{"id":23541,"date":"2014-09-02T08:00:00","date_gmt":"2014-09-02T08:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/09\/02\/vi-e-continuita-o-rottura-nel-pensiero-di-george-berkeley\/"},"modified":"2014-09-02T08:00:00","modified_gmt":"2014-09-02T08:00:00","slug":"vi-e-continuita-o-rottura-nel-pensiero-di-george-berkeley","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/09\/02\/vi-e-continuita-o-rottura-nel-pensiero-di-george-berkeley\/","title":{"rendered":"Vi \u00e8 continuit\u00e0 o rottura nel pensiero di George Berkeley?"},"content":{"rendered":"<p>Il principale problema ermeneutico riguardante la filosofia di George Berkeley (1685-1753) \u00e8 quello riguardante la presunta discontinuit\u00e0 fra la prima e la seconda fase del suo itinerario speculativo: fra quella del \u00abTrattato sui principi della conoscenza umana\u00bb, del 1710 &#8212; cui vanno aggiunti i bellissimi \u00abDialoghi fra Hylas e Philonous\u00bb, del 1713, che ne sono una sorta di rifacimento in termini semplificati &#8212; e quella della \u00abSiris\u00bb, pubblicata nel 1744.<\/p>\n<p>Secondo i suoi critici, Berkeley sarebbe passato in maniera arbitraria, o comunque non sufficientemente giustificata sul piano argomentativo, da una posizione di empirismo radicale, sfociante nell&#8217;immaterialismo, ad una concezione idealista e platonizzante; secondo i suoi ammiratori, invece, non si pu\u00f2 parlare affatto di discontinuit\u00e0 tra le due fasi, e tanto meno di rottura o di contraddizione, perch\u00e9 le conclusioni apertamente neoplatoniche, cui Berkeley approda nell&#8217;ultima fase del suo percorso filosofico, sarebbero gi\u00e0 largamente presupposte nelle idee della fase giovanile, espresse fin dal 1709 con il \u00abSaggio di una nuova teoria della visione\u00bb: il punto di saldatura tra le due fasi sarebbe da ravvisarsi nei dialoghi, platonizzanti anch&#8217;essi, dell&#8217;\u00abAlcifrone, o il filosofo minuzioso\u00bb, pubblicati nel 1732, durante il soggiorno americano, a Rhode Island, mentre l&#8217;Autore era in attesa dello stanziamento promessogli dal Parlamento inglese (ma mai erogato) per la fondazione di un collegio nelle Isole Bermuda, destinato all&#8217;istruzione dei Pellerossa e, in prospettiva, alla rifondazione della civilt\u00e0 europea, irrimediabilmente corrotta &#8212; secondo il Berkeley &#8211; dall&#8217;avanzata del materialismo, del &quot;libero pensiero&quot; e dell&#8217;ateismo.<\/p>\n<p>Cos\u00ec riassumono la questione Perone, Ferretti e Ciancio, presentando la letteratura critica su di essa (in: \u00abStoria del pensiero filosofico\u00bb, Torino, S. E. I., 1982, vol. 2, pp. 272-73):<\/p>\n<p>\u00abL&#8217;interpretazione pi\u00f9 diffusa di Berkeley ne fa un negatore della realt\u00e0 del mondo fisico (=immaterialismo), totalmente risolto nella sensazione o idea che ne abbiamo (=idealismo empirico o idealismo soggettivo). Cos\u00ec intesero Berkeley sia Hume, sia Leibniz, sia lo stesso Kant. Per tale interpretazione (cfr. B. Croce: &quot;L&#8217;immaterialismo di Berkeley&quot;, in &quot;Saggi sullo Hegel&quot;, Laterza, Bari, 1913; M. M. Rossi, &quot;Saggio su Berkeley&quot;, Laterza, Bari, 1955; Idem, &quot;Introduzione a Berkeley&quot;, Laterza, Bari, 1970 (con ampia bibliografia). In questa interpretazione si deve supporre una frattura fra il primo Berkeley, che avrebbe sostenuto tale dottrina, e l&#8217;ultimo Berkeley, che sarebbe invece ritornato ad una metafisica realista. L&#8217;unit\u00e0 del pensiero di Berkeley \u00e8 invece sostenuta sia da A. Levi, &quot;La filosofia di G. Berkeley&quot;, Bocca, Torino, 1922, sia da S. Del Boca, &quot;L&#8217;unit\u00e0 del pensiero di G. Berkeley&quot;, Sansoni, Firenze, 1933.<\/p>\n<p>L&#8217;identificazione operata da Berkeley fra &quot;esse&quot; e &quot;percipi&quot; ha dato origine in Italia, da parte del neoidealismo gentiliano, alla interpretazione attualistica, secondo la quale la realt\u00e0 consiste tutta nell&#8217;atto stesso del pensiero. Cfr. G. Gentile, &quot;Teoria generale dello spirito come atto puro&quot;, Sansoni, Pisa, 1916. In campo neoscolastico si \u00ec invece sottolineato il fenomenismo di Berkeley. La riduzione dell&#8217;&quot;esse&quot; al &quot;percipi&quot; finisce per ridurre l&#8217;&quot;esse&quot; a semplice fenomeno, dato il presupposto originario da cui si parte, e cio\u00e8 che il pensiero non colga direttamente l&#8217;essere del reale bens\u00ec solo una idea o immagine della mente. Cfr. F. Olgiati, &quot;L&#8217;idealismo di Giorgio Berkeley e il suo significato storico&quot;, Vita e Pensiero, Milano, 1926; G. Bontadini, &quot;Indagini di struttura sul gnoseologismo moderno&quot;, La Scuola, Brescia, 1952. Secondo Guzzo l&#8217;immaterialismo di Berkeley \u00e8 negazione dell&#8217;esistenza di un substrato materiale indipendente dal soggetto pensante non gi\u00e0 per cadere nell&#8217;idealismo o nell&#8217;attualismo o nel fenomenismo, bens\u00ec per affermare la centralit\u00e0 ontologica e gnoseologica della persona. Solo in rapporto alla persona acquista infatti realt\u00e0 e valore tutto il mondo dell&#8217;essere materiale. Cfr. A. Guzzo, le &quot;Introduzioni&quot; [&#8230;] alle opere di Berkeley, ed inoltre &quot;Giorgio Berkeley&quot;, in &quot;Grande antologia filosofica&quot;, cit., vol. XIII, pp. 667-804. A mettere in luce le finalit\u00e0 apologetico-religiose di Berkeley \u00e8 indirizzato il saggio di P. Rotta, &quot;Berkeley&quot;, La Scuola, Brescia, 1943.\u00bb<\/p>\n<p>Affinch\u00e9 il lettore possa formarsi una propria opinione, naturalmente dopo aver letto i testi del filosofo anglo-irlandese, ci sembra utile riportare, brevissimamente, le argomentazione di due dei principali esponenti delle contrapposte scuole di pensiero che si confrontano sulla questione della continuit\u00e0, o meno, della filosofia berkeleiana.<\/p>\n<p>Capofila dei critici di Berkeley \u00e8 il filosofo e storico della filosofia Mario Manlio Rossi (1895-1971), il quale, al pensatore di Kilkenny, ha dedicato una monografia dal sapore piuttosto pungente, quando non apertamente &#8212; e talvolta gratuitamente &#8212; polemico. \u00c8 interessante notare che il Rossi (autore, fra l&#8217;altro, di una originale e ponderosa \u00abStoria d&#8217;Inghilterra\u00bb, oggi, a torto, pressoch\u00e9 dimenticata, oltre che studioso di esoterismo e di tradizione ermetica, anche in questa veste ahim\u00e9 dimenticato) parte da una angolazione esplicitamente neoplatonica &#8212; che ne fa, in Italia, un caso praticamente unico nel panorama del Novecento &#8212; e quindi la critica alla linearit\u00e0 del pensiero di Berkeley non nasce da una forma di contrapposizione ideologica, ma dalla convinzione che il vescovo di Cloyne non sia approdato al platonismo in maniera conseguente e speculativamente giustificata.<\/p>\n<p>Riportiamo i passi salienti della conclusione (da: M. M. Rossi, \u00abIntroduzione a Berkeley\u00bb, Bari, Laterza, 1986, pp. 223-35):<\/p>\n<p>\u00abNon va dimenticato che il sistema di Gentile comincia col berkleismo. [&#8230;] Gentile denuncia a buon diritto la &quot;contraddizione&quot;di Berkeley &#8212; che in realt\u00e0 aveva dovuto ammettere attivit\u00e0 e passivit\u00e0 nello spirito, rimangiandosi (errore supremo!) il discrimine tanto sottolineato fra ml&#8217;idea, che in quanto passiva non poteva somigliare a nulla di attivo, e lo spirito di sua natura attivo ANCHE se riceveva da Dio l&#8217;impressione delle ide (percezione divina) ovvero il suggerimento di certe idee per mezzo di certe altre (linguaggio divino). [&#8230;] In ogni modo, il Berkeley della critica italiana \u00e8 il Berkeley della PRIMA filosofia. L&#8217;&quot;Alcifrone&quot;, la &quot;Siris&quot; non compaiono quasi mai all&#8217;orizzonte, come non compaiono, del resto, nelle critiche degli altri Paesi. Ma il problema resa. Si tace, si finge che non esista.: ma l&#8217;&quot;Alcifrone&quot; ed il &quot;Linguaggio&quot;, e le prudenti variazioni dei &quot;Principi&quot; restano, e devono venir spiegate. Come? Direi che la problematica berkleiana fosse stata proclamata, gi\u00e0 all&#8217;inizio del nostro secolo, da C. C. Tower con il suo &quot;The Relation of Berkeley&#8217;s Earlier to his Later Philosophy&quot;, London 1900. La soluzione non importa: importa la distinzione di cui, prima del Tower, nessuno sembrava essersi accorto, soprattutto perch\u00e9 Berkeley cerca di costruirsi un alibi: anzich\u00e9 confessare (come fa chiaramente alla fine della &quot;Siris&quot;) che &quot;ha ripensato meglio&quot;, e cominciar da capo, riproduce frasi e tesi delle altre opere non appena ne trovi occasione. [&#8230;] Poich\u00e9 non si pu\u00f2 far dire ad un pensatore se non quello che ha scritto e che si pu\u00f2 documentare, si deve riconoscere che un approfondito esame FILOLOGICO degli scritti, a parte a parte, porta a sottolineare incoerenze e contraddizioni. A questo esame Berkeley non era mai stato sottoposto, anche perch\u00e9 dove c&#8217;era una frattura, si sottaceva. Soprattutto, non si tirava in questione la &quot;Siris&quot; cos\u00ec nettamente platonica da esser ben vicina alla visione in Dio, n\u00e9 le affermazioni materialistiche del &quot;De motu&quot; &#8212; e nemmeno l&#8217;enorme importanza del linguaggio divino, che comincia con le primissime opere e prosegue con una coerenza ben maggiore di quella della percezione divina dato che lo spirito \u00e8 tanto attivo che passivo. [&#8230;] E qui intervenne nel 1931 i dubbio autorevole di W. B. Yeats che, scrivendo per il libro di J. M. Hone e mio, &quot;Bishop Berkeley&quot;, una introduzione suffragata da lunghi anni di letture berkeleiane, si domandava cosa avesse veramente pensato, E PERCH\u00c9 avesse veramente pensato quello che aveva pensato &#8211; se non per non morir di fame opponendosi al conformismo. Accenni che guadagnarono al pi\u00f9 illustre irlandese della nostra epoca insulti gratuiti da quegli esponenti di Trinity College che non avevano altro che Berkeley a cui raccomandante l&#8217;autorit\u00e0 d&#8217;una universit\u00e0 in terra straniera ed in palese decadenza. Meditando sulle riserve di Yeats, pi\u00f9 e pi\u00f9 volte ho potuto ritracciare interessi personali sotto i cambiamenti di fronte di Berkeley ed i suoi deliberati tentativi per far carriera &#8212; cosa che gli riusc\u00ec. Cosa che va tenuta presente non solo per sapere CHI fosse veramente questo pensatore apparentemente innocuo, ma anche per vedere quale attendibilit\u00e0 abbia l&#8217;idea che una vera unit\u00e0 del pensiero di Berkeley si possa ricondurre, oltre la filosofia e nonostante quel che dice alla fine della &quot;Siris&quot;, all&#8217;intento apologetico, antideistico proclamato fin dal &quot;Commonplace Book&quot;, reiterato &quot;ad nauseam&quot; &#8211; e purtroppo reso dubbio quando Berkley, per far PASSARE la sua apologetica, se la prende se la prende con teologi seri, di indubbia fede, come il vescovo Browne, come King &#8212; mentre non se l&#8217;era mai presa, anzi aveva cercato contatti con l&#8217;autorevole ma ariano Clarke e la sua protettrice, la regina Carolina. [&#8230;] Quindi, stabilito che vi sono variazioni, e variazioni cos\u00ec radicali che una certa posizione non pu\u00f2 senza forzarla (o senza supporre che Berkeley menta o sottaccia sempre deliberatamente) non pu\u00f2 venir ridotta ad un&#8217;altra e diversa posizione (ad esempio, negazione ed affermazione della materia, pensiero empirico e comprendere intellettuale, percezione e linguaggio divino, antimalebranchismo e platonismo malebranchiano, spirito passivo ma anche attivo, ecc.), sembra che il corso degli studi berkleiani fino ad oggi forzi lo studioso [&#8230;] a domandarsi quale sia stato l&#8217;impulso esterno ovvero la necessit\u00e0 logica interna che hanno costretto Berkeley a cambiar posizione, almeno a variare l&#8217;accento e le sottolineature delle sue idee. [&#8230;] E se mi si permette di chiudere su una nota personale, ricorder\u00f2 che 45 anni fa vedevo questa &quot;malaise&quot; nel pensiero di Berkeley, questa spinta a correggere e mutare, come dovuta al &quot;salto metafisico&quot; &#8212; al passaggio che la filosofia cartesiana rende necessario dalla gnoseologia all&#8217;ontologia. Dopo una trentina d&#8217;anni e di meditazioni, ho potuto veder meglio l&#8217;inevitabilit\u00e0 di questo &quot;salto&quot; e delle sue conseguenze sconvolgenti nella filosofia moderna quando ho constatato che dal &quot;dualismo&quot; e dal conseguente &quot;salto metafisico&quot; deriva l&#8217;incoerenza fra gnoseologia e fisica nel sistema di Hobbes e l&#8217;ontologizzazione della cosa in s\u00e9 nel Kant della &quot;doppia affezione&quot;. [&#8230;] \u00e8 in questo senso &#8212; problematico e sistematico: per i suoi difetti e non per i suoi pregi &#8212; che Berkeley si inserisce nella storia del pensiero europeo moderno. Filosofo, certo, di secondo rango, come oggi \u00e8 ormai riconosciuto, perch\u00e9 lo sviluppo, i passaggi dall&#8217;una all&#8217;altra posizione sono bruschi, veri &quot;salti&quot; dall&#8217;altra parte della barriera come se Berkeley non si fosse nemmeno accorto delle difficolt\u00e0 che lo obbligavano a cambiar rotta- dove altri pensatori, di rango superire (un Leibniz, uno Husserl, ecc.), cercavano ponti, passaggi, transizioni, e cos\u00ec costituivano formidabili sistemi, anche se nati dalla necessit\u00e0 di superare difficolt\u00e0 ed incoerenze che stanno alla base del pensiero moderno. Berkeley invece \u00e8 sempre pronto a cambiare, magari senza ragione&#8230;\u00bb<\/p>\n<p>Veramente, non si ricava molto da questa critica, se non un sordo livore dettato forse da ragioni emotive e personali &#8212; la solidariet\u00e0 con Yeats, venuto a conflitto col Trinity College &#8211; che si esprime anche nella subdola allusione &#8212; ch\u00e9 di una aperta accusa non si pu\u00f2 parlare &#8212; che Berkeley abbia filosofato come ha filosofato per ragioni di tornaconto personale, cio\u00e8 per fare carriera (alludendo anche ai pettegolezzi di A. A. Luce circa il &quot;carrierismo&quot; di Berkeley) se non, addirittura &#8212; e qui il Rossi fa una scandalizzata ma poco convincente presa di distanza da J. O. Wisdom &#8212; in ragione del suo apparato digerente: diarroico, e quindi anti-materialista, in giovent\u00f9; stitico e ipocondriaco, e dunque riconciliato con la materia, da vecchio.<\/p>\n<p>Una cosa sola si capisce, senza addentrarci nei particolari della discussione, che sono &#8211; come si vede facilmente &#8211; di natura estremamente specialistica: che al Rossi preme accreditare l&#8217;immagine di un Berkeley filosofo di seconda scelta, perch\u00e9 colto in flagrante difetto di sistematica contraddizione con se stesso. A lui sembra che tale imputazione sia, di per s\u00e9, sufficiente a chiudere la questione: non lo sfiora l&#8217;idea che tale prospettiva \u00e8 valida solo se si assume il principio che il vero filosofare \u00e8 costruire sistemi compatti e inattaccabili, e non piuttosto porsi sempre nuove domande, che fatalmente, approfondendo gli interrogativi pregressi, aprono nuove prospettive e, quindi, apparenti contraddizioni con le soluzioni via via proposte. Basta leggere Platone: chi non vede come vi siano differenze anche notevolissime fra i diversi dialoghi, specialmente fra quelli della giovinezza, tutti dominati dal ricordo di Socrate, e gli ultimi, come le \u00abLeggi\u00bb, dove la figura dell&#8217;amato maestro scompare e perfino la forma dialogica tende a dissolversi.<\/p>\n<p>Ma, obietta Rossi, l&#8217;importante non \u00e8 che vi siano contraddizioni, bens\u00ec che esse siano riconosciute e superate mediante &quot;ponti&quot; e &quot;raccordi&quot; che armonizzino la struttura complessiva del pensiero. Ora, se \u00e8 certo un grave difetto, per un filosofo, non accorgersi delle contraddizioni del proprio pensiero &#8212; ammesso che questo sia il caso di Berkeley, cosa che a noi sembra perlomeno opinabile &#8212; \u00e8 non meno vero che la strategia delineata dal Rossi sembra pi\u00f9 quella di fare in modo che i &quot;salti&quot; logici non appaiano, e che vengano attenuati mediante opportune conversioni e precisazioni, pi\u00f9 che quella di andare alla radice di tali &quot;salti&quot;, i quali possono anche essere dovuti a ragioni oggettive della ricerca. I fiumi, talvolta, precipitano in cascate: non c&#8217;\u00e8 niente da fare. Rossi, del resto, dichiara di essersi convinto che le ragioni ultime della discontinuit\u00e0 speculativa di Berkeley \u00e8 dovuta a un problema pi\u00f9 grande di lui e afferente a tutta la filosofia europea post-cartesiana, fino a Kant e oltre. Pertanto non gli resta che rimproverare a Berkeley di non essere stato abbastanza onesto, o di non essere stato abbastanza intelligente, da vedere tali contraddizioni; e propende per la prima ipotesi, dicendo che il suo metodo era quello di pescare nelle opere del primo periodo quegli enunciati che meglio si accordavano con le conclusioni platoniche cui era giunto all&#8217;epoca in cui scriveva la \u00abSiris\u00bb. Brutta maniera di fare storia della filosofia, quella di presupporre la malafede altrui sulla base di una giudizio, o pregiudizio, di tipo moralistico.<\/p>\n<p>E adesso riportiamo qualche passaggio di un filosofo d&#8217;altra tendenza, Augusto Guzzo (1894-1986: quasi coetaneo di Rossi, quindi), cattolico e idealista, cio\u00e8 una mosca bianca nel contesto della cultura accademica italiana; tanto \u00e8 vero che, quanto \u00abLa civilt\u00e0 cattolica\u00bb attacc\u00f2 Gentile in nome dell&#8217;unica forma di idealismo che essa ammetteva, vale a dire il neotomismo, fu il cattolico Guzzo a prendere le difese di Gentile. Guzzo, in generale, \u00e8 un pensatore e uno storico della filosofia che andrebbe riletto e meditato: ha pi\u00f9 cose da dire di tanti filosofi che oggi vanno per la maggiore, pubblicano libri a ritmo industriale &#8211; qualche volta anche scopiazzando qua e l\u00e0, da altri e perfino da se stessi &#8211; e riempiono le sale per le conferenze (Eco, Cacciari, Galimberti), ma che non possiedono nemmeno una parte della ammirevole chiarezza e della solidit\u00e0 argomentativa di questo pensatore, cos\u00ec ingenerosamente accantonato nel panorama della cultura &quot;ufficiale&quot;.<\/p>\n<p>Riportiamo soltanto, per ragioni di brevit\u00e0, le conclusioni cui Guzzo perviene circa il problema in questione riguardo a Berkeley, laddove egli parla della \u00abSiris\u00bb e la vede come l&#8217;approdo coerente di un pensiero che era sempre stato tendenzialmente platonizzante, fin dai suoi esordi giovanili (da: A. Guzzo, \u00abBreve storia della filosofia\u00bb, Napoli, Loffredo, 1936, p. 282):<\/p>\n<p>\u00abUltima opera di Berkeley fu la &quot;Siris&quot;, catena di considerazioni che partono dalle virt\u00f9 curative dell&#8217;acqua di catrame, e si spingono poi verso il disegno di una concezione che risente da vicino l&#8217;influenza della filosofia platonica e neoplatonica, da Berkeley invocata a fondare, integrare e compiere la sua concezione giovanile del &quot;trattato sui principi della conoscenza&quot;. Ivi egli aveva sostenuto che le nostre idee sono ricezioni di azioni che provengono direttamente da Dio, senza l&#8217;intermediario di &quot;corpi&quot; tra Dio, spirito infinto, e noi, spiriti finiti. Nella &quot;Siris&quot; Berkeley riprende e completa il suo pensiero dicendo che, se il mondo \u00e8 fenomeno di momento in momento creato dal volere di Dio, di questo mondo sensibile, estremamente mutevole, non si d\u00e0 &quot;conoscenza&quot;, e &quot;conoscenza&quot; si d\u00e0 solo di Dio, sostanza spirituale e infinita, fondamento eterno e assoluto dei cangianti fenomeni sensibili.<\/p>\n<p>Cos\u00ec Berkeley, su la base stessa del suo assoluto empirismo e fenomenismo, giunge a riaffermare platonicamente che sola &quot;conoscenza&quot; \u00e8 quella, puramente intellettuale, dell&#8217;Eterno, mentre la sensazione, cogliendo il mutevole fenomeno, non attinge il vero.\u00bb<\/p>\n<p>Appunto: e forse \u00e8 proprio questo che irrita i critici di Berkeley: il suo tornare a una verit\u00e0 ovvia, ma capovolta dalla modernit\u00e0: che del contingente non si d\u00e0 vero conoscere, ma solo dell&#8217;Assoluto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il principale problema ermeneutico riguardante la filosofia di George Berkeley (1685-1753) \u00e8 quello riguardante la presunta discontinuit\u00e0 fra la prima e la seconda fase del suo<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30150,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[35],"tags":[141,154,169,173],"class_list":["post-23541","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-epistemologia","tag-filosofia","tag-george-berkeley","tag-gottfried-wilhelm-von-leibniz","tag-immanuel-kant"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-epistemologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23541","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23541"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23541\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30150"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23541"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23541"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23541"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}