{"id":23515,"date":"2018-09-10T12:23:00","date_gmt":"2018-09-10T12:23:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/09\/10\/benito-cereno-apologo-razzista-o-abolizionista\/"},"modified":"2018-09-10T12:23:00","modified_gmt":"2018-09-10T12:23:00","slug":"benito-cereno-apologo-razzista-o-abolizionista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/09\/10\/benito-cereno-apologo-razzista-o-abolizionista\/","title":{"rendered":"Benito Cereno, apologo razzista o abolizionista?"},"content":{"rendered":"<p>Quando apparve a puntate, nel 1855, sul <em>Puntam&#8217;s Montly Magazine<\/em>, il romanzo breve <em>Benito Cereno<\/em> fu unanimemente accolto dalla critica come una delle cose migliori di Herman Melville, giudizio recentemente ripreso dal critico Andrew Delbanco, che lo giudica l&#8217;opera pi\u00f9 significativa del suo autore; mentre quello che noi riteniamo il suo capolavoro, <em>Moby Dick<\/em>, pubblicato quattro anni prima, era passato quasi inosservato e ne erano state vendute solo poche migliaia di copie; solo negli anni &#8217;20 del Novecento sarebbe stato &quot;riscoperto&quot;, cio\u00e8 a distanza di tre generazioni, un po&#8217; come le opere di Bach vennero riscoperte solo da Mendelssohn, dopo un tempo circa altrettanto lungo da che erano cadute nell&#8217;oblio. Ma la discussione sul valore reciproco dei due romanzi ci porterebbe lontano, e non intendiamo qui sollevarla; ci basta evidenziare che i critici non ebbero alcun dubbio nel vedere in <em>Benito Cereno<\/em> la trattazione dello stesso tema che \u00e8 al centro di <em>Moby Dick<\/em>: il mistero del male, dal quale l&#8217;autore, come del resto il suo amico Nathaniel Hawthorne, era, in certo qual senso, ossessionato (il che, sia detto fra parentesi, lo accomuna al nostro Manzoni, che \u00e8 certamente lo scrittore italiano che pi\u00f9 gli somiglia per la predominanza quasi assoluta di questa tematica su tutte le altre). Non solo: i critici, e anche i lettori, quando l&#8217;opera apparve, non esitarono a vedere nella figura del negro Babo la quintessenza del male, un po&#8217; come lo \u00e8 il diabolico consigliere Jago nell&#8217;<em>Otello<\/em> di Shakespeare, e come lo sar\u00e0 la figura del perfido faccendiere Barkilphedro nel romanzo di Victor Hugo <em>L&#8217;uomo che ride<\/em>, che sarebbe apparsa tre lustri pi\u00f9 tardi, nel 1869. Anche Babo, infatti, che si finge devotissimo servitore del capitano spagnolo don Benito Cereno, \u00e8, invece, il principale regista della infernale cospirazione con la quale gli schiavi si sono impadroniti della nave <em>San Dominick<\/em> che li stava trasportando e hanno ucciso tutti gli ufficiali, e ora simulano obbedienza al capitano, da loro risparmiato, per ingannare l&#8217;americano Amasa Delano, che sale a bordo per prestare soccorso al vascello in difficolt\u00e0.<\/p>\n<p>Poi, per\u00f2, nel corso del XX secolo, questa interpretazione \u00e8 apparsa troppo semplice, troppo banale e, quel che \u00e8 peggio, troppo insensibile dal punto di vista umano e politico, visto che si tratta pur sempre di una storia di schiavi negri, e, per giunta, di schiavi che si ribellano sanguinosamente ai loro padroni bianchi. Perci\u00f2 i critici che si sono confrontati con questo romanzo breve a partire dalla seconda met\u00e0 del Novecento, hanno posto sul tappeto una questione che a loro pareva decisiva, e che invece, chiss\u00e0 come, i loro colleghi delle generazioni precedenti avevano del tutto trascurato: l&#8217;ideologia di Melville risguardo al problema della schiavit\u00f9, e, pi\u00f9 in generale, della questione razziale (ricordiamo che la schiavit\u00f9 dei negri venne abolita in tutti gli Stati Uniti solo il 18 dicembre 1865, cio\u00e8 parecchi mesi dopo il termine della guerra civile). L&#8217;ultima lettura in chiave non &quot;politica&quot; di <em>Benito Cereno<\/em> \u00e8 del 1947: Rosalie Feltenstein sostiene che in questo romanzo Melville ha voluto scandagliare gli abissi del male che si aprono nell&#8217;anima umana, e anche la sua natura terribilmente ambigua, per cui non \u00e8 sempre facile riconoscerlo come tale. Gli schiavi, certo, sono degli oppressi, le vittime di un infame commercio di carne umana; nondimeno, la loro rivolta sanguinosa, la loro efferata crudelt\u00e0 nei confronti dei bianchi sopravvissuti e, pi\u00f9 ancora, la loro diabolica dissimulazione agli occhi del capitano Delano, rivela una sorta di compiacimento nella malvagit\u00e0, quasi un voler giocare al gatto col topo, una raffinatezza da commedianti satanici, una scaltrezza di assassini pronti a colpire, ma col sorriso sulle labbra, e, specialmente nella figura di Babo, una cos\u00ec atroce perversione dell&#8217;intelligenza, che il lettore rimane perplesso e, come di fronte a certi personaggi e a certe situazioni di Dostoevskij, pensoso e sconcertato, sin quasi a toccare con mano il grande <em>mysterium iniquitatis<\/em>: grande, abissale, proprio perch\u00e9 tremendamente ambiguo. Il lettore, infatti, si rende conto che il male si annida in ogni uomo e che l&#8217;essere vittime di ingiustizie e sofferenze non \u00e8 un passaporto per il bene, ma al contrario, pu\u00f2 rivelarsi la condizione per liberare le potenzialit\u00e0 malvagie che giacevano addormentate in fondo al cuore.<\/p>\n<p>Ma ecco che, negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, guerra ideologica senza quartiere assai pi\u00f9 della prima, una nuova generazione di critici, imbevuti di &quot;impegno&quot; politico e sociale, non pu\u00f2 esimersi dal sottoporre anche questo capolavoro della letteratura americana alla lente d&#8217;ingrandimento del progressismo. Che cosa ha voluto dire, realmente, Herman Melville, con questo romanzo breve? Semplicemente che il male \u00e8 un mistero, e che esso pu\u00f2 germogliare anche in un animo buono, o, comunque, innocente? Ci\u00f2 sarebbe banale. Non hanno forse insegnato, i maestri del sospetto, che le persone tacciono proprio su ci\u00f2 che vorrebbero dire? Che, per sapere cosa pensa realmente qualcuno, bisogna indagare o le cose che non ha detto, oppure leggere a rovescio quelle che ha detto? E, se ha detto bene di qualcuno, la verit\u00e0 \u00e8 che ne pensa male, e ci\u00f2 non per ipocrisia, quanto per placare e prevenire i suoi stessi sensi di colpa: ha espresso un pensiero opposti ai suoi veri sentimenti, sotto la severa censura del Super-io. E dunque: come \u00e8 possibile che non ci sia, in un&#8217;opera letteraria che parla degli schiavi negri, una recondita, ma chiara presa di posizione rispetto al problema razziale? E questo ragionamento diveniva tanto pi\u00f9 diffuso, e tanto pi\u00f9 naturale, quasi ovvio, mano a mano che la questione razziale esplodeva negli Stati Uniti, e dopo Kennedy e Martin Luther King, dopo le Pantere Mere e Malcolm X, diveniva impossibile ignorarlo, e ancor pi\u00f9 impossibile diventava assumere verso di esso un atteggiamento di neutralit\u00e0, di disimpegno. La generale tendenza realista in letteratura (che in Italia prende il nome di neorealismo, ma che ha il suo equivalente in tutti i Paesi usciti sconvolti dall&#8217;esperienza della guerra e alle prese con la guerra fredda e con la ristrutturazione capitalistica del mondo occidentale) si sposa con questa nuova &quot;esigenza&quot; d&#8217;impegno politico, ovviamente in senso progressista. Nasce il mito, o meglio si rafforza (era nato con l&#8217;illuminismo, se non prima ancora) che un critico, e pi\u00f9 in generale un vero intellettuale, non pu\u00f2 essere che un progressista; e che il suo dovere professionale e morale \u00e8 guidare la societ\u00e0 a prendere coscienza dei problemi sociali per costruire un mondo migliore; cosa che gli intellettuali conservatori, se pure ve ne sono, non hanno mai fatto e mai faranno, poich\u00e9 ad essi il mondo va bene cos\u00ec, anzi, per i loro gusti \u00e8 fin troppo emancipato, e sarebbe auspicabile che si rimangiasse alcuni elementi della recente emancipazione.<\/p>\n<p>Nel caso degli Stati Uniti della seconda met\u00e0 del Novecento, questa tendenza generale si innesta su un terreno socio-culturale specifico, che ha s\u00ec, dei corrispettivi in Europa, ma nell&#8217;Europa di cinquanta o cento anni prima, e specialmente nella Francia della Terza Repubblica: il contrasto, cio\u00e8, radicale, insanabile, fra una campagna &quot;profonda&quot;, tradizionale, conservatrice, diffidente verso le novit\u00e0 del mondo moderno, e una costa progredita e aperta &#8211; entrambe le coste, prima quella dell&#8217;Atlantico e poi, negli ultimi decenni del secolo, anche quella del Pacifico, coi due poli di New York e di San Francisco, questa poi surclassata anche culturalmente da Los Angeles. Gli intellettuali e i critici letterari, d&#8217;arte e cinematografici, sono espressione della <em>middle class<\/em> della costa: sono progressisti, liberali, tolleranti, dialoganti, bene intenzionati, e hanno cento altre qualit\u00e0 che il buon Dio, rimasto a corto di esse, non ha potuto dispensare con pari generosit\u00e0 ai conservatori, o per meglio dire non le ha dispensate affatto. A New York, inoltre, ma anche sulla West Coast, e precisamente a Hollywood, \u00e8 divenuta fortissima la componente di origine ebraica, rafforzata sia numericamente che ideologicamente dal dramma della persecuzione nazista, in una misura che non si era mai verificata prima: se si confronta la societ\u00e0 americana del primo dopoguerra con quella del secondo, appare evidente che questa componente ha fatto dei progressi enormi, non solo nella finanza e nell&#8217;economia, ma soprattutto nell&#8217;industria culturale. E non adoperiamo a caso la parola <em>industria<\/em>: Hollywood, per esempio, \u00e8 la fabbrica dei sogni; e chi controlla i sogni della gente, controlla la cosa essenziale di una societ\u00e0, specie di una societ\u00e0 consumista. Il film <em>Exodus<\/em>, tratto dal romanzo di Leon Uris, ha avuto un impatto pi\u00f9 grande, con gli occhi azzurri del biondo Paul Newman, per la causa dello stato d&#8217;Israele, di quanta ne ebbe a suo tempo <em>La capanna dello zio Tom<\/em> per la causa abolizionista. E se nel 1945 Arthur Miller poteva ancora scrivere un romanzo, <em>Focus<\/em>, per denunciare la sottile discriminazione antisemita vigente negli Stati Uniti (un cittadino americano stenta a trovare lavoro solo perch\u00e9 il suo aspetto e i suoi occhiali lo fanno somigliare casualmente a un ebreo), gi\u00e0 pochi anni dopo questo tema sarebbe parso incongruo, dato che la questione degli ebrei americani si poneva in tutt&#8217;altri termini da quelli descritti da Miller. Dunque, per tornare al nostro assunto, ai critici progressisti pareva inverosimile che un gigante come Melville si fosse dato la pena di prender la penna e scrivere un&#8217;opera &#8212; sia pur ispirata a un fatto vero, accaduto nel 1799 &#8211; che ha per protagonisti degli schiavi in rivolta, e non ne avesse fatto per ci\u00f2 stesso un romanzo ideologico, spendendosi a favore della causa abolizionista. Ed ecco che Lea Newman, nel 1986, si prodiga a spiegare che <em>Benito Cereno<\/em> \u00e8 un&#8217;opera non solo intenzionalmente antischiavista e abolizionista, ma anche antirazzista.<\/p>\n<p>Resta per\u00f2 uno sgradevole particolare: che il mite e bonario capitano Amasa Delano, allorch\u00e9 si rende conto di come stanno le cose, per liberare don Benito Cereno e i suoi uomini, non esita a dispiegare il massimo della violenza fisica: l&#8217;immagine della testa di Babo mozzata e infissa su un arpione resta potentemente impressa nell&#8217;animo del lettore. Vi \u00e8 un ritorno all&#8217;ordine sociale costituito, dunque, che passa per la durissima punizione degli schiavi ribelli, e che le loro precedenti atrocit\u00e0 sembrano giustificare anche dal punto di vista morale: e allora, come la mettiamo? Melville ha espresso una posizione di tipo abolizionista, oppure, al contrario, razzista? Certo, \u00e8 difficile accusare, o anche solo sospettare, Melville di razzismo. Fin dai suoi primi romanzi, come <em>Taipee<\/em> e <em>Omoo<\/em>, egli presenta l&#8217;incanto della societ\u00e0 polinesiana e quasi una riedizione del buon selvaggio; anche se non nasconde al lettore che il buon selvaggio delle isole Marchesi ha la poco piacevole abitudine di uccidere e mettere in pentola i marinai di passaggio. In <em>Moby Dick<\/em>, la figura di maggiore spicco, dopo il capitano Achab e dopo Ismaele, che \u00e8 poco pi\u00f9 di un semplice testimone, \u00e8 quella di Queequeg, il ramponiere polinesiano: solenne, taciturno, leale e coraggioso. \u00c8 possibile che uno scrittore del livello di Melville possa ammirare i polinesiani e disprezzare, o sottostimare, i negri dell&#8217;Africa? Ecco, questo \u00e8 precisamente il punto debole del ragionamento dei critici progressisti. Imbevuti di cosmopolitismo libresco e di filantropismo alla Rousseau, essi danno semplicemente per scontato che essere alieni dal giudicare gli uomini in base al colore della pelle sia la stessa cosa che rifiutare, per principio, qualsiasi confronto di civilt\u00e0. Se ogni uomo \u00e8 uguale a qualsiasi altro uomo, allora non c&#8217;\u00e8 alcuna differenza fra un bianco, un polinesiano e un africano. Ma qui sta l&#8217;errore. Una cosa \u00e8 l&#8217;uguaglianza morale e la dignit\u00e0 dovuta a ciascun essere umano, specialmente per un europeo cresciuto nella cultura cristiana; e un&#8217;altra cosa, ben diversa, \u00e8 trarne la deduzione che tutte le razze sono uguali, o addirittura che le razze non esistono, sono solo il frutto di biechi pregiudizi. Questo \u00e8 un cattivo ragionamento, perch\u00e9 la conclusione \u00e8 maggiore della premessa. In realt\u00e0 le differenze di civilt\u00e0 esistono, eccome; e bisogna essere ciechi o ipocriti per sostenere il contrario. Per restare nell&#8217;ambito del Pacifico, Jack London parla con estremo disprezzo dei melanesiani, tanto quanto Melville perla con ammirazione dei polinesiani: e la differenza di cultura c&#8217;\u00e8 e si vede; tanto pi\u00f9 si vedeva allora. Ma questa \u00e8 una cosa che i progressisti non arrivano a capire: piuttosto che dare torto ai loro sacri principi (dell&#8217;89), preferiscono dare torto alla realt\u00e0. Un giudice italiano dei nostri giorni certamente condanner\u00e0 un suo concittadino che si rifiuti di dare un appartamento in affitto a dei negri, ravvisando nel suo comportamento gli estremi del razzismo. E a nulla vale la pura e semplice esperienza di tanti cittadini italiani, proprietari di case, che hanno visto i loro immobili, magari acquistati con tanta lavoro e con tanti sacrifici, letteralmente devastati da inquilini di colore, che li hanno lasciati in condizioni peggiori che se fossero delle stalle. Queste son cose che sanno tutti, per esperienza diretta e quindi per la realt\u00e0 dei fatti: ma sono in conflitto con i sacri principi egualitari e antirazzisti della cultura dominante, di cui la magistratura \u00e8 la punta di diamante e il braccio armato, ed essa preferisce negare la realt\u00e0 e condannare il malcapitato che ha osato dire a voce alta, o lasciar intendere, come la pensa su una tale faccenda. In nome di un principio astratto, che tutte le razze sono uguali, o meglio ancora che le razze umane non esistono, il proprietario deve lasciare che la sua casetta venga insozzata e resa inabitabile da inquilini incivili, e tener la bocca chiusa, facendo buon viso a cattivo gioco. Dopotutto, poteva andargli peggio: poteva anche beccarsi una querela per razzismo e vedersi condannato a pagare, lui, i danni alla parte &quot;lesa&quot;, cio\u00e8 al distruttore del suo immobile, sul quale continua a pagare fior di tasse, pur non potendolo pi\u00f9 abitare. Perci\u00f2, tornando a <em>Benito Cereno<\/em>, noi non abbiamo la risposta in tasca; abbiamo per\u00f2 un sospetto: che Melville, come tutte le persone intelligenti e non accecate dall&#8217;ideologia, non abbia voluto scrivere un apologo abolizionista, ma solo (si fa per dire) misurarsi con il mistero del male&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando apparve a puntate, nel 1855, sul Puntam&#8217;s Montly Magazine, il romanzo breve Benito Cereno fu unanimemente accolto dalla critica come una delle cose migliori di<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[92],"class_list":["post-23515","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23515","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23515"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23515\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23515"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23515"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23515"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}