{"id":23416,"date":"2008-01-24T05:32:00","date_gmt":"2008-01-24T05:32:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/01\/24\/lautenticita-ci-spaventa-perche-distrugge-i-nostri-comodi-schemi-mentali\/"},"modified":"2008-01-24T05:32:00","modified_gmt":"2008-01-24T05:32:00","slug":"lautenticita-ci-spaventa-perche-distrugge-i-nostri-comodi-schemi-mentali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/01\/24\/lautenticita-ci-spaventa-perche-distrugge-i-nostri-comodi-schemi-mentali\/","title":{"rendered":"L&#8217;autenticit\u00e0 ci spaventa perch\u00e9 distrugge i nostri comodi schemi mentali"},"content":{"rendered":"<p>Abbiamo ripetutamente sostenuto, in tutta una serie di saggi e articoli, che la mente umana ha il potere di ri-creare il mondo esterno, e non solo quella di conferirgli la particolare &quot;coloritura&quot; emozionale mediante la quale noi ce lo rappresentiamo in un determinato modo. Non lo crea <em>ex nihilo<\/em>; non ha certo questo potere; ma lo ri-crea sulla base di una realt\u00e0 che gi\u00e0 esiste sul piano dell&#8217;assoluto, sul piano dell&#8217;Essere. La mente umana, immersa nel divenire e nella contingenza, \u00e8 sospesa, per cos\u00ec dire, fra i due mondi; intuisce, come dietro un velo, l&#8217;esistenza di una realt\u00e0 esterna, che da lei non dipende e da lei non si origina; ma, in effetti, tutto quello che percepisce, sperimenta e conosce, \u00e8 un <em>suo<\/em> prodotto, nel senso letterale dell&#8217;espressione. Quello che vede, ascolta, annusa, gusta e tocca \u00e8 ci\u00f2 che il suo cervello <em>ri-crea<\/em>, organizzando a suo modo le informazioni che le giungono dagli organi sensoriali: nulla di pi\u00f9 e nulla di meno. Perci\u00f2, se la mente vede un tavolo, quello che vede non \u00e8 il tavolo <em>esterno<\/em>, non \u00e8 il tavolo in s\u00e9, uguale per lei e per ogni altra mente; ma solo e unicamente il tavolo <em>interno<\/em>, soggettivo, da lei sperimentato e ri-prodotto.<\/p>\n<p>Ripetiamo: non l&#8217;ha tratto dal nulla; la mente non \u00e8 creativa nel senso pieno e completo della parola. Per\u00f2 il mondo in cui si muove, non \u00e8 un mondo oggettivo e indipendente da essa; \u00e8, al contrario, il mondo della sua percezione e della sua immaginazione. Ella, dunque, \u00e8 pi\u00f9 grande del mondo, perch\u00e9 lo contiene; mentre il mondo non contiene la mente. Quando la mente si spegne, il mondo cessa di esistere. I realisti obietteranno che esso, invece, continuer\u00e0 ad esistere <em>per conto suo<\/em>: ma si tratta di un&#8217;affermazione assolutamente indimostrabile. Al contrario, possiamo dimostrare che nessuna mente ha mai potuto testimoniare la persistenza del &quot;mondo&quot; al di l\u00e0 della percezione di una determinata mente. Il mondo &quot;che continua ad esistere&quot;, per usare l&#8217;espressione &#8211; invero grossolana &#8211; dei realisti, non \u00e8 certamente quello della mente che ha cessato di percepirlo; \u00e8 un altro: \u00e8 quello delle menti che continuano a percepirlo, ognuna per suo conto, ognuna a suo modo. Nessuna mente potr\u00e0 mai affermare qualche cosa pi\u00f9 di questo.<\/p>\n<p>Quel che ora ci resta da fare, adesso, \u00e8 trarre le logiche e necessarie conseguenze, sul piano pratico e affettivo, di tale principio, dal punto di vista della nostra vita di ogni giorno, in modo da vedere quali effetti esso ha nelle relazioni interpersonali.<\/p>\n<p><em>La prima conseguenza<\/em> \u00e8 che noi viviamo all&#8217;interno di un universo solipsistico, che non sostituisce, ma che si sovrappone all&#8217;universo &quot;oggettivo&quot; e, diciamo cos\u00ec, esterno. Esso esiste realmente, ma non nelle nostre singole menti; bens\u00ec, come pensava anche Berkeley, nell&#8217;unica Mente che ha un potere creativo <em>assoluto<\/em>, e mediante la quale le cose esistono in s\u00e9 e per s\u00e9: Per le menti finite, invece, le cose esistono solo <em>relativamente<\/em>: possono andare anche oltre il qui e ora, ad esempio nello spazio del ricordo e nell&#8217;immaginazione dell&#8217;aspettativa; ma traggono la loro esistenza da noi e solo da noi. Nel mondo del finito e del relativo, infatti, <em>esse est percipi<\/em>, essere \u00e8 l&#8217;essere percepito; e quando una singola mente cessa di percepire qualche cosa, quel qualche cosa cessa, semplicemente, di esistere &#8211; almeno, lo ripetiamo, sul piano del contingente e del relativo. Insomma, per dirla con Leibniz, noi siamo delle monadi senza porte e senza finestre; e non possiamo comunicare <em>veramente<\/em> con le altre monadi.<\/p>\n<p><em>La seconda conseguenza<\/em> \u00e8 che noi non sappiamo nulla dell&#8217;altro cos\u00ec come \u00e8 in se stesso, del suo &quot;noumeno&quot; (per usare un linguaggio kantiano): conosciamo solo il &quot;fenomeno&quot;, la parte di esso che, creandola, possiamo percepire. Di conseguenza ci muoviamo nel mondo come tanti ciechi che, continuamente, vanno a sbattere gli uni contro gli altri e che, imperterriti, dopo ogni urto riprendono a muoversi a casaccio, senza nulla imparare mai all&#8217;esperienza. Infatti, che cosa potremmo imparare? L&#8217;unica cosa che potremmo imparare sarebbe un salutare grado di prudenza, di cautela: perch\u00e9 una cosa \u00e8 aver consapevolezza di essere ciechi, un&#8217;altra e ben diversa \u00e8 muoversi in tutta libert\u00e0 e disinvoltura, perch\u00e9 privi di una tale consapevolezza. In questo secondo caso, si andr\u00e0 ugualmente a sbattere, prima o dopo; ma, almeno, si potr\u00e0 evitare di farsi male (e di far male agli altri) e si comprender\u00e0 che il nostro giudizio sul mondo \u00e8 tremendamente inadeguato. Non \u00e8 molto, ma sarebbe gi\u00e0 qualcosa.<\/p>\n<p><em>La terza conseguenza<\/em> \u00e8 che non solo ci muoviamo, incoscientemente, come dei ciechi (o dei dormienti, se si preferisce quest&#8217;altra immagine), urtando di continuo l&#8217;altro e venendo, pi\u00f9 o meno duramente, urtati a nostra volta; ma che finiamo per affezionarci, per cos\u00ec dire, al nostro stesso solipsismo, il quale, se non altro, ci risparmia non poca fatica, dandoci un&#8217;immagine preconfezionata delle cose. Ciascuno di noi, cio\u00e8, si aggrappa ai propri schemi mentali e li appiccica all&#8217;altro, ben deciso a non scostarsene mai pi\u00f9: per noi, infatti, una cosa \u00e8 bianca o nera per sempre; non ci piace l&#8217;idea che possa essere bianca oggi e nera domani, o che possa essere, al tempo stesso, bianca e nera, guardata da due diversi punti di vista. Il nostro punto di vista \u00e8 unico e tale vogliamo che rimanga. Altrimenti saremmo costretti a una spossante ginnastica mentale e affettiva, a una elasticit\u00e0 che mal si accorda con le nostre membra irrigidite, con i nostri muscoli anchilosati. Meglio, molto meglio stabilire una volta per tutte chi sia l&#8217;altro, e conservare <em>ab aeterno<\/em> i nostro comodi schemi mentali su di lui.<\/p>\n<p><em>La quarta conseguenza<\/em> \u00e8 che, se &quot;per mostro o miracolo&quot; (parafrasando Leopardi) qualcuno decide di togliersi di dosso i nostri vischiosi pregiudizi e di mostrarsi qual egli veramente \u00e8, la cosa ci irrita e ci offende nel profondo. Ci sentiamo traditi, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno. Beninteso: le maschere che gli altri ci affibbiano non sono soltanto, come per Pirandello, il frutto di una pressione sociale dovuta a un meccanismo di semplificazione psicologica della realt\u00e0. Noi creiamo veramente l&#8217;altro, <em>per\u00f2 sulla base di un noumeno effettivo<\/em>, che irrimediabilmente ci sfugge quanto pi\u00f9 cerchiamo di definirlo. Tuttavia, dovremmo lasciare almeno socchiusa la porta sul mondo oggettivo che sta dietro, o al di sotto, del mondo da noi creato, invece di sbatterla con rabbia e risentirci quando l&#8217;inquilino che abita al di l\u00e0 di essa tenta di fare un passo verso di noi. Dovremmo, cio\u00e8, apprezzare il suo sforzo di autenticit\u00e0, il suo richiamo alla verit\u00e0 dell&#8217;essere. Anche se questo distrugge il rassicurante castello di pseudo-certezze con le quali avevamo cercato di mettere un po&#8217; di ordine nella nostra rappresentazione del mondo: perch\u00e9 il mondo &#8211; non quello del fenomeno, contingente e soggettivo, ma quello oggettivo che, pur non essendo direttamente percepibile, ne costituisce tuttavia il fondamento logico e ontologico &#8211; \u00e8 infinitamente vario e imprevedibile.<\/p>\n<p>Vogliamo adesso soffermarci su questo particolare aspetto del problema e svolgere alcune riflessioni sulla quarta conseguenza del principio solipsistico.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro che tutti gli equivoci, i malintesi e i fraintendimenti che caratterizzano i rapporti con l&#8217;altro sono il frutto dell&#8217;ignoranza di questa semplice verit\u00e0: che l&#8217;altro con cui ci confrontiamo non \u00e8 l&#8217;altro in se stesso, ma \u00e8 l&#8217;altro ri-creato dalla nostra mente. Noi lo abbiamo plasmato secondo i nostri desideri e le nostre paure, secondo le nostre aspettative o le nostre delusioni. Dovremmo per\u00f2 fare un passo ulteriore e riconoscere che, se tutto questo \u00e8 vero, non ne consegue per\u00f2 che questa nostra ri-creazione dell&#8217;altro esaurisca la realt\u00e0 viva e pulsante dell&#8217;altro in se stesso: cos\u00ec come le ossa sgretolate di un milodonte, trovate in qualche grotta dimenticata della Patagonia, non esauriscono certamente la realt\u00e0 di un animale che fu grande, vivo e meravigliosamente inserito nel suo ambiente &#8211; ben diverso, a sua volta, dall&#8217;aspro deserto ventoso che \u00e8 oggi.<\/p>\n<p>Che cosa potremmo fare, dunque, per limitare i danni e gli inconvenienti originati dal fatto che l&#8217;altro, accanto al quale si svolge la nostra esistenza; l&#8217;altro che amiamo o che odiamo, non \u00e8 tale se non nella nostra mente, all&#8217;interno della nostra mente, e dunque non \u00e8, propriamente parlando, un <em>altro<\/em>, ma un prolungamento di noi stessi; e che il <em>vero<\/em> altro si nasconde, in un certo senso, al di sotto di esso?<\/p>\n<p>Non molto, in verit\u00e0; e tuttavia qualcosa: che \u00e8 sempre meglio di niente.<\/p>\n<p>Potremmo, ad esempio, elaborare una matura consapevolezza dell&#8217;equivoco fondamentale nel quale ci troviamo avviluppati; e, proprio come fa il paleontologo con le antiche ossa del milodonte, cercar di restaurare &#8211; per via induttiva &#8211; l&#8217;immagine dell&#8217;altro, cos\u00ec come dovrebbe essere in se e per s\u00e9. Anche se, come tale, noi non la vedremo mai, possiamo per\u00f2 &quot;bonificarla&quot; dalle innumerevoli incrostazioni del nostro desiderio e della nostra avversione, o dall&#8217;opacit\u00e0 della nostra indifferenza; potremmo tentare di interrogarla, invece di continuare a parlare e parlare al posto suo.<\/p>\n<p>Certo, anche nel migliore dei casi non ci giunger\u00e0 che una voce debole e incomprensibile, poco pi\u00f9 di un soffio attraverso la porta socchiusa. E tuttavia, che momento inebriante, indimenticabile, quando ci \u00e8 dato di percepire &#8211; meglio, di intuire &#8211; quel debole, debolissimo soffio! Esso \u00e8 la prova del fatto che non siamo totalmente, disperatamente soli; che qualcosa esiste, al di l\u00e0 delle pareti del nostro solipsismo; che l&#8217;essere \u00e8 pi\u00f9 grande di noi, anche se noi siamo pi\u00f9 grandi del mondo. Come nel caso del radiotelegrafista intento a captare il debole SOS di una nave in procinto di affondare, in quei rari momenti ci \u00e8 dato immaginare, oltre la curva dell&#8217;orizzonte a noi visibile, tutto un mondo che \u00e8 negato ai nostri occhi, ma che tuttavia <em>esiste<\/em>, e sta cercando di comunicare con noi, con tutte le sue forze.<\/p>\n<p>Qui, per\u00f2, in genere sopraggiunge la difficolt\u00e0 pi\u00f9 grossa.<\/p>\n<p>A molti di noi quel sia pur debole segnale d\u00e0 fastidio; quell&#8217;indizio di un qualcosa che si muove oltre l&#8217;orizzonte crea disagio, insicurezza, perfino terrore. Perch\u00e9 si finisce con l&#8217;adattarsi anche alla solitudine pi\u00f9 angosciosa, se solo si \u00e8 capaci di farsene una ragione e se si riesce a stordirsi abbastanza con le infinite immagini di noi stessi che gli altri, come specchi, continuamente ci rimandano.<\/p>\n<p>Ma poi, ecco che si verifica l&#8217;imprevedibile.<\/p>\n<p>Talvolta, infatti, avviene che l&#8217;altro, inaspettatamente e contro ogni regola comunemente accettata, tenta di mostrarsi a noi, cos\u00ec come egli veramente \u00e8: fuori dai comodi schemi mentali entro i quali lo abbiamo incasellato e costretto a forza, <em>e perfino fuori dai suoi stessi schemi<\/em>, in un estremo sforzo di verit\u00e0 e vitalit\u00e0.<\/p>\n<p>Poniamo che qualcuno abbia, o creda di avere, disperatamente bisogno di un Maestro (e sorvoliamo sul fatto che i veri Maestri non si comprano al supermercato, un tanto il chilo, ma sono essi che chiamano a s\u00e9 il proprio discepolo, quando \u00e8 giunto il momento). Se quegli rifiuta il ruolo di Maestro, che gli \u00e8 stato imposto dall&#8217;altrui aspettativa, e si mostra come un semplice viandante alla ricerca della verit\u00e0, l&#8217;aspirante discepolo si sentir\u00e0 deluso, amareggiato, perfino tradito.<\/p>\n<p>Semplice, no?<\/p>\n<p>La stragrande maggioranza delle persone non vuole uscire dai propri schemi e dalle proprie proiezioni egoiche: rannicchiata entro di esse, al calduccio, ci sta troppo bene per avere alcuna voglia di uscirne.<\/p>\n<p>Furori fa freddo e tira vento: il pi\u00f9 terribile dei venti, quello dell&#8217;imprevisto. Perch\u00e9 mai affrontarlo, quando si sta cos\u00ec bene al calduccio, dentro l&#8217;ombra che noi stessi proiettiamo continuamente sul mondo? Perch\u00e9 salire in coperta e guardare in faccia i marosi, bianchi di schiuma, ove la nostra navicella potrebbe fare naufragio? Meglio restarsene in fondo alla stiva, a gemere per il mal di mare e a maledire tutti i sette mari del mondo; meglio correre il rischio di fracassarsi sugli scogli, ma almeno non vedere quella schiuma bianca, che incute un autentico terrore.<\/p>\n<p>E allora buona fortuna, povero marinaio d&#8217;acqua dolce, che una sorte beffarda ha scaraventato in alto mare! Restatene pure in fondo alla stiva, al buio e al calduccio, con tutte le tue segrete paure e le tue false sicurezze.<\/p>\n<p>Il vasto mare aperto, spazzato dai venti gagliardi, non \u00e8 cosa che faccia per te.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Abbiamo ripetutamente sostenuto, in tutta una serie di saggi e articoli, che la mente umana ha il potere di ri-creare il mondo esterno, e non solo<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30150,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[35],"tags":[92],"class_list":["post-23416","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-epistemologia","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-epistemologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23416","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23416"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23416\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30150"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23416"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23416"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23416"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}