{"id":23326,"date":"2013-01-18T09:42:00","date_gmt":"2013-01-18T09:42:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2013\/01\/18\/vogliamo-unantropologia-a-misura-della-tecnica-o-una-tecnica-a-misura-delluomo\/"},"modified":"2013-01-18T09:42:00","modified_gmt":"2013-01-18T09:42:00","slug":"vogliamo-unantropologia-a-misura-della-tecnica-o-una-tecnica-a-misura-delluomo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2013\/01\/18\/vogliamo-unantropologia-a-misura-della-tecnica-o-una-tecnica-a-misura-delluomo\/","title":{"rendered":"Vogliamo un\u2019antropologia a misura della tecnica o una tecnica a misura dell\u2019uomo?"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;avvento dell&#8217;et\u00e0 della tecnica ha modificato le condizioni dell&#8217;antropologia; e, se s\u00ec, che tipo di discorso sull&#8217;uomo \u00e8 necessario elaborare, o piuttosto ricostruire, per mettere quest&#8217;ultimo in grado di reggere alla sfida delle mutate condizioni dell&#8217;esistenza?<\/p>\n<p>Detto in parole pi\u00f9 semplici: lo strapotere della tecnica esige che l&#8217;uomo ripensi se stesso, il suo ruolo nel mondo, la sua stessa finalit\u00e0 di essere senziente, pensante e dotato di autocoscienza; oppure \u00e8 sufficiente che l&#8217;uomo riaffermi se stesso, cos\u00ec come sinora \u00e8 avvenuto, magari baloccandosi con l&#8217;idea che le macchine, dopotutto, sono solo macchine, da lui ideate per il proprio servizio, e delle quali \u00e8 perfettamente sicuro e padrone?<\/p>\n<p>Eppure, anche un bambino vede che non \u00e8 cos\u00ec: vede che la tecnica ha preso il sopravvento, e che non le macchine sono al servizio dell&#8217;uomo, ma l&#8217;uomo \u00e8 sempre pi\u00f9 in funzione delle macchine. Vi sono degli impianti industriali che non si possono mai spegnere, che devono restare attivi di giorno e di notte: ed ecco i tecnici e gli operai adeguarsi ai ritmi e ai tempi della macchina, sobbarcarsi turni di lavoro notturno e diurno, spezzando i propri ritmi naturali e sconvolgendo il proprio orologio biologico. Questo \u00e8 solo un esempio, e dei pi\u00f9 semplici; ma la tecnica \u00e8 anche la fecondazione artificiale, la manipolazione genetica, la clonazione di esseri viventi; la tecnica \u00e8 anche l&#8217;installazione di microchip nel cervello delle persone per ridurle a robot telecomandati, cos\u00ec come \u00e8 la creazione di elaboratori elettronici talmente raffinati da potersi agevolmente sostituire in all&#8217;uomo in quasi tutte le sue funzioni. La tecnica domina ovunque: un suo errore, un banale cortocircuito elettrico, e la terza guerra mondiale pu\u00f2 scoppiare, con lo scatenamento di testate nucleari che distruggerebbero ogni forma di vita sulla Terra. Come si fa a sostenere ancora che la tecnica \u00e8 neutra, che l&#8217;uomo ne \u00e8 assolutamente padrone e che pu\u00f2 usarla come vuole, da essere libero, per il bene o per il male? Ma se una famiglia qualsiasi non \u00e8 nemmeno capace di rinunciare alla televisione per poche settimane, per pochi giorni, per poche ore!<\/p>\n<p>La tecnica, ormai, pu\u00f2 costruire macchine perfettamente simili a un essere umano, o programmare esseri umani (e animali) molto, ma molto simili a macchine: il confine tra la macchina e il vivente, tra la macchina e il pensante, diviene incerto, ambiguo, sfumato; si costruiscono macchine sempre pi\u00f9 potenti, in tutti i campi, talvolta senza sapere esattamente a cosa serviranno, anzi, perfino augurandosi con tutto il cuore che non si dovr\u00e0 mai farvi ricorso: tale \u00e8 la condizione dell&#8217;uomo contemporaneo. E, in questa situazione, ha ancora senso parlare di umanesimo?<\/p>\n<p>Eppure, bisogna mettere in chiaro una cosa: non \u00e8 che un tempo ci fosse l&#8217;umanesimo, e oggi c&#8217;\u00e8 la tecno-scienza dilagante. La tecno-scienza non \u00e8 la negazione dell&#8217;umanesimo, \u00e8 la sua diretta prosecuzione. I suoi presupposti, intellettuali e spirituali, sono tutti nell&#8217;umanesimo: niente vi \u00e8 stato aggiunto, che non fosse gi\u00e0 nelle premesse. Se vi \u00e8 stato un errore, non \u00e8 stato commesso negli ultimi decenni, nell&#8217;ultimo secolo, negli ultimi due o tre secoli: \u00e8 stato commesso molto prima. \u00c8 stato commesso quando l&#8217;uomo &#8212; in tempi e luoghi diversi; comunque, fino a due o tre generazioni fa, quasi nel solo Occidente &#8212; ha ritenuto di farsi misura di tutte le cose, di poter trovare in se stesso tutte le risposte, di essere il padrone e il signore onnipotente del mondo.<\/p>\n<p>Eppure, anche per coloro che sono disposti ad ammettere questo fatto, si \u00e8 soliti attribuire ogni responsabilit\u00e0 alla cultura giudaico-cristiana, sostenendo che in essa vi sono i germi della degenerazione antropocentrica. Ma, a parte il fatto che tali germi vi sono anche nella cultura greca (dal mito di Prometeo che ruba il fuoco agli d\u00e8i, ai filosofi della scuola ionica che non ammettono differenze di qualit\u00e0 tra il sapere sulla natura e il sapere in quanto tale), bisognerebbe distinguere meglio fra la cultura giudaica e la cultura cristiana, perch\u00e9 la seconda non \u00e8 solo la continuazione e lo sviluppo della prima, ma \u00e8 anche l&#8217;antitesi di essa, e sotto molti punti di vista. Quanto alla cultura giudaica, \u00e8 proprio vero che essa concepisce il rapporto uomo-mondo solo in funzione del dominio tirannico del primo sul secondo?<\/p>\n<p>Come \u00e8 noto, i racconti biblici della creazione sono due. Nel primo Dio dice ad Adamo che egli ha il compito di \u00abassoggettare la terra\u00bb (Gen., 1, 28); nel secondo, che egli deve piuttosto \u00abcoltivarla e custodirla\u00bb (Gen., 2, 15): e c&#8217;\u00e8 una bella differenza tra le due cose. Un custode non \u00e8 un dominatore, evidentemente; nel concetto di custodia vi sono l&#8217;amore, la tenerezza, la sollecitudine e, soprattutto, il senso di responsabilit\u00e0 verso la cosa che deve essere custodita. Dunque, andiamoci piano con lo scaricare sulla cultura &quot;giudaico-cristiana&quot; (come oggi \u00e8 di moda chiamarla, ma con poca esattezza storica) la responsabilit\u00e0 dello scempio ecologico e del delirio di onnipotenza dell&#8217;uomo, sulla natura e contro la natura. Le sue radici non sono solamente in essa, ma anche altrove; e, guarda caso, si sono sviluppate con particolare virulenza proprio quando la cultura cristiana ha incominciato a tramontare, cio\u00e8, appunto, a partire dall&#8217;Umanesimo; e poi, sempre di pi\u00f9, con l&#8217;avvento della Rivoluzione scientifica e di quella industriale.<\/p>\n<p>Nemmeno il filosofo Franco Volpi sfugge a questo luogo comune, anche se le sue considerazioni si prestano a sviluppare una utile riflessione sul rapporto fra tecnica e antropologia (da: F. Volpi, \u00abIl nichilismo\u00bb, Bari, Laterza, 1999, 2005, pp. 154-56):<\/p>\n<p>\u00abDisponiamo [&#8230;] di elementi pi\u00f9 che sufficienti per renderci conto che la tecno-scienza sfonda di continuo le barriere e il quadro culturale entro cui la visione del mondo umanistica vorrebbe contenerla. Nella situazione di evidente spaesamento verificatasi ci si chiede: &#8216;umanesimo fornisce ancora una antropologia sufficiente per rispondere sul piano culturale e simbolico alle sollecitazioni della tecno-scienza? L&#8217;idea di umanit\u00e0 a essa sottesa \u00e8 ancora valida e condivisa? E quali &quot;valori&quot; vi sono inclusi? Come \u00e8 noto, le radici fondamentali dalle quali l&#8217;Occidente ha tratto la sua concezione dell&#8217;uomo sono due: quella greca e quella biblica. Dalla prima deriva la concezione dell&#8217;uomo come &quot;animale politico, dotato di ragione e linguaggio&quot; [&#8230;], formulata da Aristotele nella &quot;Politica&quot; (A 1, 1253 a 2-3). Dall&#8217;altra l&#8217;idea che egli sia &quot;persona&quot; dotata di pensiero e volont\u00e0, cio\u00e8 capace di intendere e di volere, in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio (&quot;faciamus hominem ad imaginem nostram et similitudinem&quot;, Gn., 1, 26). [&#8230;]<\/p>\n<p>Ebbene, oggi sempre pi\u00f9 la tecno-scienza sfonda sempre pi\u00f9 massicciamente l&#8217;orizzonte dell&#8217;antropologia tradizionale. Essa accresce il nostro sapere e il nostro potere sull&#8217;entit\u00e0 &quot;uomo&quot; in un modo che configge con i simboli e l&#8217;immaginario della tradizione umanistico-cristiana. Ci troviamo oggi un una sorta di &quot;crisi antropologica&quot; in cui difetta un&#8217;idea condivisa di umanit\u00e0, adeguata ai problemi posti dalla tecno-scienza. Ovviamente, la straordinaria crescita dell&#8217;impero tecnologico non ha solo aspetti preoccupanti. Essa apre anche prospettive affascinanti che arricchiscono costantemente il nostro patrimonio culturale. Vero \u00e8, per\u00f2, che essa non sembra sufficientemente soggetta a regole e norme sufficientemente resistenti e vincolanti per guidare il nostro comportamento e il nostro agire, dotato ormai di un immenso potere. La tecno-scienza manipola gi\u00e0 le origini della vita, presto sar\u00e0 in grado di controllare il codice genetico dell&#8217;uomo, correggere la sua programmazione biologica, migliorare il suo patrimonio naturale. La tecno-scienza sta profondamente trasformando l&#8217;uomo, in assenza di una guida responsabile ed efficace. L&#8217;uomo \u00e8 pi\u00f9 che mai un animale precario. Ma se la sua precariet\u00e0 e la sua unicit\u00e0 reclamano una speciale vigilanza, volta a preservarlo, vien fatto di chiedersi: a che cosa pu\u00f2 ancora attenersi lo spirito oggi in affanno e disorientato? Sussistono risorse di senso o energie simboliche ancora intatte per mantenere l&#8217;equilibrio nel vortice del nichilismo che la tecnica induce?<\/p>\n<p>Ancora una volta: non occorre essere heideggeriani per ammettere con il maestro teutonico che \u00e8 assai difficile, se non impossibile, ridare oggi un senso alla parla &quot;umanismo&quot;. Non tanto, come egli asserisce nella &quot;Lettera sull&#8217;umanismo&quot;, perch\u00e9 quest&#8217;ultimo rappresenterebbe un&#8217;esperienza dell&#8217;uomo non originaria, nata dalla traduzione della &quot;philantrophia&quot; ellenistica entro l&#8217;orizzonte epocale della &quot;romanitas&quot;. Bens\u00ec perch\u00e9 l&#8217;umanismo &#8211; e a maggior ragione l&#8217;antropologia della &quot;Lichtung&quot; prospettata da Heidegger, in cui l&#8217;uomo \u00e8 dichiarato semplicemente un problema senza soluzione umana &#8212; non garantisce nulla. Nella generale impossibilit\u00e0 di ricette condivisibili, \u00e8 forse possibile rifugiarsi in un&#8217;indicazione fragile, ma praticabile: quella di un atteggiamento senza illusioni che si prefigga di conservare l&#8217;uomo senza farne il centro dell&#8217;universo, la pratica, diciamo cos\u00ec, di un &quot;umanesimo&quot; non antropocentrico che si apra alla crescita tecno-scientifica sena nostalgie per l&#8217;Immemorabile perduto, ma che non si sottoponga nemmeno docilmente all&#8217;imperativo della tecnica all&#8217;infuori di ogni regola. Un atteggiamento che pratichi un linguaggio di verit\u00e0, senza catastrofismi n\u00e9 infondati ottimismi, e si metta alla ricerca di risorse simboliche per risignificare l&#8217;abitare dell&#8217;uomo sulla terra, radicandolo nella natura e nella storia. Insomma, un umanesimo che, di fronte al carattere asimbolico della tecnica, di sforzi di attivare il senso di responsabilit\u00e0 di cui l&#8217;umanit\u00e0 \u00e8 in linea di principio capace. Una cosa \u00e8 certa. Se la tecnica \u00e8 la magica danza che l&#8217;epoca contemporanea esegue, allora l&#8217;undicesima &quot;Tesi su Feuerbach&quot; di Marx non basta pi\u00f9. Non basta pi\u00f9 cambiare il mondo, perch\u00e9 esso cambia anche senza il nostro intervento. Si tratta piuttosto di interpretare questo cambiamento, affinch\u00e9 esso non porti a un mondo senza di noi, a un &quot;regnum hominis&quot; privo del suo sovrano. Guidare tale interpretazione \u00e8 uno dei compiti pi\u00f9 urgenti di una filosofia della tecnica al nominativo.\u00bb<\/p>\n<p>Un umanesimo non antropocentrico, dunque, \u00e8 la proposta di Franco Volpi: un umanesimo che tenga conto dei benefici della tecnica e &quot;si apra&quot; alle sue novit\u00e0, ma che sappia porre anche limiti, regole, nuovi valori: ma quali? Non \u00e8 che si possa andare alla ricerca di &quot;risorse simboliche&quot; per &quot;risignificare&quot; il mondo, cos\u00ec come si va al supermercato e si mettono nel carrello le merci di cui si ha bisogno. La cosa \u00e8 un poco pi\u00f9 complicata di come non appaia dalle sue parole. Un umanesimo non antropocentrico \u00e8 qualcosa di molto simile al concetto di &quot;sviluppo sostenibile&quot;: un voler salvare capra e cavoli, mettendo insieme &#8212; ma solo a parole &#8212; delle cose opposte e intimamente inconciliabili.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 in generale: ci sembra che tutto il ragionamento di Franco Volpi si sviluppi a partire da una fondamentale confusione tra etica e antropologia. Quando egli invoca il ripristino di regole sufficientemente resistenti e vincolanti per guidare l&#8217;agire dell&#8217;uomo, non sta facendo un discorso sull&#8217;antropologia, ma sull&#8217;etica. \u00c8 l&#8217;etica che ci dice come dobbiamo agire e in base a quali valori e motivazioni; l&#8217;antropologia \u00e8, semplicemente, la descrizione di ci\u00f2 che pensiamo essere proprio alla natura umana. Essa, dunque, ci dice, o tenta di dirci, che cosa l&#8217;uomo sia; su come egli debba agire, in base a quali punti di riferimento, questo spetta all&#8217;etica.<\/p>\n<p>L&#8217;umanismo non ha pi\u00f9 nulla da dire, almeno nella sua forma classica? Giusto; ma bisogna scavare pi\u00f9 a fondo e con maggior consequenzialit\u00e0. Non basta dire, come fa Volpi, che gi\u00e0 Pico della Mirandola e altri avevano messo l&#8217;accento sulla natura &quot;indeterminata&quot;, e perci\u00f2 modificabile e perfezionabile, dell&#8217;uomo; n\u00e9 che gi\u00e0 Kant aveva fatto notare come l&#8217;uomo non si qualifichi solo per la sua natura raziocinante (come voleva Cartesio), ma anche per la sua spiritualit\u00e0: ossia che egli non \u00e8 solo uno strumento, ma anche un fine (di nuovo sconfinando dal campo dell&#8217;antropologia a quello dell&#8217;etica). Ma c&#8217;era proprio bisogno che venisse Kant a dirlo? Non lo avevano gi\u00e0 detto millesettecento anni di pensiero cristiano? E non basta nemmeno osservare che, per Heidegger, l&#8217;uomo \u00e8 &quot;semplicemente&quot; un problema senza soluzione umana; bisogna andare oltre. Se l&#8217;uomo \u00e8 un problema senza soluzione umana, allora si tratta di vedere se sia giusto definirlo un problema o chi e cosa possano offrirne la soluzione.<\/p>\n<p>Ora, che l&#8217;uomo ponga un problema a se stesso, per il solo fatto di esserci, di sentire, di pensare, di sviluppare l&#8217;autocoscienza e di interrogarsi sul senso delle cose, questo \u00e8 un fatto: e i fatti non si discutono, si accettano. Si tratta, dunque, di capire come un tale fatto debba essere interpretato. Un problema pu\u00f2 avere o pu\u00f2 non avere soluzione: in ogni caso, interroga colui che se lo pone. L&#8217;uomo si interroga su se stesso e sul mondo; ma, in se stesso, non riesce a trovare una risposta alla sua domanda, una soluzione al problema che egli stesso rappresenta per s\u00e9. Ebbene, proprio questo \u00e8 il problema: ed \u00e8 il limite di ogni umanesimo. L&#8217;umanesimo pone problemi ai quali, in ultima analisi, non sa e non pu\u00f2 rispondere: perch\u00e9 l&#8217;uomo non possiede la risposta; e non possiede la risposta perch\u00e9 egli \u00e8 parte in causa, \u00e8 lui stesso il problema, pertanto non potrebbe innalzarsi al di sopra di se stesso, neanche se lo volesse &#8212; e, di fatto, raramente lo vuole.<\/p>\n<p>Chi pu\u00f2 farlo, allora? Chi pu\u00f2 dargli le risposte che cerca? Qualcuno o qualcosa che stanno fuori di lui; ma che, tuttavia, sono anche in lui, e di cui egli stesso \u00e8 parte, sia pure come un riflesso di luce \u00e8 parte di una fonte luminosa; qualcuno o qualcosa che pongono l&#8217;esistente e anche le ragioni per l&#8217;esistente; cio\u00e8 l&#8217;essere senza aggettivi e senza specificazioni, l&#8217;Essere in quanto tale, l&#8217;Essere in s\u00e9. Altra cosa \u00e8 capire fino a che punto l&#8217;uomo possa avventurarsi nella ricerca di una soluzione al problema che egli stesso pone, per il solo fatto di esserci, di stupirsi, d&#8217;interrogarsi. \u00c8 chiaro che non trover\u00e0 mai la risposta tutta intera; non nella presente condizione spazio-temporale, perch\u00e9 l&#8217;uomo partecipa dell&#8217;essere, ma non \u00e8 l&#8217;Essere; ha l&#8217;esistenza, ma l&#8217;esistenza \u00e8 una realt\u00e0 effimera, una realt\u00e0 passeggera: oggi c&#8217;\u00e8, ieri non c&#8217;era e domani non ci sar\u00e0 pi\u00f9. Non nella forma che attualmente conosciamo, per lo meno. E anche questi sono fatti, fatti puri e semplici: non speculazioni, non ipotesi, non azzardi.<\/p>\n<p>Ora, se l&#8217;uomo \u00e8 un riflesso dell&#8217;Essere, allora anche il problema della tecnica deve collocarsi in questa prospettiva. Nella natura umana vi \u00e8 un legane indissolubile con l&#8217;Essere: e questo \u00e8 il fondamento di una sana antropologia. L&#8217;uomo non \u00e8 veramente se stesso, non \u00e8 rispettato, non \u00e8 riconosciuto nella sua verit\u00e0 interiore, se viene privato del legame con l&#8217;Essere; viene semmai ridotto a una creatura svuotata e mutilata, ad una creatura che &#8212; appunto &#8211; non trova alcuna risposta alla propria domanda esistenziale.<\/p>\n<p>Se l&#8217;uomo viene posto nella giusta prospettiva, ossia come quella creatura che ha in s\u00e9 un legame forte e indissolubile con l&#8217;Essere, del quale \u00e8 un riflesso e, in un certo senso, una immagine, e del quale possiede coscienza (a meno che voglia deliberatamente soffocarla in se stesso), allora anche la tecnica diventa altra cosa da quella che \u00e8 stata vista e pensata finora: diviene una collaboratrice della umanit\u00e0 dell&#8217;uomo e non viene assolutizzata, non viene investita di compiti che non le spettano (perch\u00e9 spettano all&#8217;uomo), non viene mai lasciata a se stessa, adorata da proni servitori-sacerdoti che vogliono imporla ovunque e a chiunque, e che sono convinti di poter cambiare il mondo per mezzo di essa.<\/p>\n<p>Certo, aveva ragione Pico della Mirandola quando parlava dell&#8217;uomo come di una creatura essenzialmente indeterminata: ma, nella prospettiva di una sana antropologia (e l&#8217;umanesimo \u00e8 gi\u00e0 il frutto di una antropologia malata, perch\u00e9 pretende di fare creatore la creatura), tale indeterminatezza significa che egli pu\u00f2 realizzare il proprio destino, oppure no; e che la prima cosa avviene quando egli rispetta il proprio legame ontologico con l&#8217;Essere, fallisce quando lo nega, lo rifiuta o lo recide.<\/p>\n<p>In questo secondo caso, \u00e8 logico che egli si rivolga alla tecnica perch\u00e9 lo redima dalla propria finitezza. Ma \u00e8 altrettanto logico che un tale disegno non possa riuscirgli, e che la sua condizione diventi, fatalmente, quella di una disperazione cronica &#8212; che Volpi, come altri, pudicamente chiama &quot;nichilismo&quot;. Da cui non sar\u00e0 certo la tecnica a liberarlo&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;avvento dell&#8217;et\u00e0 della tecnica ha modificato le condizioni dell&#8217;antropologia; e, se s\u00ec, che tipo di discorso sull&#8217;uomo \u00e8 necessario elaborare, o piuttosto ricostruire, per mettere quest&#8217;ultimo<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30150,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[35],"tags":[92],"class_list":["post-23326","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-epistemologia","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-epistemologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23326","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23326"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23326\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30150"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23326"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23326"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23326"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}