{"id":23542,"date":"2015-10-22T07:48:00","date_gmt":"2015-10-22T07:48:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/10\/22\/perche-berlino-non-ha-avuto-il-suo-balzac-o-il-suo-proust\/"},"modified":"2015-10-22T07:48:00","modified_gmt":"2015-10-22T07:48:00","slug":"perche-berlino-non-ha-avuto-il-suo-balzac-o-il-suo-proust","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/10\/22\/perche-berlino-non-ha-avuto-il-suo-balzac-o-il-suo-proust\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 Berlino non ha avuto il suo Balzac o il suo Proust?"},"content":{"rendered":"<p>Come mai la citt\u00e0 di Berlino non ha prodotto alcuno scrittore capace di esplorarne l&#8217;anima, come Parigi ha avuto Balzac e Proust, o come Londra ha avuto Dickens ed Eliot, e come Vienna ha avuto Schnitzler e Roth? Anche Boston ha avuto Henry James e perfino la modesta Providence ha avuto Lovecraft. Dunque, a cosa si deve il fatto che Berlino non ha saputo ispirare una propria letteratura, pur avendo dato i natali ad alcuni scrittori di prima grandezza, come Gerhart Hauptmann, autore di drammi come \u00abI tessitori\u00bb e come \u00abE Pippa balla!\u00bb?<\/p>\n<p>Altre citt\u00e0 tedesche hanno pure avuto la loro letteratura specifica, i loro autori innamorati di esse: e non solo le maggiori, come Monaco o Amburgo, ma anche quelle relativamente minori, come Danzica o Lubecca: Danzica ha avuto G\u00fcnther Grass, con il (troppo) celebrato \u00abIl tamburo di latta\u00bb, mentre Lubecca ha avuto Thomas Mann con \u00abI Buddenbrook\u00bb. E potremmo immaginarci K\u00f6nigsberg senza Immanuel Kant, che &#8212; pur non essendo uno scrittore, ma &quot;solo&quot; un filosofo &#8211; ne misura le strade col suo passo regolare, ogni santo giorno che Dio manda in terra, cos\u00ec regolare che i suoi concittadini &#8212; si dice &#8212; regolavano su di esso i propri orologi, al punto che l&#8217;autore della \u00abCritica della ragion pura\u00bb era chiamato, con bonaria scherzosit\u00e0, &quot;l&#8217;orologio di K\u00f6nigsberg&quot;? Solamente Berlino, si direbbe, non \u00e8 riuscita ad ispirare una tale confidenza, o a suscitare uno speciale interesse da parte di qualche letterato.<\/p>../../../../n_3Cp>La cosa, a prima vista, lascia piuttosto sconcertati: Berlino \u00e8 Berlino; non si tratta di una citt\u00e0 anonima e secondaria, ma di una delle capitali pi\u00f9 vive d&#8217;Europa, uno dei maggiori centri culturali al mondo, e uno dei luoghi-simbolo del Vecchio continente. Possibile che non abbia saputo ispirare nessun grande scrittore tedesco &#8212; e, per dire tutta la verit\u00e0, nemmeno alcun altro scrittore dell&#8217;Europa o del mondo? S\u00ec, generalmente Berlino piace al turista che la visita; piace e rimane impressa, piace e suscita una sincera ammirazione. Ha saputo leccarsi le ferite della storia con molta dignit\u00e0 e non si \u00e8 lasciata spingere nell&#8217;angolo, non ha permesso ad alcuno di rinchiuderla nel cerchio stregato dei suoi ricordi. Per\u00f2 non ha saputo destare, a quanto sembra, abbastanza amore o abbastanza odio, abbastanza tenerezza o abbastanza malinconia, da spingere nessun grande poeta, nessun grande romanziere, a dedicarle uno di quei libri, o di quelle poesie, che s&#8217;imprimono nell&#8217;immaginazione dei contemporanei e che son destinati a restare.<\/p>\n<p>Certo, potremmo tirar fuori un regista come Josef von Sternberg ed il suo \u00abL&#8217;Angelo Azzurro\u00bb, tratto dal romanzo di Heinrich Mann ed ambientato, per\u00f2, in una Berlino fatta solo di interni cupi e alquanto sordidi; ma un regista \u00e8 un regista e non uno scrittore o un poeta &#8212; salvo casi eccezionali, come Ren\u00e9 Clair nel caso di Parigi. No, non basta davvero \u00abL&#8217;Angelo Azzurro\u00bb per riscattare Berlino dal disinteresse degli scrittori, n\u00e9 basta il sorriso provocante di Marlene Dietrich, e neppure bastano le sue sigarette o le sue lunghissime gambe da ballerina. Tanto \u00e8 vero che, mentre i giornali di Berlino, all&#8217;indomani della prima del film, la proclamavano &#8212; non senza molta esagerazione &#8211; la pi\u00f9 grande attrice tedesca del momento, e forse di tutti i tempi, la bella Marlene stava gi\u00e0 viaggiando a bordo della nave che l&#8217;avrebbe portata definitivamente in America. E non solo per ragioni di dissenso politico dal regime nazista, come vorrebbe dare a intendere la vulgata del politicamente corretto.<\/p>\n<p>Joseph Goebbels le offr\u00ec insistentemente di farne l&#8217;attrice protagonista del cinema del Terzo Reich, accettando le sue condizioni: aveva istruzioni dal F\u00fchrer di riportarla a casa da Hollywood, concedendole perfino di portare con s\u00e9 il regista ebreo Josef von Sternberg. Tuttavia c&#8217;era una cosa che il ministro nazista della propaganda non aveva tenuto presente. La bella Marlene era bisessuale, ma prevalentemente lesbica e, dopo l&#8217;avvento al potere di Hitler (che era anch&#8217;egli un suo segreto ammiratore, e si faceva proiettare i suoi film in una sala privata), forse pens\u00f2 che in America avrebbe potuto vivere la sua omosessualit\u00e0 con pi\u00f9 disinvoltura che nel severo clima della Berlino nazista. Chiss\u00e0 se di questa circostanza si \u00e8 ricordata la scrittrice statunitense Mary McCarthy nel delineare il personaggio di Leakey, ragazza sofisticata, coltissima e affascinante, nel romanzo \u00abIl gruppo\u00bb, del 1962 (ripreso per il cinema, nel 1966, dal regista Sidney Lumet, che sceglier\u00e0, per interpretare quel personaggio, la bella e brava Candice Bergen): una ragazza che ha lasciato il Vassar College, nello Stato di New York, per unirsi ad una baronessa austriaca, notoriamente lesbica, insieme alla quale ritorna in America anni dopo, solo quando l&#8217;avvento del nazismo viene a disturbare il loro nido d&#8217;amore. Pi\u00f9 tardi (in piena Seconda guerra mondiale), divenuta l&#8217;amante &#8212; <em>en passant<\/em> &#8211; del famoso attore francese Jean Gabin, Marlene Dietrich si prese con buona pace (e dichiarandogli amore eterno) anche le botte dal focoso innamorato, il quale non si preoccupava di nascondere il gran gusto che provava nel picchiare di santa ragione una tedesca, ora che i <em>Boches<\/em> avevano issato la bandiera del Terzo Reich sulla Tour Eiffel. Tutto il mondo (tutto il &quot;mondo libero&quot;) \u00e8 paese: nel romanzo dello scrittore ebreo-americano Norman Mailer \u00abUn sogno americano\u00bb, del 1965, il protagonista, Stephen Rojack, subito dopo aver assassinato la ricchissima moglie, penetra analmente la cameriera tedesca, Ruta, e, al momento dell&#8217;orgasmo, le grida, senza sapere perch\u00e9 (ma il buon vecchio Freud lo avrebbe saputo di sicuro): \u00abSei una nazista!\u00bb (cfr. il nostro precedente articolo: \u00abOltrepassare la delusione per non sciupare la bellezza del mondo\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25\/07\/2008).<\/p>\n<p>Nella sua patria, l&#8217;attrice berlinese era destinata a non ritornare, se non al termine della guerra, in mezzo alle macerie e al seguito dell&#8217;esercito di occupazione americano, del quale aveva interamente ed entusiasticamente sposato la causa; nel frattempo si era fatta cittadina statunitense e ora intratteneva le truppe con i suoi spettacoli. Non solo: si faceva fotografare, in pose da diva, accanto ai carri armati del vincitore, indossando ella stessa la divisa delle Forze armate statunitensi. Una mancanza di stile e di rispetto filiale che i suoi ex compatrioti non le avrebbero perdonato: per i Berlinesi e per tutti i Tedeschi, nel 1945, lei non era altro che \u00abla puttana delle truppe\u00bb. La Dietrich sar\u00e0 anche diventata una leggenda in tutto il mondo, ma in Germania, per lei, non ci sono stati che disprezzo e una silenziosa rimozione, durati fino ai nostri giorni. Solo recentemente, con l&#8217;allestimento di una mostra \u00aballa diva che disse di no al nazismo\u00bb, come recitavano i media politicamente allineati, la pace \u00e8 stata fatta, <em>in memoriam<\/em>, fra lei e i suoi concittadini berlinesi &#8212; o, per meglio dire, fra il suo ricordo e i nipoti di quella generazione.<\/p>\n<p>Ma ora lasciamo perdere il rapporto di odio e amore fra Marlene Dietrich e la sua citt\u00e0 natale e torniamo al nostro interrogativo: perch\u00e9 mai Berlino, e solo Berlino, fra le grandi capitali europee, non abbia avuto il suo cantore letterario. O, per essere precisi, perch\u00e9 ne abbia avuto uno solo, che, nell&#8217;immaginario dei Berlinesi stessi, non la rappresenta affatto: quell&#8217;Alfred D\u00f6blin, ebreo tedesco (1878-1957), che, nel romanzo \u00abBerlin Alexanderpltaz\u00bb, del 1929, ha riversato sulla societ\u00e0 della capitale tedesca tutti gli strali della sua critica pi\u00f9 feroce: il protagonista, Franz Biberkopf, appena uscito di galera, vaga per i quartieri proletari come un Leopold Bloom ancor pi\u00f9 stralunato del protagonista dell&#8217;\u00abUlysses\u00bb di Joyce, al quale si ispira (facendo la sua apparizione sulle scene sette anni dopo l&#8217;ebreo dublinese). Criminale senza arte n\u00e9 parte, sbandato, solo, lebbroso e reietto di una societ\u00e0 che non lo vuole e che non sa cosa farsene di lui, Franz Biberkopf sta alla Berlino degli anni Venti come le tele e i disegni di Geogre Grosz stanno alla borghesia tedesca, ai militari, ai giudici e soprattutto ai capitalisti: immancabilmente cinici, ripugnanti, paonazzi per il troppo bere, obesi per il gran mangiare, rappresentati mentre ostentano le loro ricchezze, ambiguamente accumulate, davanti a una folla di reduci, di mutilati, di disoccupati, di vagabondi<\/p>\n<p>A proposito del nostro tema, ci sembrano pertinenti, e degne di accurata riflessione, le osservazioni svolte da Enrico Altavilla nel volume \u00abQui Berlino\u00bb (Milano, Touring Club Italiano, 1975, p. 25):<\/p>\n<p><em>\u00ab\u00c8 stato rimproverato a Berlino di non aver avuto un Balzac o un Proust, un Dickens o un Maupassant. E Oswald Spengler sprezzantemente ignora, nei suoi scritti, la letteratura di questa citt\u00e0 che ha avuto tre suoi figli insigniti del premio Nobel: lo storico Theodor Mommsen, il poeta Paul Heyse e Gerhart Hauptmann, autore drammatico. Si \u00e8 detto che la citt\u00e0 ha saputo ispirare un solo romanzo che affonda le radici nella vita di Berlino: e cio\u00e8 &quot;Berlin, Alexanderplatz&quot; di Alfred D\u00f6blin. Forse l&#8217;accusa \u00e8 giusta, ma va ricordato che Berlino non ha mai avuto le proporzioni &#8212; fisiche e spirituali &#8212; d&#8217;una Londra e d&#8217;una Parigi, che erano gi\u00e0 metropoli quando Berlino era ancora una &quot;Residenzstadt&quot; di scarsa importanza. Non v&#8217;\u00e8 mai stata a Berlino una vera corte, i suoi sovrani non sono stati mecenati, la citt\u00e0 non ha mai avuto nel popolino personaggi da &quot;Opera da tre soldi&quot; o da &quot;Pigmalione&quot;. Un Villon, a Berlino, si sarebbe annoiato. Un Balzac avrebbe trovato una societ\u00e0 borghese e senza vizi. A un Proust sarebbero mancati i salotti letterari. Non bisogna forse meravigliarsi se prima delle grandi guerre Berlino non ha saputo ispirare un capolavoro. Ma bisogna stupirsi vedendo che anche la tragica Berlino dei nazisti &#8212; la Berlino dell&#8217;incendio del Reichstag e della &quot;notte di cristallo&quot; &#8212; e la Berlino del dopoguerra &#8212; la Berlino del ponte aereo, del muro, del blocco &#8212; non hanno ancora trovato se non un Dickens almeno un Norman Mailer o un Irvin Shaw.<\/em><\/p>\n<p><em>Eppure i berlinesi amano la letteratura. Gi\u00e0 chi veniva a Berlino negli anni Venti vi trovava la &quot;Literarische Welt&quot;, uno dei migliori settimanali letterari europei, e poteva incontrare scrittori e poeti, non soltanto tedeschi, nel &quot;Romanisches Caf\u00e9&quot;. Vi erano centinaia di librerie, vi erano bar in cui si vendevano libri e acquavite. In uno di questi bar Kurt Tucholsky, autore de &quot;Il castello di Gripsholm&quot; &#8212; e poi suicida in Svezia, dove si era rifugiato per salvarsi dalle persecuzioni naziste &#8212; firmava autografi e serviva, per divertimento, gli avventori. V&#8217;erano anche biblioteche ambulanti, a motore o tirate da cavalli, che vendevano libri, stampe, litografie.<\/em><\/p>\n<p><em>Molti di questi libri &#8212; e precisamente le opere di 24 autori tedeschi &#8212; furono dati alle fiamme dai nazisti, il 10 maggio 1933, davanti all&#8217;Universit\u00e0 di Unter den Linden. &lt;L&#8217;azione fu diretta dallo stesso ministro della propaganda, Joseph Goebbels, e al rogo assistetteero, ben nascosti tra la folla, due degli scrittori &#8212; Erich K\u00e4stner ed Ernst Gl\u00e4ser &#8212; i cui volumi vennero bruciati insieme al busto ligneo di Magnus Hirschfeld, pioniere nello studio della sessualit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Per la nascita della letteratura berlinese si potrebbe scegliere il 1740, l&#8217;anno in cui venne abolita la censura. I primi libri portavano le firme di Lessing e del re Federico II. Quali altri grandi nomi ha dato Berlino alla letteratura? Kleist, Fontane, Hauptmann. Quali grandi libri potrebbero esser definiti &quot;berlinesi&quot;? &quot;Il principe di Homburg&quot;, &quot;Minna von Barnheim&quot;, &quot;La pelliccia di castoro&quot;, &quot;I topi&quot;. E le polemiche fra i sostenitori del romanticismo e del realismo, tanto vivaci in altre citt\u00e0, videro schierati a Berlino, e pacificamente, soltanto Kleist e Fontane. Anche le polemiche nei circoli letterari &#8212; eccettuate forse quelle nel &quot;Tunnel&quot; &#8212; non hanno mai varcato i confini della citt\u00e0. E Berlino non soltanto non ha dato i natali a un autore di romanzi polizieschi, ma non ha neanche ispirato romanzi di questo genere.\u00bb<\/em><\/p>\n<p>Anche nel caso di Alfred D\u00f6blin (come, del resto, in quello di George Grosz), i Berlinesi non hanno certo potuto sentirsi rappresentati dalle pagine di quel romanzo, che, della metropoli tedesca, offre uno spaccato cos\u00ec deprimente e nauseante: non pi\u00f9 di quanto, crediamo, i cittadini di Belfast possano essere stati lusingati dalla scelta di James Joyce della loro citt\u00e0, per ambientarvi le grottesche e lubriche avventure dell&#8217;Ulisse moderno, <em>alias<\/em> Leopold Bloom (a proposito del quale cfr. il nostro precedente articolo: \u00abTra Gerty McDowell e Leopold Bloom l&#8217;antico gioco sterile della &quot;seduzione ingenua&quot;\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 20\/05\/2011).<\/p>\n<p>\u00c8 ben vero che, dai naturalisti in poi, e specialmente da Zola in poi, il gusto di scavare nel fango delle grandi citt\u00e0 moderne \u00e8 divenuto una costante degli scrittori europei, una sorta di macabro compiacimento, al limite della perversione e della necrofilia; ma bisogna riconoscere che scrittori come D\u00f6blin e artisti come Grosz ci hanno messo un sovrappi\u00f9 di nichilismo estremo e di gusto per la dissacrazione, una particolare ricerca dell&#8217;oscenit\u00e0 e della irrisione verso i valori tradizionali, un disprezzo tutto particolare per ci\u00f2 che, agli occhi del popolo tedesco, ha sempre rappresentato l&#8217;orizzonte irrinunciabile dei valori &quot;sacri&quot;: Dio, patria e famiglia. Non c&#8217;\u00e8 da stupirsi che i nazisti abbiano incluso le loro opere nel gran fascio della cosiddetta &quot;arte degenerata&quot;, da eliminare e dimenticare: non solo dal punto di vista dei nazisti, ma da quello del tedesco medio (che \u00e8, non lo si dimentichi mai, un europeo colto, pi\u00f9 colto e pi\u00f9 amante dei libri e dell&#8217;arte di quanto non lo sia la maggior parte degli altri europei; e, inoltre, un cittadino molto disciplinato e molto legato ai valori della tradizione), tali opere apparivano peggio che provocatorie: erano ripugnanti, perch\u00e9 irridevano nella maniera pi\u00f9 compiaciuta e provocatoria il sentire comune.<\/p>\n<p>Con tutto ci\u00f2, non abbiamo ancora risposto alla domanda perch\u00e9 Berlino non abbia avuto il suo cantore; abbiamo solo chiarito perch\u00e9 D\u00f6blin non lo \u00e8 stato, n\u00e9 avrebbe mai potuto esserlo. Ebbene la spiegazione, forse, \u00e8 pi\u00f9 semplice di quanto si possa immaginare: crediamo dipenda dal fatto che Berlino \u00e8 stata, prima che la capitale della Germania, la capitale della Prussia, cio\u00e8 di uno Stato con una struttura socio-economica prevalentemente rurale, posto nella sezione centro-orientale del continente europeo. La sua classe dominante era quella degli <em>Junkers<\/em>, i grandi proprietari terrieri abituati al <em>modus vivendi<\/em> della campagna, fieri delle loro tradizioni aristocratiche e militari, conservatori nel senso pi\u00f9 ampio del termine, oper\u00f2 abbastanza efficienti da non disprezzare i lati utili del progresso e del mondo moderno. Berlino era la capitale di un <em>hinterland<\/em> siffatto: austera, sobria e con una tradizione culturale relativamente modesta, certo pi\u00f9 modesta di Monaco di Baviera, o Dresda, o delle citt\u00e0 renane; per non parlare di Vienna. I Berlinesi amavano la buona tavola e la buona musica, la natura e le parate militari; la loro universit\u00e0 era prestigiosa, ma la sua tradizione non superava certo quella di Tubinga, di Halle, di Norimberga, di Gottinga, di Magonza, di Ratisbona, di Friburgo in Brisgovia. A parte il fatto che era l&#8217;universit\u00e0 della capitale tedesca e che vi aveva insegnato Hegel, nulla la distingueva da tante altre; n\u00e9 si dimentichi la struttura federale del Reich tedesco, sia prima che dopo l&#8217;unificazione del 1871.<\/p>\n<p>Si potrebbe obiettare che anche Parigi era la capitale di uno Stato a vocazione rurale, circondata da vaste campagne, unica metropoli dell&#8217;intera Francia. Vero: ma la propriet\u00e0 terriera francese aveva un altro carattere, era pi\u00f9 piccola e aveva eliminato la tradizione feudale prima, e in maniera pi\u00f9 radicale, di quanto fosse accaduto in Germania. Inoltre Parigi \u00e8 a poche ore di viaggio da Anversa e da Londra: \u00e8 nel cuore dell&#8217;Europa occidentale, mentre Berlino \u00e8 quasi smarrita nel Bassopiano tedesco-polacco, in una regione pi\u00f9 nordica e molto pi\u00f9 orientale, quasi in vista del mondo slavo (oggi ancor di pi\u00f9: a soli 100 km. dall&#8217;Oder, che fa da confine con la Polonia); alla fine del XIX secolo e al principio del XX, somigliava di pi\u00f9, per clima, cultura e tradizione (rigorosamente luterana), a Lubecca e Copenaghen, che alle grandi metropoli europee dell&#8217;Occidente. In breve: pur convivendo con la modernit\u00e0, e avendola accettata, Berlino era una citt\u00e0 a vocazione pre-moderna, lievemente contegnosa verso i valori e i costumi del mondo moderno; laddove Parigi, Londra, Amsterdam, Francoforte, Milano, non si sono limitate a subire la modernit\u00e0: le hanno fornito la forza motrice e ne sono state i laboratori teorici e le punte avanzate, sempre protese un po&#8217; pi\u00f9 innanzi.<\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 poi tanto da stupirsi se una citt\u00e0 del genere non ha prodotto il suo poeta, il suo Balzac o il suo Proust. I Balzac ed i Proust, i naturalisti e i decadentisti, sono i figli della modernit\u00e0, preparano l&#8217;avvenire, assorbono e fanno lievitare gli umori del cambiamento e della trasformazione sociale; in breve, sono il prodotto di una borghesia abbastanza sviluppata da accogliere la sfida del progresso industriale, e abbastanza matura da condurre la critica a se stessa, ma senza cadere nell&#8217;eccesso del furore auto-distruttivo. Tali condizioni, a Berlino, non esistevano. Se Parigi era la capitale delle sfumature, della complessit\u00e0, delle contraddizioni, ed \u00e8 questo che la rendeva viva e curiosa di se stessa, Berlino era la capitale dell&#8217;ordine, delle certezze, delle verit\u00e0 tutte d&#8217;un pezzo: difficile trovarvi le mezze tinte, impossibile cogliervi l&#8217;auto-ironia.<\/p>\n<p>Si dice che la Berlino degli anni Venti del Novecento fosse una citt\u00e0 piena di vitalit\u00e0, di sperimentalismo, aperta alle avanguardie e ad ogni forma di innovazione: ma questa \u00e8 una mezza verit\u00e0. La verit\u00e0 completa \u00e8 che l&#8217;anima di Berlino era morta nel 1918 e che la Berlino della Repubblica di Weimar era pi\u00f9 simile ad una <em>Kasbah<\/em>, a un baccanale, a un manicomio: era corrotta e febbricitante, piena di case da gioco e di prostituzione, di faccendieri e d&#8217;invertiti; pi\u00f9 simile a L&#8217;Avana dei tempi di Fulgencio Batista che a una grande capitale europea. Comunisti e nazisti si battevano per le strade, giornali e tipografie erano presi d&#8217;assalto, la delinquenza dilagava; e tutti quanti si sprofondavano in gigantesche ubriacature di birra, per annegare angosce e foschi presentimenti. S\u00ec, c&#8217;erano le avanguardie artistiche, c&#8217;era lo sperimentalismo: nei teatri, nei cabaret, nei ritrovi dei poeti, nei circoli letterari, nelle gallerie d&#8217;arte: ma erano avanguardie che i Berlinesi sentivano come corpi estranei, artisti che non rappresentavano il sentire del cittadino comune, ma vivevano in un mondo a parte, che aveva poco a che fare con quello del lavoratore medio.<\/p>\n<p>Anche qui, si potrebbe obiettare che le avanguardie e gli sperimentalismi, per definizione, sono estranei ed ostili alla tradizione; che ci\u00f2 \u00e8 fisiologico e non rappresenta affatto una eccezione. Vero anche questo: tuttavia, nessuno potrebbe affermare che Montmartre fosse estranea a Parigi, o che il Parigino medio sentisse i suoi artisti e i suoi poeti come dei corpi estranei, e che non si riconoscesse assolutamente nelle loro opere. Anche quando contestavano e sbeffeggiavano, gli artisti parigini si sentivano figli di una certa tradizione: non venivano dal nulla, ma da Parigi e dalla Francia. Le avanguardie berlinesi erano cosmopolite, nel senso di anti-nazionali: disprezzavano e detestavano la societ\u00e0 tedesca e gran parte della cultura tedesca, forse non tanto perch\u00e9 rappresentavano il &quot;nemico&quot; di classe, ma perch\u00e9 avevano condotto la Germania alla sconfitta e al disinganno del 1918. La tradizione tedesca aveva deluso i suoi figli ribelli, come il grande padre freudiano che viene contestato non perch\u00e9 sia autoritario, ma perch\u00e9 si rivela non all&#8217;altezza della situazione: un po&#8217; come Nora Helmer, in \u00abCasa di bambola\u00bb, se ne va dal marito Torvald non perch\u00e9 questi si sia rivelato troppo maschilista (come si ostinano a credere le anime belle della vulgata femminista), ma perch\u00e9 non ha saputo esserlo abbastanza: ha mancato al suo ruolo di &quot;padre&quot; protettivo e rassicurante, proprio nel momento della crisi.<\/p>\n<p>Il fatto che Berlino non ha avuto il suo poeta \u00e8 altamente significativo del vicolo cieco e della disperazione cui era giunta l&#8217;anima tedesca: esisteva un divario incolmabile tra l&#8217;<em>intellighenzia<\/em> e il cittadino comune, perch\u00e9 l&#8217;<em>intellighenzia<\/em> aveva divorziato dalla propria societ\u00e0 e si limitava a farne la satira impietosa, a sbeffeggiarla, a parodiarla. Il cittadino comune, disorientato, offeso, abbandonato a se stesso, fin\u00ec per rivolgersi a coloro che proponevano la restaurazione dei valori tradizionali: cio\u00e8 ai nazisti. Il nazismo non era un destino n\u00e9 per la Germania, n\u00e9 per Berlino: le classi intellettuali tedesche, e particolarmente berlinesi, dovrebbero farsi un serio esame di coscienza, non per ci\u00f2 che hanno fatto, ma per ci\u00f2 che <em>non<\/em> hanno fatto, quando ne avevano la possibilit\u00e0. Invece di contribuire a ricompattare e riorganizzare il tessuto sociale, sconvolto dal terremoto del 1914-18, e invece di indicare alla societ\u00e0 delle mete realizzabili, condivisibili, unitive, gli intellettuali preferirono disertare e impiegare i loro talenti per aggravare la crisi, per tenere ben aperte le piaghe, per seminare ancora pi\u00f9 confusione, incertezza e depressione. Essi, pertanto, accrebbero il vuoto culturale, spirituale, morale, in cui brancolava la capitale, e, dietro ad essa, gran parte della societ\u00e0 tedesca.<\/p>\n<p>E tuttavia, lo ripetiamo, il nazismo non era scritto nel destino dei Berlinesi: tanto \u00e8 vero che esso venne, sostanzialmente, da fuori: da Monaco di Baviera. Venne, e fu accolto come si accoglie il male minore, in presenza di un pericolo grave e immediato, quando gi\u00e0 le fiamme incominciano a crepitare e a lambire le prime stanze dell&#8217;edificio; quando ancora non si sa che il pompiere \u00e8, a sua volta, un forsennato incendiario. Poveri Berlinesi: il loro dramma \u00e8 stato il dramma dell&#8217;Europa contemporanea. E quando l&#8217;incendio ebbe infuriato e devastato tutto, e quando non restavano che macerie e rovine fumanti, tra mucchi di cadaveri insepolti, essi dovettero subire ancora l&#8217;onta finale: il ritorno della loro concittadina, della grande artista famosa ormai nel mondo, vestita con l&#8217;uniforme dell&#8217;esercito nemico, che canta e recita per gli occupanti, poi se ne riparte, insalutata ospite, a cogliere nuovi allori ed altri applausi, dagli schermi di Hollywood&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Come mai la citt\u00e0 di Berlino non ha prodotto alcuno scrittore capace di esplorarne l&#8217;anima, come Parigi ha avuto Balzac e Proust, o come Londra ha<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[172],"class_list":["post-23542","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-honore-de-balzac"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23542","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23542"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23542\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23542"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23542"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23542"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}