> Tutte le cose, quindi, aspirano al bene e all&#8217;unit\u00e0.<\/p>\n<p><em>&quot;Chiunque indaghi il vero con profondit\u00e0 di riflessione<\/em><\/p>\n<p><em>e non voglia perdersi per strade sbagliate,<\/em><\/p>\n<p><em>rivolga in s \u00e8 la luce della sua vista interiore<\/em><\/p>\n<p><em>e, concentrando il suo tiro, lo indirizzi a un solo bersaglio;<\/em><\/p>\n<p><em>convinca l&#8217;animo suo che quanto s&#8217;affanna a cercare fuori di s\u00e9<\/em><\/p>\n<p><em>lo possiede gi\u00e0 dentro ,nascosto nei suoi tesori (&#8230;)&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Le conclusioni del ragionamento sono tratte direttamente da Boezio: <em>\u00abQuesto mondo, formato da parti disparate e contrastanti, non si sarebbe mia potuto raccogliere in un organismo unitario, se non ci fosse stato un essere dotato di unit\u00e0, capace di riunire tra di loro cause tanto diverse. E una volta riunite, le cose verrebbero di bel nuovo dissociate e scardinate dalla stessa inconciliabile diversit\u00e0 delle loro nature, se non esistesse un principio di unit\u00e0, capace di mantenere compatto quanto ha congiunto\u00bb.<\/em> Anche da ci\u00f2 si deduce l&#8217;esistenza necessaria di un essere capace di tenere unito le differenti parti dell&#8217;universo, e tale essere \u00e8 Dio. Egli, che \u00e8 Sommo Bene, governa ogni cosa con la bont\u00e0; ed ogni cosa, d&#8217;altro canto, tende istintivamente al Bene, cio\u00e8 a ritornare verso di Lui. Pertanto, <em>\u00aba governare saldamente e a regolare armoniosamente il tutto<\/em> &#8211; sentenzia la Filosofia &#8211; <em>\u00e8 quindi il sommo bene\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Il male, allora &#8211; in accordo con la concezione di S. Agostino, ma anche di Socrate e Platone &#8211; non ha consistenza ontologica; nessun essere cerca il male per il male, e anche le cose che a noi paiono male, in realt\u00e0 sono tali solo perch\u00e9 mancanti di una qualche parte di bene.<\/p>\n<p>Un lungo componimento in versi chiude il terzo libro, che \u00e8 tutto una esaltazione dell&#8217;Amore divino che attrae ogni cosa verso di s\u00e9.<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) Orfeo guard\u00f2 la sua Euridice,<\/em><\/p>\n<p><em>e cos\u00ec la perse e lui stesso per\u00ec.<\/em><\/p>\n<p><em>Questo mito allude a chiunque di voi<\/em><\/p>\n<p><em>Aspira ad elevare lo spirito<\/em><\/p>\n<p><em>Verso la luce del mondo celeste;<\/em><\/p>\n<p><em>chi, infatti, vinto volge gli occhi<\/em><\/p>\n<p><em>a riguardare l&#8217;antro del tartaro,<\/em><\/p>\n<p><em>perde quel che reca di pi\u00f9 prezioso,<\/em><\/p>\n<p><em>mentre sta a guardar il mondo inferiore.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>LIBRO QUARTO<\/em><\/p>\n<p>Il quarto libro della <em>Consolatio<\/em> si apre con un drammatico interrogativo di Boezio: se ogni cosa \u00e8 retta dall&#8217;Amore divino e verso di Lui tende, come si spiega l&#8217;esistenza del male morale, che cos\u00ec spesso premia i malvagi e colpisce gli innocenti?<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) mentre a dettar legge e a prosperare \u00e8 l&#8217;iniquit\u00e0, la virt\u00f9 non solo resta senza ricompensa, , ma viene, per di pi\u00f9, gettata sotto i piedi e calpestata dai ribaldi, e sconta le pene che toccherebbero ai delitti. Ora, che questo avvenga sotto il governo di un essere che tutto conosce, tutto pu\u00f2, ma vuole esclusivamente il bene, non pu\u00f2 non suscitare in tutti un irrefrenabile sentimento di stupore e di deplorazione&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Dopo avergli promesso che purgher\u00e0 il suo intelletto da ogni dubbio, la Filosofia, levato un canto in lode del creatore dell&#8217;universo, mostra a Boezio quanto fragile sia, in realt\u00e0, la forza dei tiranni: avendo ammesso che solo il bene \u00e8 autosufficiente e dotato di potenza, ne consegue che il male \u00e8 debole e impotente. Inoltre, se \u00e8 vero che ogni sforzo della natura umana tende alla felicit\u00e0, bisogna dedurne che chi la raggiunge, cio\u00e8 il buono, ha mostrato di possedere propria forza e capacit\u00e0 ;mentre chi non la raggiunge, cio\u00e8 il malvagio, si \u00e8 dimostrato debole e inadeguato. E davvero i malvagi devono essere debolissimi, se non sono neppure in grado di raggiungere quel bene verso cui l&#8217;istinto li muove &#8211; cos\u00ec come muove ogni altro essere &#8211; e quasi ve li costringe.<\/p>\n<p>Ma c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9. In quanto incapaci di partecipare di un bene cos\u00ec fondamentale come la felicit\u00e0, i malvagi si pu\u00f2 dire che falliscano nella loro stessa struttura ontologica, che non siano, cio\u00e8, neppure degni di essere considerati come realmente esistenti, ma piuttosto devono essere considerati creature riuscite a met\u00e0, uomini incompleti in una parte fondamentale del loro essere.<\/p>\n<p><em>&quot;Ne consegue (&#8230;) che i perversi appaiono, in quanto tali, spogli di ogni forza. Perch\u00e9, infatti, abbandonano la virt\u00f9 e corrono dietro al vizio? \u00c8 forse perch\u00e9 ignorano il bene? Ma che c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9 paralizzante della cecit\u00e0 prodotta dall&#8217;ignoranza? O invece si rendon conto di quello che dovrebbero impegnarsi a seguire ma la passione li travolge trascinandoli fuori strada? Anche in questo caso, proprio per la loro incapacit\u00e0 di autodisciplina, risultano ben fragili, se non riescono a resistere al vizio. Oppure abbandonano il bene e si volgono al vizio scientemente e intenzionalmente? Ma in questo modo cessano non solo di essere potenti ma bens\u00ec addirittura di esser; perch\u00e9 chi abbandona il fine comune a tutte le cose che sono cessa in pari tempo di<\/em> essere<em>. Questa mia affermazione, cio\u00e8 che proprio i attivi, i quali pure sono la maggioranza degli uomini, non<\/em> sono<em>, potr\u00e0 forse sembrare strana a qualcuno, mala questione sta proprio in questi termini. Io non contesto che infatti che i cattivi siano, appunto, cattivi, ma nego nettamente e semplicemente che essi<\/em> siano. Infatti, allo stesso modo che un cadavere potresti chiamarlo &#8216;uomo morto&#8217;, ma non semplicemente &#8216;uomo&#8217;, cos\u00ec son disposta a riconoscere che i viziosi siano, appunto, cattivi, ma non potrei mai ammettere che essi, in assoluto, <em>siano.<\/em> \u00c8, <em>infatti, ci\u00f2 che si mantiene nella propria condizione e conserva la propria natura; quello che invece si stacca da questa abbandona anche l&#8217;<\/em>essere<em>, che \u00e8 insito nella sua natura.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Si rifletta che questa affermazione non \u00e8 affatto stravagante come potrebbe apparire a prima vista. Se il male non \u00e8 altro che una privazione ontologica del bene, ne consegue che chi pratica il male abdica alla propria natura di essere nel pieno significato del termine e partecipa, per cos\u00ec dire, a quella privazione ontologica che nel male si verifica. Inoltre, una ulteriore conseguenza \u00e8 che i malvagi sono, in realt\u00e0, sommamente impotenti.<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) se, infatti, come abbiamo concludo poc&#8217;anzi, il male coincide con il nulla, \u00e8 evidente che i malvagi, avendo come unica possibilit\u00e0 il male, non possono, in realt\u00e0, nulla.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Cos\u00ec, la Filosofia pu\u00f2 concludere essersi dimostrata verissima l&#8217;affermazione di Platone (nella parte conclusiva del <em>Gorgia<\/em>) secondo cui solo i sapienti possono fare ci\u00f2 che desiderano, mentre i malvagi riescono bens\u00ec ad appagare i loro capricci, ma non sono in grado di realizzare quello di cui hanno bisogno. A questo tema si ispirala successiva poesia, che cos\u00ec conclude:<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) Perci\u00f2, se un solo sovrano porta in s\u00e9, come vedi, tanti sentimenti tirannici<\/em><\/p>\n<p><em>non fa ci\u00f2 che lui stesso vuole, oppresso, com&#8217;\u00e8, da iniqui padroni&quot;.<\/em><\/p>\n<p>I buoni, viceversa, hanno la pi\u00f9 bella delle ricompense per il loro bene operare: la felicit\u00e0 stessa. I malvagi, al contrario, sono puniti proprio nel non possederla.<\/p>\n<p><em>&quot;Come, dunque, per gli onesti, l&#8217;onest\u00e0 stessa diventa ricompensa, per i malvagi la malvagit\u00e0 stessa costituisce il castigo.&quot;<\/em> Inoltre, <em>&quot;tutto quello che si stacca dal bene cessa di<\/em> essere. <em>Ne deriva che i cattivi cessano di essere quello che erano stati; mentre a dimostrare che sono stati uomini rimangono ancora le fattezze del loro corpo umano; perch\u00e9, calati nella perversit\u00e0, hanno perso anche la natura umana. Ora, se l&#8217;onest\u00e0 da sola \u00e8 in grado di innalzare gli uomini al di sopra della loro condizione, la malvagit\u00e0 fatalmente abbassa al di sotto della dignit\u00e0 di uomini coloro che ha gi\u00e0 cacciati dalla condizione umana; succede, quindi, che non si possa pi\u00f9 giudicare uomo colui che risulta sfigurato dai vizi. Brucia di avidit\u00e0 il rapinatore violento dell&#8217;altrui ricchezza: e tu lo puoi dire simile a un lupo. Adopera la lingua in continui litigi il tipo bilioso e insofferente: lo paragonerai al cane. Il perfido truffatore non \u00e8 soddisfatto se con i suoi imbrogli non \u00e8 riuscito a derubare qualcuno: ha le caratteristiche della volpacchiotta. Freme di rabbia l&#8217;iracondo ,incapace di dominarsi: si pu\u00f2 pensare che abbia gli istinti del leone. Si spaventa di fronte alle cose pi\u00f9 innocue il tipo pauroso e rinunciatario: lo si consideri una specie di cervo.(&#8230;) Questo, dunque, \u00e8 il risultato: chi, spogliatosi dell&#8217;onest\u00e0, ha cessato d&#8217;essere uomo, non potendo d&#8217;altra parte salire a una condizione divina, si trasforma in bestia.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Segue una poesia in cui si rievocano le magie di Circe, capaci di trasformare in animali i compagni di Ulisse.<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) E quando la sua mano esperta nelle virt\u00f9 dell&#8217;erbe<\/em><\/p>\n<p><em>li ha trasformati in varie sembianze,<\/em><\/p>\n<p><em>questo si avvolge nell&#8217;aspetto di cinghiale,<\/em><\/p>\n<p><em>all&#8217;altro, mutatosi in leone di Marmarica,<\/em><\/p>\n<p><em>crescon zanne e artigli;<\/em><\/p>\n<p><em>uno, aggregato ora ai lupi,<\/em><\/p>\n<p><em>mentre vorrebbe piangere, emette un ululato,<\/em><\/p>\n<p><em>un altro, come tigre d&#8217;India,<\/em><\/p>\n<p><em>s&#8217;aggira mansueto per la casa. (&#8230;)&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Boezio conviene che tale \u00e8 il destino dei malvagi, tuttavia continua a dolersi del fatto che essi possano tramare impunemente la rovina dei buoni. La Filosofia, dopo aver osservato che i malvagi pagano il fio delle loro perverse azioni pi\u00f9 in fetta di quanto non sembri, riprende (senza citarlo) un altro concetto espresso da Socrate nel <em>Gorgia<\/em> platonico, e cio\u00e8 che <em>\u00abi malvagi sono pi\u00f9 felici quando subiscono un castigo che se non sono colpiti da pena alcuna adopera della giustizia\u00bb.<\/em> La punizione dei malvagi, infatti, \u00e8 cosa giusta, dunque costituisce un bene: cos\u00ec che il malvagio punito gode di una forma di bene che si mescola alla sua malvagit\u00e0, rendendolo meno infelice di quanto non sarebbe se i suoi delitti restassero impuniti.<\/p>\n<p>Per lo stesso ordine di ragionamenti, \u00e8 considerarsi pi\u00f9 infelice l&#8217;autore di un torto che non colui che lo subisce: il primo, infatti, meriterebbe i castighi e, se pure non li riceve dall&#8217;esterno, li subisce dalla sua stessa malvagit\u00e0, straziato com&#8217;\u00e8 da passioni violente e disordinate. I cattivi, se potessero intravedere la pace che l&#8217;esercizio del bene assicurerebbe loro, farebbero ogni sforzo per liberarsi dalla condizione degradata in cui sono caduti; \u00e8 questo il motivo per cui nel cuore del saggio non pu\u00f2 esservi posto per l&#8217;odio.<\/p>\n<p><em>&quot;Chi infatti potrebbe odiare i buoni, tranne una persona stolta quant&#8217;altri mai? D&#8217;altra parte, odiare i cattivi \u00e8 un atteggiamento privo di ragione. Infatti, come la debolezza per il corpo, cos\u00ec la disposizione al vizio costituisce, in certo qual modo, una malattia per lo spirito: perci\u00f2, se \u00e8 vero che i malati nel corpo li giudichiamo niente affatto meritevoli di odio, ma piuttosto di compassione, allo stesso modo non si devono trattare ostilmente, ma se mai compassionare, coloro le cui menti sono tormentate dalla malvagit\u00e0, malattia ben pi\u00f9 grave di qualsiasi esaurimento fisico.&quot;<\/em><\/p>\n<p>La poesia che segue ribadisce il concetto, e conclude:<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) Non c&#8217;\u00e8 giustificazione sufficiente per la crudelt\u00e0;<\/em><\/p>\n<p><em>se vuoi assegnare un contraccambio appropriato ai meriti,<\/em><\/p>\n<p><em>ama a giusto titolo i buoni e abbi compassione dei cattivi.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Boezio, nonostante tutto, ha ancora delle perplessit\u00e0. Come accade che nel mondo concreto le cose vadano cos\u00ec spesso alla rovescia, con i buoni che subiscono le pene dovute ai delitti, mentre i malvagi si appropriano delle ricompense spettanti alla virt\u00f9? La Filosofia risponde dapprima, in allegoria, con dei versi che esaltano la vera conoscenza dello scienziato, capace di comprendere le leggi che determinano i fenomeni della natura; indi si addentra in un complesso ragionamento che parte dalla constatazione della provvidenza divina che governa il mondo. Lo stesso fato \u00e8 soggetto alla provvidenza, come lo \u00e8 ogni altra cosa creata; e gli esseri umani sono tantopi\u00f9 liberi dal fato, quanto pi\u00f9 si tengono vicini a Dio; tantopi\u00f9 soggetti ad esso, quanto pi\u00f9 sono sprofondati nei loro vizi. In realt\u00e0, ogni cosa \u00e8 creata a fin di bene e tende al bene, anche se gli umani sovente non sono in grado di comprenderlo.<\/p>\n<p><em>&quot;Ne deriva che, per quanto a voi, assolutamente incapaci di rendervi conto di questo ordine, tutto sembri confuso e sconvolto, ciononostante tutte le cose sono ordinatamente disposte secondo una norma a loro appropriata, che le orienta al bene. Nulla c&#8217;\u00e8, infatti, che venga fatto a fin di male, neanche da parte degli stessi malvagi; questi, come si \u00e8 gi\u00e0 abbondantemente dimostrato, cercano in realt\u00e0 il bene, ma sono fuorviati da un malaccorto errore di valutazione; tanto \u00e8 impensabile che l&#8217;ordine promanante dal vertice del sommo bene ossa mai volgersi in direzione diversa da quella segnata dalla sua origine.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Bisogna poi tener conto del atto che, cos\u00ec come non chiunque, ma solo il medico, sa riconoscere i sintomi della malattia in un corpo apparentemente sano, allo stesso modo non sempre noi siamo in grado di giudicare i buoni e i malvagi, per cos\u00ec dire, dall&#8217;esterno; solo Dio, che legge nei cuori, \u00e8 in grado di farlo. Infatti, dice la Filosofia, <em>\u00abquel che tu ritieni onesto e osservante della giustizia quant&#8217;altri mai pu\u00f2 apparire altrimenti alla provvidenza onniscente\u00bb.<\/em> La provvidenza \u00e8 cos\u00ec attenta alle possibilit\u00e0 di ciascun essere umano, che nessuno viene messo alla prova al di l\u00e0 di esse; ne risulta una realt\u00e0 che pu\u00f2 apparire contraddittoria e disarmonica solo perch\u00e9 il nostro occhio non \u00e8 in grado di vedere al di l\u00e0 delle apparenze.<\/p>\n<p><em>&quot;Questo \u00e8 il punto: quanto vedi compiersi al di fori delle tue aspettative corrisponde, in realt\u00e0, all&#8217;ordine appropriato alle cose, mentre per il tuo modo di vedere risulta una assurda confusione.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Anche ai malvagi, ad es., toccano eventi spiacevoli, ma nessuno se ne stupisce, perch\u00e9 ciascuno \u00e8 convinto che se li siano meritati. La divina provvidenza opera inoltre in maniera cos\u00ec sottile che, talvolta, vediamo dei cattivi rendere buoni altri cattivi: i malvagi, infatti, non possono andar d&#8217;accordo tra di loro. Insomma, esiste un ordine provvidenziale che riconduce ogni cosa verso il bene; e, se anche qualcosa tende a sottrarvisi, finisce pur sempre per ricadere in una forma di ordine, cio\u00e8 di bene. La conclusione \u00e8 che <em>\u00abdi tutti quei mali che, secondo l&#8217;opinione generale, abbondano sulla terra, non ne esiste in realt\u00e0 nessuno in nessuna parte\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Declamata una poesia che loda la perfetta mescolanza degli opposti nel mondo naturale (caldo e freddo, estate e inverno, ecc.), dalla quale scaturisce una ammirevole armonia, la Filosofia afferma che ogni tipo di sorte \u00e8 ugualmente buono, perch\u00e9 giusto e utile: sia quando premia o mette alla prova i buoni, sia quando punisce o corregge i cattivi. Non esiste, perci\u00f2, una cattiva sorte: tutto \u00e8 buono quello che viene da Dio. L&#8217;uomo saggio non si turba di fronte alle difficolt\u00e0 della vita, cos\u00ec come in guerra non si turba il coraggioso; e la virt\u00f9 \u00e8 la capacit\u00e0 di resistere alle prove, poggiando sulle sole sue forze.<\/p>\n<p>Il quarto libro \u00e8 chiuso da un ultima poesia in cui, servendosi dell&#8217;esempio di Ulisse contro Polifemo e di Ercole nelle sue dodici fatiche, viene esaltata la forza d&#8217;animo di chi sa affrontare pericoli e turbamenti senza mai disperarsi.<\/p>\n<p><em>LIBRO QUINTO<\/em><\/p>\n<p>Il discorso della Filosofia sulla provvidenza divina spinge Boezio a chiederle se esiste qualcosa che possiamo definire frutto del caso. Ella risponde che, se il caso \u00e8 un evento prodotto da un moto irrazionale e quindi privo di legami causali, esso non esiste affatto e la parola che lo designa \u00e8 del tutto priva di significato. Come potrebbe esistere, infatti, in un mondo interamente regolato e governato dall&#8217;ordine? Inoltre, <em>\u00abse qualcosa potesse prodursi senza causa, essa sembrerebbe essere stata prodotta dal nulla; che se ci\u00f2 \u00e8 impossibile, allora non \u00e8 neppure possibile che esista il caso, quale l&#8217;abbiamo definito poco fa\u00bb.<\/em> Citando Aristotele, la Filosofia gli spiega che anche se un contadino, arando il suo campo, vi trovasse un tesoro sepolto, neppure quello sarebbe frutto del caso, bens\u00ec di cause ben precise che dall&#8217;esterno non era possibile prevedere.<\/p>\n<p>Recitata una breve poesia sull&#8217;argomento, il dialogo riprende con la domanda di Boezio se vi sia spazio, nella successione di cause concatenate, per la nostra libert\u00e0 di scelta. La risposta \u00e8 che essa esiste, n\u00e9 ci potrebbe mai essere una natura razionale che non abbia libert\u00e0 di decisione. Quest&#8217;ultima, per\u00f2, non \u00e8 presente negli esseri ragionevoli in eguale misura: pi\u00f9 forte nelle anime che si conservano nella contemplazione della mente divina, \u00e8 minore o minima in quelle che si sprofondano nei vizi. Dio, nella sua onniscienza, vede tutto questo e dispone secondo il merito di ciascuno.<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) Le cose che furono, che sono e che saranno<\/em><\/p>\n<p><em>con un solo lampo della sua mente scruta<\/em><\/p>\n<p><em>e lui, poich\u00e9 solo vede tutte le cose,<\/em><\/p>\n<p><em>si potr\u00e0 chiamare vero sole.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Nuovo dubbio di Boezio: se Dio vede in anticipo tutte le cose infallibilmente, non sar\u00e0 inevitabile che si verifichi quello che la sua provvidenza ha previsto? Se cos\u00ec fosse, infatti, non vi sarebbe pi\u00f9 alcuna libert\u00e0 di decisione per gli esseri creati. N\u00e9 egli \u00e8 disposto ad accontentarsi di una risposta generica e tradizionale, dal momento che questo gli appare &#8211; e giustamente &#8211; un nodo assolutamente cruciale da chiarire.<\/p>\n<p><em>&quot;E non posso poi approvare quel ragionamento per mezzo del quale certuni credono di poter risolvere il nodo della questione. Dicono infatti che non gi\u00e0 una cosa si verifica per il fatto che la provvidenza ha previsto che si verificher\u00e0, ma al contrario piuttosto, per il fatto che una cosa avverr\u00e0 non pu\u00f2 sfuggire alla provvidenza divina; in tal modo la necessit\u00e0 andrebbe a ricadere sulla parte opposta. Secondo costoro, dunque, non \u00e8 fatale che accadano quelle cose che sono previste, ma \u00e8 fatale che siano previste quelle cose che devono succedere.(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;E dunque? In che modo Dio conosce in anticipo questi futuri incerti? Se, infatti, ritiene che inevitabilmente avverranno cose che possono anche non avvenire, si sbaglia, cosa, questa, che \u00e8 sacrilegio non soltanto pensare, ma anche solo enunciare. Ma se le cose, cos\u00ec come sono, egli le vede proiettate nel futuro, in modo, cio\u00e8, da conoscere che esse possono indifferentemente avversarsi o non avverarsi, che tipo di prescienza sarebbe mai questa, che non racchiude nulla di sicuro , nulla di determinato?&quot;(&#8230;) E in che cosa la prescienza divina sarebbe superiore al modo di pensare umano, se, come gli uomini, giudica incerte quelle cose il cui avverarsi \u00e8 incerto?&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Sembrerebbe non esservi via di scampo: o Dio non ha la prescienza delle azioni umane, oppure la libert\u00e0 di scelta degli esseri umani \u00e8 abolita. E cosa mai servirebbe pregare la divinit\u00e0, se le cose sono legate une alle altre da una indissolubile catena causale?<\/p>\n<p><em>&quot;A questo punto non ha pi\u00f9 nessun senso sperare o pregare; cosa mai, infatti, uno dovrebbe sperare o pregare, , quando le cose su cui si pu\u00f2 esercitare il desiderio risultano concatenate tra di loro secondo una successione rigorosa?&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Segue una poesia d&#8217;intonazione socratica: gli esseri umani si affannano a ricercare la verit\u00e0 che non conoscono; pure, se la ignorassero del tutto, non lo cercherebbero; dunque, essi si trovano in una condizione intermedia tra il conoscere e l&#8217;ignorare. Indi si affaccia il mito platonico della biga alata: forse conoscere \u00e8 ricordare, forse ci\u00f2 che l&#8217;anima vide un tempo ora giace semidimenticato, e noi dobbiamo, faticosamente, riportarlo alla luce della coscienza.<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) Ma chi s&#8217;affanna a conoscer quel che gi\u00e0 gli \u00e8 noto?<\/em><\/p>\n<p><em>Se, invece, l&#8217;ignora, perch\u00e9 lo ricerca alla cieca?<\/em><\/p>\n<p><em>Chi mai potrebbe desiderare una qualche cosa senza conoscerla<\/em><\/p>\n<p><em>E chi sarebbe in grado di inseguir cose ignote,<\/em><\/p>\n<p><em>o dove potrebbe mai trovarle? Ed anche se le trova,<\/em><\/p>\n<p><em>come potrebbe riconoscerle, se ne ignora i connotati?<\/em><\/p>\n<p><em>O forse, al tempo in cui contemplava la mente eccelsa,<\/em><\/p>\n<p><em>conobbe le cose nel loro insieme, ed anche ad una ad una?<\/em><\/p>\n<p><em>Ed ora, racchiusa nella tetra nebbia delle membra,<\/em><\/p>\n<p><em>non s&#8217;\u00e8 scordata totalmente di s\u00e9,<\/em><\/p>\n<p><em>conserva l&#8217;idea del tutto, mentre dimentica i particolari&#8230;&quot;.<\/em><\/p>\n<p>La Filosofia, dopo aver fatto cenno all&#8217;antichit\u00e0 della discussione sulla prescienza divina (ne parlava anche Cicerone nel <em>De divinatione<\/em>), contesta l&#8217;obiezione iniziale di Boezio e ribadisce la perfetta compatibilit\u00e0 fra la libert\u00e0 umana e la prescienza divina.<\/p>\n<p><em>&quot;Mi domando, infatti, perch\u00e9 tu ritenga scarsamente probante il ragionamento di coloro i quali risolvono il problema partendo dal principio che, non essendo la prescienza, a loro giudizio, causa di necessit\u00e0 per le cose future, la libert\u00e0 di determinazione non risulta per nulla soppressa dalla prescienza stessa. Da dove, infatti, deduci tu la prova della necessit\u00e0 delle cose future se non dal fatto che le cose di cui si ha una conoscenza non possono non verificarsi? Se dunque la conoscenza preventiva non aggiunge nessun carattere di necessit\u00e0 alle cose future, cosa che hai ammesso anche tu poc&#8217;anzi, che motivo c&#8217;\u00e8 perch\u00e9 il libero determinarsi delle cose sia costretto a esiti obbliganti? A puro di titolo di ipotesi, perch\u00e9 tu ne rilevi le conseguenze, supponiamo a questo punto che non esista alcuna prescienza. Forse che, in questo caso, le cose che provengono da decisione volontaria dovrebbero essere soggette a necessit\u00e0?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;No assolutamente.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Supponiamo ancora che la prescienza esista., ma che non imponga nessun carattere di necessit\u00e0 alle cose: rimarr\u00e0 ugualmente intatta e assoluta, penso io, la libert\u00e0 della volont\u00e0&#8230;(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;In realt\u00e0, come la scienza delle cose presenti non comporta nessun carattere di necessit\u00e0 a quanto nel presente si verifica, cos\u00ec la prescienza delle cose future non comporta nessun carattere di necessit\u00e0 in odine a quanto si verificher\u00e0 nel futuro.&quot;<\/em><\/p>\n<p>La Filosofia osserva che, per Boezio, proprio qui sta il dubbio (e se ne ricorder\u00e0 Dante nel canto XVII del <em>Paradiso,<\/em> con l&#8217;esempio della nave che scende lungo il fiume), in quanto egli \u00e8 convinto che, se le cose sono previste, assumono carattere di necessit\u00e0, mentre se non hanno carattere di necessit\u00e0 non possono essere conosciute in precedenza. Indi, pazientemente, spiega in che cosa consista l&#8217;errore del ragionamento del suo discepolo.<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;origine di questo errore sta nel fatto che, tutto quanto si conosce, ciascuno \u00e8 convinto di conoscerlo in forza soltanto dell&#8217;essenza e della natura delle cose stesse conosciute. In realt\u00e0 \u00e8 tutto il contrario, tutto quel che si conosce, infatti, vien compreso non secondo l&#8217;essenza ad esso propria, ma piuttosto secondo la facolt\u00e0 di chi conosce.&quot;<\/em><\/p>\n<p>E poi fa l&#8217;esempio di una palla, la cui sfericit\u00e0 pu\u00f2 essere percepita in maniera diversa dai diversi sensi dell&#8217;uomo (vista, tatto), pur essendo sempre uguale a s\u00e9 medesima. Notevoli le implicazioni di una tale impostazione, anche se qui non vengono ulteriormente sviluppate; Boezio sembra prefigurare la distinzione kantiana fra la cosa in s\u00e9 (noumeno) e la cosa come ci si rivela ai sensi (fenomeno) e, addirittura, tutto lo spostamento idealistico della filosofia moderna dall&#8217;oggetto al soggetto.<\/p>\n<p>Segue una poesia concettualmente assai ardita, che riprende il tema della conoscenza umana in termini poeticamente e filosoficamente elaborati; indi la Filosofia prosegue affermando che a diversi generi di esseri viventi corrispondono diversi livelli di conoscenza; indi sfiora il grosso nodo teoretico degli universali, dandone una definizione destinata a diventare classica.<\/p>\n<p><em>&quot;Orbene, che ne diresti se il senso e l&#8217;immaginazione si scontrassero con la facolt\u00e0 del ragionare, sostenendo che non esiste quell&#8217;\u00abuniversale\u00bb che la ragione crede di cogliere Secondo loro, cio\u00e8, non pu\u00f2 essere universale ci\u00f2 che \u00e8 percepito dai sensi o all&#8217;immaginazione, e, quindi, o \u00e8 vero il giudizio della ragione e non c&#8217;\u00e8 alcunch\u00e9 di sensibile oppure, essendo ben nota l&#8217;esistenza di numerosi contenuti sensoriali e dell&#8217;immaginazione, risulta vuoto il modo di conoscere della ragione ,la quale concepisce come universale quello che \u00e8 invece sensibile e particolare. Inoltre, se, di rimando, la ragione rispondesse che lei, s\u00ec, pu\u00f2 comprendere nella dimensione della universalit\u00e0, i contenuti della sensazione e dell&#8217;immaginazione, mentre queste ultime facolt\u00e0 non possono sollevarsi a una conoscenza universale, dal momento che il loro tipo di conoscenza non pu\u00f2 andar oltre alle immagini corporee, mentre per una reale conoscenza della realt\u00e0 occorre piuttosto affidarsi a un criterio di valutazione pi\u00f9 solido e pi\u00f9 perfetto, orbene, in una controversia di questo tipo, noi che abbiamo la facolt\u00e0 tanto di ragionare quanto di immaginare e di percepire con i sensi, non daremmo forse causa vinta alla ragione?&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Ora, come la ragione \u00e8 propria dell&#8217;essere umano, cos\u00ec la pura intelligenza \u00e8 riservata all&#8217;Essere divino: e, se la ragione si sforza di innalzarsi verso la divina intelligenza, riuscir\u00e0 a cogliere come anche le cose che non hanno un&#8217;attuazione certa siano per\u00f2 conosciute da una prescienza assolutamente certa: tale essendo la forma di conoscenza propria all&#8217;Essere infinitamente semplice, cio\u00e8 Dio.<\/p>\n<p>Dopo aver declamato una poesia che esorta gli esseri umani a elevare il loro sforzo conoscitivo, liberandosi dai condizionamenti della percezione sensibile, la Filosofia giunge a parlare di Dio, della sua eternit\u00e0 che trascende ogni determinazione di tempo. Pertanto si deve considerare errata, in questo caso, l&#8217;opinione di Platone (<em>Timeo,<\/em> 28 sgg.), secondo il quale il mondo non ha avuto inizio n\u00e9 avr\u00e0 fine, risultando coeterno alla divinit\u00e0.<\/p>\n<p>Dio, in conclusione, \u00e8 al di sopra della illusione temporale; per lui non esiste che il presente: e ci\u00f2 spiega adeguatamente il &quot;mistero&quot; della sua prescienza.<\/p>\n<p><em>&quot;Pertanto, se tu volessi valutare esattamente la pre-visione con cui egli riconosce tutte le cose ,dovresti giustamente ritenere che si tratti non di prescienza di cose proiettate nel futuro, ma di conoscenza di un presente che non viene mai meno. Onde si chiama non previdenza, ma provvidenza, appunto perch\u00e9, collocata lontano alle cose inferiori, vede tutto quanto in prospettiva, per cos\u00ec dire, dall&#8217;eccelso vertice dell&#8217;universo.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ma la Filosofia vuole che Boezio sia assolutamente e totalmente persuaso, per cui formula essa stessa un ulteriore dubbio che forse lui sta gi\u00e0 formulando entro di s\u00e9.<\/p>\n<p><em>&quot;A questo punto tu potresti ribattere che non pu\u00f2 non accadere ci\u00f2 di cui Dio vede che dovr\u00e0 pur accadere, e che, inoltre, ci\u00f2 che non pu\u00f2 non accadere, avviene per necessit\u00e0, tu potresti, appunto, obbligarmi a centrare il discorso su questo termine: la necessit\u00e0. Io, allora, ti far\u00f2 conoscere un concetto fondato su solidissima verit\u00e0, ma tale che ben difficilmente potrebbe arrivarvi qualcuno, al di fuori di chi \u00e8 addentro nella scienza del divino. E infatti ti risponder\u00f2 che lo stesso futuro, se si riferisce alla conoscenza divina, \u00e8 necessario, se, invece, si considera nella sua natura, appare completamente e assolutamente libero.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Avverranno perci\u00f2 tutte quelle cose che Dio prevede che avverranno; ma alcune di esse hanno origine da naturale necessit\u00e0 (come il sorgere del Sole), altre (come le azioni umane) da una libera decisione; e queste ultime, <em>\u00abquantunque si verifichino, non perdono con l&#8217;esistere la loro natura, per la quale, prima che avvenissero, sarebbero potute anche non avvenire\u00bb.<\/em> Tuttavia, mentre il Sole non avrebbe potuto non sorgere, l&#8217;uomo avrebbe potuto camminare oppure non camminare: era libero di scegliere.<\/p>\n<p><em>&quot;Cos\u00ec pure, quelle cose che Dio ha presenti, avverranno senza dubbio, ma di queste alcune discendono propriamente alla necessit\u00e0 delle cose stesse, altre ,invece, dal potere di chi le compie.&quot;<\/em><\/p>\n<p>N\u00e9 bisogna pensare che la conoscenza divina muter\u00e0 a seconda del comportamento degli esseri umani; essa \u00e8 immobile, chiarissima, e nulla deve alle cose che avverranno in seguito. La volont\u00e0 umana, dunque, resta libera; e le preghiere non sono inutili, perch\u00e9, se giuste, non possono esser prive di efficacia. La conclusione dell&#8217;opera, un po&#8217; brusca dal punto di vista letterario, \u00e8 chiarissima dal punto di vista filosofico: nessuna inerzia morale, nessun disimpegno dall&#8217;azione nel mondo si pu\u00f2 dedurre dall&#8217;esistenza della provvidenza e della prescienza divine.<\/p>\n<p><em>&quot;Contrastate, dunque, i vizi, coltivate le virt\u00f9, innalzate a giuste speranze gli animi, indirizzate al cielo umili preghiere. Se non volete sottrarvi alle vostre responsabilit\u00e0, non potete ignorare la profonda esigenza di onest\u00e0 che \u00e8 riposta in voi, poich\u00e9 le vostre azioni si compiono sotto gli occhi di un giudice che vede ogni cosa.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Parole veramente eroiche, nella situazione in cui Boezio allora si trovava, rinchiuso in carcere in attesa dell&#8217;esecuzione capitale. E tuttavia il monumento imperituro ch&#8217;egli ha eretto alla propria gloria non deriva tanto da quell&#8217;eroismo, quanto dall&#8217;enorme sforzo di lasciare ai secoli futuri, in un&#8217;epoca quanto mai buia ed incerta, un patrimonio filosofico dal quale fosse possibile riprendere il cammino della civilt\u00e0, dopo il diluvio economico, politico, sociale, culturale e spirituale dei secoli V e VI. In tale sforzo gigantesco, Boezio e S. Benedetto da Norcia rappresentano, su due diversi versanti, i massimi campioni della civilt\u00e0 latina e cristiana di fronte a un mondo che sembra crollare e sbriciolarsi sotto i piedi degli uomini. L&#8217;uno e l&#8217;altro, con strumenti e mentalit\u00e0 diversa, hanno perseguito un altissimo fine civile e religioso: salvare quanto del passato poteva essere ancora salvato e preparare il terreno per il sorgere di un nuovo edificio, solidamente impiantato su basi amorevolmente consolidate.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando scrive il De consolatione philosophiae, Anicio Manlio Torquato Severino Boezio, che assomma nel suo nome le pi\u00f9 antiche e prestigiose gentes dell&#8217;aristocrazia senatoria, sa bene<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[245,259],"class_list":["post-23584","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-santi","tag-tradizione"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23584","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23584"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23584\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23584"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23584"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23584"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}