{"id":23566,"date":"2018-06-13T01:54:00","date_gmt":"2018-06-13T01:54:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/06\/13\/la-biblioteca-di-don-ferrante-riflessioni-inattuali\/"},"modified":"2018-06-13T01:54:00","modified_gmt":"2018-06-13T01:54:00","slug":"la-biblioteca-di-don-ferrante-riflessioni-inattuali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/06\/13\/la-biblioteca-di-don-ferrante-riflessioni-inattuali\/","title":{"rendered":"La biblioteca di don Ferrante: riflessioni inattuali"},"content":{"rendered":"<p>Nell&#8217;articolo <em>&quot;I promessi sposi&quot;: un romanzo cattolico?<\/em> (pubblicato sul sito dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 06\/08\/2017) ci eravamo chiesti se il capolavoro di Manzoni sia davvero quel capolavoro di fede cattolica che tutti, pi\u00f9 o meno, credono, chi per approvarlo, chi per storcere, ideologicamente, il naso. Abbiamo anche visto che la biblioteca di una persona pu\u00f2 dirci moltissime cose sul suo proprietario, perfino se non lo conosciamo di persona (cfr. il nostro articolo: <em>La biblioteca di Clara nel castello di Fratta, ovvero la malattia della lettura<\/em>, ripubblicato sul sito dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 25\/03\/2018). Vogliamo adesso chiederci se l&#8217;esame di una biblioteca, peraltro immaginaria, non possa dirci, per caso, molte cose non solo sul suo proprietario (immaginario), ma anche, e soprattutto, su colui che l&#8217;ha ideata: in questo caso, stiamo parlando della biblioteca di don Ferrante, descritta nel capitolo XXVII de <em>I promessi Sposi<\/em>, e, quindi, di ci\u00f2 che essa ci rivela non di don Ferrante, ma del suo autore: Alessandro Manzoni.<\/p>\n<p>Tutti i lettori dei <em>Promessi<\/em> sposi, debitamente imbeccati dai critici letterari, dicono e ripetono, e credono fermissimamente (cio\u00e8 credono non per aver fatto un ragionamento personale, ma solo perch\u00e9 l&#8217;hanno sentito dire e ripetere infinte volte da qualcun altro) che Manzoni, nell&#8217;elencare i volumi della biblioteca di don Ferrante, il marito di donna Prassede &#8211; la coppia che ha preso in casa propria Lucia dopo il suo rapimento e la miracolosa liberazione dal castello dell&#8217;Innominato &#8212; ha inteso tracciare un ironico ritratto dell&#8217;erudito seicentesco, e, attraverso di esso, ha voluto mostrare quanto vuota, insulsa, libresca, polverosa, petulante, inconcludente, sciocca e frivola fosse la cultura del XVII secolo, suggerendo una evidente relazione di causa ed effetto fra quella disgraziata cultura decadente e la sventurata societ\u00e0 che da essa veniva influenzata, s&#8217;intende nel peggiore dei modi&#8230; vale a dire, lontano dai lumi della ragione. E gi\u00e0 qui sarebbe bene farsi qualche domandina sulla vera natura della religiosit\u00e0 di Manzoni, visto che nel XVII secolo non sa vedere altro che ignoranza e superstizione, e ne addossa indirettamente la responsabilit\u00e0, oltre che alla (cattiva) dominazione spagnola, anche alla muffita e stantia cultura del secolo barocco; ma non ha saputo vedere per niente, neppure nella forma pi\u00f9 vaga o pi\u00f9 umile, quanto di buono vi era in un popolo che, non ancora sottoposto al fuoco di fila della cultura dei <em>philosophes<\/em> e del loro braccio armato, la massoneria, conservava schiettamente, se non altro, e sia pure in mezzo a forme rudimentali e &quot;primitive&quot;, una fede cattolica schietta, radicata, che era parte integrante del vissuto di quelle popolazioni, e che traeva alimento da una tradizione antichissima, che aveva oltre un millennio e mezzo di storia dietro le spalle. Tuttavia, prendendo il povero don Ferrante quale avversario di comodo, una vera testa di turco, su cui rovesciare la sferza della sua (non bonaria) ironia, Manzoni si rende il gioco un po&#8217; troppo semplice: lo avremmo apprezzato di pi\u00f9 se si fosse scelto un avversario un poco pi\u00f9 coriaceo. Il valore di un combattente si giudica dalla qualit\u00e0 del suo nemico: e se Manzoni, per trionfare sul &quot;buio&quot; XVII secolo, ha bisogno di ridicolizzare don Ferrante, di mostrare quanto vuota, insulsa e grottesca \u00e8 la sua cultura, non si pu\u00f2 dire che faccia lui stesso una gran figura. In compenso, se quella di don Ferrante &#8212; soprattutto attraverso la sua biblioteca &#8212; \u00e8 una caricatura, quasi una barzelletta, il vincere facile di Manzoni ci d\u00e0 pi\u00f9 informazioni su di lui, di quanto egli non abbia forse supposto: riconosciamo l&#8217;illuminista tutt&#8217;altro che pentito, il razionalista che si \u00e8 messo a frequentare i preti, il liberale che vuol sentirsi in accordo con le idee del suo secolo, mentre trova disdicevole che don Ferrante abbia voluto fare la stessa cosa col <em>proprio<\/em>. Insomma, come tutti i progressisti, dimentica che il <em>vero<\/em> progressista \u00e8 sempre inattuale.<\/p>\n<p>Il guaio \u00e8 che i critici letterari gli sono andato dietro a ruota, prendendo per oro colato tutto quel che lui ha detto, sia di don Ferrante, sia del secolo XVII; hanno riso alle sue battute, ammiccato ai suoi frizzi, applaudito alle sue frecciate, pi\u00f9 o meno come una scolaresca di codardi lecca-stivali si mette a sghignazzare alle battute del professore che ha preso di mira il solo alunno che osa pensare con la sua testa e che non si sottomette alla sua dittatura intellettuale. Ridono di don Ferrante, dei suoi libri, della sua cultura, perch\u00e9 Manzoni d\u00e0 loro il segnale: figuriamoci, nel secolo di Galilei e della scienza, don Ferrante crede ancora alla magia e all&#8217;astrologia. Si pu\u00f2 essere pi\u00f9 buffi di cos\u00ec? Da qui la facile (troppo facile) equazione: progresso, uguale bene; tradizione, uguale male. Lungi da noi voler cadere nell&#8217;idealizzazione opposta, e voler fare di don Ferrante, per la foga di vendicarlo, un campione d&#8217;intelligenza e vero sapere; solo, ci sarebbe piaciuto vedere la sua figura tratteggiata pi\u00f9 in chiaroscuro, con pi\u00f9 complessit\u00e0: via, uno psicologo acuto come Manzoni possibile non abbia saputo darci niente di meglio che questa macchietta sbozzata in fretta, prevedibile, banale, scontata, e pure approssimativa? Possibile che fra i quasi trecento volumi di don Ferrante, non ce ne sia uno di realmente interessante e profondo? Possibile che, in una vita intera spesa a leggere e a meditare (e non autori qualsiasi, ma Aristotele), non gli sia spuntato nel cranio un solo pensiero originale? Uno che sia uno; uno di quelli che riscattano un&#8217;intera vita di mediocrit\u00e0, e gettano un raggio di luce anche nelle tenebre pi\u00f9 fitte? Manzoni, come tutti i liberali, si fa forte di aver dalla sua il progresso, e il progresso \u00e8 pi\u00f9 eloquente di qualsiasi ragionamento: parla con la voce dei fatti. Ma i fatti dicono al liberale quel che egli vuole sentirsi dire: che solo un secolo d&#8217;ignoranti, o di falsi uomini colti, come il 1600, poteva produrre il flagello della peste, o, almeno, poteva consentire alla peste di menare una strage s\u00ec grande. Peccato che il liberale scelga sempre di soffermarsi su quei fatti che paiono dargli ragione, mentre finge di non vedere, e passa sotto silenzio, quelli che, in un modo o nell&#8217;altro, potrebbero mettere in crisi le sue magnifiche certezze. Tutto questo ha un nome: si chiama arroganza intellettuale; e ne abbiamo visti e ne vediamo tuttora, nel corso della storia, innumerevoli esempi, sempre con le stesse dinamiche, monotoni, perfino noiosi.<\/p>\n<p>Ma torniamo agli scolari servili e codardi che sbeffeggiano il loro compagno per compiacere il professore tiranno. Si pu\u00f2 dire che quasi tutti i critici letterari hanno seguito questa strada; fra tutti, nonostante l&#8217;imbarazzo della scelta, prendiamo Eugenio Donadoni (1870-1924), e, attraverso di lui, e dopo di lui, Piero Nardi (1891-1974): unendo le loro forze, i due valorosi manzoniani progressisti riducono veramente in polpette il povero don Ferrante, o piuttosto la sua memoria; la schiacciano, l&#8217;annientano, la cancellano, la riducono a un povero trofeo impagliato da appendere al muro (in: <em>I promessi sposi<\/em>, a cura di Piero Nardi, Milano, Mondadori, 1952, pp. 621-622):<\/p>\n<p><em>Negli&#8217; Sposi promessi&#8217;:&quot;Possedeva una libreria di varie materie, la quale per poco non aggiungeva ai cento volumi&quot; [contro i quasi trecento dei &quot;Promessi&quot;]. Non si dimentichi che siamo nel &#8216;600. Oggi, anche trecento volumi rappresenterebbero una biblioteca ben meschina! Va bene che il M. aggiunge subito: &quot;tutta roba scelta&quot;. Lo aggiunge a ogni modo con una strizzatina d&#8217;occhio a noi lettori. E l&#8217;ironia si fa pi\u00f9 accentuata con la nuova determinazione:&quot;tutte opere delle pi\u00f9 riputate&quot;. Delle pi\u00f9 riputate perch\u00e9 don Ferrante uomo di studio, letterato, \u00e8 il tipo dell&#8217;erudito per l&#8217;erudizione, l&#8217;uomo di cultura conservatore, e quindi arretrato. Pago di ripetere ci\u00f2 che gli \u00e8 stato detto, suoi idoli restano le opere pi\u00f9 riputate, cio\u00e8 quelle consacrate dalla tradizione. Riprendiamo col Donadoni: &quot;Don Ferrante \u00e8 il passato, \u00e8 per il passato. Il decimosettimo \u00e8 il secolo di Keplero e di Tiko-Brache [sic]: il secolo che vide nascere l&#8217;astronomia: e don Ferrante \u00e8 competentissimo in&#8230; astrologia: il secolo decimosettimo \u00e8 il secolo del Galilei e del Viviani e della fisica: e don Ferrante \u00e8 un furioso cultore della magia e delle scienze occulte. \u00c8 il secolo in cui la &quot;Historia naturalis&quot; di Bacone tracciava il metodo per giungere alle leggi della vita organica e inorganica: e don Ferrante \u00e8 un lettore di lapidari, degli erbari e bestiari del Medio Evo. Il secolo decimosettimo rise di un riso europeo alla lunga, gioconda beffa del Cervantes contro la cavalleria: e lo studio principale di don Ferrante, quello che dava una parvente ragione di essere alla sua vita, e che solo poteva trarlo dalla sua biblioteca fra gli uomini, era la scienza cavalleresca. Il secolo decimosettimo \u00e8 il secolo di Lord Bacone e di Cartesio, cio\u00e8 dell&#8217;insurrezione universale contro l&#8217;Aristotile delle scuole: e don Ferrante sceglie come proprio modello il suo bravo Aristotile&quot; (&#8216;La dottrina nei &quot;Promessi sposi&quot;, 1913). Cos\u00ec ci \u00e8 schiusa la via a comprendere lo spirito dell&#8217;episodio famoso che va sotto il nome di descrizione della biblioteca d don Ferrante, e che meglio andrebbe sotto quello di rappresentazione della cultura di don Ferrante. N\u00e9 sembri strano che volendo offrirci un quadro del sapere del secolo, a complemento del pi\u00f9 vasto quadro del &#8216;600 offerto dal romanzo, il M. abbia voluto farne esponente un personaggio il quale rappresenta tutto il peso dell&#8217;eredit\u00e0 del passato, con esclusione, o quasi, d&#8217;ogni fermento di novit\u00e0. Prima di tutto, il M. non poteva avere [&#8230;] il concetto che del &#8216;600 abbiamo oggi noi; e in secondo luogo \u00e8 da tener presente che queste pagine sulla cultura di don Ferrante introducono, ai fini del quadro storico, un elemento statico: esse sono generative, in quanto preparazione, nel quadro storico, all&#8217;episodio, fondamentale anche per lo sviluppo della vicenda del romanzo, della peste, il cui dilagare tremendo trova il suo perch\u00e9 appunto in tutto lo statico &#8212; in tutto l&#8217;arretrato e in tutto il superstizioso &#8212; che faceva parte troppo grande della cultura del secolo. [&#8230;] Considerato in s\u00e9, come organismo spirituale indipendente dai tempi suoi, don Ferrante riesce a essere, grazie alla potenza creatrice del M., anche l&#8217;esponente del letterato puro &#8211; e quindi inutile, o, per immobilismo, per fedelt\u00e0 alla tradizione, ai pregiudizi, dannoso &#8211; di tutti tempi.<\/em><\/p>\n<p>No, caro Donadoni: non ci siamo. I suoi gusti in fatto di letteratura e filosofia non devono essere per forza migliori di quelli di don Ferrante; e nemmeno quelli del Manzoni. \u00c8 solo il fatto di essere un seguace dell&#8217;ideologia progressista che glielo fa pensare, e che la induce a mettersi un gradino pi\u00f9 in alto: tanto \u00e8 vero che l&#8217;uomo di cultura &quot;conservatore&quot;, secondo lei, \u00e8 automaticamente anche &quot;arretrato&quot;. Sillogismo troppo facile, e anche un po&#8217; sciocco: esistono gli arretrati tanto fra i conservatori che fra i progressisti, non lo sapeva? Oppure pensa che essere fautori del progresso equivalga a essere sempre e comunque dal lato buono della storia? Lei ironizza, con Manzoni, sul fatto che opere consacrate dalla tradizione sono anche le pi\u00f9 &quot;riputate&quot;. Ma non \u00e8 quello che fanno tutti, e che fa anche lei?, per esempio coi <em>Promessi sposi<\/em>, e specialmente col suo modo (conformista) di leggerli, cio\u00e8 con quella fede cieca che si ripone solo in un testo sacro, da pare dei discepoli di quella religione? Non le \u00e8 mai venuto in mente che la tradizione non \u00e8 perenne (quella con la lettera minuscola, quanto meno), e che ci\u00f2 che oggi la fa sorridere, perch\u00e9 le pare antiquato, un tempo riempiva i petti d&#8217;orgoglio per la sua novit\u00e0 e la sua arditezza? E che anche la tradizione che lei ora segue, anche le opere che lei oggi ammira come &quot;le pi\u00f9 riputate&quot;, un giorno, fra cinquant&#8217;anni, o fra cento o duecento, faranno sorridere qualcuno, e lei stesso, e quelli come lei, saranno paragonati a dei don Ferrante, stolidamente innamorati delle cose vecchie e passate? Lei dice, continuamente: il secolo decimo settino \u00e8 il secolo dell&#8217;astronomia, di Galilei, della scienza, di Cartesio, eccetera: non la sfiora il pensiero che costoro non siano stati <em>tutto<\/em> il Seicento, e che molti, moltissimi loro contemporanei (specie all&#8217;inizio: e il romanzo \u00e8 ambientato nel 1630-32, vale a dire <em>prima<\/em> del processo a Galilei), uomini di cultura e di pensiero non meno valorosi, avevano vedute assai diverse, sia riguarda la scienza, sia riguardo al progresso? Non lo sa che la maggior parte degli astronomi del Seicento criticavano Galilei e lo accusavano, giustamente, di voler essere creduto, allorch\u00e9 insegnava che solo il sistema di Copernico \u00e8 giusto, senza avere uno straccio di prova a sostegno (o meglio, di averne una, le maree, ma del tutto sbagliata)? Non lo sa che la scienza moderna \u00e8 nata staccandosi dalla magia, dall&#8217;alchimia e dell&#8217;astrologia, in maniera assai pi\u00f9 complessa e sfumata di quel che poi si \u00e8 voluto far credere? E che moltissimi illustri astronomi del tempo, come Tycho Brahe e Keplero, erano altrettanto dediti all&#8217;astrologia e facevano gli oroscopi? Quanto al Cervantes: che il <em>Don Chisciotte<\/em> sia una beffa e una risata sul mondo cavalleresco, dire una cosa simile denota solo quanta poca penetrazione e umilt\u00e0 vi siano nel suo modo di porsi di fronte alle opere letterarie: lei le interpreta sempre e solo alla luce della sua ideologia progressista, e, se non pu\u00f2, le piega e le distorce, finch\u00e9 il risultato \u00e8 quello. E caro Nardi, nemmeno con lei i conti tornano: la peste dilag\u00f2 nel &#8216;600 perch\u00e9 la cultura del secolo era troppo arretrata? Ma arretrato \u00e8 un concetto relativo, non assoluto: <em>arretrata<\/em> rispetto a cosa? Che dire allora del dilagare dell&#8217;Aids, nel tecnologico fine &#8216;900? Quanto alla sua equazione fra <em>letterato puro<\/em> e <em>inutile<\/em>, o <em>dannoso<\/em>: pensa davvero che siano meglio i letterati <em>impegnati<\/em>? I Majakovskij, gli Aragon, gli \u00c9luard, i Brecht? Non le pare che siano un po&#8217;, come dire, penosi, specie se letti qualche anno dopo? Ma \u00e8 chiaro che sia lei che Donadoni siete stati &quot;traviati&quot; dal Manzoni: la cui idea del &#8216;600 \u00e8 greve, unilaterale, ingenerosa. Manzoni, illuminista, odiava di cuore il &#8216;600, <em>quel<\/em> &#8216;600: e come avrebbe potuto capirlo?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nell&#8217;articolo &quot;I promessi sposi&quot;: un romanzo cattolico? 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