{"id":23559,"date":"2008-06-27T02:57:00","date_gmt":"2008-06-27T02:57:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/27\/le-dimensioni-del-sacro-e-del-ricordo-sintrecciano-al-quotidiano-nella-poesia-di-biagio-marin\/"},"modified":"2008-06-27T02:57:00","modified_gmt":"2008-06-27T02:57:00","slug":"le-dimensioni-del-sacro-e-del-ricordo-sintrecciano-al-quotidiano-nella-poesia-di-biagio-marin","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/27\/le-dimensioni-del-sacro-e-del-ricordo-sintrecciano-al-quotidiano-nella-poesia-di-biagio-marin\/","title":{"rendered":"Le dimensioni del sacro e del ricordo s&#8217;intrecciano al quotidiano nella poesia di Biagio Marin"},"content":{"rendered":"<p><em>L\u00e0sseme el sogno:<\/em><\/p>\n<p><em>pan de pura farina,<\/em><\/p>\n<p><em>la fiama viva in cusina,<\/em><\/p>\n<p><em>l&#8217;ogio d&#8217;uliva pronto a ogni bisogno.<\/em><\/p>\n<p><em>L\u00e0sseme un fior de siel, de puisia,<\/em><\/p>\n<p><em>el viso zentilin de la Madona,<\/em><\/p>\n<p><em>e la caressa de gno nona<\/em><\/p>\n<p><em>cussi lisiera su la testa mia<\/em><\/p>\n<p><em>Anche i nu\u00f2li vagabundi,<\/em><\/p>\n<p><em>che il sielo se li beve:<\/em><\/p>\n<p><em>e me co&#8217; eli con un sorso breve<\/em><\/p>\n<p><em>nostro alelugia e nostro deprofundi.<\/em><\/p>\n<p>Traduzione di Giovanni battista Pighi e Edda Serra (da: Biagio Marin, <em>Nel silenzio pi\u00f9 teso<\/em>, Rizzoli, Milano, 1980, 1981, pp. 60-61):<\/p>\n<p><em>Lasciami il sogno:<\/em><\/p>\n<p><em>pane di pura farina,<\/em><\/p>\n<p><em>la fiamma viva in cucina<\/em><\/p>\n<p><em>l&#8217;olio d&#8217;oliva pronto a ogni bisogno.<\/em><\/p>\n<p><em>Lasciami un fiore di cielo, di poesia,<\/em><\/p>\n<p><em>il viso gentilino della Madonna,<\/em><\/p>\n<p><em>e la carezza di mia nonna<\/em><\/p>\n<p><em>cos\u00ec leggera sulla testa mia.<\/em><\/p>\n<p><em>Anche i nuvoli vagabondi,<\/em><\/p>\n<p><em>che il cielo se li beve,<\/em><\/p>\n<p><em>e me con essi, con un sorso breve,<\/em><\/p>\n<p><em>nostro alleluia e nostro deprofundis.<\/em><\/p>\n<p>Con questi versi limpidi, di una bellezza semplice e struggente, si apre la raccolta <em>Pan de pura farina<\/em>, di uno dei pi\u00f9 grandi poeti del Novecento: Biagio Marin (1891-1985).<\/p>\n<p>Pochi lo conoscono in Italia, e pochissimi all&#8217;estero. Il motivo \u00e8 che egli, in tutta la sua lunga vita, si \u00e8 sempre mantenuto fedele alla lingua della sua terra: il dialetto dell&#8217;isola di Grado, posta nelle lagune del basso Friuli, a breve distanza dalla romana Aquileia. E, nell&#8217;epoca dei grandi numeri, come pu\u00f2 raggiungere risonanza mondiale un poeta che scrive i suoi versi in un idioma arcaico, parlato e compreso da pochissime migliaia di persone? Se Biagio Marin avesse scelto l&#8217;italiano; se un Biagio Marin fosse nato in Francia o in Gran Bretagna, oggi tutti conoscerebbero il suo nome e avrebbero letto almeno qualche sua pagina.<\/p>\n<p>Ma il poeta gradese non avrebbe mai potuto fare una scelta linguistica diversa. Egli ha voluto essere, ed \u00e8 stato, non solo il cantore, ma il custode delle antichissime tradizioni della sua gente: gente marinara, abituata a vedere il mondo nell&#8217;incerto confine tra cielo e mare; ora corrucciati e carichi di pioggia, ora dolcemente distesi al sole estivo, nella pace della natura. Dalla prima raccolta <em>I canti de l&#8217;isola<\/em>, del 1951, fino all&#8217;ultima, <em>La vose de la sera<\/em> (1985), sempre egli \u00e8 stato fedele al suo dialetto, sempre ne ha fatto una bandiera di fierezza contro i meccanismi alienanti della massificazione e dell&#8217;omologazione culturale. Tra l&#8217;una e l&#8217;altra, si snoda una serie di perle poetiche cantate con voce sommessa, sul filo del ricordo e dell&#8217;elegia, per celebrare le gioie, i dolori e la gratitudine verso la vita; e, soprattutto, per custodire la memoria della sua terra, per erigerle un monumento che il tempo non possa cancellare come fa la marea con i castelli di sabbia costruiti dai bambini sulla spiaggia del mare: <em>Dopo la longa istae<\/em> (1951), <em>Elegie istriane<\/em> (1963), <em>El mar de l&#8217;eterno<\/em> (1967), <em>Al sol cal\u00e0o<\/em> (1974), <em>Pan de pura farina<\/em> (1976), <em>Stele cagi\u00fae<\/em> (1977), <em>In memoria<\/em> (1978), <em>Nel silenzio pi\u00f9 teso<\/em> (1980).<\/p>\n<p>In un paesaggio che \u00e8, ad un tempo, magico e quotidiano, arcano nelle sue pieghe misteriose e trasparente nella sua concreta, disarmata limpidezza, Biagio Marin ha combattuto e vinto la battaglia montaliana contro l&#8217;oblio della memoria, contro il pozzo oscuro della dimenticanza, restituendo al sole e alla vita i ricordi pi\u00f9 cari, i profumi dell&#8217;infanzia, lo sguardo stupito che si apre sul mondo come per la prima volta. Ne \u00e8 un esempio, nella poesia <em>L\u00e0sseme el sogno<\/em>, quel gesto dolcissimo della nonna che carezza lievemente la testa del nipotino, e che sembra fare da <em>pendant<\/em> a quell&#8217;altro, soave sorriso femminile: quello di una Madonnina dipinta o, forse, scolpita, molto probabilmente proveniente dal vicino Santuario dell&#8217;isola di Barbana, del quale i Gradesi (come tutti gli abitanti delle lagune) sono devotissimi frequentatori.<\/p>\n<p>E poi quegli oggetti umili, della vita di ogni giorno, ma utili e necessari, come l&#8217;olio d&#8217;oliva; quella <em>fiamma viva<\/em> che arde in cucina, simbolo del mistero e dello splendore della famiglia, dei suoi affetti, della sua coesione; e &#8211; non ultima &#8211; la dimensione del sogno. Il poeta ha bisogno di sognare, come gli uomini ne hanno della farina per impastare il pane. Poesia \u00e8 quel <em>fiore di cielo<\/em>, che si apre come uno squarcio d&#8217;infinita bellezza nel cuore della vita di ogni giorno; poesia sono quei <em>nuvoli vagabondi<\/em> che il cielo si beve, con un sorso breve, insieme al poeta che li contempla: immagine in cui non sai se ammirare di pi\u00f9 la felicit\u00e0 inventiva e leggera nell&#8217;uso della parola, che si carica di mille echi e di mille aurorali risonanze, oppure la capacit\u00e0 quasi pittorica di trasfondere un paesaggio esteriore in uno interiore, un gentile acquerello in uno stato d&#8217;animo, in una dimensione dello spirito pacificata e senza tempo.<\/p>\n<p>Non potremmo dire anche &quot;senza rimpianti&quot;, perch\u00e9 il rimpianto c&#8217;\u00e8, ed \u00e8 sotteso a tutto il discorso poetico di Biagio Marin. Il tempo che fugge, l&#8217;infanzia che si allontana con i volti e i gesti delle persone care; un mondo intero che si avvia a scomparire: un piccolo grande mondo isolano che si avvia al suo destino inevitabile di perdita delle radici e della propria memoria.<\/p>\n<p>Ha scritto Augusto C. Marocco, a proposito del rapporto fra Marin e la sua gente e della sua concezione della poesia, come strumento della parola rivolta al mondo da una minuscola, dimenticata comunit\u00e0, nel suo libro <em>Grado. Guida per vedere e conoscere<\/em> (Edizioni Lint, Trieste, 1988, pp. 77-80):<\/p>\n<p><em>&#8230;Ma dall&#8217;opera di Biagio Marin ci viene un insegnamento grande, che egli ha destinato in particolare alla gente di Grado chiamandola a reagire di fronte alla sua anima spalancata senza riserve. Tante volte \u00e8 capitato che lamentasse il silenzio, l&#8217;inespressivit\u00e0 mentre la sua esistenza consisteva nel donare a tutti la parola anche a costo di sofferti esempi di vita. La parola, va detto e precisato, non buttata l\u00ec e offesa come carta straccia quasi fosse una buccia per qualunque contenuto, ma eletta ad impegno in tutto il suo valore morale e ontologico, come la parola nei testi sacri e nella poesia che, come lui fermamente credeva, viene dal divino. L&#8217;uomo che non h questa parola, che non la sente nella propria coscienza e non risponde all&#8217;imperio spirituale che promana, ha anche perso l&#8217;identit\u00e0 primigenia. Una parola creduta che non sopporta mediazioni o traduzione ed \u00e8 sempre s\u00e9 stessa, con lo stesso suono e lo stesso significato nel cervello, nel cuore e in tutti i sensi, quando \u00e8 pronunciata e quando \u00e8 scritta. E il linguaggio cui d\u00e0 origine, quale che sia, \u00e8 allora veramente una conquista ai limiti dell&#8217;immortalit\u00e0, degna degli esseri umani posti al vertice della creazione.<\/em><\/p>\n<p><em>Se dunque Marin accett\u00f2 per l&#8217;espressione pi\u00f9 elevata un dialetto parlato da pochissime persone con il grave rischio di non essere letto da nessuno, ci\u00f2 avvenne perch\u00e9 ebbe il merito raro di capire la sua vera parola, anche se era tra le pi\u00f9 scarne ed emarginate, impregnata da secoli di isolazione, da lui bambino udita come una musica privata dai vecchi pescatori nell&#8217;osteria del suo pap\u00e0,<\/em> anema e cuor da m\u00e0molo, gran canta\u00f3r de storie<em>, com&#8217;egli lo nomina memore dei racconti paterni. In effetti come avrebbe potuto distogliersene un giovane di genuina cultura, sentendosi gravato dalla responsabilit\u00e0 di testimoniare l&#8217;esistenza di quel mondo che allora pareva destinato a scomparire di l\u00ec a poco? (&#8230;) Come avrebbe potuto misconoscere e abbandonare la comunit\u00e0 degli avi rendendosi conto che Grado aveva estremo bisogno di fermare il tempo nella parola per continuare ad essere e sapendo che soltanto lui, in un paese silente tutto chiuso a guisa di paguro in madreperlacea casa, era stato toccato dalla sorte nelle qualit\u00e0 d&#8217;intelletto, di forza e vitalit\u00e0 necessarie per potervi riuscire? Forse, oggi, uno si troverebbe invogliato a impiegare queste qualit\u00e0, eccezionali quando son messe insieme, per diventare un grande<\/em> manager<em>, un grosso uomo politico, per far carriera insomma; a quel tempo, invece, e poi in tutta la sua vita, Biagio Marin le impieg\u00f2 per lo &quot;strano&quot; paese in cui era nato, dedicando totalmente s\u00e9 sesso all&#8217;isola di Grado, tanto da potersi dire che solo per essa, per la poesia, \u00e8 vissuto nel profondo dell&#8217;anima, pur essendo esistito e avendo lottato da par suo, non essendo isolato e non volendo esserlo, in tutte le vicende sociali del suo tempo e rispondendo sempre con orgoglio di persona. Fu il suo un coerente sacrificio quasi sacerdotale, consumato dal poeta per la sua terra, per il suo popolo, per la manciata di compaesani uniti dalla stessa lingua materna. E non si creda che gli sia arriso un successo letterario e mondano a ripagare la sua scelta monacale; anzi, dovete combattere fin quasi alla vecchiaia affinch\u00e9 la cultura ufficiale si accorgesse come meritava della sua opera e la consacrasse nella storia (premi e riconoscimenti, pur grandissimi, li ebbe pressoch\u00e9 tutti in tarda et\u00e0). Ed egli ambiva al riconoscimento che gli era dovuto perch\u00e9 sapeva che insieme a lui sarebbe stato riconosciuto anche il suo mondo e cos\u00ec avrebbe potuto dire di aver raggiunto l&#8217;obiettivo vero di tutta la sua vita, cio\u00e8 quello di concretare l&#8217;intento della sua risoluzione giovanile mantenendo fede alla responsabilit\u00e0 che si era assunto davanti a s\u00e9 ed alla propria gente. Ma il nobile traguardo che si era prefissato comportava anche, e soprattutto, la solidariet\u00e0 del suo popolo, la comprensione e la simpatia nell&#8217;offerta del poeta, la partecipazione dei suoi cittadini ed un comune riscatto, un prendersi in sostanza per mano senza incomprensioni. E ci\u00f2, purtroppo, non \u00e8 avvenuto; o, almeno, non sempre e non in tutto. Sicuramente, non come si sarebbe dovuto. Un destino ineluttabile anche in questo, bench\u00e9 nel proprio intimo ciascun gradese , sia ieri che oggi, senta con chiarezza che la mente e il cuore di Biagio Marin sono esistiti per la mente e il cuore di tutti, e che il suo canto \u00e8 il canti gradese per l&#8217;eternit\u00e0. Diviene ora pi\u00f9 semplice comprendere anche la natura dei difficili rapporti del poeta e la sua gente, gli slanci e il risentimento, l&#8217;amore grande e le delusioni. Egli ha sempre atteso con ansia che al suo dono, e a quanto gli costava, corrispondesse il suo popolo: sapeva che senza questa corrispondenza tutto quanto sarebbe stato invano. E ci\u00f2 fu detto da lui apertamente, non a caso, nell&#8217;anno 1965 quando a 74 anni gli fu conferito il Premio Bagutta. Nella sala del Municipio temporaneamente allogato per inagibilit\u00e0 presso la Scuola femminile<\/em> S. Scaramuzza <em>durante la solenne cerimonia in suo onore, disse Biagio Marin: \u00abPerch\u00e9, io mi rendevo conto della difficolt\u00e0 enorme per i non gradesi di accettare il mio linguaggio, di fare quello sforzo, che pure \u00e8 necessario, per passare al di l\u00e0 dello sbarramento di un linguaggio musicato, antico, e per certi versi difficile anche ai miei concittadini. Ma io dicevo: se almeno il mio paese mi giustificasse, io sarei giustificato\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>Chiss\u00e0 se altrove, i un altro paese o in un altro tempo, esiste una piccola comunit\u00e0 di uomini cos\u00ec amata, cos\u00ec fortunata ad aver avuto nella sua storia un tale figlio, come l&#8217;ha avuto l&#8217;isola di Grado. Certo, in sintesi pi\u00f9 spregiudicata potremmo anche dire che il paese natale sia stato per Marin l&#8217;occasione, se non il pretesto, per dare forma all&#8217;Amore senza confini che da lui prorompeva. Ma in tal caso dovremmo rimarcare con forza che questo paese fu proprio il suo, quello vero, compreso il linguaggio e cio\u00e8 in tutto, non un altro ideale o un&#8217;immagine idealizzata della terra natale. E ci\u00f2, a nostro avviso, sta a confermare che egli nella vita e nel canto \u00e8 stato e si \u00e8 sentito integrato a tutto tondo nella sua comunit\u00e0 storica e on ne fece in alcun caso l&#8217;oggetto di un pur rarefatto uso, neppure per un solo momento, neppure a fin di bene. Realmente egli voleva qualcosa dalla sua comunit\u00e0, ma per la comunit\u00e0 stessa; e per la sua comunit\u00e0 voleva qualcosa dal mondo, dispiegando melodie assolute di ardua comprensione ai pi\u00f9 ma di indubbia e limpidissima, inequivocabile provenienza, quella del microcosmo inconfondibile, emarginato, di una natura e di una lunga vicenda umana in agonia da riscattare, quel<\/em> picolo n\u00edo <em>(piccolo nido) da non lasciar svanire sconosciuto al consorzio umano.<\/em><\/p>\n<p>E sebbene il dialetto gradese sia una variet\u00e0 &quot;antica&quot; del veneziano, un po&#8217; come lo era quello di tanti paesi e cittadine dell&#8217;Istria e della costa dalmata, l&#8217;isola di Grado \u00e8, nondimeno, in un angolino della terra friulana; e del fiero carattere friulano si sente una eco sia nei versi di Biagio Marin, sia nei tempestosi rapporti del poeta con i suoi compaesani.<\/p>\n<p>Sfogliando un album fotografico del poeta, quel che si nota di primo acchito \u00e8 quella sua caratteristica espressione imbronciata, ma non inacidita; sdegnosa, ma non sprezzante; risentita, ma per troppo amore verso la sua gente che non vuole capire, non vuole ricordare, non vuole sapere. Friulana \u00e8 la chiusura testarda, sfiduciata, pessimistica, verso il mondo esterno; e friulana \u00e8 anche la ruvida dolcezza e l&#8217;altrettanto testarda volont\u00e0 di dialogo, di confronto, di parola.<\/p>\n<p>Friulano, poi, supremamente friulano, \u00e8 l&#8217;amore per la casa, il <em>mal dal mad\u00f3n<\/em> (\u00abil male del mattone\u00bb, tipico di un popolo di emigranti), sentita non tanto come la oraziana o ariostesca (ed epicurea) <em>parva domus<\/em> in cui staccarsi dal mondo; ma, al contrario, come quel cordone ombelicale senza il quale non vi pu\u00f2 essere alcun autentico rapporto col mondo: perch\u00e9, esattamente come con la lingua, l&#8217;amatissima <em>mari lenghe<\/em> (la lingua che \u00e8 madre!), non si pu\u00f2 parlare al mondo se ci si scorda del proprio idioma natio, quello appreso succhiando il latte materno. Ed ecco perci\u00f2 la casa di Biagio Marin, quella modesta villetta con la facciata rivolta al mare: quel mare che per i turisti \u00e8 solo vacanza e svago, mentre per i gradesi \u00e8, o piuttosto era, duro cimento quotidiano per strappargli, a volte con pericolo, e sempre con fatica, il necessario per vivere. Ecco il glicine che forma una volta sulla piccola terrazza; ecco il vecchio pioppo (il <em>talpon<\/em>) che spande la sua ombra sul giardino: presenti, l&#8217;uno e l&#8217;altro, in tante versi del poeta. Ed ecco, all&#8217;interno, i libri, i ritratti &#8211; di Beethove, di Scipio Slataper -, e le <em>scusse<\/em>, le conchiglie, che recano un&#8217;eco della marea e paiono quasi ridestare, nei lunghi e grigi mesi invernali, il gioioso vocio della spiaggia.<\/p>\n<p>Sotto questo punto di vista, il raffronto che viene subito alla monte \u00e8 quello con il grande teologo e poeta David Maria Turoldo, del quale abbiamo gi\u00e0 avuto occasione di occuparci (cfr. F. Lamendola, <em>Un film al giorno: \u00abGli ultimi\u00bb di Vito Pandolfi e David Maria Turoldo, 1963<\/em>, sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice). Perch\u00e9 anche nella poesia di Marin, come in quella di Turoldo (e, in parte, anche nella \u00abpoesia onesta\u00bb di Umberto Saba), vi \u00e8 una profonda dimensione trascendente, religiosa, che tuttavia non mortifica la realt\u00e0 terrena e non fa velo alle piccole, semplici cose di ogni giorno.<\/p>\n<p>Tale dimensione religiosa, anzi sacrale, traspare dalle maglie stesse del quotidiano: non si pone come realt\u00e0 autonoma e distinta da quella profana, perch\u00e9 l&#8217;intera vita, con i suoi gesti e i suoi pensieri, ne \u00e8 intimamente impregnata. Si pu\u00f2 dire, pertanto, che nella poesia di Biagio Marin la sfera del profano \u00e8 inclusa in quella del sacro: perch\u00e9 tutta la vita \u00e8 sacra, con il prodigio dei suoi colori, dei suoi profumi, dei suoi sapori; come sono sacre alla padrona del giardino quelle rose che ella ha invitato il poeta ad ammirare, ma poi si ribella sdegnata all&#8217;idea di reciderne per lui anche solo un paio, perch\u00e9 ci\u00f2 turberebbe l&#8217;armonia del creato, che \u00e8 lode perenne al creatore:<\/p>\n<p><em>L&#8217;ha verto el so cancelo,<\/em><\/p>\n<p><em>la m&#8217;ha mostrao el zardin:<\/em><\/p>\n<p><em>un merlo lento e un fringuelo<\/em><\/p>\n<p><em>i lodeva el matin.<\/em><\/p>\n<p><em>Tanti roseri,<\/em><\/p>\n<p><em>fulci de rose, e ela la parona:<\/em><\/p>\n<p><em>le rose la le deva a la Modona<\/em><\/p>\n<p><em>in dono, vulintieri.<\/em><\/p>\n<p><em>Volevo &#8216;v\u00eane un p\u00ear<\/em><\/p>\n<p><em>per me de quele rose,<\/em><\/p>\n<p><em>d&#8217;\u00easse distacae smaniose,<\/em><\/p>\n<p><em>visto che feva istae sul gran roser.<\/em><\/p>\n<p><em>Ma la parona del zardin,<\/em><\/p>\n<p><em>la m&#8217;ha dito assassin,<\/em><\/p>\n<p><em>e che le rose<\/em><\/p>\n<p><em>le gera sove e so sorose.<\/em><\/p>\n<p>Traduzione di G. B. Pighi e . Serra, <em>Op. cit.,<\/em> pp. 88-89):<\/p>\n<p><em>Ha aperto il cancello,<\/em><\/p>\n<p><em>m&#8217;ha mostrato il giardino:<\/em><\/p>\n<p><em>un merlo lento e un fringuello<\/em><\/p>\n<p><em>lodavano il mattino.<\/em><\/p>\n<p><em>Tanti rosai<\/em><\/p>\n<p><em>folti di rose, e lei, la padrona,<\/em><\/p>\n<p><em>le rose le dava alla Madonna<\/em><\/p>\n<p><em>in dono, volentieri.<\/em><\/p>\n<p><em>Volevo averne un paio<\/em><\/p>\n<p><em>per me, di quelle rose<\/em><\/p>\n<p><em>d&#8217;essere colte smaniose,<\/em><\/p>\n<p><em>visto che faceva estate sul gran rosaio.<\/em><\/p>\n<p><em>Ma la padrona del giardino<\/em><\/p>\n<p><em>m&#8217;ha detto assassino<\/em><\/p>\n<p><em>e che le rose<\/em><\/p>\n<p><em>erano sue e sue sorelle.<\/em><\/p>\n<p>Recidere le rose per offrirle alla Madonna \u00e8, dunque, un atto sacro, <em>e perci\u00f2<\/em> perfettamente giusto e naturale; mentre reciderle per proprio uso, ossia per puro capriccio, \u00e8 una forma di assassinio: le rose sono vive e sono sorelle di colei che le coltiva con amore.<\/p>\n<p>Crediamo che sia difficile dire di pi\u00f9, e di meglio, in pochi versi cos\u00ec brevi.<\/p>\n<p>Questa, da parte di Biagio Marin, \u00e8 forse la pi\u00f9 grande lezione ai suoi lettorii. Lezione di sobriet\u00e0, di misura, quasi di pudore, nell&#8217;epoca della parola gridata e strombazzata; lezione di raccoglimento, di interiorit\u00e0, di ascolto integrale.<\/p>\n<p>Nel silenzio, molte sono le voci che possono giungere, benefiche, fino al centro del nostro essere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u00e0sseme el sogno: pan de pura farina, la fiama viva in cusina, l&#8217;ogio d&#8217;uliva pronto a ogni bisogno. 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