{"id":23458,"date":"2015-07-28T09:24:00","date_gmt":"2015-07-28T09:24:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/un-bambino-i-boschi-il-mistero-luomo-e-il-mistero-un-binomio-inscindibile\/"},"modified":"2015-07-28T09:24:00","modified_gmt":"2015-07-28T09:24:00","slug":"un-bambino-i-boschi-il-mistero-luomo-e-il-mistero-un-binomio-inscindibile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/un-bambino-i-boschi-il-mistero-luomo-e-il-mistero-un-binomio-inscindibile\/","title":{"rendered":"Un bambino, i boschi, il mistero L\u2019uomo e il mistero: un binomio inscindibile."},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;uomo e il mistero: un binomio inscindibile.<\/p>\n<p>Gli uomini osservano, riflettono, si fanno mille domande; vedono che a molte di esse non c&#8217;\u00e8 una risposta, o, quanto meno, che non c&#8217;\u00e8 una risposta del tutto convincente; s&#8217;interrogano ancora, provano inquietudine, ma sono anche affascinati da quelle domande che rimangono senza una risposta: in un certo senso, godono di sapere che non a tutto la ragione pu\u00f2 dare una spiegazione pienamente esauriente e del tutto soddisfacente.<\/p>\n<p>Il senso del mistero nasce da qui: dal sentire, dall&#8217;intuire, che c&#8217;\u00e8 dell&#8217;altro, oltre a ci\u00f2 che si vede, si sente, si percepisce con i cinque sensi esterni; e che c&#8217;\u00e8 dell&#8217;altro rispetto a ci\u00f2 che la ragione strumentale e calcolante pu\u00f2 arrivare ad afferrare, meno ancora a spiegare: qualche cosa che mette in gioco facolt\u00e0 diverse, l&#8217;immaginazione, certo, ma anche una sorta di super-ragione, un qualcosa che \u00e8 di pi\u00f9, e non di meno, della pura e semplice logica razionale.<\/p>\n<p>Quando il mistero si avvolge di un alone soprannaturale, nasce il sentimento del sacro: sentimento che prelude all&#8217;idea del divino ed alle varie manifestazioni storiche del culto religioso; ma che pu\u00f2 anche rimanere nelle sfere inferiori, ambigue e confuse, sovente degradanti e pericolose, della superstizione, della magia, della stregoneria, dell&#8217;occultismo.<\/p>\n<p>L&#8217;attrazione verso il mistero \u00e8 un elemento strutturale, ontologico, della natura umana; lo si ritrova, evidentissimo, nel bambino: nessuno pi\u00f9 di quest&#8217;ultimo \u00e8 desideroso, persino affamato, di mistero; \u00e8 per questo che le fiabe esercitano una presa cos\u00ec forte su di lui ed \u00e8 per questo che il suo mondo \u00e8 solo in piccola parte lo stesso di cui fanno esperienza gli adulti. Esso, infatti, \u00e8 ovunque circondato e permeato dal mistero: da qualunque parte, in qualsiasi momento, il mistero pu\u00f2 irrompere nella dimensione ordinaria dell&#8217;esistenza, sovvertirla, imporle le sue regole, molto pi\u00f9 antiche e possenti di quelle del mondo &quot;adulto&quot;, e, nello stesso tempo, pi\u00f9 duttili, elastiche, quasi elusive.<\/p>\n<p>Il mondo del bambino \u00e8 quasi un tutt&#8217;uno con il regno del mistero: non vi \u00e8 una netta separazione fra i due, n\u00e9 una chiara percezione della loro diversit\u00e0 e incommensurabilit\u00e0: grazie al mistero, infatti, tutto diventa possibile. Quando la coscienza di tale differenza comincia a farsi strada, allora vuol dire che l&#8217;infanzia \u00e8 finita e che la personalit\u00e0 adulta \u00e8 ormai quasi padrona del campo, con il suo diverso modo di sentire, di ragionare, di porsi di fronte al reale.<\/p>\n<p>L&#8217;adulto ha ben chiara, fin troppo, l&#8217;impossibilit\u00e0 che le due sfere si tocchino e si confondano: \u00e8 talmente convinto di questo, che, se si trova davanti al soprannaturale, la sua prima reazione, di solito, \u00e8 quella di dubitare dei propri sensi, dato che non gli sembra possibile dubitare della propria ragione; solo in alcuni casi, e, in genere, assai a malincuore, egli \u00e8 disposto a rimettere in discussione le proprie certezze razionali e &quot;scientifiche&quot;. Quel che preferirebbe fare, se lo potesse, sarebbe di dare torto ai fatti e di scordarseli, di metterli fra parentesi, ricorrendo a una qualunque spiegazione di ordine puramente razionale: bisogna proprio che sbatta contro al mistero con forza, per considerare la possibilit\u00e0 di una spiegazione &quot;diversa&quot;, che (cos\u00ec crede, almeno) lo metterebbe fatalmente in conflitto con se stesso.<\/p>\n<p>Ma torniamo al bambino. Il mondo in cui vive, il mondo che lo circonda, \u00e8 permeato di mistero; e poche cose sono pi\u00f9 adatte a rendergli viva la percezione del mistero come il contatto immediato con la natura, possibilmente con la natura non del tutto addomesticata, ancora selvaggia, almeno in parte: ad esempio con l&#8217;esperienza di un luogo selvatico come teatro dei suoi giochi e delle sue scorribande (per non parlare di ci\u00f2 che prova se tale contatto avviene di notte, il momento pi\u00f9 misterioso della giornata). I bambini che sono cresciuti a contatto con la natura hanno potuto fare questa preziosa esperienza e ne hanno tratto un intero universo di emozioni e sensazioni irripetibili, magiche, destinate a esercitare un influsso durevole sulla formazione della loro personalit\u00e0.<\/p>\n<p>Cos\u00ec ricorda i boschi della sua infanzia John G. Mitchell nella \u00abIntroduzione\u00bb al volume fotografico \u00abI grandi fotografi di natura\u00bb (edizione della \u00abNational Geographic Society\u00bb, 2001; traduzione italiana di Enrico Lavagno, 2007, p. 25):<\/p>\n<p>\u00abSono nato nell&#8217;area forestale degli Stati Uniti orientali che lo scrittore Rutherford Pratt usava chiamare foresta &quot;summer-green&quot; [letteralmente: &quot;verde in estate&quot;], o &quot;stagionale&quot;, cos\u00ec come far\u00f2 anch&#8217;io. Pratt ne descrisse la composizione originaria mentre percorreva la catena dei monti Appalachi e girovagava tra le alture della costa atlantica fino al Mississippi.<\/p>\n<p>Sotto quasi tutti i punti di vista si trattava (e in modo non uniforme si tratta ancora adesso, bench\u00e9 le specie cambino a seconda della latitudine e della quota) di una foresta di querce e frassini, di faggi e aceri, di hickory (&quot;Carya&quot;) [noce americano] e pioppi, di noci e ciliegi, di tupelo (&quot;Nyssa sylvatica) e sicomori, di sassofrassi a sud e di betulle da carta a nord. Per non dire dei pini, dei cedri, degli abeti e dei molti altri generi arborei.<\/p>\n<p>Mentre crescevo fra i boschi dell&#8217;Ohio meridionale tutte le mie estati erano immerse nel verde, ma non ricordo di aver visto molti animali selvatici a eccezione degli scoiattoli e dei conigli che ogni tanto cacciavo, appostandomi con un fucile calibro 22 ben sistemato nella piega del braccio. In quei tempi vedere un cervo era una cosa quasi inaudita. La grande depressione aveva trasformato l&#8217;ambiente in una sorta di spaccio alimentare in cui migliaia di disoccupati si davano da fare per riempire le marmitte di selvaggina. In alcune regioni del Midwest e del New England erano passati vent&#8217;anni da quando poteva capitare di vedere un &quot;opossum&quot; o un porcospino, e tanto meno un cervo. \u00c8 forse questo il motivo per cui mio fratello maggiore invent\u00f2 un &quot;predatore&quot; che ravvivasse i boschi circostanti casa nostra. Chiam\u00f2 &quot;mangamoonga&quot; la sua creatura, che secondo lui somigliava a un rinoceronte villoso e si trascinava nel fango senza lasciar tracce. Non l&#8217;ho mai incontrato, ma la storia era perfetta: era facile immaginare il bestione che si muoveva da qualche parte nel profondo delle nostre foreste, altrimenti cos\u00ec avare.<\/p>\n<p>I boschi hanno necessit\u00e0 degli animali e non \u00e8 vero solo il contrario. Descrivendo il paesaggio dei suoi amati boschi del nord, l&#8217;ecologista Aldo Leopold ha osservato che l&#8217;insieme si poteva ridurre &quot;al territorio, pi\u00f9 un acero rosso, pi\u00f9 un tetraone dal collare&quot;. Calcol\u00f2 che il tetraone rappresentasse un milionesimo dell&#8217;energia e della massa di un solo acro (4.050 metri quadrati circa). &quot;Eppure &#8212; scrisse &#8212; sottraete il tetraone e il tutto \u00e8 morto&quot;.\u00bb<\/p>\n<p>Qui si vede molto bene ci\u00f2 che intendevamo, allorch\u00e9 avevamo affermato che il contatto immediato con la natura, per esempio con un bosco selvaggio, \u00e8 suscettibile di esercitare un influsso potentissimo sul mondo fantastico del bambino. A quest&#8217;ultimo, infatti, non basta vivere passivamente, per cos\u00ec dire, l&#8217;esperienza della natura misteriosa; ha bisogno di darle un contenuto attivo, di attribuirle una forza magica, della quale egli \u00e8 partecipe, poich\u00e9 ne conosce, almeno in parte, i segreti e &#8212; forse &#8211; le parole magiche.<\/p>\n<p>Nel caso del brano sopra riportato, la dimensione attiva e la partecipazione magica al mondo misterioso della natura \u00e8 dato dalla &quot;invenzione&quot; (ma questa \u00e8 la definizione che ne darebbe un adulto: per il bambino non si tratta di inventare qualcosa che non esiste, ma di evocare qualcosa che gi\u00e0 esiste realmente, anche se in forma nascosta o latente, ma che gli altri, e specialmente gli adulti, non arrivano a percepire) di una creatura selvaggia e vagamente paurosa, a met\u00e0 fra la bestia e lo spirito dei boschi: il &quot;mangamoonga&quot;, appunto. E che si tratti di una creatura dalle caratteristiche solo in parte fisiche e materiali, lo si evince dal fatto che, pur trattandosi di una bestia di grossa taglia, e quindi assai pesante (una specie di rinoceronte, forse visto sulle pagine di un libro illustrato sugli animali, dato che il rinoceronte non esiste nella fauna nordamericana), si muove nel bel mezzo delle zone fangose senza lasciare alcuna traccia: come fosse un fantasma.<\/p>\n<p>Ora, quello che importa, per la fantasia del bambino, non \u00e8 l&#8217;esistenza oggettiva di una data cosa, ma la sua esistenza soggettiva: una volta &quot;creato&quot; questo misterioso animale-fantasma, la credenza nella sua effettiva realt\u00e0 diviene immediata e indubitabile, per quanto elusive siano le tracce del suo passaggio. In un certo senso, il bambino pensa allo stesso modo dello scrittore o dell&#8217;artista: una volta che questi abbiano delineato, nella loro immaginazione, un personaggio o una situazione, ecco che quel personaggio e quella situazione cominciano a vivere, addirittura, di vita propria (si vedano, per fare un esempio di quanto stiamo dicendo, certi personaggi di Luigi Pirandello o di Miguel De Unamuno, i quali, a un certo punto, hanno l&#8217;impertinenza di reclamare un destino diverso da quello che lo scrittore aveva assegnato loro).<\/p>\n<p>Non \u00e8 ozioso, n\u00e9 privo d&#8217;interesse, osservare che taluni esperimenti, condotti da alcune \u00e9quipes di studiosi di psicologia e di fenomeni del paranormale, sono giunti a dei risultati perfettamente in linea con tutto ci\u00f2: una volta evocata una entit\u00e0 immaginaria, ad esempio nel corso di una seduta spiritica, alla quale tutti i partecipanti all&#8217;esperimento avevano stabilito di attribuire determinate caratteristiche biografiche, in maniera concorde e coerente, anche se puramente immaginaria, si sono effettivamente verificati dei fenomeni insoliti e si \u00e8 stabilita una sorta di comunicazione con siffatta entit\u00e0, la quale rispondeva, a richiesta, alle domande degli astanti, come se, in qualche modo, ella avesse incominciato ad esistere nel mondo reale, anche se ciascuno sapeva trattarsi di una entit\u00e0 solamente immaginata.<\/p>\n<p>Tutto questo merita di essere approfondito. Quando il bambino, specialmente se a contatto con la natura misteriosa, ma anche in tutte quelle situazioni ove il mondo &quot;ordinario&quot; sia, per cos\u00ec dire, sospeso (ad esempio, per una assenza dei genitori o degli altri adulti, s\u00ec che i bambini siano liberi d&#8217;immaginarsi sciolti dalle &quot;catene&quot; della logica propria della dimensione adulta, e di sbizzarrirsi nella &quot;loro&quot; dimensione prediletta, quella del mistero, appunto), si mette a fantasticare ed &quot;evoca&quot; delle realt\u00e0 invisibili, ivi compresi i &quot;compagni di giochi&quot; che nessun adulto potr\u00e0 mai vedere o percepire con i sensi esterni, \u00e8 come se tali realt\u00e0 gli venissero effettivamente incontro da una dimensione parallela, rispondendo alla sua chiamata. \u00c8 cos\u00ec che il bambino si sente non gi\u00e0 il &quot;creatore&quot; di quelle presenze misteriose, ma, semplicemente e pi\u00f9 modestamente, colui che, sospettandone l&#8217;esistenza, abbia offerto loro l&#8217;occasione per rivelarsi.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 \u00e8 possibile, naturalmente, ad una sola condizione, cui gi\u00e0 abbiamo accennato: che non si presupponga una distinzione rigida fra la sfera del mondo ordinario e quella del mondo misterico, fra il visibile e l&#8217;invisibile, fra il naturale e il soprannaturale (o il preternaturale): in breve, fra ci\u00f2 che, secondo il modo di ragionare degli adulti, \u00e8 &quot;possibile&quot; e ci\u00f2 che non lo \u00e8. Questa mancata distinzione implica, come corollario fondamentale, che non vi sia un muro invalicabile nemmeno fra la vita e la morte: per il bambino, la morte non \u00e8, o non \u00e8 ancora, un evento irrimediabile e ineluttabile: egli immagina che sia ancora possibile, a determinate condizioni, che i defunti, in un modo o nell&#8217;altro, ritornino nel mondo dei viventi. E lo credono anche le popolazioni che un tempo venivano, sbrigativamente, definite come &quot;primitive&quot; o, addirittura, &quot;selvagge&quot;: anche per esse il passaggio tra la vita e la morte \u00e8 suscettibile di transiti insoliti, in un senso e nell&#8217;altro; ed \u00e8 per questo che tali popolazioni credono all&#8217;esistenza dei vampiri e dei fantasmi, e prendono le loro precauzioni per tutelarsi nei confronti del loro ritorno; cos\u00ec come credono all&#8217;esistenza degli spiriti buoni e, nelle religioni pi\u00f9 evolute, alle beneauguranti presenze angeliche.<\/p>\n<p>Ma perch\u00e9 proprio il bosco esercita un fascino cos\u00ec grande sulla immaginazione dei bambini (e dei popoli &quot;primitivi&quot;)? Le risposte possono essere pi\u00f9 d&#8217;una, compresa quella di ordine archetipico junghiano: il bosco \u00e8 una immagine simbolica dell&#8217;inconscio collettivo, probabilmente connessa con i ricordi ancestrali dell&#8217;umanit\u00e0; perch\u00e9, prima del sorgere delle civilt\u00e0 urbane, prima dell&#8217;agricoltura e prima della stessa pastorizia nomade, il paesaggio di gran parte dell&#8217;Europa, e anche degli altri continenti, era pressoch\u00e9 interamente boschivo. Le fiabe popolate di lupi, di orsi, di briganti, che si sono diffuse nel nostro immaginario collettivo, hanno quale sfondo naturale, appunto, i fitti e impenetrabili boschi e le foreste primordiali, mai intaccate dalla scure dell&#8217;uomo e, pertanto, popolate da presenze &quot;altre&quot;, non umane (una per tutte: quella del &quot;piccolo popolo&quot; dei nani, degli elfi, delle fate, eccetera).<\/p>\n<p>Un&#8217;ultima considerazione. I bambini , al giorno d&#8217;oggi, crescono pi\u00f9 che mai lontani dalla natura: dunque, pi\u00f9 che mai lontani sia dal mistero, sia dal mondo della immaginazione (sostituita, troppo spesso, da giochi elettronici, davanti ai quali egli \u00e8 sostanzialmente passivo e alienato): e questo non \u00e8 bene. Guai se anche i bambini perdono il contatto, come gi\u00e0 l&#8217;adulto &quot;civilizzato&quot;, con il mistero&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;uomo e il mistero: un binomio inscindibile. 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