{"id":23577,"date":"2015-07-28T09:24:00","date_gmt":"2015-07-28T09:24:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/il-bisogno-damore-nella-recherche-e-sterile-egoistico-freddamente-disumano\/"},"modified":"2015-07-28T09:24:00","modified_gmt":"2015-07-28T09:24:00","slug":"il-bisogno-damore-nella-recherche-e-sterile-egoistico-freddamente-disumano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/il-bisogno-damore-nella-recherche-e-sterile-egoistico-freddamente-disumano\/","title":{"rendered":"Il bisogno d\u2019amore nella \u00abRecherche\u00bb \u00e8 sterile, egoistico, freddamente disumano"},"content":{"rendered":"<p>Qualcuno, dopo aver letto \u00abAlla ricerca del tempo perduto\u00bb, questa monumentale enciclopedia della disperazione dell&#8217;uomo moderno, della sua atroce solitudine, dei suoi amari e sterili rimpianti, potrebbe pur sempre pensare che si tratti di un grande inno all&#8217;amore: all&#8217;amore deluso, all&#8217;amore tradito, all&#8217;amore sconciato da innumerevoli ferite; ma pur sempre all&#8217;amore. E cos\u00ec, di fatto, essa \u00e8 stata presentata da quasi tutta la critica, e letta dalla maggior parte del pubblico: amore per l&#8217;infanzia; amore per i ricordi; amore per le persone care; amore per il tempo che fugge, per la bellezza che svanisce, per la sete di vivere, che mai si estingue, nonostante le peggiori delusioni e gl&#8217;incomprensibili ostacoli&#8230;<\/p>\n<p>Ma che ne sa, dell&#8217;amore, l&#8217;Io narrante, Marcel, tutto immerso nella volutt\u00e0 dei suoi ricordi; che ne sanno, dell&#8217;amore, i numerosissimi personaggi, uomini e donne, tutti assorbiti dalle loro cieche passioni; che ne sa l&#8217;autore, Marcel Proust, questo entomologo finissimo, implacabile, dell&#8217;anima umana, cui tuttavia \u00e8 sfuggita, sistematicamente, ostinatamente, inesorabilmente, la cosa essenziale: che non si d\u00e0 amore, senza accettazione della sofferenza e del sacrificio; e che, anzi, senza tale accettazione, non si d\u00e0 neppure la conoscenza dell&#8217;altro, destinato a rimanere, per noi, fatalmente estraneo e incomprensibile?<\/p>\n<p>Che il Narratore\/Proust, in realt\u00e0, non abbia la minima consapevolezza di che cosa sia l&#8217;amore, lo si vede in filigrana, pagina dopo pagina, attraverso il flusso torrenziale, narcisistico, solipsistico, ossessionante, dei ricordi: dai quali mai traluce un barlume di calore umano, di autentica simpatia, di capacit\u00e0 di aprirsi e di ascoltare, per non dire di porre e di valorizzare, la realt\u00e0 effettiva dell&#8217;altro: l&#8217;altro che, invece, \u00e8 visto sempre come un oggetto del proprio desiderio, come uno strumento del proprio piacere, come un giocattolo del proprio ego insaziabile.<\/p>\n<p>Nemmeno i morti, nemmeno il ricordo dei morti, e non dei morti qualsiasi, ma delle persone defunte che sono state amate (o, per essere pi\u00f9 esatti, che sono state concupite, possedute, strumentalizzate) sfuggono a questa logica di brutale egoismo, di sfruttamento amorale; nemmeno i morti sfuggono al pungiglione della gelosia postuma del Narratore, autentico vampiro psichico. Come appare evidente nel caso di Albertine.<\/p>\n<p>Una pagina, fra le tante, de \u00abLa fuggitiva\u00bb, servir\u00e0 a illustrare quanto andiamo dicendo (da: M. Proust, \u00abAlla ricerca del tempo perduto. La fuggitiva\u00bb (traduzione dal francese di Franco Fortini, Torino, Einaudi, 1954, 1978, vol. VI, pp. 115-20):<\/p>\n<p>\u00abAvevo sofferto molto, a Balbec, quando Albertine m&#8217;aveva parlato della sua amicizia per la signorina Vinteuil. Ma Albertine era l\u00e0 per consolarmi. Poi, quando ero riuscito a farla partire da casa mia per aver cercato di conoscer troppo le sue azioni, quando Fran\u00e7oise mi aveva annunciato che non c&#8217;era pi\u00f9 e m&#8217;ero trovato solo, avevo sofferto ancor di pi\u00f9. Ma almeno mi rimaneva nel cuore l&#8217;Albertine che avevo amata. E ora, al posto di quella &#8212; per punirmi di aver spinto troppo oltre una curiosit\u00e0 cui la morte non aveva posto fine, contrariamente a quel che avevo supposto &#8212; trovavo una ragazza diversa, che moltiplicava le bugie e gl&#8217;inganni l\u00e0 dove l&#8217;altra m&#8217;aveva rassicurato con tanta dolcezza, giurandomi che mai non aveva conosciuto quei piaceri; quei piaceri che nell&#8217;ebbrezza della sua riconquistata libert\u00e0 s&#8217;era slanciata a godere fino all&#8217;estenuazione, fino a mordere quella piccola lavandaia, sulle rive della Loira, e a dirle: &quot;Mi fai morire&quot;. Un&#8217;Albertine diversa, non soltanto nel senso che diamo alla parola &quot;diverso&quot; quando si tratta degli altri. [&#8230;] Un tempo, quando venivo a sapere che a una donna piacevano le donne, non per questo essa mi pareva una donna diversa, d&#8217;una particolare essenza. Ma, se si tratta della donna amata, per sbarazzarsi del dolore provato all&#8217;idea che ci\u00f2 pu\u00f2 esser vero, si cerca di sapere non solo quel che ha fatto, ma quel che provava facendolo e che idea avesse di quel che faceva; e allora, discendendo sempre oltre nella profondit\u00e0 del mistero, si raggiunge il mistero, l&#8217;essenza. [&#8230;]<\/p>\n<p>Quelle tendenze ch&#8217;essa aveva negate, quelle tendenze la cui scoperta m&#8217;era giunta non in un freddo ragionamento ma nella sofferenza bruciante provata alla lettura di quelle parole, &quot;Mi fai morire&quot;, sofferenza che conferiva loro una particolarit\u00e0 qualitativa; quelle tendenze e non si aggiungevano all&#8217;immagine di Albertine come si aggiunge al bernardo l&#8217;eremita la nuova conchiglia ch&#8217;esso si porta dietro, ma piuttosto come un sale che, entrando in contatto con un sale diverso ne muta il colore: e anzi, per una sorta di precipitato, la natura. Quando la piccola lavandaia aveva potuto dire alle sue amichette: &quot;Pensate un po&#8217;, non l&#8217;avrei mai creduto, la signorina \u00e8 anche lei una di quelle&quot;, non si trattava di un vizio che esse dapprima non sospettavano e che aggiungevano alla persona di Albertine; bens\u00ec la scoperta che lei era un&#8217;altra persona, una persona come loro, che parlava la medesima lingua; cosa che, facendola compatriota di altre, me la rendeva ancora pi\u00f9 straniera, provando che quanto da lei avevo avuto, quanto portavo in cuore, era soltanto una ben piccola parte; e che il resto (tanto dilatato dal fatto di non essere solo quella cosa cos\u00ec misteriosamente importante che \u00e8 un desiderio individuale, ma di averlo in comune cin altri) lei me lo aveva sempre tenuto nascosto, me ne aveva tenuto lontano, come una donna che m&#8217;avesse nascosto d&#8217;essere in paese straniero e spia e, anzi, avesse tradito anche pi\u00f9 di quanto faccia una spia: perch\u00e9 una spia inganna solo sulla propria nazionalit\u00e0, mentre Albertine ingannava sulla propria umanit\u00e0 pi\u00f9 profonda, , su quella parte di lei che non apparteneva all&#8217;umanit\u00e0 comune, bens\u00ec a una razza straniera che si mescola con quella, vi si nasconde e non vi si fonde mai. [&#8230;]<\/p>\n<p>Di tanto in tanto in tanto, la comunicazione era interrotta fra il mio cuore e la mia memoria. Quel che Albertine aveva fatto con la lavandaia m&#8217;era significato ormai solo mediante abbreviazioni algebriche, che non rappresentavano nulla; ma cento volte l&#8217;ora la corrente interrotta veniva ristabilita e il mio cuore era allora arso spietatamente da un fuoco infernale, mentre vedevo Albertine, risuscitata dalla mia gelosia, veramente viva, tendersi sotto le carezze della piccola lavandaia e dirle: &quot;Mi fai morire&quot;. Poich\u00e9 per me era viva nel momento del suo peccato, ossia nel momento in cui mi trovavo io stesso, non mi bastava, quella colpa, conoscerla; avrei anche voluto sapesse che la conoscevo. Cos\u00ec, se in quei momenti rimpiangevo di pensare che non l&#8217;avrei veduta mai pi\u00f9, quel rimpianto portava i segni della mia gelosia, e, diversissimo dal rimpianto straziante di quando l&#8217;amavo, era soli il rimpianto di non poterle dire: &quot;Tu credevi che non avrei mai saputo che cosa hai fatto quando mi hai lasciato: ebbene, so tutto: la lavandaia sulle rive della Loira; le dicevi: Mi fai morire; ho visto il segno del morso&quot;. Certo, mi dicevo: &quot;Perch\u00e9 tormentarmi? La donna che ha goduto con la lavandaia non esiste pi\u00f9, dunque non \u00e8 una persona le cui azioni abbiano ancora valore. Non dice a se stessa che io so. Ma non si dice nemmeno che non so; perch\u00e9 non si dice pi\u00f9 nulla&quot;. Ma quel ragionamento mi persuadeva meno dello spettacolo del suo piacere, che mi riconduceva invece al momento in cui lo aveva provato. Solo quel che noi sperimentiamo esiste per noi e noi lo proiettiamo nel passato, nell&#8217;avvenire, senza lasciarci fermare dalle fittizie barriere della morte. Se in quei momenti il mio rimpianto per la sua morte subiva l&#8217;influenza della mia gelosia e prendeva quella forma cos\u00ec strana, quell&#8217;influenza si estese naturalmente ai miei sogni di occultismo, di immortalit\u00e0: che erano solo uno sforzo per cercare di attuare il mio desiderio. Cos\u00ec, in quei momenti, se fossi riuscito a evocarla facendo muovere un tavolino a tre gambe, come una volta Bergotte credeva possibile, o ad incontrarla nell&#8217;altra vita come pensava l&#8217;abate X, l&#8217;avrei voluto solo per dirle: &quot;So della lavandaia. Le dicevi: Mi fai morire!; ho visto il segno del morso&quot;.\u00bb<\/p>\n<p>Da buon figlio del Positivismo e del Sensismo, dunque, Proust non ammette altra forma di esistenza che quella della nostra coscienza attuale, la quale, a sua volta, lo proietta nel passato o nell&#8217;avvenire, secondo i moti delle sue passioni, ad esempio della gelosia, e sia pure della gelosia retroattiva &#8212; diretta, cio\u00e8, verso un amore che \u00e8 finito, e verso una persona che ormai \u00e8 morta. Una forma di cupo e ossessionante solipsismo; una realt\u00e0 formata da infiniti specchi, che rimandano sempre l&#8217;immagine dell&#8217;ego e dei suoi ciechi desideri; un sensismo e un empirismo radicali, come per il vescovo Berkeley, ma senza il postulato fondamentale del filosofo inglese: l&#8217;esistenza di tutte le cose nella mente di Dio, cui sono sempre attuali e presenti.<\/p>\n<p>Per Proust, la morte \u00e8 una barriera definitiva; i morti, semplicemente, &quot;pi\u00f9 non esistono&quot;, giacch\u00e9 non esistono ormai i loro corpi fisici (una frase quasi identica si trova in Svevo, l\u00e0 dove, ne \u00abLa coscienza di Zeno\u00bb, il protagonista accenna al fatto che sua madre \u00e8 morta da tanti anni e il corpo di lei non esiste pi\u00f9); e tuttavia, in quell&#8217;inferno che \u00e8 la vita dominata dalle cieche passioni e dalle brame indomabili dell&#8217;ego &#8212; \u00e8 lui stesso a definire cos\u00ec la vita del Narratore, dopo la fuga e il decesso improvviso di Albertine &#8212; perfino la barriera della morte s&#8217;infrange, non per dare luogo al soffio vivificante dei nostri cari divenuti creature puramente spirituali, ma per attanagliarci con le pinze roventi della gelosia, per straziare la nostra anima con il fuoco infernale di una gelosia che non arretra davanti a nulla, neanche davanti all&#8217;irreversibilit\u00e0 della morte, e che ancora vorrebbe inseguire colei (o colui) che \u00e8 morto, per potergli rinfacciare le sue colpe, le sue menzogne, i suoi piaceri segreti e inconfessabili . In questo caso, si tratta degli amori omosessuali di Albertine, dei quali il Narratore \u00e8 venuto a conoscenza, con assoluta certezza, ma solo dopo aver saputo della mortale caduta da cavallo di lei, mediante la lettera di un investigatore privato, sguinzagliato sulle tracce della fuggitiva.<\/p>\n<p>Questo non \u00e8 nemmeno l&#8217;Inferno; \u00e8 perfino peggio dell&#8217;Inferno: \u00e8 un abisso ardente, perenne, di disperazione e concupiscenza frustrata, che nemmeno i lacci della morte riescono a esorcizzare; una spina nel cuore, che neppure la consapevolezza che quella persona non esiste pi\u00f9, che \u00e8 ridotta a nulla, che non ha ormai n\u00e9 coscienza, n\u00e9 memoria, n\u00e9, meno ancora, possibilit\u00e0 alcuna di provare vergogna, o rimorso, o imbarazzo, \u00e8 in grado di strappare: tanto forte \u00e8 la brama di richiamarla alla vita anche solo per un istante, e, come un Orfeo impazzito e stralunato, poter gridare alla povera Euridice, fosse pure al suo spettro esangue e cadaverico: \u00abSo tutto, mia cara; credevi d&#8217;avermi ingannato: conosco il tuo vizio, conosco il tuo peccato, le tue azioni vergognose; so che fremevi e ti contorcevi sotto le carezze della piccola lavandaia, in riva al fiume, e che, nell&#8217;estasi e nel furore dell&#8217;orgasmo, mordevi le sue carni, e intanto le gridavi: \u00abAh, tu mi fai morire!\u00bb (ma l&#8217;originale francese adopera una espressione pi\u00f9 caratteristica: \u00abAh, tu me mets aux anges!\u00bb; e dunque: \u00abMi mandi in visibilio; mi fai impazzire!\u00bb).<\/p>\n<p>Proust va avanti per pagine e pagine &#8212; e non solo in questo caso, ma in tutta la \u00abRecherche\u00bb (e ci\u00f2 ne spiega l&#8217;andamento fluviale, le dimensioni impressionanti) &#8212; ad analizzare minutamente, morbosamente; a sviscerare, a scandagliare, spingendosi, lui dice a un certo punto, fino al cuore del mistero. Ma \u00e8 proprio vero ch&#8217;egli giunge al cuore del mistero che giace in fondo al cuore umano? \u00c8 proprio vero che la sua straordinaria capacit\u00e0 d&#8217;introspezione, che le sue eccezionali attitudini di psicologo, gli permettono di spingersi oltre le apparenze delle cose, e di pervenire al cuore stesso del reale? Date le premesse filosofiche da lui stesso proclamate &#8212; la sua fede sensista e materialista &#8212; si tratta, evidentemente, di una contraddizione in termini, di una impossibilit\u00e0 logica. Del resto, quale mistero? Non \u00e8 forse, per lui, tutto chiaro: vale a dire che non c&#8217;\u00e8 mistero alcuno, perch\u00e9 noi siamo solo le nostre sensazioni, che proiettiamo talvolta verso il passato, talvolta verso il futuro, e che, all&#8217;infuori di quelle, nulla esiste e, ad ogni buon conto, nulla possiamo conoscere? Come pu\u00f2 dire, allora, l&#8217;Io narrante della \u00abRecherche\u00bb, d&#8217;essersi spinto oltre il mistero, fino all&#8217;essenza delle cose, dove neppure Kant era arrivato, n\u00e9 aveva preteso di arrivare? E quale essenza, del resto? C&#8217;\u00e8 forse una essenza delle cose, in un mondo fatto unicamente di fenomeni, di apparenze, di corpi destinati a dissolversi?<\/p>\n<p>\u00c8 significativo che Proust faccia similitudini con il paguro bernardo, con il precipitato salino, e che, alla fine, evochi il tavolino a tre gambe e le sedute spiritiche, allora tanto di moda nella buona societ\u00e0 francese ed europea, fra aristocratici e ricchi borghesi tanto annoiati dalla vita, quanto spaventati dalla morte. La sua visione \u00e8 tutta laica e immanente, tutta chiusa entro un orizzonte rigidamente materiale. La scienza offre il solo sapere veramente certo, anche se limitato (e tutta la sua opera non \u00e8 che una trasposizione, nella psicologia, del metodo scientifico sperimentale: pi\u00f9 Zola che Rimbaud, a ben guardare; pi\u00f9 Naturalismo che Decadentismo, o meglio, un Decadentismo profondamente permeato di scientismo, razionalizzato, passato cento volte al setaccio di una logica implacabile, spietata, perfino sadica nell&#8217;accanirsi contro se stessa).<\/p>\n<p>Se mai esistesse una maniera di far tornare Albertine fra i vivi, non potrebbe essere che quella degli spiritisti (Proust non si prende nemmeno la briga di considerare l&#8217;altra, quella religiosa: egli d\u00e0 per scontato che Dio sia morto, o che non sia mai esistito); e vorrebbe evocarne lo spirito unicamente per poterla ferire, per gettarle sul viso il suo vizio di lesbica, le sue infinite bugie e i continui sotterfugi; insomma per strapparle crudelmente la maschera, per offenderla, per godere nel vederla impallidire, per vendicarsi con l&#8217;umiliarla e col gettarle in faccia la sua depravazione e il disprezzo che ormai ella gli ispira.<\/p>\n<p>Povero Marcel: egli \u00e8 sceso nell&#8217;ultimo girono dell&#8217;Inferno, quello che nemmeno la fantasia di Dante era riuscita a escogitare: l\u00e0 dove le atroci torture e le sevizie sadiche contro i dannati non sono messe in atto dai diavoli, ma dalle anime stesse, incrudelite contro se medesime, fino alla vertigine, fino al delirio.<\/p>\n<p>Altro che amore.<\/p>\n<p>\u00abAlla ricerca del tempo perduto\u00bb, non rischiarata mai da un raggio di luce, di redenzione, di pace, \u00e8, semmai, il monumento alla sterilit\u00e0 affettiva dell&#8217;uomo e della donna moderni: tutti chiusi e prigionieri della propria furia voluttuosa, tutti travolti dal cieco vortice di un edonismo sfrenato, convulso, quasi bestiale, per quanto infiocchettato dai nastri d&#8217;un intellettualismo fine a se stesso, che non trasmette calore all&#8217;anima, n\u00e9 serenit\u00e0 (e neppure seriet\u00e0) all&#8217;esistenza. Sar\u00e0 forse un caso che, poco alla volta, questi uomini e queste donne, anche i pi\u00f9 insospettabili, si rivelino tutti, l&#8217;uno dopo l&#8217;altro, degli invertiti, che conducono una doppia vita, fatta di menzogne e doppi sensi, sempre dominata dal fuoco di passioni divoranti, compulsive, vergognose? Non \u00e8 forse, la loro condizione di omosessuali impenitenti, il simbolo della sterilit\u00e0 dell&#8217;uomo e della donna moderni, incapaci ormai di comprendersi a vicenda, di cercarsi, di ascoltarsi?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Qualcuno, dopo aver letto \u00abAlla ricerca del tempo perduto\u00bb, questa monumentale enciclopedia della disperazione dell&#8217;uomo moderno, della sua atroce solitudine, dei suoi amari e sterili rimpianti,<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[92],"class_list":["post-23577","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23577","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23577"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23577\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23577"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23577"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23577"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}