{"id":23561,"date":"2015-05-06T03:03:00","date_gmt":"2015-05-06T03:03:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/05\/06\/una-bibbia-tradotta-per-il-popolo-devessere-per-forza-una-bibbia-rivoluzionaria\/"},"modified":"2015-05-06T03:03:00","modified_gmt":"2015-05-06T03:03:00","slug":"una-bibbia-tradotta-per-il-popolo-devessere-per-forza-una-bibbia-rivoluzionaria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/05\/06\/una-bibbia-tradotta-per-il-popolo-devessere-per-forza-una-bibbia-rivoluzionaria\/","title":{"rendered":"Una Bibbia tradotta per il popolo dev\u2019essere per forza una Bibbia \u201crivoluzionaria\u201d?"},"content":{"rendered":"<p>Il 28 agosto 1978 l&#8217;arcivescovo di Udine, Antonio Battisti, ed Emilio Pizzoni, vescovo ausiliare e titolare della pieve di San Pietro di Carnia, invitano tutti i preti della Carnia a celebrare una messa nella chiesa-madre di San Pietro, nella Val B\u00fbt. Un gruppo di sacerdoti si fa avanti per domandare che la celebrazione si svolga in lingua friulana, ma i due vescovi respingono la richiesta: allora quei sacerdoti firmano un documento e lo lasciano sull&#8217;altare, dopo di che escono dal quell&#8217;antichissimo edificio sacro. Ecco, da quel gesto si pu\u00f2 indicare l&#8217;inizio del movimento che prende il nome di Glesie furlane, Chiesa friulana, tuttora esistente, che stampa anche una piccola rivista mensile: \u00abPatrie dal Fri\u00fbl &#8211; di bess\u00f4i\u00bb (che possiamo tradurre con: \u00abPatria del Friuli &#8211; da noi stessi\u00bb; letteralmente: \u00abda soli\u00bb).<\/p>\n<p>Il suo animatore storico \u00e8 stato un prete battagliero e molto controverso, dalla personalit\u00e0 forte, quasi debordante, che ha lasciato una forte impressione in quanti lo hanno conosciuto: Francesco Placereani (Pre Checo Placerean), nato a Montenars il 30 novembre 1920 e morto a Udine il 18 novembre 1986. Era stato fra i fondatori del gruppo culturale \u00abInt furlane\u00bb (\u00abGente friulana\u00bb) nel 1962;,del partito politico \u00abMovimento Friuli\u00bb nel 1966 (pi\u00f9 volte presente, a livello regionale, alle elezioni politiche, che raggiunse il massimo dei consensi nel 1968, con il 5% circa dei voti); nonch\u00e9 fra gli ispiratori della Mozione del clero per lo sviluppo sociale del Friuli, nel 1967. Ma la sua impresa culturale pi\u00f9 significativa \u00e8 stata la traduzione in friulano del \u00abMessale romano\u00bb, fra il 1971 e il 1977, e quella, ancor pi\u00f9 impegnativa della Bibbia, sempre in friulano: fatica da lui concepita e iniziata, ma portata a termine solo parecchi anni dopo, nel dicembre del 1993, dal suo erede spirituale, il sacerdote Pier Antonio Bellina (Pre Toni Beline), nato a Venzone l&#8217;11 febbraio 1941 e morto a Basagliapenta di Basiliano il 23 aprile 2007.<\/p>\n<p>Glesie Furlane si pu\u00f2 considerare come un doppio effetto del Concilio Vaticano II (e, in senso pi\u00f9 lato, della cultura del 1968 in ambito ecclesiastico, specialmente della teologia della liberazione) e della progressiva presa di coscienza da parte di una minoranza etnica e della sua graduale rivendicazione dell&#8217;autonomia culturale &#8211; e, poi, anche politica -, quest&#8217;ultima espressa nella nascita del Movimento Friuli, fondato, come si \u00e8 detto, nel 1966, per iniziativa, oltre che di Francesco Placereani, di personalit\u00e0 come Gianfranco Ellero, Raffaele Carozzo, Fausto Schiavi, Corrado Cecotto e Gino di Caporiacco, quest&#8217;ultimo assai noto come storico.<\/p>\n<p>Partiamo da questo secondo elemento, che \u00e8 &#8212; secondo noi &#8212; quello pi\u00f9 profondamente radicato e quello pi\u00f9 autenticamente sentito nell&#8217;ambito della societ\u00e0 friulana, anche da parte di quanti non si riconoscono in maniera esplicita n\u00e9 nella Glesie furlane, n\u00e9 nel Movimento Friuli. La prima cosa che i non friulani devono sapere, a questo proposito, \u00e8 che il friulano non \u00e8 un dialetto italiano, ma una lingua neolatina, o, pi\u00f9 esattamente, il ramo pi\u00f9 orientale della lingua ladina (il cui ramo occidentale \u00e8 il romancio e quello centrale il ladino dolomitico). I friulani, dunque, o una parte consistente di essi, non si sentono una popolazione, ma un popolo: non la pi\u00f9 settentrionale delle popolazioni italiane, ma &#8212; per usare l&#8217;espressione dello scrittore e storico della letteratura Bindo Chiurlo &#8212; il pi\u00f9 meridionale dei popoli settentrionali d&#8217;Europa. Accanto a questa consapevolezza, che \u00e8 anche una fierezza, esiste una diffusa frustrazione per come la cultura e la stessa gente friulana sono state inserite nella compagine della cultura italiana e dello Stato italiano, unita al desiderio di rivendicare con orgoglio l&#8217;una e l&#8217;altra, di far rinascere e riaffermare la propria identit\u00e0.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 la prima cosa e la pi\u00f9 importante. Molti friulani ridono, o sorridono, delle pretese autonomistiche sventolate da alcuni gruppi e movimenti; per\u00f2, in cuor loro, ne condividono, magari senza rendersene conto, l&#8217;atteggiamento di fondo: quello di un popolo che ha coscienza di s\u00e9 e che possiede non solo una lingua, ma un modo di pensare e di sentire, del tutto specifico, e diverso da quello degli altri italiani, a cominciare dai pi\u00f9 vicini &#8212; i Veneti &#8212; al di l\u00e0 dai confini della &quot;p\u00ec\u00e7ule patrie&quot;, cio\u00e8 oltre il Livenza. E questo a dispetto del fatto che la lingua friulana abbia conosciuto una flessione costante, una emorragia inarrestabile, al punto che nella stessa Udine, la capitale storica, ove ai primi del XX secolo si parlava largamente il friulano, ora esso \u00e8 quasi scomparso, dapprima dal centro, indi, poco alla volta, anche dai borghi periferici, per cedere il passo al (non bellissimo) dialetto veneto udinese, importato dai dominatori veneziani dopo la caduta del Patriarcato di Aquileia, nel 1420.<\/p>\n<p>Tuttavia non bisogna trarre l&#8217;errata conclusione che i Friulani si sentano degli Austriaci, o quasi: come diceva un altro giornalista di orientamento autonomista, Riedo Puppo, l&#8217;Austria \u00e8 l&#8217;Austria, e il Friuli \u00e8 il Friuli; sono, cio\u00e8, due cose diverse &#8211; anche se innegabilmente, aggiungiamo noi, sia l&#8217;architettura, sia il paesaggio, sia lo stesso carattere degli abitanti, assomiglino molto pi\u00f9 a quelli austriaci che a quelli di qualunque altra regione italiana. E anche se l&#8217;amministrazione austriaca, specialmente l\u00e0 dove essa \u00e8 durata pi\u00f9 a lungo &#8212; quindi nel Goriziano, in primo luogo &#8212; ha lasciato molti ricordi positivi, dalla burocrazia al sistema fiscale, dall&#8217;apparato scolastico al servizio postale, per non parlare dei legami affettivi originati da un prolungato ed intenso flusso migratorio dei Friulani verso l&#8217;Austria, sia stagionale (specialmente boscaioli e, pi\u00f9 tardi, gelatai) che permanente (dalle miniere al commercio).<\/p>\n<p>Nel secondo dopoguerra, mentre si accendeva &#8211; e, per fortuna, in qualche anno si spegneva &#8211; l&#8217;ultima grande ondata migratoria dei Friulani (diretta, stavolta, soprattutto verso l&#8217;Argentina, oltre che verso la Svizzera e il centro Europa), la consapevolezza della propria identit\u00e0 si \u00e8 unita alla rivendicazione di alcuni obiettivi storici per risollevare le condizioni spirituali e materiali della &quot;piccola patria&quot;: la creazione di una universit\u00e0 del Friuli, e specialmente della facolt\u00e0 di medicina, a Udine (citt\u00e0 dotata di uno dei migliori ospedali pubblici d&#8217;Italia); la riduzione delle servit\u00f9 militari, che, gravando su vaste zone rurali, ritarda ed ostacola lo sviluppo economico e penalizza fortemente l&#8217;agricoltura; la limitazione della presenza meridionale nella pubblica amministrazione, vissuta come una forma di colonizzazione da parte del Sud, in numerosi ambiti, dalla magistratura alle forze dell&#8217;ordine, dalla pubblica istruzione agli impiegati comunali, provinciali e regionali; la valorizzazione e, possibilmente, l&#8217;insegnamento della lingua friulana nelle scuole, nella prospettiva di una sua parificazione all&#8217;italiano e, quindi, del bilinguismo ufficiale; il distacco delle tre province friulane &#8212; Udine, Gorizia e Pordenone &#8211; dalla Venezia Giulia, e quindi dalla citt\u00e0 di Trieste, considerata del tutto estranea alla cultura e alla storia del Friuli e vista come presenza parassitaria, o comunque penalizzante, rispetto ai bisogni della realt\u00e0 friulana.<\/p>\n<p>Va notato che la regione Friuli-Venezia Giulia ottenne l&#8217;autonomia amministrativa &#8211; ultima delle cinque regioni italiane a statuto speciale -, con legge costituzionale n. 1 del 31 gennaio 1963 -, ma, appunto, mediante la fusione del Friuli con la Venezia Giulia, e cio\u00e8 subordinando, in un certo senso, il primo alla seconda: l&#8217;autonomia, perci\u00f2, fu vissuta da quasi tutti i Friulani, se non proprio come una beffa, certo come una grande occasione mancata, perch\u00e9 metteva ancora una volta la loro terra in posizione subordinata rispetto ad un &quot;centro&quot; posto fuori di essa (come era stato prima, con il Friuli storico inglobato nel Veneto), e i cui interessi e le cui necessit\u00e0 avevano poco o niente a che fare con quelli del Friuli medesimo.<\/p>\n<p>L&#8217;universit\u00e0 di Udine, istituita nel 1978, \u00e8 arrivata, in un certo senso, troppo tardi: quando intere generazioni di studenti friulani si erano formate a Padova, Venezia o Trieste, diluendo alquanto la loro coscienza identitaria, e ci\u00f2 mentre alcune voci originali, come quella di P. P. Pasolini (autore di bellissime e struggenti poesie in lingua friulana), si erano spente; e soprattutto quando ormai il terribile terremoto del 1976, spazzando via il volto, se non l&#8217;anima, del vecchio Friuli &#8211; rurale, patriarcale, malinconicamente nostalgico e raccolto in se stesso &#8211; aveva segnato una cesura traumatica nella storia sociale e spirituale di questo popolo.<\/p>\n<p>Per capire il fenomeno della Glesie Furlane bisogna tener conto di tutto questo. Vale la pena di riportare la definizione che i suoi membri danno del gruppo: \u00abun grop di cristians e furlans che a cirin di l\u00e2 a font des l\u00f4r lidr\u00ees cultur\u00e2ls e religjosis, par pod\u00ea concili\u00e2 in maniere armoniche la propie fede cu la propie identit\u00e2t cultur\u00e2l. Vu\u00ea si feberlar\u00e8s di &quot;inculturazion de fede&quot; o di &quot;vanzelizazion de culture&quot;.\u00bb<\/p>\n<p>Da questa definizione emerge, insieme a quella autonomistica e identitaria, l&#8217;altra grande istanza presente nel gruppo Glesie furlane, ma anche in altri orientamenti analoghi del clero e dei fedeli di questa regione: quella pastorale &quot;di base&quot;, con influssi che risalgono al substrato ideologico ecclesiastico post-conciliare, dalla teologia della liberazione alla pastorale e alla pedagogia di don Milani, il tutto in chiave di contestazione &#8212; implicita o esplicita &#8212; della Chiesa &quot;ufficiale&quot;, della Curia, degli stessi vescovi locali, accusati di non essere abbastanza vicini al &quot;popolo&quot;, abbastanza sensibili al suo &quot;grido&quot;, ai suoi bisogni, alle sue speranze.<\/p>\n<p>Francesco Placereani e Antonio Bellina, ad esempio, pensavano che la Chiesa cattolica non si fosse rinnovata a sufficienza dopo il Vaticano II, che non fosse stata coerente con le direttive conciliari, che non avesse saputo andare verso gli ultimi, verso i poveri, verso gli emarginati; e interpretavano il popolo friulano, negletto dalla storia delle grandi nazioni, incompreso, sfruttato, come la quintessenza di ci\u00f2 che Cristo intendeva quando parlava, esaltandoli, dei &quot;piccoli&quot; e dei &quot;semplici&quot;. Si trattava dunque, per loro, di recuperare credibilit\u00e0 presso la gente, tornando a predicare il Vangelo della concretezza, accanto alle persone semplici, vivendo i loro problemi, mettendosi nella loro prospettiva, anzi, condividendo in tutto e per tutto i loro dolori e le loro aspirazioni, le loro amarezze e la loro tenerezza.<\/p>\n<p>Anche qui \u00e8 necessario fare, per il lettore non friulano, una importante precisazione. Forse in nessuna parte d&#8217;Italia, come in Friuli, il clero, storicamente, \u00e8 stato vicino alle classi popolari, ne ha condiviso le fatiche e le battaglie, ha saputo farsi capire da esse, le ha sostenute nelle loro prime organizzazioni sociali e sindacali &#8212; ad esempio, nelle cosiddette &quot;leghe bianche&quot;, o nella fondazione delle cooperative di credito agricolo -, ne ha interpretato gli stati d&#8217;animo e le aspirazioni. Il clero friulano, dopo l&#8217;unit\u00e0 d&#8217;Italia, \u00e8 stato ed \u00e8 rimasto fortemente radicato nel tessuto della societ\u00e0 rurale, godendo, nello stesso tempo, di una considerazione, di un prestigio, di un consenso, come, probabilmente, in nessun&#8217;altra regione. Per trovare un fenomeno analogo, che si potrebbe anche chiamare clericalismo, ma con una forte connotazione sociale, bisogna andare presso il clero austriaco e presso quello sloveno degli ultimi tempi dell&#8217;Impero asburgico; ma forse il paragone pi\u00f9 calzante \u00e8 proprio quello con quest&#8217;ultimo. Anche in quel caso, il clero cattolico locale ha svolto un ruolo fondamentale per la difesa della lingua, della cultura, della identit\u00e0 nazionale slovene, preservandole dal pericolo di essere sommerse dalla lingua e dalla cultura tedesca in Carniola e nella Carinzia meridionale, poi, dopo il 1918, dalla lingua e dalla cultura italiana nella Venezia Giulia, corrispondente, pi\u00f9 o meno, al vecchio K\u00fcstenland, il cosiddetto Litorale. Insomma, \u00e8 come se il Friuli fosse stato l&#8217;ultima regione d&#8217;Italia, e una delle ultime d&#8217;Europa, ad ammainare la bandiera della fierezza cattolica e ad arrendesi alla marea montante del secolarismo.<\/p>\n<p>In Friuli, dunque, esistevano le condizioni sufficienti per la nascita di un movimento come Glesie furlane: una societ\u00e0 solo recentemente, e solo in parte, investita dall&#8217;ondata della secolarizzazione; un clero ben radicato fra la gente e tradizionalmente vicino ai problemi del lavoro, della famiglia e del rapporto con lo Stato; una cultura locale molto individualizzata, discretamente cosciente di se stessa e in fase di risveglio; una particolare sensibilit\u00e0 alla concretezza da parte degli intellettuali, qui rappresentati, almeno in parte, proprio da elementi del basso clero, la cui naturale vocazione \u00e8 quella di gettare un ponte fra la cultura delle classi superiori e quella popolare (si pensi solo, per fare un paio di esempi, al film \u00abGli ultimi\u00bb e alle poesie &quot;teologiche&quot; di padre Davide Maria Turoldo). Condizioni sufficienti, abbiamo detto, ma non necessarie: di fatto, anche qui esisteva la dualit\u00e0, tipica della Chiesa cattolica, fra il richiamo alla tradizione e quello all&#8217;innovazione; e anche qui, anzi, specialmente qui, esistevano, per le stesse caratteristiche sociali e culturali cui abbiamo accennato, dei sacerdoti orientati in senso tradizionalista, ma non meno radicati nelle loro rispettive comunit\u00e0 e non meno stimati dai fedeli, di quanti ve ne fossero nel campo dei riformisti. Ne ricordiamo uno per tutti, quel don Luigi Cozzi, per molti anni parroco di Solimbergo, in provincia di Pordenone, il quale, anche per i suoi interessi storici e archeologici e per la sua robusta cultura umanistica, oltre che per la sua austera visione religiosa, molto legata ai valori della terra e della societ\u00e0 pre-moderna, godeva di un indiscusso prestigio, anche se le sue posizioni erano considerate da molti troppo conservatrici e, quindi, oggetto di forte critica.<\/p>\n<p>Ad ogni modo, dopo il Concilio Vaticano II e la ventata &quot;rivoluzionaria&quot; degli anni Sessanta, anche nei seminari e nel clero friulano si produsse un fenomeno di generale irrequietezza, un moto di insofferenza verso l&#8217;autorit\u00e0 vescovile, una tendenza dalla contestazione e al rifiuto di abitudini consolidate e di norme vigenti da tempo immemorabile, il tutto in nome di un &quot;aggiornamento&quot; del messaggio evangelico che ricordava, \u00abmutatis mutandis\u00bb, alcune istanze gi\u00e0 portate avanti dal modernismo nei primi anni del XX secolo, e poi solennemente condannate da Pio X, ma ora rinate e alimentate dalla nuova atmosfera creatasi in sede post-conciliare. In una regione fortemente industrializzata, si sarebbe sviluppato il fenomeno dei preti-operai; in una regione a prevalente vocazione agricola (e si noti che Glesie furlane ha messo radici dapprima in Carnia, ossia nella zona pi\u00f9 isolata e arretrata, e solo in seguito nel resto del Friuli, verso la pianura relativamente pi\u00f9 ricca) \u00e8 nato il fenomeno del parroco di paese che si fa interprete e portavoce di una forte richiesta di ritorno allo spirito evangelico originario, di un pi\u00f9 esplicito distacco dalla Chiesa mondanizzata e di una pi\u00f9 netta scelta preferenziale per gli &quot;ultimi&quot; e per i &quot;poveri&quot;: tutti elementi, come si pu\u00f2 notare, caratteristici proprio della teologia della liberazione, nata in quegli anni nel clero e tra i cattolici laici dell&#8217;America Latina.<\/p>\n<p>Don Milani, il suo atteggiamento polemico verso l&#8217;arcivescovo di Firenze, la vicenda dell&#8217;Isolotto, tutto questa eredit\u00e0 \u00e8 presente nel movimento fondato da Francesco Placereani e continuato da don Antonio Bellina: due sacerdoti, bisogna dirlo, dal temperamento sanguigno e battagliero, che non hanno esitato ad assumere, talora, comportamenti di aperta sfida nei confronti dell&#8217;autorit\u00e0 vescovile, andando anche oltre il &quot;modello&quot; don Milani e volendo incarnare un nuovo tipo di prete, radicalmente vicino alla gente, radicalmente schierato con il &quot;popolo&quot;. (Una volta, al vescovo udinese che gli chiedeva con quale autorizzazione egli avesse celebrato messa in cima a una montagna della Carnia, egli rispose, con molta arguzia ma con poca modestia, che, se Mos\u00e8 aveva ricevuto le dodici tavole sul Monte Sinai, pi\u00f9 basso, egli poteva ben dire messa su di una montagna nettamente pi\u00f9 elevata.) La decisione di tradurre la Bibbia in friulano nasce da qui: vale a dire, da una scelta pastorale che \u00e8 anche di tipo sociale, prima ancora che culturale: non si trattava solo di portare la Bibbia pi\u00f9 vicino al popolo cristiano, ma anche di far sentire la Chiesa pi\u00f9 vicina alla gente. La motivazione autonomista si intrecciava, dunque, con quella pastorale e teologica &quot;progressista&quot;: ma la seconda, almeno nelle intenzioni e nella linea di condotta del gruppo, finiva per essere decisamente prevalente.<\/p>\n<p>Naturalmente, la traduzione della Bibbia in friulano era e rimane anche un importante evento culturale e ha recato un contributo notevole alla coscienza di s\u00e9 del popolo friulano, della bellezza e dignit\u00e0, anche letteraria, della sua lingua, la &quot;marilenghe&quot;; e come tale, ora, viene rievocata e celebrata in simposi ufficiali, come \u00e8 accaduto il 13 novembre 2009, nel venticinquesimo dell&#8217;evento, con un convegno organizzato dalla Provincia di Udine e che ha visto la partecipazione, accanto al presidente Fontanini, di tre vescovi, in rappresentanza della Chiesa locale. Resta il fatto che il sottinteso polemico, anti-gerarchico, anti-tradizionalista e &quot;modernista&quot; da cui nacque la traduzione della Bibbia, e, pi\u00f9 in generale, l&#8217;orientamento da teologia della liberazione del gruppo Glesie furlane, non poteva non generare divisioni tra i fedeli e perplessit\u00e0 nelle gerarchie della Chiesa cattolica, tanto a livello locale che nazionale.<\/p>\n<p>E qui si pone la domanda di fondo, da cui eravamo partiti: una Bibbia per il popolo deve essere, per forza di cose, anche una Bibbia &quot;rivoluzionaria&quot;? \u00c8 inevitabile che, accingendosi a tradurre in una lingua locale, per la prima volta nella storia, la Bibbia, appaiano in controluce le figure di Lutero e di Calvino, o quelle di Buonaiuti e di Tyrell; o, ancora, quelle di Leonardo Boff e, magari, di Camilo Torres? Voler portare il Vangelo, voler portare la Chiesa pi\u00f9 vicino alla gente, significa necessariamente questo?<\/p>../../../../n_3Cp>Noi crediamo di no, e per una ragione molto semplice. Tutto nasce da un malinteso: che la &quot;scelta preferenziale per i &quot;poveri&quot; equivalga all&#8217;adozione, da parte della Chiesa, della prospettiva e del metodo marxista della lotta di classe. In primo luogo, i &quot;poveri&quot; di cui parla Cristo non sono tali solo in senso economico, ma, soprattutto, in senso morale: sono i poveri di spirito, coloro che si fanno piccoli davanti a Dio per accogliere con umilt\u00e0 e fiducia la Sua parola. In secondo luogo, il Vangelo non \u00e8 e non pu\u00f2 essere piegato alla logica politica della contrapposizione di classe: non pu\u00f2 significare una idealizzazione del &quot;popolo&quot;, non pu\u00f2 ridursi alla formula demagogica secondo cui &quot;il povero ha sempre ragione&quot;, perch\u00e9 questo non \u00e8 vero. Il povero pu\u00f2 aver ragione, come pu\u00f2 avere torto: la sua condizione di povero, in senso puramente materiale, ne fa oggetto di particolare sollecitudine da parte del cristiano, ma non lo circonfonde di gloria, non lo trasforma in una bandiera da sventolare, in battaglia, contro il non-povero, o contro colui che viene ritenuto tale. Perch\u00e9, a volte, le apparenze ingannano: e accade, tanto per fare un esempio, che il proprietario di un appartamento sia pi\u00f9 disagiato di colui che ci vive in affitto, cos\u00ec come pu\u00f2 accadere che un piccolo imprenditore, oberato dai debiti e gravato dalle tasse, sia pi\u00f9 disagiato dei suoi operai. Guai se il prete si facesse paladino del &quot;povero&quot;, che non sempre \u00e8 tale, contro il benestante: tradirebbe la sua missione spirituale e diventerebbe una brutta copia del rivoluzionario di professione. Tradirebbe, soprattutto, il Vangelo, che non \u00e8 un libro di emancipazione politica o sociale, ma spirituale e religiosa; e farebbe di Ges\u00f9 Cristo un Che Guevara ebreo vissuto duemila anni fa, uno dei tanti che vorrebbero portare il paradiso in terra mediante una &quot;buona&quot; rivoluzione, cio\u00e8 mediante la sistematica eliminazione dei nemici di classe.<\/p>\n<p>Amare il popolo, amare gli &quot;ultimi&quot;, amare le persone semplici, non significa adottare il punto di vista del materialismo storico; e meno che memo per un prete o per un cristiano. Il cristiano ha un&#8217;altra battaglia da portare avanti, che ha per teatro, prima di tutto, la conversione personale e l&#8217;apertura alla grazia divina; battaglia che non si fonda sull&#8217;orgoglio umano e sulla pretesa di raddrizzare il mondo secondo un progetto ideologico, ma sulla disponibilit\u00e0 a rendere il mondo pi\u00f9 umano e pi\u00f9 accogliente ponendosi al servizio del disegno di Dio, e con la chiara consapevolezza che, nella dimensione terrena, ci saranno sempre dei poveri e ci saranno sempre delle ingiustizie, per quanto ci\u00f2 possa, e debba, fare scandalo. Ma \u00e8 lo scandalo della vita umana e della condizione umana, sospesa fra peccato e redenzione, come un ponte gettato sull&#8217;abisso: il ponte del libero arbitrio. Se l&#8217;uomo potesse costruire il paradiso in terra e se potesse eliminare per sempre l&#8217;ingiustizia e il dolore, allora non sarebbe pi\u00f9 uomo: sarebbe Dio. E appunto nella pretesa di sostituirsi a Dio, in mille forme diverse (ad esempio con la manipolazione genetica), egli \u00e8 maggiormente peccatore, e pi\u00f9 duramente viene punito: punito dalle conseguenze del suo stesso orgoglio, della sua stessa pretesa di andare oltre il limite del proprio statuto ontologico.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo, invero, ha una possibilit\u00e0, ed una sola, di andare oltre il proprio statuto ontologico: che non consiste nel voler emulare Dio e nel farsi il Dio di se stesso, ma, al contrario, nel lasciar andare il proprio Io presuntuoso e tirannico, nel farsi piccolo e nell&#8217;accogliere, cos\u00ec, la pienezza dei doni spirituali che gli vengono dall&#8217;alto, se \u00e8 abbastanza umile &#8212; e abbastanza forte &#8211; da resistere alla tentazione dell&#8217;autosufficienza e da riconoscere il debito della propria condizione creaturale, che tende verso l&#8217;Assoluto, ma non \u00e8 l&#8217;Assoluto: ne \u00e8, semmai, una scintilla, un riflesso, una immagine preziosa, ma pur sempre imperfetta.<\/p>\n<p>\u00c8 un vero peccato che in tante parti del mondo, e anche nella piccola patria del Friuli, l&#8217;accecamento ideologico sessantottesco abbia confuso e cancellato la limpidezza del messaggio cristiano e aperto la strada a un cos\u00ec grossolano equivoco. Agitando la bandiera della Chiesa dei poveri, della Chiesa del popolo, questi gruppi e movimenti si sono lasciati trasportare, magari in buona fede, da un atteggiamento molto, troppo umano e troppo poco religioso e spirituale: l&#8217;atteggiamento di chi vuol rifare il mondo con le forze dell&#8217;uomo, e finisce per ridurre il divino alla misura dell&#8217;umano. Un peccato di superbia, dunque, e non piccolo, n\u00e9 innocente: perch\u00e9 in esso vengono smarrite proprio quella mitezza, quella benevolenza, quella confidenza in Dio, che si esprimono nel dire un po&#8217; meno &quot;Io&quot;, e nell&#8217;aprirsi con spirito di fede, speranza e carit\u00e0 al mistero della grazia divina. Come dice San Paolo: uno solo \u00e8 il Vangelo, anche se sono molti a predicarlo&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 28 agosto 1978 l&#8217;arcivescovo di Udine, Antonio Battisti, ed Emilio Pizzoni, vescovo ausiliare e titolare della pieve di San Pietro di Carnia, invitano tutti i<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30169,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[80],"tags":[149,236,237],"class_list":["post-23561","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-modernismo","tag-friuli-venezia-giulia","tag-sacerdozio","tag-sacra-scrittura"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-modernismo.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23561","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23561"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23561\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30169"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23561"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23561"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23561"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}