{"id":23356,"date":"2015-11-28T03:53:00","date_gmt":"2015-11-28T03:53:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/11\/28\/aristotele-non-fu-il-teorico-ma-laffossatore-dellautentico-spirito-tragico\/"},"modified":"2015-11-28T03:53:00","modified_gmt":"2015-11-28T03:53:00","slug":"aristotele-non-fu-il-teorico-ma-laffossatore-dellautentico-spirito-tragico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/11\/28\/aristotele-non-fu-il-teorico-ma-laffossatore-dellautentico-spirito-tragico\/","title":{"rendered":"Aristotele non fu il teorico, ma l\u2019affossatore dell\u2019autentico spirito tragico"},"content":{"rendered":"<p>Nella visione passata a noi attraverso il lavorio dei secoli, Aristotele appare come il massimo teorico dello spirito tragico: si tratta di una &quot;verit\u00e0&quot; talmente acquisita che non ci si prende nemmeno pi\u00f9 il disturbo di discuterne l&#8217;evidenza, dandola semplicemente per scontata. Ma \u00e8 proprio cos\u00ec?<\/p>\n<p>Ricordiamo che Aristotele, nella &quot;Poetica&quot;, focalizzando l&#8217;attenzione su due aspetti dello spirito tragico, la &quot;mimesis&quot; o imitazione da parte dello spettatore, e la &quot;katharsis&quot;, o purificazione attraverso lo scioglimento del dramma nel quale ci si \u00e8 immedesimati, d\u00e0 questa definizione della tragedia: \u00abTragedia \u00e8 opera imitativa di un&#8217;azione seria, completa, con una certa estensione; eseguita con un linguaggio adorno distintamente nelle sue parti per ciascuna delle forme che impiega; condotta da personaggi in azione, e non esposta in maniera narrativa; adatta a suscitare piet\u00e0 e paura, producendo tali sentimenti la purificazione che i patimenti rappresentati comportano\u00bb (1149 b 24-28).<\/p>\n<p>In realt\u00e0, non tutta la cultura successiva \u00e8 sempre stata d&#8217;accordo nel vedere in Aristotele il massimo maestro e precettista dello spirito tragico; non tutti pensano che egli abbia dato l&#8217;impronta pi\u00f9 matura e pi\u00f9 adeguata all&#8217;evoluzione del genere tragico. Vi \u00e8 un filone minoritario che vede, al contrario, nel pensiero di Aristotele, non la teorizzazione suprema e definitiva, ma l&#8217;affossatore dell&#8217;autentico spirito tragico: vede un pensiero, cio\u00e8, che, per un eccesso di razionalismo e di mania classificatoria, ha misconosciuto e stravolto la vera caratteristica del tragico, in particolare togliendole la sua problematicit\u00e0 radicale e assoluta, che non si acquieta nella catarsi, perch\u00e9 esso non corrisponde a una ricerca di risposte &#8212; questo, semmai, sar\u00e0 il compito della filosofia e della religione &#8212; ma alla riproposizione di una domanda incessante, che non chiede risposta, perch\u00e9 dubita che essa esista, almeno al livello della umana comprensione.<\/p>\n<p>In altre parole: lo spirito tragico \u00e8 la scoperta di una disarmonia nell&#8217;ordine del mondo, scoperta che si verifica allorch\u00e9 si presentano particolari circostanze storiche; in particolare, quando la filosofia e la religione non hanno ancora esercitato, o stanno cessando di esercitare, una funzione egemonica sulla coscienza degli uomini, e la societ\u00e0 si trova in una condizione particolarissima, quasi di &quot;vacanza&quot; temporanea delle risposte tradizionali: quelle, appunto, fornite dal pensiero razionale e dalla fede religiosa.<\/p>\n<p>Secondo questo filone di pensiero, lo spirito tragico non \u00e8 il prodotto di un consapevole tentativo di formulare domande e di cercare risposte sul perch\u00e9, o sui perch\u00e9, dell&#8217;esistenza umana, bens\u00ec l&#8217;espressione immediata, primigenia, di uno scompenso, di un malessere, di una disarmonia, di una scoperta, appunto, tragica dell&#8217;esistenza: la scoperta che il senso della vita non \u00e8 scontato, e dunque che esso va cercato di nuovo e sempre daccapo, indipendentemente da ogni certezza, o supposta certezza, fornita dalla tradizione; va cerato indipendentemente e audacemente, con sofferenza, con angoscia, sfidando &#8212; se necessario &#8211; gli d\u00e8i e la morale costituita, e sempre esponendosi ai contraccolpi e alle reazioni che un simile atteggiamento anticonformista, &quot;blasfemo&quot; (vedi il dramma di Antigone che vuol seppellire il cadavere del fratello Polinice, in opposizione alle leggi umane), inevitabilmente finisce per provocare.<\/p>\n<p>Perci\u00f2, allo spirito tragico appartiene anche la fondamentale dimensione della solitudine. L&#8217;uomo scopre di essere solo, di non avere niente e nessuno n\u00e9 alle spalle, n\u00e9 davanti a s\u00e9; scopre che d\u00e8i e sacerdoti, filosofi e scuole, sono solo elementi creati per offrire risposte, cio\u00e8 rassicurazioni, su ci\u00f2 che non pu\u00f2 essere esplorato sino in fondo, e che, pertanto, rifiuta, per sua stessa natura, rassicurazioni e razionalizzazioni: il regno del caos, dell&#8217;informe, del disordine, che ribolle sotto le apparenze rassicuranti del mondo ordinato, composto dalla ragione e &quot;spiegato&quot; dalla religione.<\/p>\n<p>Cos\u00ec ha sintetizzato la questione Alessandro Serpieri, nella \u00abPresentazione\u00bb al \u00abTito Andronico\u00bb shakespeariano (da: W. Shakespeare, \u00abTito Andronico\u00bb, Milano, Garzanti, 1989, pp. XVII-XIX):<\/p>\n<p><em>\u00abLa grande tragedia, scrive Jaspers (1952), sorge nelle et\u00e0 di transizione, sia in Grecia che nel mondo moderno, una volta sola in ciascun caso, e quasi in un rapido processo di autocombustione, finch\u00e9 si perde in forme estetico-culturali (epigonismo, teoria). Ma nel momento in cui si attua sembra che solo allora l&#8217;uomo abbia aperto gli occhi sul mondo, e ponendo le sue domande sul mondo abbia perduto la profonda serenit\u00e0 e armonia col mondo delle et\u00e0 non tragiche, e si sia aperto lui stesso a una inquietudine che non ha appagamento. La tragedia \u00e8 l&#8217;invenzione greca, anzi ateniese, di un modello formale, insieme letterario e teatrale, in cui un mondo drammatico costituito dai &quot;sottomondi&quot; dei personaggi &#8211; sottomondi cui appartengono tutti i sentimenti, le affermazioni, i giudizi e i valori che si trovano nel testo &#8212; e che consiste nel rapporto conflittuale di questi sottomondi, viene mostrato e non dimostrato, cio\u00e8 non \u00e8 veicolo di tesi o messaggi, ma solo si tensione che scatena domande alle quali non si d\u00e0 risposta n\u00e9, come la visione implica, vi \u00e8 risposta possibile. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Il mondo della tragedia si sottrae a ogni spiegazione che non possa venire contraddetta da un&#8217;altra, appare estraneo a ogni certezza, a ogni dogma e sistema di valori, nemico della logica che pretenda di essere l&#8217;unico canale della conoscenza. Il suo senso globale \u00e8 un&#8217;interrogazione e non un&#8217;asserzione, \u00e8 una somma di inconciliabili che pu\u00f2 formularsi razionalmente solo in modo precario e non definitivo. Visione sinottica, cosmica, profondamente agnostica, immagine di immagini del mondo, forma principe dell&#8217;ambiguo, della scepsi, dell&#8217;ironia, e simbolo del mistero della vita. Questa \u00e8 la visione tragica quale si manifesta nella tragedia ma in seguito anche in altre forme letterarie, ad esempio nella narrativa di Melville e Dostoevskij. Ci\u00f2 che l&#8217;autore tragico ci trasmette \u00e8 il suo senso tragico del mondo. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>I tragici greci operarono, \u00e8 legittimo pensare, in una congiuntura favorevole i cui coefficienti furono la natura non dommatica n\u00e9 costrittiva della religione greca, la fase di libero sviluppo del pensiero tra teologia arcaica e dommatismo logico dei grandi sistemi filosofici, la formulazione di un&#8217;etica della polis di contro all&#8217;antica etica dei &quot;gennaios&quot;, la situazione della democrazia ateniese e la sua organizzazione della cultura tra le vittorie sui Persiani e la catastrofe peloponnesiaca. In queste condizioni essi adoperarono come materiale i miti con la loro carica di universalit\u00e0 (un mito \u00e8 come i vangeli, asserisce qualcosa che \u00e8 certo, presuppone un assenso immediato e una fede) e con un processo di problematizzazione, di avvicinamento e allontanamento (Vernant), li ristrutturarono in forma tragica. Furono essi a inventare la rappresentazione pluralistica dell&#8217;anima (Nilsson, Dodds, Snell, Untersteiner, Vernant) e del &quot;multi verso&quot; umano, logico e alogico, terreno e divino, estremamente pregevole e vano. Ma oltre a inventare la rappresentazione della psiche e dei suoi rapporti che \u00e8 ancora in gran parte alla base del pensiero moderno, essi diedero voce alla prima forte esigenza di libert\u00e0 della mente umana che si scopre autonoma da rivelazioni e dogmi, si interroga su se stessa e getta, come scrisse Nietzsche, &quot;uno sguardo nell&#8217;essenza delle cose&quot;. Perci\u00f2 \u00e8 profondamente errato chiamare Eschilo un teologo ed Euripide un razionalista. I tre tragici greci che conosciamo incominciano a essere fraintesi o contrastati gi\u00e0 in vita dai primi grandi filosofi etici (Socrate e Platone) e non furono pi\u00f9 capiti quando, al volgere del V secolo, tramont\u00f2 in Grecia l&#8217;immaginazione tragica insieme alla congiuntura che l&#8217;aveva resa possibile. Il loro massimo affossatore fu Aristotele, la cui &quot;Poetica&quot; (scritta tra il 334 e il 323 a. C.), lungi dall&#8217;essere, come ancora si ritiene, il prototipo della teoria del tragico, \u00e8 il primo documento dell&#8217;eclissi della visione tragica. Se \u00e8 indubbia la sua importanza come parte del sistema aristotelico e come primo tentativo di teoria dell&#8217;arte e dei generi, per quel che riguarda la tragedia greca del V secolo la &quot;Poetica&quot; \u00e8 un modello storico di lettura assai fuorviante: essa \u00e8 di fatto un tentativo di rendere intelligibile qualcosa che non si capiva pi\u00f9, espurgando le opere tragiche della loro &quot;alogh\u00eca&quot;, di tutto ci\u00f2 che non era &quot;logos&quot;, razionalizzando una visione fondata sulla coscienza dei limiti della ragione, moralizzando un mondo fantastico che rifiutava le certezze morali, riducendo il mito a mero intreccio e imponendo le regole della verosimiglianza e del naturalismo. La famosa definizione aristotelica della tragedia \u00e8 una definizione in cui manca il tragico (E. Gouhier). La catarsi, concetto del tutto inutile alla conoscenza e allo studio della tragedia, ha suscitato una sterminata controversia che &quot;\u00e8 una delle vergogne dell&#8217;intelletto umano, un monumento grottesco alla sterilit\u00e0&quot; (John Morley citato da Lucs). Starobinski in &quot;Tre furori&quot; ha sottolineato la riduzione della tragedia di Aiace alla storia disgraziata di un malato, e infine di un pazzo, nei &quot;Problemata&quot; aristotelici (XXXI, 1) e nella &quot;Satira&quot; II, 3 di Orazio. Questa incomprensione della tragicit\u00e0 la &quot;Poetica&quot; e le sue appendici, come l&#8217;&quot;Ars poetica&quot; di Orazio, l&#8217;hanno portata sempre con s\u00e9 attraverso la storia: dovunque appaia la &quot;Poetica&quot; coi commenti dei suoi cultori, l\u00e0 scompare la tragedia. Essa porta con s\u00e9 quella sopraffazione del &quot;Logos&quot;, incurante dell&#8217;empiria, che gi\u00e0 vi notava Bacone, e che \u00e8 stata denunciata da Heidegger e da Colli. Essa sottrae alla tragedia la colpa, il destino, l&#8217;ironia, la dimensione divina. Aristotele aveva un&#8217;idea evemeristica del mito e riteneva il pantheon greco un utile strumento di governo: la tragedia \u00e8 ridotta alla formalizzazione razionalistica, verosimile, naturalistica e sensazionale di un&#8217;esperienza di umana sventura, presente come un &quot;exemplum&quot; a fini etici e terapeutici, e in conclusione qualcosa di pi\u00f9 vicino al dramma neoclassico e borghese che alla tragedia greca. La quale, dice Jaspers, \u00e8 uccisa dalla filosofia e dalla religione.\u00bb<\/em><\/p>\n<p>Abbiamo detto, pi\u00f9 sopra, che lo spirito tragico non cerca risposte, perch\u00e9 non crede che esse siano concesse agli uomini; questo, per\u00f2, non implica che le risposte non esistano in assoluto, ma che sono precluse, di fatto, alla nostra comprensione. Non \u00e8 una differenza di poco conto: le risposte alle domande dello spirito tragico, probabilmente, le sanno gli d\u00e8i; e, se non le sanno neppure gli d\u00e9i, sono scritte nel libro del Fato, che \u00e8 superiore agli stessi d\u00e8i: non abbiamo forse visto turbarsi Zeus, il re degli Olimpi, sul destino di morte che incombe sul suo figlio mortale, Sarpedonte, nei versi del XII canto dell&#8217;\u00abIliade\u00bb? Questo \u00e8 l&#8217;autentico spirito tragico: turbarsi davanti alla incomprensibilit\u00e0 drammatica del mondo, alla durezza inaccettabile del destino umano, e alla assoluta mancanza di riposte che siano accessibili alla nostra mente e al nostro cuore.<\/p>\n<p>Il mito \u00e8 la forma adeguata per esprimere questo turbamento, questa angoscia, questa disperazione esistenziale, che caratterizzano il tragico come &quot;moderno&quot; per eccellenza. Come l&#8217;uomo moderno, l&#8217;uomo tragico antico \u00e8 colui che cerca affannosamente le risposte, sapendo che non gli saranno date; che bussa incessantemente ad un portone, pur sapendo che esso rimarr\u00e0 chiuso per sempre e che quei colpi risuoneranno invano, nel vuoto abissale dei millenni e dell&#8217;universo intero. Eppure, da qualche parte, la risposta deve esserci; solo che essa non \u00e8 tale da potersi rivelare agli uomini: da ci\u00f2 la loro angoscia, da ci\u00f2 la loro disperazione costituzionale. E che essa sia costituzionale, appare dal fatto che la risposta non potr\u00e0 essere trovata, n\u00e9 al presente, n\u00e9 mai; e che, ci\u00f2 nonostante, generazioni e generazioni di uomini e donne torneranno a porsi le stesse domande, con la medesima angoscia e con il medesimo struggimento, proprio come \u00e8 gi\u00e0 stato fatto innumerevoli volte prima di loro. Giungiamo cos\u00ec alla paradossale scoperta che il mito non \u00e8 l&#8217;opposto del pensiero moderno, ma che \u00e8 parente di esso, perch\u00e9 nasce da una medesima disposizione spirituale: dal rifiuto delle spiegazioni razionali e religiose del mistero del mondo, e dalla assunzione tragica e solitaria della impossibilit\u00e0 di pervenire alle risposte ultime.<\/p>\n<p>Eppure, se vi \u00e8 una somiglianza nell&#8217;atteggiamento psicologico, vi \u00e8 una distanza abissale di prospettiva e di disposizione interiore. L&#8217;uomo tragico antico sa che non potr\u00e0 trovare alcuna risposta, e quindi, in un certo senso, sa che il suo destino sar\u00e0 quello di cercare senza trovare; mentre l&#8217;uomo moderno, impregnato di razionalismo isterilito e di religiosit\u00e0 avvizzita, pensa che il suo destino sia pur sempre quello di trovare le risposte, e pertanto non accetta il silenzio degli d\u00e8i, n\u00e9 l&#8217;impotenza della ragione, ed entra in conflitto radicale con se stesso. L&#8217;uomo moderno, pertanto, \u00e8 perfino pi\u00f9 tragico dell&#8217;uomo tragico antico: egli ha istituzionalizzato la propria disperazione e ha stabilizzato la propria angoscia; ma, rifiutando il mito, si \u00e8 condannato all&#8217;inferno del disincanto&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nella visione passata a noi attraverso il lavorio dei secoli, Aristotele appare come il massimo teorico dello spirito tragico: si tratta di una &quot;verit\u00e0&quot; talmente acquisita<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30153,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[40],"tags":[97],"class_list":["post-23356","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-estetica","tag-aristotele"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-estetica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23356","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23356"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23356\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30153"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23356"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23356"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23356"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}