{"id":23321,"date":"2007-06-29T01:16:00","date_gmt":"2007-06-29T01:16:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/06\/29\/la-teoria-rosminiana-sullorigine-delle-idee\/"},"modified":"2007-06-29T01:16:00","modified_gmt":"2007-06-29T01:16:00","slug":"la-teoria-rosminiana-sullorigine-delle-idee","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/06\/29\/la-teoria-rosminiana-sullorigine-delle-idee\/","title":{"rendered":"La teoria rosminiana sull&#8217;origine delle idee"},"content":{"rendered":"<p><em>INTRODUZIONE.<\/em><\/p>\n<p>Ci proponiamo di esporre il contenuto e di svolgere alcune riflessioni sull&#8217;opera di Antonio Rosmini Serbati (Rovereto, 27 Marzo 1797-Stresa, 1\u00b0 luglio 1855) <em>Nuovo saggio sull&#8217;origine delle idee<\/em>, pubblicato a Roma, senza nome, nel 1830. In realt\u00e0, egli aveva iniziato la composizione dell&#8217;opera diversi anni prima, durante il soggiorno milanese, dopo aver pubblicato i tre libri <em>Della educazione cristiana<\/em> e i due volumi degli <em>Opuscoli filosofici<\/em> e dopo aver rifiutato un&#8217;alta carica ecclesiastica che Pio VII gli aveva offerto durante il suo soggiorno romano. Bench\u00e9 si tratti di una delle prime opere importanti del Nostro, il <em>Nuovo saggio sull&#8217;origine delle idee<\/em> costituisce un momento fondamentale della speculazione del pensatore roveretano, come \u00e8 testimoniato dal fatto che l&#8217;opera ebbe, in breve volger di tempo, ben cinque successive edizioni. Esso si colloca fra gli <em>Opuscoli filosofi<\/em>ci <em>del 1827-28<\/em> ed i <em>Principi della scienza morale<\/em> del 1831 ed \u00e8 incentrato su quel problema gnoseologico che, collegandosi direttamente al problema ontologico, occupa il posto centrale nella filosofia del Nostro.<\/p>\n<p>Come scrive efficacemente Sergio Moravia, infatti,<\/p>\n<p><em>&quot;Il pensiero di Rosmini rappresenta nella cultura filosofica del Risorgimento lo sforzo pi\u00f9 organico per attuare una saldatura tra la tradizione plastonico-agostiniana e la filosofia moderna lockiana e kantiana. L&#8217;orientamento ontologico si presenta infatti, da un lato, come un superamento delle aporie della filosofia critica di Kant, e, dall&#8217;altro, come la ripresa della teoria dell&#8217;illuminazione che risale, attraverso il Medioevo, fino a Platone.(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Gli elementi di fondo del pensiero di Rosmini sono l&#8217;opposizione radicale all&#8217;Illuminismo, visto come un \u00abguazzabuglio di negazioni e di ignoranze\u00bb, e il proposito di restaurare i valori appartenenti alla tradizione scolastica e cristiana. La sua gnoseologia si struttura intorno ad un deciso anti-soggettivismo, ed appare radicalmente critica rispetto all&#8217;empirismo lockiano e al sensismo, al kantismo e all&#8217;idealismo. A Locke Rosmini rimprovera di aver dedotto dall&#8217;esperienza l&#8217;idea di sostanza e di aver quindi snatirato le operazioni intellettuali; al sensismo di aver confuso sensazione e percezione; a Kant di aver soggettivizzato le categorie e di esser caduto nello scetticismo, agli idealisti di non aver compreso la trascendenza dell&#8217;essere. Ma il rapporto di Rosmini con Kant \u00e8 pi\u00f9 complesso: egli accetta dal kantismo l&#8217;impostazione critica della filosofia, riconosce l&#8217;esigenza di un a priori universale e necessario; esige per\u00f2 che esso sia oggettivo, garante di una concezione non solo fenomenica ma sostanziale della conoscenza. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Anche per Rosmini \u00abtolta via l&#8217;idea dell&#8217;essere, \u00e8 reso impossibile il sapere umano e la mente stessa\u00bb. Tale idea \u00e8 quindi universale, necessaria, innata ma oggettiva (trascende l&#8217;attivit\u00e0 dell&#8217;intelletto stesso in quanto la costituisce ela regola) e data alla mente umana per illuminazione. Qui Rosmini salda a Kant, da cui pure \u00e8 partito, Platone (l&#8217;oggettivismo) e san Bonaventura (l&#8217;illuminazione), restaurando l&#8217;oggettivit\u00e0 della conoscenza e il compito metafisico della filosofia.(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Sul terreno metafisico Rosmini indaga le forme dell&#8217;essere ideale (logico-ideologico), reale (psicologico e metafisico in senso stretto), morale (che d\u00e0 luogo all&#8217;ambito dell&#8217;etica, del diritto, della politica) e in particolare, nella<\/em> Teosofia, <em>l&#8217;esistenza di Dio e il rapporto Dio-mondo. Dio come Ente realissimo esiste come causa necessaria dell&#8217;idea dell&#8217;essere, che non pu\u00f2 essere prodotta dall&#8217;uomo contingente. Di crea poich\u00e9, in quanto Essere che ama l&#8217;essere, lo ama e lo vuole in tutte le sue forme, quindi anche nei modi del finito. Cos\u00ec Dio lo concepisce e lo realizza ad un tempo, conferendogli idealit\u00e0 e realt\u00e0.&quot;<\/em> (1)<\/p>\n<p>Non molto diversa \u00e8 l&#8217;interpretazione della gnoseologia rosminiana da parte di Giovanni Baravalle (il &quot;padre Felice&quot; del <em>la casa in collina<\/em> di Cesare Pavese) e, pi\u00f9 in generale, della prospettiva filosofica entro cui si muove, nonch\u00e9 l&#8217;esigenza fondamentale da cui scaturisce, il pensiero di Antonio Rosmini.<\/p>\n<p><em>&quot;Lo scopo della speculazione del Rosmini \u00e8 la conciliazione delle esigenze dello spiritualismo con la filosofia moderna, Egli si pone, quindi, sul terreno concreto della filosofia del suo tempo, con spirito largamente comprensivo, in vista di una superiore sintesi filosofica, in cui confluiscano il Cristianesimo e quanto di meglio ha elaborato il pensiero umano., gli analizza profondamente il problema gnoseologico, perch\u00e9 esso ha assunto, nella speculazione moderna, una parte prevalente e quasi esclusiva.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per\u00f2 per il Rosmini il problema gnoseologico costituisce solo la parte introduttiva della filosofia che \u00e8 &#8216;scienza delle ultime ragioni&#8217;, o &#8216;scienza dell&#8217;essere&#8217;. Poich\u00e9 il soggetto che deve acquistare la scienza dell&#8217;essere \u00e8 l&#8217;uomo, Rosmini si pone il problema del principio costitutivo dell&#8217;essere intelligente, cio\u00e8 il problema del fondamento ultimo del soggetto umano. Per questo divide la filosofia in regressiva e progressiva.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La filosofia regressiva \u00e8 la ricerca del punto base del pensiero. L&#8217;uomo, partendo dalla situazione contingente in cui si trovala sua mente, compie un cammino regressivo alla ricerca di quel punto primo, o prima idea, che sorregge tutto l&#8217;edificio intellettuale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Perci\u00f2 Rosmini intende \u00abrisalire, quanto pi\u00f9 pu\u00f2, fino all&#8217;origine in noi della verit\u00e0\u00bb, dove sono le \u00absorgenti del fiume della vita\u00bb. Assumendo come criterio del suo metodo il principio di ragion sufficiente secondo cui, nella spiegazione dei fatti dello spirito, non si deve assumere n\u00e9 meno n\u00e9 pi\u00f9 di quanto \u00e8 necessario a spiegarli, instaura un&#8217;indagine critica elle teorie difettose o eccessive \u00abin quanto non assegnano alle idee una sufficiente cagione\u00bb o le spiegano con \u00abcagione soverchia\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per \u00abcagione soverchia err\u00f2 l&#8217;innatismo\u00bb, che pone troppe idee innate. Rosmini esamina e critica Platone, Aristotele, Leibniz e Kant.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Riguardo a Kant, gli rimprovera di \u00abaver fatto subiettivi gli oggetti del pensiero\u00bb cio\u00e8 le categorie. Gli riconosce per\u00f2 il merito di aver chiaramente distinto la sensibilit\u00e0 dall&#8217;intelletto e di aver ridimensionato il pensare con il giudicare. \u00abNon assegnarono sufficiente cagione alle idee\u00bb l&#8217;empirismo e i sistemi che ne derivarono, perch\u00e9 pretesero di spiegare tutte le idee con la sola sensazione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La filosofia progressiva si propone la costruzione sistematica del sapere per rivelare le &#8216;condizioni formali&#8217; (logica) e le &#8216;condizioni materiali&#8217; (psicologia) dello studio dell&#8217;ente in universale (ontologia), dell&#8217;ente infinito (teologia), dell&#8217;ente finito (cosmologia). (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Rosmini parte da un fatto: l&#8217;uomo pensa l&#8217;essere in universale. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Che cosa \u00e8 l&#8217;idea dell&#8217;essere? \u00c8 l&#8217;idea comunissima di essere.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Essa pu\u00f2 dirsi &#8216;essere ideale&#8217;, perch\u00e9 non \u00e8 un&#8217;esistenza concreta; pu\u00f2 dirsi &#8216;essere possibile&#8217;, perch\u00e9 pu\u00f2 essere attribuita a ogni realt\u00e0, pu\u00f2 dirsi &#8216;essere iniziale&#8217;, perch\u00e9, come concetto, \u00e8 il presupposto di tutti gli enti concreti.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00e8 l&#8217;ultima realt\u00e0 cui giunge la mente; non deve essere identificata n\u00e9 con l&#8217;idea di Dio, n\u00e9 dell&#8217;io, n\u00e9 di alcuna esistenza concreta. Contiene logicamente tutte le altre idee ed \u00e8 il principio dell&#8217;ideologia, perch\u00e9 qualunque cosa si pensi, si tratta sempre della determinazione particolare di questa idea indeterminatissima, di modo che l&#8217;idea di ogni realt\u00e0 \u00e8 sempre l&#8217;idea dell&#8217;essere in qualche determinazione o ideale o reale o morale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;idea dell&#8217;essere \u00e8 quindi la prima idea e costituisce l&#8217;uomo nella razionalit\u00e0 ed \u00e8 il lume di ragione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Rosmini afferma che l&#8217;idea dell&#8217;essere \u00e8 innata, perch\u00e9<\/em><\/p>\n<ul>\n<li>\n<p><em>non pu\u00f2 derivare dall&#8217;esperienza, che offre solo realt\u00e0 singolari;<\/em><\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p><em>non pu\u00f2 derivare dal sentimento del soggetto, perch\u00e9 questi \u00e8 limitato;<\/em><\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p><em>non \u00e8 prodotta all&#8217;astrazione, perch\u00e9 l&#8217;astrazione distingue solo ci\u00f2 che \u00e8 nelle cose.&quot;<\/em> (2)<\/p>\n<\/li>\n<\/ul>\n<p>Sul problema della conoscenza nella filosofia di Antonio Rosmini e, in particolare, sul malinteso per cui essa fu accusata di ontologismo e addirittura di panteismo (all&#8217;origine, insieme all&#8217;impegno politico del roveretano in favore del Risorgimento nazionale, delle persecuzioni di cui fu oggetto da parte di settori della Chiesa cattolica, e specialmente dei gesuiti), hanno scritto parole illuminanti il Mondin e il Salvestrini.<\/p>\n<p><em>&quot;Come tutti i filosofi moderni, Rosmini d\u00e0 alla propria speculazione un&#8217;impostazione critica: il primo problema ch&#8217;egli affronta \u00e8 quello della conoscenza, che non pu\u00f2 essere ridotta all&#8217;esperienza sensitiva, come volevano gli empiristi inglesi e i sensisti francesi. Contro questa impostazione il Rosmini scrisse il<\/em> Nuovo saggio sull&#8217;origine delle idee, <em>nel quale afferma, con Kant, che la nostra conoscenza ha carattere universale. E, per spiegare questo carattere, accetta i due principi fondamentali della gnoseologia kantiana: a) l&#8217;universalit\u00e0 non pu\u00f2 essere data dall&#8217;esperienza ma deve trovarsi nella mente a priori; b) la conoscenza delle cose \u00e8 frutto della sintesi di un elemento a priori e di un dato empirico.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per\u00f2 Rosmini concepisce l&#8217;elemento a priori in maniera diversa da Kant. Mentre per il filosofo tedesco esso \u00e8 soggettivo (le categorie sono schemi mentali, modi di pensare), per Rosmini \u00e8 oggettivo; \u00e8 un oggetto intuito dalla mente prima di qualsiasi altro e inseparabile dall&#8217;intuizione di qualsiasi altro. Per cui la sintesi rosminiana, per essere esatti, va chiamata non &#8216;sintesi a priori&#8217; ma &#8216;sintesi primitiva&#8217;.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tale elemento a priori oggettivo della conoscenza, secondo Rosmini, \u00e8 l&#8217;idea dell&#8217;essere (&#8230;) che costituisce l&#8217;elemento formale di qualsiasi conoscenza, non \u00e8 l&#8217;idea dell&#8217;essere reale (Dio), ma l&#8217;idea dell&#8217;essere ideale. L&#8217;essere ideale \u00e8 astratto, indeterminato, e come tale non si pu\u00f2 confondere con Dio, Essere perfetto, determinato, concreto.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per questa chiara distinzione che Rosmini pone tra l&#8217;essere reale e l&#8217;essere ideale cade l&#8217;accusa di panteismo che talora gli fu mossa, e per lo stesso motivo cade anche l&#8217;accusa di ontologismo. Tale concetto afferma che l&#8217;uomo conosce tutte le cose in Dio, il quale sarebbe ad un tempo il primo logico e il primo ontologico. Rosmini invece ha sempre negato che l&#8217;uomo abbia una intuizione dell&#8217;essere reale: egli lo conosce soltanto attraverso l&#8217;essere ideale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Le caratteristiche dell&#8217;essere ideale (universalit\u00e0 ed infinit\u00e0) indicano che esso non pu\u00f2 venire prodotto nella nostra mente dall&#8217;esperienza come vorrebbero gli empiristi, n\u00e9 dal nostro stesso intelletto, poich\u00e9 il nostro essere reale \u00e8 finito e non potrebbe generare un essere ideale infinito; l&#8217;essere ideale, invece, si forma in noi per illuminazione divina&#8230;(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Secondo Rosmini, la conoscenza delle cose avviene nel modo seguente. Noi abbiamo anzitutto un &#8216;sentimento fondamentale&#8217;, con cui percepiamo immediatamente il nostro corpo \u00abcome una cosa con noi\u00bb; e poi, attraverso il corpo, riceviamo l&#8217;impressione delle cose distinte da noi. Quando applichiamo l&#8217;idea di essere al sentimento fondamentale otteniamo l&#8217;idea di noi stessi, l&#8217;autocoscienza; quando applichiamo l&#8217;idea di essere all&#8217;impressione delle cose distinte da noi acquistiamo l&#8217;eterocoscienza\u00bb.<\/em> (3)<\/p>\n<p>Per l&#8217;esposizione del contenuto del <em>Nuovo saggio sull&#8217;origine delle idee<\/em>, seguiremo l&#8217;edizione a cura di Michele Federico Sciacca, uno dei massimi cultori italiani della filosofia di Rosmini, apparso nell&#8217;anno pi\u00f9 tragico nella storia dell&#8217;Italia moderna, e tuttavia ancor oggi validissimo tanto sotto il profilo critico-esegetico che sotto quello didattico. (4) Magari se ne facessero ancora oggi, nell&#8217;Italia del benessere del terzo millennio, di edizioni ad uso scolastico di un tale livello e di una tale chiarezza espositiva. Ma no, bisognerebbe che l&#8217;intera scuola italiana (e, di conseguenza l&#8217;editoria scolastica) fosse concepita in altro modo e si ispirasse ad altri criteri. Tuttavia non \u00e8 questa la sede per sviluppare tali (meste) riflessioni, perci\u00f2 passiamo subito all&#8217;esposizione dell&#8217;opera rosminiana.<\/p>\n<p>Essa \u00e8 divisa in due parti: nella prima l&#8217;autore esamina le principali teorie circa l&#8217;origine delle idee, nella seconda espone la propria. La prima, pertanto, \u00e8 &#8211; secondo i canoni della trattatistica dell&#8217;epoca, e anche del secolo precedente, la <em>pars destruens<\/em>, la seconda \u00e8 la <em>pars costruens.<\/em> La rassegna storica delle principali posizioni gnoseologiche della filosofia occidentale \u00e8 preceduta da due questioni preliminari di riflessione metodologica: l&#8217;una dedicata ai due principi fondamentali del metodo filosofico, l&#8217;altra alle difficolt\u00e0 di ordine generale che si oppongono al tentativo di spiegare l&#8217;origine delle idee.<\/p>\n<p><em>IL \u00abNUOVO SAGGIO SULL&#8217;ORIGINE DELLE IDEE\u00bb: PARTE PRIMA.<\/em><\/p>\n<p>I due principi fondamentali del metodo filosofico sono questi: primo, <em>\u00abnella spiegazione dei fatti dello spirito umano non si deve assumere meno di quanto fa bisogno a spiegarli\u00bb<\/em> [\u00a7 26]; secondo: <em>\u00abnon si dee assumere pi\u00f9 di ci\u00f2 che \u00e8 necessario a render ragione dei fatti\u00bb<\/em> [\u00a7 27]. Ne consegue che <em>\u00abchi medita sulla natura dello spirito umano, dee riconoscere ed ammettere\u00bb<\/em> che <em>\u00abdi tutte le complete spiegazioni de&#8217; fatti dello spirito umano egli preferisca quella che \u00e8 pi\u00f9 la semplice, e che esige meno supposizioni dell&#8217;altre\u00bb<\/em> [28].<\/p>\n<p>Poi Rosmini, rinunziando a dare una definizione di &quot;idea&quot; e contentandosi della nozione comune di essa, che a nessuno manca, afferma di volerne indagare l&#8217;origine e la causa per cui esse si trovano nello spirito umano. L&#8217;estrema difficolt\u00e0 di tale ricerca, a suo avviso, risiede nel fatto che, quando noi formiamo un giudizio, abbiamo bisogno di possedere gi\u00e0, nella nostra mente, delle nozioni universali relative ad esso: se diciamo, ad es., che un certo oggetto \u00e8 bianco, bisogna che possediamo la nozione generale di bianchezza; e cos\u00ec via. Quindi, <em>\u00abun giudizio non \u00e8 se non quell&#8217;operazione colla quale noi uniamo un dato predicato ad un dato subbietto, e quindi che in questa operazione della nostra mente: 1\u00b0 noi prendiamo il subbietto ed il predicato a parte come due cose mentalmente distinte (&#8230;); 2\u00b0 noi riconosciamo che queste due entit\u00e0 sono unite in natura, cio\u00e8 noi fissiamo la nostra attenzione non in ciascuno de&#8217; due termini in separato, ma nel loro rapporto di unione nel subbietto\u00bb<\/em> [42]. <em>\u00abMa<\/em> &#8211; e qui sorge veramente una grossa difficolt\u00e0 &#8211; <em>se l&#8217;umana mente non pu\u00f2 fare quell&#8217;operazione che si chiama giudizio, senz&#8217;essere prima in possesso di qualche nozione od idea universale; come poi avviene che l&#8217;umana mente si formi le idee universali?\u00bb<\/em> [idem]. Problema non nuovo, come si pu\u00f2 vedere: Socrate se l&#8217;era gi\u00e0 posto e cos\u00ec pure Platone., che ad esso ha dedicato ha dedicato alcuni dei suoi dialoghi pi\u00f9 intensi, in particolar modo il <em>Menone.<\/em><\/p>\n<p>Rosmini osserva che la mente umana non conosce che due vie per formarsi una idea universale: o mediante l&#8217;astrazione, o per mezzo del giudizio. Nel primo caso, noi possiamo trarre un&#8217;idea universale da una idea particolare, scomponendola nei due elementi che la costituiscono, il comune ed il proprio; abbandonando il proprio; fissando tutta l&#8217;attenzione sopra le sole note comuni. Ora, questa triplice operazione si esercita sopra un&#8217;idea che gi\u00e0 si trova in noi, comunque vi sia giunta: tutto quel che fa la nostra mente \u00e8 di isolare la nota comune, che \u00e8 appunto l&#8217;idea universale. Pertanto, noi osserviamo il comune e l&#8217;universale che si trova nelle nostre idee particolari, ci\u00f2 che non potremmo fare, se gi\u00e0 non vi si trovasse. Conclusione: la via dell&#8217;astrazione non \u00e8 in grado di spiegare come mai noi ci formiamo delle idee comuni e generali, ci aiuta solamente a separarle da ogni elemento estraneo, isolandole perfettamente nella nostra mente [\u00a7 43].<\/p>\n<p>Per spiegare come si formino, allora, le idee universali, non resta che percorrere l&#8217;altra via: quella del giudizio. Senonch\u00e9, si \u00e8 gi\u00e0 visto che ogni giudizio presuppone gi\u00e0 la presenza di una qualche idea universale. Se io affermo, ad esempio, che quest&#8217;uomo \u00e8 buono, ci\u00f2 significa che io possiedo fin da prima, in qualche modo, l&#8217;idea della bont\u00e0 che \u00e8 appunto un&#8217;idea universale; e ci\u00f2 vale per ogni altro giudizio. Conclusione: le idee universali non si formano per mezzo dei giudizi, anzi sono proprio i giudizi che attestano la presenza, nella nostra mente, delle idee universali [\u00a7 44]. Rosmini, pertanto, anticipa un primo punto fermo di quella che sar\u00e0 la successiva sua ricerca: quei filosofi che vogliono dedurre dai soli sensi la presenza, in noi, delle idee universali, si mettono su una strada difficilissima e pressoch\u00e9 impraticabile [\u00a7 45].<\/p>\n<p><em>a) TEORIE FALSE PER DIFETTO<\/em><\/p>\n<p>Ora Rosmini passa in rassegna le teorie false per difetto, in quanto non assegnano alle idee una causa sufficiente a spiegarle. La prima che prende in esame \u00e8 quella di Locke [\u00a7 46], secondo il quale tutte le idee hanno origine dalla sensazione e dalla riflessione. <em>\u00abQuesto filosofo, senza trovare la menoma difficolt\u00e0, vi fa uscire a bella prima tutte le idee dalla sensazione e dalla riflessione, quasi sarei per dire , come sgorga da due ampi fori l&#8217;acqua d&#8217;un fonte\u00bb<\/em>[\u00a7 47]. Del resto, \u00abil Locke venendo a spiegare l&#8217;idea di sostanza, si affaccia alla difficolt\u00e0 e non la ravvisa\u00bb, dopo di che esamina le varie specie di idee e mostra che derivano, tutte, o dalla sensazione oppure dalla riflessione [\u00a7 48]. Locke non ha avuto il coraggio intellettuale di trarre le logiche conseguenza dal fatto, da lui stesso riconosciuto, che l&#8217;idea di sostanza non proviene n\u00e9 dalla sensazione n\u00e9 dalla riflessione [\u00a7 49]; se lo avesse avuto, avrebbe dovuto riconoscere che il proprio sistema, in contraddizione con se stesso, esclude un fatto, verificato mediante l&#8217;osservazione, in nome di un ragionamento; altro che empirismo! Al contrario, bisogna prima verificare se l&#8217;idea di sostanza esiste: se s\u00ec, come l&#8217;osservazione dimostra, tutto il sistema andava rimesso in discussione [\u00a7 50]. La verit\u00e0 \u00e8, dice Rosmini, che il nostro spirito non pu\u00f2 fare a meno dell&#8217;idea di sostanza; e i filosofi empiristi e sensisti, come Locke e Condillac, devono immaginare un sostegno nascosto alle qualit\u00e0, il che significa ammettere che nello spirito esiste una certa nozione di sostanza [\u00a7 51]. L&#8217;idea di sostanza non pu\u00f2 provenire dalle sole sensazioni, perch\u00e9 \u00e8 totalmente diversa da esse: le sensazioni ci vedono passivi nel riceverle, e modificano lo stato della nostra mente; mentre la sostanza \u00e8 una cosa che sussite in s\u00e9 e non una modificazione, dunque una cosa non percepibile con i sensi esteriori [\u00a7 52].<\/p>\n<p>Poi Rosmini elenca tre differenze essenziali fra l&#8217;idea di sensazione e l&#8217;idea di sostanza. La prima \u00e8 che la sensazione \u00e8 un accidente che non sussiste in s\u00e9, ma in noi, mentre la sostanza sussiste in s\u00e9; la seconda \u00e8 che la sensazione \u00e8 una passione del soggetto, mentre la sostanza pu\u00f2 essere il soggetto senziente, la terza, che la sensazione \u00e8 l&#8217;effetto di ci\u00f2 che stimola i nostri sensi, mentre la sostanza rimane nel pensiero , dopo che tutte le qualit\u00e0 sensibili ne sono state rimosse [\u00a7 53]. Ad es., dopo che ho escluso dalla mente tutte le foglie particolari che posso vedere con i sensi (la vista, il tatto, ecc.), l&#8217;idea di foglia \u00e8 ci\u00f2 che rimane nella mente: sostanza che fa da sostegno alle qualit\u00e0 sensibili delle singole foglie, sia reali sia, semplicemente, intelligibili. Dunque, la sensazione non fa altro che avvisarci dell&#8217;esistenza delle qualit\u00e0 sensibili dei corpi; null&#8217;altro. \u00c8 il pensiero che ci fa dire: <em>\u00abLe qualit\u00e0 sensibili non possono esistere senza un sostegno\u00bb.<\/em> Deve esistere, quindi, una regola o un principio che ci autorizzi a giudicare che le qualit\u00e0 sensibili non possono esistere da s\u00e9, che suonerebbe pi\u00f9 o meno cos\u00ec: <em>\u00abgli accidenti non possono esister soli\u00bb.<\/em> Ora, mentre gli accidenti ci vengono dati mediante le sensazioni; mentre l&#8217;idea di esistenza non ci viene dalle sensazioni; <em>\u00abperci\u00f2 l&#8217;idea di esistenza rimane inesplicabile ponendo che dalle sole sensazioni ci vengano tutte le nostre idee\u00bb<\/em> [\u00a754].<\/p>\n<p>L&#8217;idea di sostanza deve provenire da un giudizio, per formare il quale bisogna possedere un&#8217;idea universale che non viene dai sensi: l&#8217;idea di esistenza. <em>\u00abE di vero, \u00e8 egli possibile che noi cominciamo a giudicare senza possedere pur un&#8217;idea universale, mentre ogni giudizio \u00e8 un&#8217;operazione dell&#8217;intendimento, nella quale si fa uso di un&#8217;idea universale, e perci\u00f2 si suppone d&#8217;averla, mentre non si pu\u00f2 far uso di ci\u00f2 che non si ha? Prima dunque che noi abbiamo delle idee universali \u00e8 impossibile che noi giudichiamo di qualunque nostra sensazione e di qualunque causa che la produca\u00bb.<\/em> E qui Rosmini fa un esempio. Poniamo che sotto i miei sensi cada un oggetto qualsiasi, ad es. un albero. Potr\u00f2 vederne il colore, la grandezza, la figura, ecc., ossia riceverne <em>passivamente<\/em> una serie di impressioni; ma per concepirlo in modo intellettuale, il mio spirito dovr\u00e0 pronunciare un giudizio: <em>\u00abEsiste qualche cosa dotata delle qualit\u00e0 sensibili, tali e tali, ecc.\u00bb<\/em> Ebbene, <em>\u00abl&#8217;idea universale di cui io fo uso in questo giudizio, \u00e8 l&#8217;idea di esistenza, e se io non l&#8217;avessi precedentemente, sarebbe impossibile che io l&#8217;applicassi alle mie sensazioni (&#8230;) Ma quest&#8217;idea universale di esistenza, o dell&#8217;essere, io non posso averla dalle sole sensazioni, le quali non la contengono, non essendo che modificazioni dell&#8217;essere, e non avendo perci\u00f2 in s\u00e9 sole l&#8217;essere: sicch\u00e9 sole non si possono percepire intellettivamente, ma in un altro, cio\u00e8 nell&#8217;ente (sostanza), interamente diverso da esse\u00bb<\/em> [\u00a7 55].<\/p>\n<p>Dunque, nessuna cosa vien percepita se non mediante un giudizio: <em>\u00abla tal cosa esiste\u00bb<\/em>; e, per pronunciare un tale giudizio, occorre che noi siamo forniti dell&#8217;idea di esistenza, che si aggiunge alle qualit\u00e0 della cosa percepite con i sensi. Ci\u00f2 avviene nella formazione di qualunque idea: di albero, di sasso, di animale: in tutte queste idee \u00e8 necessario che si faccia uso dell&#8217;idea universale di esistenza che, a sua volta, non proviene dalle qualit\u00e0 sensibili degli oggetti; al contrario, quelle idee particolari che chiamiamo sensazioni, presuppongono tale idea di esistenza [\u00a7 56]. Ai filosofi empiristi \u00e8 sfuggito tutto questo: essi non hanno visto che avere l&#8217;idea di albero, riferendola a un albero particolare, \u00e8 lo stesso che percepire un albero con l&#8217;intelletto, ossia giudicare che esiste, ossia classificare l&#8217;albero tra le cose esistenti o possibili: ci\u00f2 che richiede il possesso dell&#8217;idea di esistenza [\u00a7 57]. <em>\u00abIn fatti, come far\u00f2 io a cavare le idee universali da idee meramente particolari, se nulla di universale si suppongono contenere? Si potr\u00e0 ricavare indi una cosa, ove ella non \u00e8? Non ci ha qui una contraddizione manifesta?\u00bb<\/em>. Locke sostiene che le idee universali si estraggono dalle idee particolari mediante l&#8217;astrazione. Secondo lui, basta separare dall&#8217;idea, poniamo, di albero, quello che vi \u00e8 in essa di comune da quel che vi \u00e8 di proprio, per giungere all&#8217;idea di esistenza. Ma questo non \u00e8 possibile, perch\u00e9 equivale a dire nell&#8217;idea di albero vi sono idee di qualit\u00e0 comuni e idee di qualit\u00e0 proprie; e Locke aveva sostenuto che le idee particolari non contengono alcuna idea universale [\u00a7 58]. Invece le sensazioni sono sempre particolari n\u00e9 contengono altro che qualit\u00e0 particolari; una qualit\u00e0 comune e universale non pu\u00f2 esistere che nella nostra mente [\u00a7 59].<\/p>\n<p>Rosmini poi ricostruisce i quattro momenti o passaggi del ragionamento lockiano sull&#8217;origine delle idee, tutti viziati dall&#8217;errore iniziale. Primo passo (e primo errore): <em>\u00abche i corporei abbiano in s\u00e9 realmente qualche cosa di comune indipendentemente dalla maniera di percepirli\u00bb,<\/em> mentre il comune (idea universale) ha origine nell&#8217;intelletto umano. Secondo passo: i due elementi di cui risulterebbero composte le cose, il comune ed il proprio, sono entrambi percepiti dai sensi; mentre solo il proprio lo \u00e8, il comune essendo presente non nei sensi, ma nell&#8217;intelletto che formula il giudizio. Terzo passo: <em>\u00abSe il senso riceve in s\u00e9, e percepisce ci\u00f2 che c&#8217;\u00e8 di comune nelle cose, riesce facile a spiegare l&#8217;origine delle idee particolari: giacch\u00e9 sebbene queste idee sieno composte : 1\u00b0 di nozioni comuni, 2\u00b0 e di nozioni proprie, tuttavia s\u00ec le une che le altre sono somministrate dalle sensazioni\u00bb<\/em>; il che, come si \u00e8 visto, \u00e8 impossibile, perch\u00e9 le nozioni comuni non possono provenire dalla sensazione. Quarto passo: le idee universali si possono astrarre dalle particolari, separando l&#8217;elemento comune da quello proprio. Invece, per Rosmini, <em>\u00abil comune non ha nessuna esistenza fuori dell&#8217;intelletto: egli \u00e8 un elemento delle nostre idee, ma non un elemento reale delle cose esterne. Le cose esterne non hanno realmente che un&#8217;esistenza individuale e propria; non hanno che qualit\u00e0 particolari, ch\u00e9 la parola comune implica un rapporto fra pi\u00f9 oggetti, osservato dall&#8217;intelletto\u00bb<\/em> [\u00a7 60].<\/p>\n<p><em>\u00abSe dunque nelle sole idee c&#8217;\u00e8 la nozione di comune, e nelle cose esterne non c&#8217;\u00e8 nulla che non abbia una esistenza meramente particolare e propria, si domanda onde sia venuta questa nozione di qualit\u00e0 comune?\u00bb.<\/em> Non dal senso, che &#8211; evidentemente &#8211; no pu\u00f2 percepire nelle cose esterne ci\u00f2 che in esse non vi \u00e8. <em>\u00abNon c&#8217;\u00e8 dunque mezzo a spacciarsi da s\u00ec fatta difficolt\u00e0, senza il supporre che l&#8217;intelletto supplisca egli medesimo la nozione comune, e quindi porti con s\u00e9 qualche cosa non ricevuto da&#8217; sensi\u00bb<\/em> \u00a7 61]. Risulta dunque chiarito che l&#8217;intelletto umano possiede qualcosa d&#8217;innato, e che cosa esso sia: la nozione dell&#8217;essere, da cui nasce ogni universale [\u00a7 62].<\/p>\n<p>Il sistema di Locke non \u00e8 in grado di spiegare le idee universali, per le ragioni gi\u00e0 viste [\u00a7 63]. Come scrive Rosmini, <em>\u00abl&#8217;imperfezione dunque del sistema lockiano consiste nell&#8217;avere supposta esistente realmente nelle cose sensibili la qualit\u00e0 comune, e quindi nel non essersi acconto della difficolt\u00e0 che si rinviene in cercare l&#8217;origine di una tale nozione\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>A questo punto, Rosmini passa ad esaminare la teoria di Condillac e, in genere, dei sensisti, circa l&#8217;origine delle idee. Essi, per il filosofo di Rovereto, si accorsero che erano necessari dei giudizi per formare le idee dei corpi; e tuttavia non si accorsero che tali giudizi presupponevano l&#8217;esistenza di idee universali che fossero gi\u00e0 presenti nell&#8217;intelletto.<\/p>\n<p>Ora, l&#8217;essenza delle teoria condillachiana si pu\u00f2 cos\u00ec riassumere: <em>\u00abquello stesso senso che percepisce la sensazione del tatto, \u00e8 quello che giudica della medesima\u00bb<\/em>: affermazione palesemente assurda, perch\u00e9 se \u00e8 vero che Condillac si sforza di ridurre i due principi di Locke, sensazione e riflessione, a uno solo, cio\u00e8 la sensazione, \u00e8 altrettanto vero che la sensazione altro non pu\u00f2 dare che sensazione, e giammai giudizio [\u00a7 70]. Infatti, nel <em>Trattato delle sensazioni,<\/em> Condillac aveva ascritto che il tatto \u00e8 il solo senso che giudica da se stesso degli oggetti esterni. Ma un solo senso non pu\u00f2 fare due operazioni cos\u00ec distinte, come sentore e giudicare [\u00a7 71]. Rosmini dedica ben ventitr\u00e9 paragrafi, dal 73 al 96, a confutare la teoria condillachiana sull&#8217;origine delle idee. Per Condillac, sia l&#8217;attenzione che le altre operazioni dello spirito vengono dalle sensazioni o sono, semplicemente, delle sensazioni trasformate. L&#8217;attenzione, ad es., \u00e8 ci\u00f2 che resta nella mente dopo che vengono eliminate da essa tutte le altre sensazioni. Condillac, per\u00f2, non spiega n\u00e9 tenta di spiegare donde provenga la capacit\u00e0 di eliminare tutte le altre sensazioni: evidentemente, argomenta Rosmini, non dalla sensazione stessa, perch\u00e9 essa non contiene altro che se stessa, cio\u00e8 sensazione, mentre, per eliminare una serie di sensazione, si rende necessaria un&#8217;altra facolt\u00e0 dello spirito, che deve aver origine da qualcosa di diverso della sensazione stessa.<\/p>\n<p>Riassumendo: secondo Condillac, le idee sono di due tipi, particolari e generali: queste ultime divengono tali mediante un giudizio formulato dallo spirito. Invece, per Rosmini, le idee universali possiedono un elemento universale fin da quando nascono: <em>\u00abe ci\u00f2 &#8211;<\/em> egli osserva &#8211; <em>secondo le definizioni dello stesso Condillac. Perocch\u00e9 egli chiama idea una sensazione rappresentativa di qualche cosa, come sono quelle che si conservano nella memoria; e chiama generali le idee che servono di modello. Ma l&#8217;essere un&#8217;idea rappresentativa, \u00e8 il medesimo che l&#8217;esser modello: dunque, secondo il Condillac stesso, nell&#8217;essere idea, c&#8217;\u00e8 compreso ch&#8217;ella abbia in s\u00e9 il carattere universale\u00bb<\/em> [\u00a7 97]. Dopo di che, il Rosmini incalza: <em>\u00abn\u00e9 si pu\u00f2 formare un&#8217;idea, senza che si mescoli in tale operazione un giudizio, n\u00e9 si pu\u00f2 formare un giudizio senza che si abbiano gi\u00e0 formate delle idee\u00bb<\/em> [\u00a7 98].<\/p>\n<p>Seguono oltre centoventi paragrafi dedicati all&#8217;esame e alla confutazione della cosiddetta scuola scozzese o del &quot;senso comune&quot;, i cui rappresentanti sono Thomas Reid (1710-1796) e Dugald Stewart (1753-1828). Il Reid aveva pubblicato nel 1764 la <em>Ricerca sulla mente umana in base ai principio del senso comune<\/em>, in polemica diretta con lo scetticismo di David Hume. Con lui siamo gi\u00e0 oltre i limiti dell&#8217;empirismo, anzi siamo gi\u00e0 in pieno clima anti-empirista, poich\u00e9 viene operata una distinzione tra sensazione (<em>feeling<\/em>), come dato puramente soggettivo e &#8216;affettivo&#8217;, e percezione, intesa non come semplice apprensione dell&#8217;oggetto, ma anche come presenza diretta e immediata dell&#8217;oggetto stesso. Pertanto la percezione \u00e8 accompagnata da una <em>credenza<\/em> nella realt\u00e0 effettiva dell&#8217;oggetto, che \u00e8 alla base del senso comune. Reid, per cercar di spiegare tale &quot;credenza&quot;, fa ricorso all&#8217;istinto, ed \u00e8 qui si appunta la critica principale del Rosmini. Secondo il filosofo trentino Reid era giunto veramente a un passo dallo scioglimento del nodo circa l&#8217;origine delle idee, quando aveva ammesso che al giudizio primitivo dell&#8217;esistenza dei corpi preesiste in noi <em>\u00abun giudizio primitivo, misterioso e inesplicabile\u00bb.<\/em> Egli non si era accorto, per\u00f2, che un giudizio che nasce in noi senza alcuna idea generale \u00e8 una contraddizione in termini. Inoltre, aveva affermato che il giudizio sull&#8217;esistenza degli oggetti esterni \u00e8 un atto semplice e assolutamente indefinibile, che nasce dall&#8217;istinto. Inutile ricorso al mistero, questo, per Rosmini: sarebbe bastato vedere che in quel giudizio che precede tutte le altre idee, \u00e8 inclusa l&#8217;idea dell&#8217;esistenza.<\/p>\n<p>Quanto allo Stewart, allievo del Reid, egli si era sforzato di abolire le idee generali ed aveva esposto in modo chiaro ed efficace i principi della scuola del &quot;senso comune&quot; negli <em>Elementi della filosofia della mente umana<\/em>, in tre volumi, del 1792-1827; nei <em>Lineamenti di filosofia morale<\/em> del 1793, e nella <em>Filosofia delle facolt\u00e0 attive e morali dell&#8217;uomo<\/em> del 1828. Per Rosmini, il suo tentativo di abolire le idee generali era stato vano, perch\u00e9 abolendo le idee generali verrebbe a cadere ogni possibilit\u00e0 di giudizio e, quindi, ogni fiducia nella oggettivit\u00e0 della conoscenza umana: il che significherebbe precipitare nuovamente in quello scetticismo humiano al quale la scuola scozzese aveva inteso energicamente reagire.<\/p>\n<p>b)  <em>TEORIE FALSE PER ECCESSO<\/em><\/p>\n<p>Dopo aver esaminato e confutato le teorie false &quot;per difetto&quot;, Rosmini passa a considerare quella false &quot;per eccesso&quot;, e ne considera tre: quelle di Platone, di Leibniz e di Kant. Si tratta di teorie false per eccesso, in quanto \u00abassegnano alle idee una cagione soverchia\u00bb [\u00a7 221].<\/p>\n<p>Citando il <em>Menone,<\/em> Rosmini ricorda che, per Platone, <em>\u00abl&#8217;uomo colla sua mente non pu\u00f2 ricercare nessuna cosa, la quale non gli sia parte incognita, e parte cognita\u00bb<\/em> [\u00a7 222].Esiste qualcosa, dunque, che sta a mezza strada fra il conoscere perfettamente ed il perfettamente ignorare: in questa mescolanza di luce e ombra, \u00e8 possibile &#8211; per Platone &#8211; <em>riconoscere<\/em> quello che andiamo cercando, cosa altrimenti impossibile [\u00a7 223]. Cos\u00ec, la difficolt\u00e0 di spiegare come noi andiamo in cerca di ci\u00f2 che non abbiamo e non conosciamo (ad es., come nel <em>Menone<\/em>, della virt\u00f9) \u00e8 risolta da Platone con una cognizione ce noi possedevamo prima di nascere ma che poi, nascendo, abbiamo scordata e ora tentiamo di ritrovare[\u00a7 224]. Nella parte centrale del <em>Menone,<\/em> come \u00e8 noto, Platone fa interrogare un giovane schiavo ignorante da Socrate intorno a un complesso problema di geometria, e lo guida &#8211; senza nulla insegnargli esplicitamente, a trovarne la soluzione. (5) <em>\u00abIl fatto di Socrate si riduce dunque a spiegare come l&#8217;uomo abbia in s\u00e9 la facolt\u00e0 di giudicare, cio\u00e8 la facolt\u00e0 di aver de&#8217; giudizi anche sopra ci\u00f2 che viene a cader per la prima volta sotto i suoi sensi, sopra ci\u00f2 che mai egli pria non conobbe\u00bb.<\/em> Se tali conoscenze non gli vengono da altri uomini ci\u00f2 che \u00e8 escluso nell&#8217;ipotesi di partenza, bisogna che egli possieda gi\u00e0, nascendo, quei giudizi [\u00a7 225]. Platone avrebbe potuto accontentarsi di aver dimostrato che il primo atto della facolt\u00e0 di ragionare \u00e8 un giudizio [\u00a7 229]; invece volle andar oltre, ammettendo in noi stessi la presenza di tutte le idee innate e di tutte le verit\u00e0. Invece, per spiegare in noi la presenza dell&#8217;innata facolt\u00e0 di giudizio, immagin\u00f2 che abbiamo, innate, tutte le idee che, giudicando, ci rappresentiamo [\u00a7 230].<\/p>\n<p>Il secondo esempio di teoria errata per eccesso \u00e8 da Rosmini identificato con quella di Aristotele, cui vengono dedicati ben una cinquantina di paragrafi Ad Aristotele, Rosmini rimprovera di aver visto la debolezza della teoria platonica, ma di non essere riuscito, a sua volta, a fornire una spiegazione adeguata degli universali n\u00e9 di aver tracciato una chiara distinzione fra il senso e l&#8217;intelletto. Per Rosmini, le ambiguit\u00e0 della teoria aristotelica degli universali si sono riversate negli scolastici e, quindi, hanno caratterizzato tutta la filosofia del Medioevo.<\/p>\n<p>Il terzo esempio di teoria errata &quot;per eccesso&quot; \u00e8 quello di Leibniz. Il filosofo tedesco era partito dalla giusta constatazione che i sensi non possono produrre le percezioni primitive dell&#8217;anima perch\u00e9, se cos\u00ec fosse, vorrebbe dire che il corpo \u00e8 in grado di agire sull&#8217;anima; ma un ente creato non pu\u00f2 agire su un altro ente creato n\u00e9 che la sua potenza esca dalla sfera che gli \u00e8 propria. Dunque, tutte le modificazioni che in ente si producono, che non possono provenire che un qualcosa che si trova al suo interno (si ricordi la teoria delle monadi <em>senza porte e senza finestre<\/em>) e ci\u00f2 non in modo casuale, ma secondo la volont\u00e0 sapiente dell&#8217;Ente Supremo (dottrina dell&#8217;<em>armonia prestabilita<\/em>). <em>\u00abIl nostro filosofo immagin\u00f2 dunque &#8211;<\/em> afferma Rosmini &#8211; <em>che le idee tutte fossero gi\u00e0 nella mente nostra ab origine, e per natura della medesima, ma in un modo insensibile, sicch\u00e9 noi non avessimo scienza alcuna; e le chiam\u00f2 generalmente percezioni, distinguendole dalle appercezioni, che erano pur le idee, ma dopo gi\u00e0 sorta la coscienza delle medesime\u00bb<\/em> [\u00a7 283]. Dunque, per Leibniz altro \u00e8 l&#8217;idea, altro il pensiero; l&#8217;idea pu\u00f2 esser presente all&#8217;anima senza un attuale pensiero. Gli oggetti eterni agiscono su noi in modo mediato, perch\u00e9 non potrebbero recare modificazioni dirette all&#8217;anima. <em>\u00abSi potrebbe dire che l&#8217;anima stessa \u00e8 il suo oggetto immediato interno: ma ci\u00f2 \u00e8 in quanto ella contiene le idee, ovvero ci\u00f2 che corrisponde in essa alle cose: poich\u00e9 l&#8217;anima \u00e8 un piccolo mondo, dove le idee distinte sono una rappresentazione di Dio, e dove le confuse sono una rappresentazione dell&#8217;Universo\u00bb<\/em> [\u00a7 284]. Cos\u00ec, per Leibniz vi sono due elementi innati nell&#8217;anima: le idee insensibili di tutte le cose e certi istinti che ci muovono a riflettere sulle idee stesse, e cos\u00ec a riceverne coscienza (appercezione); e tali istinti variando da uomo a uomo, producono diverse serie di pensieri [\u00a7 285]. Il grande merito di Leibniz \u00e8, secondo Rosmini, quello di aver osservato, nell&#8217;anima, la presenza di percezioni senza riflessione, aspetto che Locke, invece, aveva del tutto trascurato [\u00a7 288]. La presenza di questi pensieri non riflessi era stata dal Leibniz dimostrata con semplicit\u00e0 ed eleganza, dicendo che per quanto noi ci sforziamo di pensare <em>sempre<\/em> agli oggetti del nostro pensiero e di esserne consapevoli, per cos\u00ec dire, dall&#8217;esterno, verr\u00e0 sempre il momento in cui penseremo senza riflettervi; ch\u00e9 altrimenti bisognerebbe risalire all&#8217;infinito la catena dei pensieri sui pensieri medesimi, il che manifestamente non \u00e8 possibile [\u00a7 289]. Leibniz rinforza la sua teoria in proposito mediante l&#8217;osservazione [\u00a7 290], sicch\u00e9 l&#8217;obiezione di Locke, che se noi avessimo delle idee innate dovremmo saperlo dal primo momento della nostra vita, appare del tutto insussistente. Noi possiamo avere nell&#8217;anima, osserva Leibniz, delle percezioni, e al tempo stesso non esserne consapevoli: <em>\u00ab\u00e8 in questa maniera (&#8230;) che io suppongo esistere nell&#8217;anima umana tutte le idee delle cose: sono in noi come percezioni insensibili\u00bb<\/em> [\u00a7291]. Ora, contrariamente a quel che sosteneva lo stesso Leibniz [\u00a7 293], egli nel suo sistema mise nella mente umana meno idee innate di quel che aveva fatto Platone, togliendone la profezia, la divinazione, ecc. [\u00a7 294]. Ma, secondo Rosmini, <em>\u00abil Leibniz ammette d&#8217;innato pi\u00f9 che non ha bisogno per spiegare il fatto delle idee\u00bb,<\/em> ossia la percezione dell&#8217;intero Universo e di tutto ci\u00f2 che esso contiene; mentre basta ammettere che <em>\u00abuna sola idea \u00e8 innata (&#8230;): ch\u00e9 col far uso di quest&#8217;idea noi possiamo avere a nostro agio una serie di giudizi; e questi giudizi darci delle altre idee; quindi far con esse altri e altri giudizi, e cavarne altre ed altre idee\u00bb<\/em> [\u00a7 295]. Quindi il sistema leibniziano eccede sia quanto alla reminiscenza, poich\u00e9 mediante essa l&#8217;anima conferisce maggior risalto a quanto gi\u00e0 si trova in essa, sia quanto presentimento, <em>\u00abperch\u00e9 la mente non pu\u00f2 mai dedurre qualche avvenimento futuro, se non per via di congettura, ovvero sotto certe condizioni\u00bb<\/em> [\u00a7300].<\/p>\n<p>Ora Rosmini prende in considerazione la teoria di Kant. Egli constata che il filosofo di K\u00f6nigsberg ammette senza ulteriore indagine il sistema lockiano dell&#8217;esperienza [\u00a7 301], e in particolare la tesi secondo la quale tutte le nostre cognizioni vengono dall&#8217;esperienza [\u00a7 302]. Ora, <em>\u00abprima di Kant tutti i filosofi avevano concordemente osservato e ammesso come un fatto patente, che le cognizioni nostre son di due specie; e per distinguerle, appellaronle altre a priori, altre a posteriori\u00bb<\/em> [\u00a7 304]. Cartesio, Locke, Condillac e Leibniz, tutti avevano ammesso, con diverse sfumature, questa bipartizione fondamentale [\u00a7 304], dunque, dice Rosmini, possiamo considerarla assodata. Sia Leibniz che Kant, inoltre, avevano ammesso che i caratteri della cognizione a priori sono la necessit\u00e0 e l&#8217;universalit\u00e0. Invece la cognizione delle cose contingenti \u00e8 sempre a posteriori. Riassumendo: <em>\u00abLa cognizione dunque a posteriori, quale \u00e8 quella de&#8217; fatti sensibili, \u00e8 una cognizione accidentale; e oltre di essa, v&#8217;ha in noi una cognizione necessaria che si denomina a priori per questo appunto, che ha per fondamento un&#8217;intrinseca necessit\u00e0 data dalla pura ragione e in nessun modo da&#8217; sensi\u00bb.<\/em> Poi Rosmini fa il paragone dei fiori di gelsomino: per sapere se tutti profumano ugualmente dobbiamo entrare nel giardino ed annusarli uno aduno. Ma tutto quello che i sensi ci diranno \u00e8 che i fiori da noi annusati hanno lo stesso, dolce profumo; non che l&#8217;anno tutti gli alri fiori di gelsomino; non che lo avranno (o &#8216;avevano) quelli gi\u00e0 colti: perch\u00e9 la sensazione non esce dalla sfera dell&#8217;esperienza diretta e immediata. \u00c8 la mente e solo la mente che, oltrepassando i confini dell&#8217;esperienza immediata, estende a tutti gli oggetti di una data classe i risultati dell&#8217;esperienza che abbiamo fatto su un numero necessariamente limitato di campioni [\u00a7 306].m Dunque, l&#8217;universalit\u00e0 della cognizione a priori viene dalla sua necessit\u00e0 [\u00a7 307]. L&#8217;operazione con cui la mente si forma delle idee universali ha per fondamento l&#8217;estensibilit\u00e0 <em>ab infinitum<\/em> delle esperienze sensibili, cio\u00e8 <em>\u00abla concezione della possibilit\u00e0 indefinita di oggetti che non possono cadere sotto i sensi, perch\u00e9 non esistono, ma solo possono esistere\u00bb<\/em> [\u00a7 308]. Ora, questa universalit\u00e0 degli oggetti per analogia non viene in alcun modo dai sensi, ma &#8211; evidentemente &#8211; dalla nostra stessa mente: <em>\u00abNecessit\u00e0, universalit\u00e0 di fatto, universalit\u00e0 possibile, sono concetti che trascendono ogni esperienza de&#8217; sensi, e che non si possono spiegare, se non deducendoli dall&#8217;interiore virt\u00f9 della nostra mente medesima\u00bb<\/em> [\u00a7 309].<\/p>\n<p>Nella storia del pensiero moderno, cos\u00ec come Hume aveva derivato il suo scetticismo dalle premesse di Locke, allo stesso modo &#8211; secondo Rosmini- Kant ha derivato il proprio dalle premesse del Reid. Infatti, il Reid aveva ammesso che le proposizioni universali e necessarie nascono da un giudizio naturale ed istintivo, che per\u00f2 non \u00e8 possibile spiegare: cio\u00e8, ammetteva una conoscenza a priori, ma al tempo stesso ne negava l&#8217;autorit\u00e0 e la veracit\u00e0; e da tale assunto aveva preso le mosse Kant [\u00a7 324]. Questi, infatti, aveva distinto tra la forma e la materia delle nostre conoscenze, ammettendo bens\u00ec (con Locke) che non vi sono conoscenze, in noi, che esistano prima dell&#8217;esperienza, ma negando che ogni nostra cognizione venga dai sensi. La conoscenza a priori, infatti, che \u00e8 universale e necessaria, non deriva dalle sensazioni; nasce dal nostro spirito insieme alle sensazioni; e , per Kant, ci\u00f2 inizia a verificarsi mediante la percezione [\u00a7 325]. Infatti, per lui la percezione degli enti esterni non proviene dalle sole sensazioni (come per Condillac), da lui chiamate materia, ma anche da qualche cosa che si trova nel nostro spirito, ossia delle qualit\u00e0 che egli chiama forme. Dunque la forma \u00e8 una qualit\u00e0 a priori della conoscenza, la materia lo \u00e8 a posteriori. Quando vedo un albero, ad es., alla conoscenza che me ne forniscono i sensi, devo almeno aggiungere la nozione generale di esistenza o almeno quella di possibilit\u00e0: <em>\u00abio non ho percepito col mio intendimento un albero, fino a che non ho giudicato ch&#8217;egli esista, o che possa esistere<\/em> [\u00a7 326].<\/p>\n<p>Kant elenca ben quattordici nozioni universale che concorrono alla formazione di un un ente corporea, quale esso \u00e8 concepito; due delle quali sono forme del senso esterno e interno, ossia lo spazio e il tempo. Non possiamo percepire un reale, argomenta Kant, senza percepirlo fornito di determinate qualit\u00e0 e quantit\u00e0, qualche relazione e qualche modo di esistere. Tali sono le quattro classi generali della percezione: qualit\u00e0, quantit\u00e0, modo e relazione. Dunque, mentre la materia della conoscenza \u00e8 la sensazione, la forma \u00e8 data dai predicati delle varie categorie [\u00a7327]. Kant, per\u00f2, vuole evitare al proprio sistema la taccia di idealismo, sostenendo &#8211; di contro al Berkeley &#8211; che i corpi non sono semplici sensazioni della nostra mente; per lui, infatti, i corpi sono un&#8217;unione o sintesi di forme intellettuali e di sensazioni [\u00a7328]. Kant vuole evitare anche l&#8217;accusa di scetticismo: egli, infatti, non nega la corrispondenza fra le nostre idee e gli enti che sono fuori di noi; e afferma che <em>\u00abi concetti non sono gi\u00e0 una rappresentazione degli enti, ma una parte, cio\u00e8 la parte formale de&#8217; medesimi\u00bb<\/em>[\u00a7329]. Ma l&#8217;essenza dello scetticismo, per Rosmini, consiste nel negare la certezza delle cose in s\u00e9, indipendentemente dalle modificazioni dello spirito umano; quindi, per lui, Kant sposta deliberatamente i termini del problema (e, per la prima e unica volta, vediamo il pensatore di Rovereto trascendere il suo abituale senso della misura nel polemizzare con altri autori, usando espressioni un po&#8217; forti). Per Rosmini, anche se Kant non pu\u00f2 &#8211; tecnicamente parlando &#8211; definirsi scettico, il suo criticismo conduce ad uno scetticismo ancora pi\u00f9 radicale e pericoloso, proprio perch\u00e9 dichiara che noi possiamo avere conoscenza certa solo dei fenomeni, mentre le cose in s\u00e9 (noumeno) ci restano totalmente precluse. Lo stesso Kant, del resto, confessa che il criticismo \u00e8 una dottrina essenzialmente negativa; ma par quasi consolarsi col paragonare la filosofia al vano sforzo della torre di Babele; e pare insuperbire per aver provato e ribadito che lo sforzo di conoscenza dell&#8217;uomo \u00e8 totalmente nullo e impotente [\u00a7 330].<\/p>\n<p>L&#8217;errore fondamentale del criticismo, per Rosmini, \u00e8 l&#8217;aver fatto soggettivi gli oggetti del pensiero. Secondo la teoria di Kant, , <em>\u00abci\u00f2 che c&#8217;\u00e8 nell&#8217;intendimento nostro di straniero alle sensazioni deve di necessit\u00e0 venire dal soggetto intelligente\u00bb<\/em> [\u00a7 331]. Il grande errore di Kant \u00e8 stato quello di non aver distinto tra il concetto anteriore alla mente, che \u00e8 sempre universale, e la cosa concepita mediante questo concetto, che \u00e8 sempre particolare. <em>\u00abSe l&#8217;esistenza, che noi percepiamo in un dato reale affermandolo, fosse quella medesima n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno, che noi abbiamo nel nostro intelletto, in tal caso, quando noi percepiamo un reale, dovremmo mettere in esso un&#8217;esistenza universale, ch\u00e9 l&#8217;esistenza dell&#8217;intelletto nostro \u00e8 universale; ma la cosa non va cos\u00ec: anzi noi ravvisiamo, non mettiamo nel reale una esistenza particolare e a lui solo determinata, perch\u00e9 coll&#8217;esistenza obbiettiva conosciamo l&#8217;esistenza subbiettiva sua propria\u00bb<\/em> [\u00a7 332]. Rosmini prende poi una delle principali categorie kantiane, quella di quantit\u00e0, per mostrare facilmente come <em>\u00abl&#8217;idea di quantit\u00e0, che io ho nella mia mente, non \u00e8 gi\u00e0 una quantit\u00e0 della stessa misura di quella che io percepisco coll&#8217;aiuto de&#8217; sensi in un ente materiale, per esempio in una casa: ma questi sono due modi di quantit\u00e0 interamente distinti. (&#8230;) La quantit\u00e0, che ho nella mente, ha il carattere d&#8217;universalit\u00e0 senza misura alcuna: nella casa, all&#8217;opposto, io non percepisco gi\u00e0 la quantit\u00e0 universale, o la quantit\u00e0 possibile e applicabile ad altri enti, ma una quantit\u00e0 determinata, propria ed individua della casa stessa, inamovibile dalla medesima, e contraria perci\u00f2 all&#8217;idea, come \u00e8 contrario il particolare all&#8217;universale, l&#8217;idea al reale, che l&#8217;una esclude l&#8217;altra\u00bb.<\/em> Stesso discorso si pu\u00f2 fare per la qualit\u00e0 e per le altre categorie [\u00a7 333]. Resta comunque un merito non piccolo a Kant: quello d&#8217;aver visto, con pi\u00f9 chiarezza di ogni altro filosofo moderno, la differenza essenziale tra le due operazioni dello spirito, il sentire e l&#8217;intendere. <em>\u00abL&#8217;analisi accurata dell&#8217;intendere frutt\u00f2 al Kant la cognizione di una verit\u00e0 assai rilevante, qual \u00e8 quella che tute le operazioni della mente nostra si riducono finalmente a giudizi\u00bb<\/em> [\u00a7 340].<\/p>\n<p>Platone, Leibniz e Kant, pur avendo peccato per eccesso, hanno compiuto dei passi notevoli sulla via della comprensione dell&#8217;origine delle idee. Leibniz ammise d&#8217;innato meno di quanto avesse fatto Platone, e Kant meno di Leibniz, operando una distinzione delle idee nella loro parte formale e nella loro parte materiale: ritenne innate solo le forme, e lasci\u00f2 all&#8217;esperienza la materia. <em>\u00abIn tal modo riducendo il Kant ci\u00f2 che v&#8217;avea d&#8217;innato nell&#8217;uomo alle pure forme delle cognizioni, egli venia a mettere nello spirito dell&#8217;uomo d&#8217;innato meno di tutti quelli che lo precedettero nell&#8217;aver inteso la necessit\u00e0 d&#8217;ammetterne pure qualche cosa, ed abbastanza tuttavia per una spiegazione completa del fatto delle idee e delle cognizioni umane\u00bb<\/em> [\u00a7 366]. Tuttavia Kant, per spiegare le cognizioni, ricorse a ben diciassette forme: due del senso (esterno ed interno), dodici dell&#8217;intelletto (le categorie o concetti puri); e tre della ragione (le idee): troppo d&#8217;innato, decisamente [\u00a7 367].<\/p>\n<p><em>IL \u00abNUOVOSAGGIO SULL&#8217;ORIGINE DELLE IDEE\u00bb: PARTE SECONDA.<\/em><\/p>\n<p>Inizia la seconda parte dell&#8217;opra, in cui \u00e8 esposta la <em>pars costruens<\/em> della sua gnoseologia. Egli afferma di partire dal fatto pi\u00f9 ovvio: <em>\u00abnoi pensiamo l&#8217;essere in universale\u00bb<\/em>; e aggiunge: <em>\u00abIl negare che noi poniamo, volendolo, la nostra attenzione sull&#8217;essere comune delle cose, senza badare, ed anzi astraendo da tutte l&#8217;altre qualit\u00e0 loro, sarebbe un opporsi a ci\u00f2 che la pi\u00f9 facile osservazione sopra le proprie operazioni ci attesta, un contraddire al senso comune, un rinnegare il linguaggio\u00bb,<\/em> perch\u00e9 gi\u00e0 nel linguaggio si vede ce l&#8217;uomo possiede la facolt\u00e0 di considerare l&#8217;essere separatamente da tutto il resto [\u00a7398]. Pensare l&#8217;essere in un modo universale, equivale ad avere l&#8217;idea dell&#8217;essere in universale [\u00a7 399]; d&#8217;altra parte l&#8217;idea pura dell&#8217;essere non \u00e8 un&#8217;immagine sensibile. Infatti <em>\u00abdi nessuna cosa ci possiamo formare immagine sensibile, se la cosa stessa: 1\u00b0 non sia determinata ed individualizzata; e 2\u00b0 se non sia corporea, e percepita co&#8217; nostri sensi\u00bb<\/em> [\u00a7 400]. Qui Rosmini polemizza con quei filosofi empiristi che hanno sostenuto non poter l&#8217;uomo pensare quel che non possiamo immaginare sensibilmente, sostenendo che esistono tre serie di pensieri che contraddicono tale posizione: pensieri d&#8217;idee indeterminate (che non possono presentarci in forma d&#8217;immagini); pensieri di enti spirituali (che non ammettono immagini sensibili, pur avendo quel che occorre per sussistere); pensieri di corpi o qualit\u00e0 corporee, che sole noi ci possiamo rappresentare mediante l&#8217;immaginazione sensibile [\u00a7 401].<\/p>\n<p><em>\u00abSi dee ancora distinguere &#8211;<\/em> dice Rosmini &#8211; <em>l&#8217;idea dal giudizio sulla sussistenza delle cose\u00bb.<\/em> Infatti, <em>\u00abquando io i formo l&#8217;idea ovvero il concetto di qualche ente, posso aver questo concetto in un modo perfetto, comprendendo tutte le qualit\u00e0 tanto essenziali che accidentali dell&#8217;ente a cui penso, senza per\u00f2 che io ancora giudichi che egli realmente esiste\u00bb.<\/em> Ad es., io posso concepire l&#8217;idea di un certo cavallo, con certe particolari caratteristiche, e poi trasformarlo in disegno o pittura [\u00a7 402]; al contrario, il mio concetto di cavallo non deriva dall&#8217;esistenza reale di un determinato cavallo [\u00a7 403]. Conclusione: <em>\u00able idee sono indipendenti (quanto alla loro natura) dalla reale esistenza degl&#8217;individui\u00bb<\/em> [\u00a7 404]. Ora, <em>\u00abtrovata questa verit\u00e0 (&#8230;), si viene a conoscere la differenza che passa tra l&#8217;aver un&#8217;idea, e il giudicare che la cosa, di cui si ha l&#8217;idea, realmente esista. (&#8230;) Il giudizio dunque sulla sussistenza di una cosa suppone bens\u00ec l&#8217;idea, ma non \u00e8 l&#8217;idea della cosa, n\u00e9 nulla aggiunge alla medesima. Questo giudizio non fa che portare in noi una persuasione della sussistenza della cosa che giudichiamo esistente in modo reale: persuasione che non \u00e8 che un assenso (&#8230;)\u00bb<\/em> [\u00a7 405]. Noi, dunque, conosciamo l&#8217;esistenza elle cose non per mezzo delle idee (che ce le presentano semplicemente come possibili), ma per mezzo una diversa operazione dello spirito: il giudizio [\u00a7 407]. <em>\u00abL&#8217;idea dell&#8217;essere non presenta che la semplice possibilit\u00e0., (&#8230;) La possibilit\u00e0 ci rimane dopo l&#8217;ultima astrazione che possiam fare sopra un ente pensato (&#8230;)<\/em>\u00bb [\u00a7 408]. <em>\u00abL&#8217;idea dunque universalissima di tutte, che \u00e8 anche l&#8217;ultima delle astrazioni, \u00e8 l&#8217;essere possibile, che si esprime semplicemente nominandolo idea dell&#8217;essere\u00bb<\/em> [\u00a7 409]. Quanto all&#8217;uomo, egli <em>\u00abnon pu\u00f2 pensare a nulla senza l&#8217;idea dell&#8217;essere\u00bb<\/em> [\u00a7 410]. <em>\u00abE veramente non v&#8217;ha cognizione, n\u00e9 pensiero che possa da noi concepirsi, senza che si trovi in esso mescolata l&#8217;idea dell&#8217;essere. L&#8217;esistenza \u00e8 di tutte le qualit\u00e0 comuni delle cose la comunissima ed universalissima. (&#8230;) se dopo aver tolte via da un ente tutte le altre qualit\u00e0, s\u00ec le proprie che le comuni, togliete via ancora la pi\u00f9 universale di tutte, l&#8217;essere, allora non vi rimane pi\u00f9 nulla nella vostra mente, ogni vostro pensiero \u00e8 spento, \u00e8 impossibile che voi pi\u00f9 abbiate idea alcuna di quell&#8217;ente.<\/em> Dunque l&#8217;idea dell&#8217;essere \u00e8, per cos\u00ec dire, l&#8217;ultima frontiera del pensiero: tolta la quale, \u00e8 tolto il pensare addirittura, ed diviene impossibile qualsiasi altra idea [\u00a7 411].<\/p>\n<p>Quanto all&#8217;idea dell&#8217;essere, essa <em>\u00abnon ha bisogno d&#8217;alcun&#8217;altra idea ad essa aggiunta per essere intuita\u00bb<\/em>; \u00e8, dunque, la pi\u00f9 astratta di tutte; e, se non ha bisogno d&#8217;altro per essere intuita, \u00e8 intuibile e conoscibile per se stessa [\u00a7 412]. L&#8217;idea dell&#8217;essere non proviene dalle sensazioni corporee [\u00a7 413], e Rosmini si accinge a dimostrarlo con otto diverse argomentazioni.<\/p>\n<p>La prima: l&#8217;idea dell&#8217;essere \u00e8 oggettiva, non ha relazione con alcun&#8217;altra cosa, \u00e8 assoluta; mentre le sensazioni non ci fanno concepire le cose come sono in s\u00e9 stesse, ma solo in relazione con noi. <em>\u00ab(&#8230;) sensazione non vuol dire che modificazione nostra; idea vuol dire concezione di una cosa che esiste indipendentemente da qualunque modificazione o passione d&#8217;altra cosa\u00bb<\/em> [\u00a7 415]. Seguono le definizioni di sensazione, percezione sensitiva, idea e percezione intellettiva: la sensazione \u00e8 una modificazione dell&#8217;oggetto senziente, la percezione sensitiva \u00e8 la sensazione unita ad un termine reale; l&#8217;idea \u00e8 l&#8217;essere, o l&#8217;ente nella sua possibilit\u00e0; la percezione intellettiva \u00e8 l&#8217;atto con cui la mente apprende come oggetto un reale, mediante l&#8217;idea. <em>\u00abLa sensazione dunque \u00e8 soggettiva, la percezione sensitiva \u00e8 estrasoggettiva, l&#8217;idea \u00e8 oggetto, la percezione intellettiva \u00e8 oggettiva\u00bb<\/em> [\u00a7 417]. Ma la sensazione, priva dell&#8217;idea, non pu\u00f2 che essere un <em>quid<\/em> incognito; solo per mezzo dell&#8217;idea essa ci \u00e8 nota; i corpi esterni, in se stessi, non solo risultano non cogniti, ma anche non sentiti [\u00a7 422]. Seconda dimostrazione: <em>\u00ab(&#8230;) le nostre sensazioni non ci danno che delle modificazioni dello spirito nostro, venienti da cose sussistenti: ch\u00e9 le cose meramente possibili non hanno forza nessuna da agire sopra de&#8217; nostri organi, e produrci le sensazioni. Dunque le sensazioni non hanno nulla a che fare cola nostra idea dell&#8217;essere, e non ce la possono in nessun modo somministrare\u00bb<\/em> [\u00a7 423]. Dimostrazione terza: l&#8217;idea dell&#8217;essere, non avendo in se stessa nulla di ordine materiale, \u00e8 perfettamente semplice, mentre le sensazioni reali sono sempre composte ed estese [\u00a7 426]. Dimostrazione quarta: <em>\u00ab(&#8230;) i corpi reali diventano molti, il concetto o l&#8217;idea del corpo rimane uno sempre: la mente e, ove si voglia, anche pi\u00f9 menti il vedono identico in tutti gl&#8217;infiniti corpi umani ch&#8217;elleno pensano sussistenti\u00bb<\/em>: dunque la natura delle cose reali \u00e8 opposta alla natura della semplice idea [\u00a7 427]. Dimostrazione quinta e sesta: ogni idea \u00e8 universale e infinita, ogni singola sensazione \u00e8 particolare: <em>\u00abl&#8217;universale dunque \u00e8 impossibile trovarsi nella sensazione, o ritrarsi da essa<\/em>\u00bb [\u00a7 428]; inoltre la sensazione reale pu\u00f2 essere e non essere, mentre ci\u00f2 che io contemplo come possibile \u00e8 in realt\u00e0 necessario (dato che non pu\u00f2 essere impossibile): <em>\u00ab(&#8230;) dunque l&#8217;idea dell&#8217;essere, o dell&#8217;ente possibile non pu\u00f2 trarsi dalle sensazioni\u00bb<\/em> [\u00a7 429]. Dimostrazione settima e ottava: ogni ente possibile si presente alla mente come qualcosa di immutabile (essa non pu\u00f2 pensarlo in altro modo) e di eterno, <em>\u00ab(&#8230;) niente di ci\u00f2 si riscontra nelle sensazioni mutabili e periture: dunque le sensazioni non possono in alcun modo scorgere la mente a pensare que&#8217; caratteri dell&#8217;ente possibile\u00bb.<\/em> Infatti all&#8217;idea dell&#8217;essere pertiene la perfetta indeterminazione, alle sensazioni, la perfetta determinazione [\u00a7 433].<\/p>\n<p>Dopo aver riassunto le prove fornite sulla non deducibilit\u00e0 dell&#8217;idea dell&#8217;essere dalle sensazioni [\u00a7 437], Rosmini afferma che l&#8217;idea dell&#8217;essere non proviene neppure dalla propria sussistenza; quest&#8217;ultima, infatti, non \u00e8 altro che una sensazione interna di carattere permanente [\u00a7 438]. Bisogna dunque distinguere fra il sentimento interno dell&#8217;Io e la sua idea o percezione intellettuale. Il primo \u00e8 semplice, la seconda \u00e8 composta (del sentimento dell&#8217;Io e dell&#8217;idea dell&#8217;essere). L&#8217;Io, quindi, \u00e8 il soggetto, l&#8217;idea dell&#8217;Io \u00e8 l&#8217;oggetto della conoscenza [\u00a7 439]. <em>\u00abIl sentimento dell&#8217;Io mi d\u00e0 dunque la sensazione della mia esistenza, ma non l&#8217;idea dell&#8217;esistenza in universale: di pi\u00f9 quel sentimento \u00e8 la mia esistenza stessa: non l&#8217;idea dell&#8217;esistenza in universale: ma non \u00e8 per questo la percezione intellettiva della mia esistenza\u00bb<\/em> [\u00a7 440]. Allora il sentimento dell&#8217;Io \u00e8 innato, mentre la percezione intellettiva di me stesso \u00e8 acquisita [\u00a7 441]. Inoltre, <em>\u00abnell&#8217;ordine delle idee, l&#8217;idea dell&#8217;essere precede l&#8217;idea dell&#8217;io; perch\u00e9 quella \u00e8 necessaria, acciocch\u00e9 io mi formi questa\u00bb<\/em> [\u00a7 442].<\/p>\n<p>Conclusione. Se l&#8217;idea dell&#8217;essere \u00e8 cos\u00ec essenziale, che sena di essa noi non possiamo neppur pensare; se non si trova nelle sensazioni; se da esse non si pu\u00f2 ricavare mediante la riflessione, se non \u00e8 creata in noi da Dio all&#8217;atto della percezione (come voleva Berkeley, che per\u00f2 Rosmini qui non nomina); se l&#8217;idea dell&#8217;essere non proviene da noi stessi, allora <em>\u00abrimane che l&#8217;idea dell&#8217;essere sia innata nell&#8217;anima nostra, sicch\u00e9 noi nasciamo colla presenza, e colla visione dell&#8217;essere possibile, sebbene non ci badiamo che assai tardi\u00bb<\/em> [\u00a7 467].<\/p>\n<p>Tutte le idee hanno origine per mezzo dell&#8217;idea dell&#8217;essere [\u00a7 473]; tutte, infatti, implicano l&#8217;idea dell&#8217;essere: <em>\u00absicch\u00e9 si pu\u00f2 dir veramente, che qualunque idea non \u00e8 mai altro, che o l&#8217;ente concepito senza alcun modo, o l&#8217;ente pi\u00f9 o meno determinato da&#8217; suoi modi; determinazione che forma la cognizione a posteriori, o la materia della cognizione\u00bb<\/em> [\u00a7 474]. Noi riceviamo la materia delle nostre cognizioni alle sensazioni; ma la materia delle nostre cognizioni non \u00e8 ancora cognizione. <em>\u00abEssa diventa cognizione, quando s&#8217;aggiunge la forma, cio\u00e8 l&#8217;essere (&#8230;)\u00bb<\/em> [\u00a7 480]. Avendo definito l&#8217;intelletto come la facolt\u00e0 di vedere l&#8217;essere indeterminato, <em>\u00abse l&#8217;essere \u00e8 l&#8217;oggetto essenziale dell&#8217;intelletto e della ragione, dunque queste facolt\u00e0 (intelletto e ragione) non esistono in noi, se non perch\u00e9 v&#8217;ha in noi la vista permanente dell&#8217;essere\u00bb<\/em> [\u00a7 481]. Il nostro intelletto e la nostra ragione sono formati dall&#8217;idea dell&#8217;essere congiunta col nostro spirito: \u00e8 questo che ci rende esseri intelligenti[\u00a7 482]. Tutti i filosofi, poi &#8211; dice Rosmini &#8211; sono d&#8217;accordo sul fatto che le idee appartengono alla facolt\u00e0 di conoscere; ora, se questa facolt\u00e0 riceve l&#8217;esistenza dall&#8217;unione dell&#8217;idea dell&#8217;essere col nostro spirito, l&#8217;idea dell&#8217;essere \u00e8 il principio sia della facolt\u00e0 di conoscete, sia di tutte le idee che essa pu\u00f2 acquistare [\u00a7 486].<\/p>\n<p><em>\u00abLa percezione \u00e8 limitata all&#8217;oggetto percepito (&#8230;); la riflessione, all&#8217;incontro, \u00e8 un ripiegamento della mia attenzione sulle cose percepite\u00bb.<\/em> La riflessione, dunque, \u00e8 generale, \u00e8 <em>\u00abuna percezione di pi\u00f9 percezioni\u00bb<\/em> [\u00a7 487]. Ora Rosmini si chiede: <em>\u00abse io mi affissassi in una sola delle mie idee, sarebb&#8217;egli questo un atto di riflessione?\u00bb<\/em>; e risponde che \u00e8 un atto di riflessione, se compio un atto di attenzione volontaria governata da un fine. Se, invece, la mia attenzione si posa involontariamente su una certa idea, allora non si tratta pi\u00f9 di un atto di riflessione, ma di attenzione diretta [\u00a7 488]. L e funzioni della riflessione sono quelle di formare le idee di relazione (analisi e sintesi) e di separare, in un&#8217;idea, il proprio dal comune (astrazione) [\u00a7 489]. Astrarre, si badi, non \u00e8 la stessa cosa che universalizzare: <em>\u00abcoll&#8217;astrazione si toglie via qualche cosa alla cognizione (p. es. le note proprie); coll&#8217;universalizzazione si aggiunge, si amplifica (&#8230;)\u00bb<\/em> [\u00a7 490].<\/p>\n<p>Inoltre noi, osserva Rosmini, possiamo rivolgere la nostra attenzione a pi\u00f9 idee nello stesso tempo: possiamo cos\u00ec formarci delle idee complesse [\u00a7 504]. Intellezioni sono gli atti della mente, e ve ne sono di tre generi: le percezioni intellettive (prima classe), le idee (seconda classe) e i modi delle idee (terza classe) [\u00a7 506]. I modi delle idee sono le astrazioni, o complessi di idee [\u00a7 507]. Nel linguaggio comune, per\u00f2, anche ad essi si d\u00e0 il nome di idee, chiamandole idee astratte e idee complesse [\u00a7 508]. Pi\u00f9 precisamente, bisognerebbe dire che sono idee astratte, quelle ove si considera isolandone alcune parti dalle altri; idee complesse, quando sono legate fra loro mediante la sintesi [\u00a7 509]. La mente umana compie tre operazioni successive: <em>l&#8217;universalizzazione<\/em>, quando percepisce intellettivamente; <em>l&#8217;astrazione sulle percezioni<\/em>, quando separa dalla percezione l&#8217;idea; <em>astrazione sulle idee<\/em>, quando trae dall&#8217;idea gli astratti [\u00a7 509]. Di queste, <em>\u00abl&#8217;universalizzazione non ha bisogno della facolt\u00e0 di riflettere: \u00e8 un&#8217;azione diretta e naturale del nostro spirito\u00bb<\/em> [\u00a7 511]; l&#8217;astrazione invece s\u00ec [\u00a7 512]. Ora la sintesi primitiva, nella quale \u00e8 gi\u00e0 contenuta l&#8217;universalizzazione, \u00e8 una operazione pressoch\u00e9 involontaria; invece l&#8217;astrarre, appartenendo alla riflessione, \u00e8 una facolt\u00e0 volontaria; richiede perci\u00f2 una ragione sufficiente, che spinga la volont\u00e0 a muoversi[\u00a7 513]. Bisogna dunque vedere quale stimolo si richieda alla percezione, all&#8217;idea e all&#8217;idea astratta [\u00a7 514]. Ora, <em>\u00abacciocch\u00e9 il nostro spirito percepisca una cosa, \u00e8 necessario ch&#8217;egli l&#8217;abbia presente alla sua potenza percettiva\u00bb<\/em>: ossia l&#8217;uomo, per poter sentire e pensare, occorre che un termine sia presentato all&#8217;atto di questa potenza; e <em>\u00aba questo consegue, che l&#8217;azione dello spirito nostro \u00e8 dal suo termine limitata\u00bb.<\/em> Il termine, perci\u00f2, non pu\u00f2 spiegare un&#8217;attivit\u00e0 di natura diversa dalla sua [\u00a7 515]. E qui Rosmini osserva che <em>\u00ab(&#8230;) i corporei cadenti sotto i nostri sensi non possono mover lo spirito alla astrazione, o ad altro atto, ma solo alla percezione\u00bb<\/em>; dunque i sensibili non danno ragione dell&#8217;attivit\u00e0 dello spirito, mediante la quale si formano gli astratti: <em>\u00abch\u00e9 gli astratti gi\u00e0 sono oggetti insensibili\u00bb<\/em> [\u00a7 516].<\/p>\n<p>Avviene per\u00f2 che l&#8217;uomo sappia distinguere, anche se non sempre, le immagini corporee delle cose viste dalle cose in s\u00e9 stesse (cfr. il mito della caverna di Platone, che per\u00f2 Rosmini non cita) e che, dalle immagini, riesca a formarsi delle <em>idee pure<\/em>, per via d&#8217;astrazione, dividendo le idee dalle percezioni; astrazione che ha la sua ragion sufficiente nelle immagini corporee, cos\u00ec come la ragion sufficiente delle sensazioni sta nella percezione dei corpi [\u00a7 517]. <em>\u00abColla percezione intellettiva si giudica bens\u00ec che il sentito sussiste; ma non si va pi\u00f9 in l\u00e0: tutto termina nel particolare sentito. Quindi la percezione intellettiva \u00e8 un&#8217;idea accoppiata colla percezione sensitiva, aggiuntovi il giudizio sulla sussistenza. Nella percezione intellettiva dunque idea e sensazione sono legate insieme, e obbligate a moversi di concordia, quasi come i due occhi della fronte, anzi l&#8217;idea \u00e8 come un cavallo generoso impedito nel suo moto da un bue col quale \u00e8 aggiogato, e al passo del quale dev&#8217;egli ubbidire<\/em>\u00bb [\u00a7 518].<\/p>\n<p>Ora, se le immagini corporee sono ragion sufficiente perch\u00e9 lo spirito sappia separare le idee dalle percezioni [\u00a7 519], l&#8217;attivit\u00e0 mediante la quale lo spirito umano si forma le idee astratte \u00e8 il linguaggio. La cosa avviene in questo modo: poniamo di voler spiegare il formarsi dell&#8217;idea di <em>umanit\u00e0.<\/em> I sensi non ci mostrano che uomini reali, concreti e particolari; ma l&#8217;umanit\u00e0 non \u00e8 un reale e non pu\u00f2 esser percepita dai sensi. Ecco dunque la necessit\u00e0 di quello che Rosmini chiama un <em>segno vicario<\/em>: un insieme di segni, naturali o convenzionali, che possano fare le veci dei reali e rappresentarli. <em>\u00abEssi dunque sono idonei a significare egualmente un sussistente, una sensazione, un&#8217;immagine, un&#8217;idea completa, e ancora una parete d&#8217;idea, una sola qualit\u00e0 comune a pi\u00f9 oggetti isolata da essi, sebbene questa qualit\u00e0 isolata d precisa da essi non sussista fuor della mente, e sol o nella mente esser possa, come oggetto ideale<\/em>\u00bb. Pertanto il vocabolo designato a rappresentare un&#8217;idea astratta, viene recepito in quanto la nostra attenzione si concentra sulle qualit\u00e0 astratte che il vocabolo vuole indicare, e null&#8217;altro [\u00a7 521].<\/p>\n<p>Rosmini, a questo punto, avverte il lettore di non voler entrare nella questione se il linguaggio sia d&#8217;origine divina o umana. Ma che esso serva a richiamare l&#8217;attenzione sulle idee astratte, \u00e8 mostrato dal comportamento dei fanciulli, e da come essi <em>\u00abprima intendono<\/em> <em>il significato dei vocaboli che esprimono le cose sussistenti e reali, ed appartengono a&#8217; lor bisogni, istinti, affetti, e poscia pervengano anche a intendere il linguaggio tutto perfettamente, e a parlare altres\u00ec\u00bb<\/em> [\u00a7 522].<\/p>\n<p>Noi possiamo aver percezione intellettiva solo di noi e dei corpi [\u00a7 528]; <em>\u00abCi\u00f2 che dobbiamo fare qui \u00e8 dunque questo solo, di dare una spiegazione sufficiente di quel giudizio col quale diciamo, in conseguenza delle sensazioni: &#8211; Esiste un qualche cosa diverso da noi -; giudizio che genera la percezione dei corpi, cio\u00e8 la persuasione della loro attuale e particolare esistenza (sussistenza)\u00bb<\/em> [\u00a7 529]. Viceversa <em>\u00abl&#8217;idea dell&#8217;essere, che \u00e8 in noi, non ci fa conoscere da se sola niun ente particolare, ci mostra la possibile esistenza di un ente qualunque\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;idea dell&#8217;essere ci si presenta in due modi: applicandola a un reale oppure no; nel secondo caso noi pensiamo la mera possibilit\u00e0 di enti, nel secondo la loro sussistenza: e questo \u00e8 il giudizio, un atto della mente che non aggiunge nulla all&#8217;idea di esistenza. Pensare l&#8217;idea dell&#8217;essere, d&#8217;altra parte, \u00e8 pensare una <em>azione prima<\/em>; la sensazione \u00e8 un&#8217;azione, ma non fatta da noi, e che presuppone, quindi, una azione prima, un&#8217;esistenza. Inoltre le sensazioni sono azioni determinate, dunque presuppongono un&#8217;azione prima determinata. Il giudizio, allora, non \u00e8 altro che la percezione della cosa reale, che riconosciamo come appartenete al nostro pensiero. <em>\u00abIn un s\u00ec fatto giudizio, noi raccogliamo, per cos\u00ec dire, il nostro spirito (che prima, senza un punto ove concentrarsi, stava espanso immobilmente sull&#8217;essere possibile vacuo, uniforme), lo raccogliamo, dico, nell&#8217;ente particolare e limitato, come in quello ov&#8217;egli trovi l&#8217;essere realizzato, e ravvisa ci\u00f2 che conosceva, e quasi direi cercava. (&#8230;) Qual meraviglia che io ravvisi e riconosca un&#8217;azione particolare, quando ho gi\u00e0 in me la nozione dell&#8217;azione universale?\u00bb<\/em> [\u00a7 530]. L&#8217;essenza dell&#8217;intendere le cose sussistenti altro non \u00e8 che dare l&#8217;assenso, mediante il giudizio, a quell&#8217;essere che gi\u00e0 noi pensiamo, riconoscendogli una certa sussistenza in una maniera particolare [\u00a7 535]. Si tratta di una legge dell&#8217;intelligenza non soggettiva, ma oggettiva, in quanto non \u00e8 possibile pensare il contrario: <em>\u00abconoscere non \u00e8 che concepire una determinazione dell&#8217;essere possibile o comune, determinazione che lo rende un ente proprio\u00bb<\/em> [\u00a7 536]. Da questa teoria, dice Rosmini, emerge la soluzione al quesito di Cartesio, se l&#8217;anima pensi sempre: <em>\u00abl&#8217;anima \u00e8 intelligente, perch\u00e9 ha continuamente la visione dell&#8217;essere\u00bb<\/em>; non perch\u00e9 abbia presenti tutte le idee, ma perch\u00e9 ha presente l&#8217;idea prima, cio\u00e8 l&#8217;essere [\u00a7 537].<\/p>\n<p>L&#8217;essere indeterminato, presente al nostro spirito, \u00e8 come una <em>tavola rasa<\/em>: \u00e8 come un figlio che la potenzialit\u00e0 di ricevere qualunque determinazione particolare di esistenza [\u00a7 538]. \u00c8 chiaro, dunque, che l&#8217;idea dell&#8217;essere scioglie la difficolt\u00e0 generale del problema dell&#8217;origine delle idee [\u00a7 539]. Dalla dottrina rosminiana, viceversa, appare che l&#8217;essere ideale \u00e8 di natura diversa sia dal nostro spirito, n\u00e9 con i copri, n\u00e9 con altro che appartenga all&#8217;essere reale [\u00a7 555]. Ma l&#8217;essere ideale, o idea, non \u00e8 il nulla; gli empiristi l&#8217;hanno creduto tale solo perch\u00e9 non \u00e8 percepibile coni sensi esterni [\u00a7 556]. L&#8217;idea dell&#8217;essere aderisce intimamente al nostro spirito, perch\u00e9 <em>\u00abnon afferma, e non niega; ella solo costituisce la nostra possibilit\u00e0 tanto di affermare che di negare\u00bb<\/em> [\u00a7 557[.<\/p>\n<p>Poi Rosmini passa ad esaminare l&#8217;origine dei principi del ragionamento. Il primo principio \u00e8 di cognizione, per cui diciamo che l&#8217;oggetto del pensiero \u00e8 l&#8217;essere; il secondo, quello di (non) contraddizione [\u00a7 559]. <em>\u00abLa proposizione annunzia un giudizio. Il giudizio \u00e8 il rapporto tra due termini: predicato e subietto. I principi dunque della ragione essendo altrettanti giudizi, risultano da un predicato e da un subietto\u00bb<\/em> [\u00a7 560]. Il principio di contraddizione afferma che <em>\u00abci\u00f2 che \u00e8 (l&#8217;essere) non pu\u00f2 non essere\u00bb<\/em>; dunque, non si pu\u00f2 pensare ad un tempo l&#8217;essere e il non essere: ma, se si toglie l&#8217;essere, non resta pi\u00f9 a cosa pensare: <em>\u00abperci\u00f2 il principio di contraddizione non \u00e8 altro che la possibilit\u00e0 di pensare\u00bb<\/em> [\u00a7 561]. Il terzo principio \u00e8 quello di sostanza: <em>\u00abnon si po&#8217; pensare l&#8217;accidente senza la sostanza\u00bb<\/em>; il quarto \u00e8 quello di causa: <em>\u00abnon si pu\u00f2 pensare una nuova entit\u00e0 senza una causa\u00bb<\/em> [\u00a7 567]. Ora, il principio di causa discende dal principio di (non) contraddizione: se ogni avvenimento ha una causa che lo produce, noi possiamo esprimere questo concetto anche cos\u00ec: <em>\u00ab\u00e8 impossibile all&#8217;intelligenza di pensare un avvenimento senza pensare una causa che lo abbia prodotto\u00bb.<\/em> Ma concepire un&#8217;operazione senza un ente, \u00e8 concepire senza concepire; inoltre, se un&#8217;operazione non avesse causa, sarebbe priva di ente, il che sarebbe come dire che opera ci\u00f2 che non esiste.<\/p>\n<p>Poi Rosmini passa a considerare i principi del ragionamento in generale. Essi <em>\u00abnon sono che altrettante idee, delle quali si fa uso per giudicare\u00bb<\/em> [\u00a7 570]. E cos\u00ec come il principio dell&#8217;etica \u00e8 la giustizia, cos\u00ec possiamo dire che <em>\u00abgeneralmente, l&#8217;essenza delle cose \u00e8 il principio de&#8217; ragionamenti che si fanno intorno ad esse\u00bb<\/em> [\u00a7 572] Quindi, <em>\u00abil principio di ciascuna scienza \u00e8 la definizione, che esprime l&#8217;idea essenziale della cosa intorno a ci la scienza si aggira\u00bb<\/em> [\u00a7 573]. Le idee pure, o idee elementari dell&#8217;essere, che stanno alla base di qualunque ragionamento, sono quelle di unit\u00e0, dei numeri, di possibilit\u00e0, di universalit\u00e0, di necessit\u00e0, d&#8217;immutabilit\u00e0 e di assolutezza [\u00a7 575]. Tutti questo concetti sono racchiusi nell&#8217;essere ideale: <em>\u00absono &#8211;<\/em> afferma Rosmini &#8211; <em>suoi caratteri, sue naturali qualit\u00e0\u00bb<\/em> [576].<\/p>\n<p>Da ultimo, il Nostro prende in esame le idee &quot;non pure&quot;, ossia quelle che si formano mediante il sentimento: come l&#8217;idea del nostro corpo, che si forma per mezzo del <em>sentimento fondamentale.<\/em> In effetti, noi possiamo percepire il nostro corpo in due modi: soggettivamente, attraverso i cinque organi di senso (come quando un organo del mio corpo ne percepisce un altro): e allo stesso modo posso percepire un corpo diverso dal mio; oppure extrasoggettivamente. Si tratta, in questo caso, di <em>\u00abquel sentimento fondamentale ed universale pel quale noi sentiamo la vita essere in noi\u00bb,<\/em> e anche di quelle <em>\u00abmodificazioni che soffre il medesimo sentimento mediante le sensazioni avventizie e particolari\u00bb.<\/em> Nel secondo caso <em>\u00abnoi percepiamo il nostro corpo come una cosa con noi; (&#8230;) \u00e8 da noi sentito come consenziente\u00bb<\/em>; nel primo, lo percepiamo puramente nei suoi dati esteriori [\u00a7 701]. La maniera soggettiva di percepire il nostro corpo, a sua volta, si suddivide in due: una \u00e8 il <em>sentimento fondamentale,<\/em> l&#8217;altra \u00e8 la modificazione di tale sentimento. Questo secondo modo soggettivo \u00e8 bene esemplificato dal Rosmini con la similitudine della mano: <em>\u00abOve con una superficie ruvida noi freghiamo il dorso della mano, sentiamo due cose: la mano, e la superficie colla quale freghiamo la mano: e la prima di queste cose \u00e8 ci\u00f2 che dissi modificazione del sentimento del corpo nostro; la seconda \u00e8 la percezione sensitiva di quella ruvida superficie\u00bb<\/em> [\u00a7 703]. Questa duplicit\u00e0 della sensazione, in genere, viene poco notata, anche se unica \u00e8 la causa tanto del sentimento soggettivo, come della percezione extrasoggettiva proveniente dai sensi [\u00a7 704]. La sensazione \u00e8 una modificazione del <em>sentimento fondamentale<\/em> del nostro corpo: infatti noi sentiamo le parti di esso nello stato in cui sono; se mutano stato, muta anche il sentimento che ne abbiamo [\u00a7 705]. Tali mutamenti avvengono con il mutare degli oggetti e delle condizioni esterne, senza alcun concorso di volont\u00e0 da parte del <em>sentimento fondamentale<\/em> [\u00a7 706]. La percezione sensitiva dei corpi \u00e8 la percezione della passivit\u00e0 dell&#8217;anima di fronte all&#8217;azione (e si potrebbe quasi dire, per Rosmini, una &quot;violenza&quot;) di un corpo esterno [\u00a7 707]. Ma il nostro corpo \u00e8 altro dai corpi esterni, come \u00e8 provato dal fatto che proviamo due specie diverse di sentimenti, se due forze diverse agiscono su noi: l&#8217;una che provoca il <em>sentimento fondamentale,<\/em> l&#8217;altra che modifica la materia di questo sentimento [\u00a7 708]. Molto efficace, dal punto di vista psicologico oltre che logico, la descrizione che Rosmini fa del meccanismo del <em>sentimento fondamentale,<\/em> e acutamente osserva. <em>\u00abchi non ha potuto distinguere il sentire dall&#8217;accorgersi di sentire, questi non \u00e8 mai venuto ad intendere in che consista la differenza essenziale tra la sensazione e l&#8217;idea. La sensazione non pu\u00f2 accorgersi mai di se stessa. \u00c8 l&#8217;intendimento quegli che s&#8217;accorge della sensazione (&#8230;)\u00bb<\/em> [\u00a7 710]. Rosmini, poi, chiarisce che per <em>sentimento fondamentale<\/em> non intende affatto una specie di immagine visibile o tattile del nostro corpo [\u00a7 712]. Non si tratta di una immagine della figura o della grandezza del nostro corpo [\u00a7 714], bens\u00ec di un sentire originario, anteriore alle sensazioni [\u00a7 714]. Poi si volge nuovamente contro la teoria sensista sull&#8217;origine delle idee: <em>\u00abI filosofi che immaginano l&#8217;uomo a principio privo di ogni sentimento, lo fanno veramente una statua; e quando in questa statua, che non \u00e8 un soggetto sensitivo, pretendono che al toccamento de&#8217; corpi esterni nascano le sensazioni, sebbene nella statua nulla ci sia di simile, descrivono allora un procedimento inesplicabile, un mistero contrario all&#8217;ordine consueto della natura\u00bb<\/em> [\u00a7 718]. Anche per questa via, cio\u00e8 per via d&#8217;esclusione (le sensazioni, da sole, <em>non<\/em> possono spiegare l&#8217;origine delle idee), si giunge ad ammettere l&#8217;esistenza del <em>sentimento fondamentale<\/em> [\u00a7 719]. La sensazione, per Rosmini, \u00e8 invece formata da due elementi: 1\u00b0 la sensazione che \u00e8 in noi (fatto di cui hanno abusato gli idealisti); e 2\u00b0 la sensazione che \u00e8 i noi, ma come termine di un&#8217;azione che proviene dall&#8217;esterno, da qualcosa che \u00e8 diverso da noi [\u00a7 879]. Ora, <em>\u00abla coscienza ci dice: 1\u00b0 che siamo modificati, 2\u00b0 che questa modificazione \u00e8 un&#8217;azione fatta in noi non da noi; e ci dice queste due cose ad un istante medesimo, quasi direi con una sola voce\u00bb<\/em> [\u00a7 880]. Inoltre, <em>\u00abtutto ci\u00f2 che entra nella sensazione per s\u00e9 considerata (e non nel modo onde viene prodotta) \u00e8 soggettivo: e tutto ci\u00f2 che entra nel concetto della nostra passivit\u00e0, attestataci dalla coscienza, \u00e8 estrasoggettivo\u00bb<\/em> [\u00a7 881]. Le parti soggettive presenti nella sensazione sono: la sensazione di una forza in atto, che opera su noi; la molteplicit\u00e0 di tali forze, quindi la molteplicit\u00e0 dei corpi; le forze operanti possiedono un&#8217;estensione continua, in quanto non esiste un punto che si sottragga ad esse [\u00a7 882]. La molteplicit\u00e0, d&#8217;altra parte, non \u00e0 una propriet\u00e0 reale della natura corporea, bens\u00ec qualcosa che possiamo immaginare nell&#8217;estensione continua [\u00a7 884]; l&#8217;estensione origina una serie di propriet\u00e0 extra-soggettive (figura, movimento, ecc.), perch\u00e9 sono nei corpi stessi e non solo in noi [\u00a7 885]. <em>\u00abQuindi la celebre distinzione tra le propriet\u00e0 primarie e secondarie de&#8217; corpi ha il suo fondamento nella natura. Solo ce le prime meglio appellar si converrebbe estrasoggettive, soggettive le seconde\u00bb<\/em> [\u00a7 886].<\/p>\n<p>Alla fine dell&#8217;opera, Rosmini ricapitola i punti salienti di essa.<\/p>\n<p><em>\u00abLe potenze originali dell&#8217;anima &#8211;<\/em> dice &#8211; <em>sono due: un senso per le cose particolari ed un senso per le cose universali. Il senso per le cose particolari costituisce la potenza che si chiama pi\u00f9 propriamente sensitivit\u00e0 e il senso per le cose universali costituisce la potenza che si chiama pi\u00f9 comunemente intelletto\u00bb<\/em> [\u00a7 1.020]. <em>\u00abIl termine essenziale della sensitivit\u00e0 \u00e8 sua materia, mentre il termine essenziale dell&#8217;intelletto \u00e8 oggetto o forma del medesimo\u00bb<\/em> [\u00a7 1.021]. <em>\u00abLa sensitivit\u00e0 \u00e8 esterna o interna: l&#8217;esterna ha per termine essenziale il corpo, materia corporea estesa; l&#8217;interna ha per termine il sentimento dell&#8217;Io e l&#8217;idea\u00bb<\/em> [\u00a7 1.022]. Il concetto di ente sensitivo viene abolito, qualora si tolga la materia della sensitivit\u00e0; non cos\u00ec qualora si abolisca la forma dell&#8217;intelletto: <em>\u00abquindi l&#8217;idea dell&#8217;essere in universale \u00e8 vero oggetto appreso, e distinto dall&#8217;ente sensitivo(&#8230;)\u00bb<\/em> [\u00a7 1.023]. Ne consegue che <em>\u00abl&#8217;intelletto \u00e8 un&#8217;intuizione; ma la sensitivit\u00e0 non \u00e8 che un primitivo sentimento\u00bb<\/em> [\u00a7 1.024]. Vi \u00e8 poi una unit\u00e0 intima del <em>sentimento fondamentale,<\/em> in quanto l&#8217;Io \u00e8 atto a vedere i rapporti in generale e da essa nasce un&#8217;attivit\u00e0 che \u00e8 la ragione, di cui la sintesi primitiva \u00e8 la prima funzione [\u00a7 1.025]. Ora, <em>\u00abla sintesi primitiva \u00e8 quel giudizio col quale la ragione acquista la percezione intellettiva\u00bb.<\/em> La percezione intellettiva ha origine dallo stimolo della sensitivit\u00e0 esterna, che agisce dai corpi esterni sul nostro organismo; e la percezione sensitiva, originata dalla modificazione del nostro <em>sentimento fondamentale<\/em> [\u00a7 1.026]. <em>\u00abQuindi la materia prima delle cognizioni umane somministrare dalla sensitivit\u00e0 consiste: 1\u00b0 in un sentimento dell&#8217;Io percettivo del corpo (sentimento fondamentale); 2\u00b0 nelle sensazioni o modificazioni di questi sentimento; 3\u00b0 nelle percezioni sensitive de&#8217; corpi\u00bb<\/em> [\u00a7 1.027]. Gli atti diretti della ragione sono quelli che universalizzano le particolari affezioni dello spirito. Nasce cos\u00ec la percezione intellettiva, sintesi della materia prima della sensitivit\u00e0 e dell&#8217;idea dell&#8217;essere [\u00a7 1.028]. <em>\u00abGli oggetti della riflessione\u00bb,<\/em> invece, <em>\u00absono tutti gli atti del nostro spirito in quanto egli \u00e8 ragionevole, e i termini di questi atti. (&#8230;) Quindi gli oggetti della riflessione consistono: 1\u00b0 in un sentimento dell&#8217;Io percettivo dell&#8217;idea dell&#8217;ente in universale; 2\u00b0 negli atti della facolt\u00e0 d&#8217;universalizzare; 3\u00b0 negli atti della riflessione e ne&#8217; suoi termini o risultati. La riflessione ha due operazioni, la sintesi e l&#8217;analisi; scompone ed unisce. All&#8217;analisi appartiene la facolt\u00e0 d&#8217;astrarre\u00bb.<\/em> [\u00a7 1.029] <em>\u00abGli stimoli esterni movono la sensitivit\u00e0 esterna; gli istinti fisici movono<\/em> <em>a principio la fantasia, e suscitano la facolt\u00e0 d&#8217;universalizzare. Le immagini corporee svegliano la potenza di dividere le idee dalle percezioni. Il linguaggio solo, ricevuto dalla societ\u00e0, pu\u00f2 trarre al suo atto la facolt\u00e0 delle idee astratte, e dar con essa all&#8217;uomo il dominio delle proprie potenze, l&#8217;uso della libert\u00e0\u00bb.<\/em> [\u00a7 1.030]. <em>\u00abLa libera attivit\u00e0, o sia il dominio delle proprie potenze acquistato dall&#8217;uomo mediante le idee astratte somministrate dal linguaggio, vale a dar moto finalmente a tutte le sue potenze, e apre libero il campo dell&#8217;indefinito sviluppamento delle varie facolt\u00e0 umane\u00bb.<\/em> [\u00a7 1.03]<\/p>\n<p>E cos\u00ec, con questo magnifico atto di fede nella libert\u00e0 umana e nell&#8217;originale affermazione che essa nasce, mediante il linguaggio, dalla capacit\u00e0 di formare idee astratte, si conclude il <em>Nuovo saggio sull&#8217;origine delle idee.<\/em><\/p>\n<p><em>CONCLUSIONE.<\/em><\/p>\n<p>Il <em>Nuovo Saggio sull&#8217;origine delle idee<\/em> rappresenta una tappa fondamentale della speculazione filosofica di Antonio Rosmini e, per certi aspetti, ne costituisce l&#8217;aspetto pi\u00f9 originale e sicuramente uno dei pi\u00f9 caratteristici. Essa \u00e8<\/p>\n<p><em>&quot;Fondata su un ritorno all&#8217;innatismo di tipo agostiniano, ma limitato ad una sola idea. Quella dell&#8217;essere (esistenza). L&#8217;\u00abessere ideale\u00bb, lume della ragione, \u00e8 l&#8217;essere \u00abpossibile\u00bb, da distinguersi da qualsiasi ente particolare e dall&#8217;esistenza attuale. \u00c8 l&#8217;idea pi\u00f9 generale e astratta che si possa avere (simile all&#8217;\u00abEssere\u00bb con cui comincia la Logica di Hegel, ma in contrasto polare col Nulla) dotata di caratteristiche tali (oggettivit\u00e0, semplicit\u00e0, necessit\u00e0, universalit\u00e0, immutabilit\u00e0) per cui deve provenire da Dio stesso: essa \u00e8 conoscenza \u00ababituale\u00bb, cio\u00e8 presente in qualsiasi altra idea, e si impone con evidenza (intuizione intellettuale) allorch\u00e9 la riflessione si soffermi su di essa. Tra l&#8217;ideale e il reale c&#8217;\u00e8 la differenza che passa fra l&#8217;intelletto puro da una parte e, dall&#8217;altra, il senso e il sentimento. Per Rosmini, la sensazione \u00e8 irrimediabilmente soggettiva (e questo \u00e8 un punto decisivo d&#8217;accordo col sensismo e di contrasto col tomismo), in quanto modificazione di quel \u00absentimento fondamentale\u00bb del nostro corpo che ci accompagna sempre, e l&#8217;oggettivit\u00e0 si ha solo la sensazione e il sentimento soggettivo vengono investiti dall&#8217;idea dell&#8217;essere, dando cos\u00ec luogo all&#8217;idea d&#8217;un ente reale. L&#8217;idea dell&#8217;essere \u00e8 quindi l&#8217;elemento formale della conoscenza, che s&#8217;unisce a quelli materiali in una \u00absintesi a priori\u00bb, o \u00abpercezione intellettiva\u00bb. Fornendo le idee delle cose particolari, questa fornisce immediatamente le idee di sostanza e causa, e rende possibile la formazione delle idee universali e astratte e di quelle complesse. La funzione oggettivante dell&#8217;idea dell&#8217;essere garantisce comunque per Rosmini il realismo gnoseologico di contro a quello scetticismo (o fenomenologismo) che rappresenta altrimenti la conclusione logica della tesi della soggettivit\u00e0 delle sensazioni e del sentimento. Il concetto della sintesi a priori \u00e8 derivato da Kant; ma l&#8217;idea rosminiana dell&#8217;essere non \u00e8 una mera categoria, perch\u00e9 la sua funzione formale nel conoscere \u00e8 condizionata dalla sua derivazione dall&#8217;Essere supremo stesso: l&#8217;essere ideale \u00e8 qualcosa di &#8216;divino&#8217; presente nell&#8217;uomo; anche se non va confuso con Dio (di contro alle accuse di panteismo), poich\u00e9 Dio, persona assoluta, non pu\u00f2 certo esser scambiato con un concetto generalissimo.&quot;<\/em> (6)<\/p>\n<p>Anche per Antonio Da Re, il <em>Nuovo saggio sull&#8217;origine delle idee<\/em> costituisce il momento centrale e pi\u00f9 originale del sistema filosofico di Rosmini. Tale originalit\u00e0 risiede nell&#8217;aver posto l&#8217;idea di esere a fondamento delle idee pure o &quot;a priori&quot;, che non dipendono dal sentimento perch\u00e9 non traggono origine dai sensi esterni. L&#8217;idea di essere \u00e8 anche alla base dei primi principi del ragionamento: il principio di cognizione, quello di contraddizione e quelli di sostanza e di causa.<\/p>\n<p><em>&quot;Partendo da un&#8217;analisi critica dell&#8217;intera storia della filosofia, in particolare di quella moderna, Rosmini affronta la questione dell&#8217;origine delle idee, per trovare risposta alla domanda di quale sia il fondamento della nostra conoscenza. Egli critica in primo luogo le teorie \u00abfalse per difetto\u00bb (Locke, Condillac, la scuola scozzese di Reid e Dugald Stewart), le quali hanno sottovalutato il ruolo delle idee, riconducendole alla mera esperienza sensibile; le \u00abteorie false per eccesso\u00bb (Platone, Aristotele, Leibniz, Kant), al contrario, hanno sopravvalutato il ruolo delle idee. Nella seconda parte dell&#8217;opera, Rosmini espone la propria teoria: tutte le idee traggono origine da un&#8217;idea prima, l&#8217;idea dell&#8217;essere, la quale \u00e8 semplice, unica, indeterminata, oggettiva, necessaria, universale, e quindi anche immutabile ed eterna. Tale idea non deriva n\u00e9 dall&#8217;esperienza sensibile n\u00e9 dall&#8217;idea, determinata, dell&#8217;io; non \u00e8 il risultato di un&#8217;astrazione., \u00e8 innata e frutto di un&#8217;intuizione immediata. L&#8217;idea dell&#8217;essere costituisce l&#8217;unica vera forma e ad essa devono quindi essere ricondotte le molteplici forme di Kant, ritenute superflue per spiegare l&#8217;origine delle idee, non solo: tali forme sono soggettive, mentre l&#8217;idea indeterminata di essere \u00e8 oggettiva. Sull&#8217;idea di essere come suprema forma o suprema categoria dell&#8217;ordine intellettivo si fondano i primi principi del ragionamento e le idee pure o a priori, che non dipendono dal sentimento ovvero dall&#8217;esperienza sensibile. I primi principi comprendono il principio di cognizione, in base al quale \u00abl&#8217;oggetto del pensiero \u00e8 l&#8217;essere\u00bb, e i principi di contraddizione, di sostanza e di causa; le idee pure, contrariamente a quanto affermavano Locke e Hume, sono quelle di sostanza e di causa. Le idee non pure o a posteriori si formano attraverso l&#8217;applicazione delle idee pure al sentimento; esse includono l&#8217;idea di corpo (rilevante \u00e8 l&#8217;idea del sentimento corporeo fondamentale, quale modalit\u00e0 propria di conoscenza della vita e del nostro corpo), di tempo, di movimento, di spazio.&quot;<\/em> (7)<\/p>\n<p>Concludiamo riportando un brano dedicato alla gnoseologia di Rosmini dal compianto Ernesto Balducci., la cui storia della filosofia ad uso scolastico \u00e8, probabilmente, una delle pi\u00f9 acute e illuminante nel senso di un autentico ecumenismo e di una autentica interculturalit\u00e0 (vi si trovano pagine sul pensiero indiano, cinese, giapponese accanto a quelle sui pensatori europei; e vi si dissolve la favola dell&#8217;<em>invenzione<\/em> della filosofia da parte dei Greci, nel VI secolo avanti Cristo).<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;epiteto di &#8216;Kant italiano fu attribuito ad Antonio Rosmini in forza della convinzione che nella sequenza Rosmini-Gioberti si era riprodotta, in Italia, quella tedesca Kant-Hegel. Si tratta di una semplificazione che certo non avrebbe incontrato il gradimento del filosofo di Rovereto, che considerava il suo omologo tedesco come uno dei responsabili del soggettivismo scettico, alla pari dei sensisti. L&#8217;accostamento tra Rosmini e Kant regge davvero in un sollo punto: nell&#8217;aver posto ambedue, come preliminare a ogni ricerca filosofica, l&#8217;analisi della conoscenza, allo scopo di verificarne la validit\u00e0 e il funzionamento. Anche Rosmini, come Kant, si trova davanti due tradizioni, quella sensistica e quella razionalistica, che egli chiama &#8216;innatista&#8217;. I sensisti, nella spiegazione dell&#8217;origine delle idee, hanno peccato per difetto, nel senso che la loro spiegazione, come ben vide Kant, non riesce a fornire la causa sufficiente del carattere di universalit\u00e0 proprio della conoscenza umana; gli innatisti hanno peccato per eccesso, perch\u00e9 hanno collocato nella mente dell&#8217;uomo le idee universali indipendentemente dall&#8217;esperienza, come fecero, ad esempio, Platone e Leibniz. Per Rosmini, Kant rientra nella loro serie. Egli si propose, infatti, di trarre tutti i vantaggi possibili dalla dottrina del sensismo, ma poi, per tirarsi fuori dai limiti dell&#8217;intuizione sensibile, elabor\u00f2 la dottrina delle categorie, nelle quali riposa il principio dell&#8217;universalit\u00e0 e della necessit\u00e0 del giudizio. Ma le forme a priori dell&#8217;intelletto sono pur sempre soggettive, in quanto ineriscono al soggetto come sue funzioni, e pertanto non possono far da fondamento della vera oggettivit\u00e0, come lo stesso Kant \u00e8 costretto a riconoscere quando relega le cose in s\u00e9 nel mondo dell&#8217;inconoscibile.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;C&#8217;\u00e8 una sola via per evitare Scilla e Cariddi, il difetto dei sensisti e l&#8217;eccesso degli innatisti, quella di fondare, s\u00ec, l&#8217;universalit\u00e0 del giudizio nella sintesi a priori, ma a condizione che la categoria che fornisce il predicato universale sia non soltanto una funzione della mente nella sua attivit\u00e0 di giudizio, ma, in prima istanza, un suo vero e proprio oggetto. Questa categoria &#8211; una sola, al posto delle diciassette che Kant \u00e8 costretto a mettere in campo &#8211; \u00e8 l&#8217;idea dell&#8217;essere. Si tratta di un&#8217;idea assolutamente indeterminata, che possiamo rappresentarci se da un oggetto determinato (questo albero, questa casa, e cos\u00ec via) togliamo una dopo l&#8217;altra tutte le determinazioni concrete. L&#8217;idea dell&#8217;essere non pu\u00f2 venirci dalle cose, per l&#8217;evidente ragione che essa \u00e8 per l&#8217;appunto il presupposto della conoscenza di qualsiasi essere determinato, n\u00e9 pu\u00f2 venirci da noi stessi, perch\u00e9, per avere la conoscenza di me come essere esistente, ho bisogno ancora una vola di quell&#8217;idea. La quale pu\u00f2 anche essere detta &#8216;innata&#8217;, ma non nel senso che si trovi in noi come oggetto mentale in tutto e per tutto compiuto. \u00c8 innata in quanto \u00e8 la condizione di ogni intelligibilit\u00e0, una condizione indipendente sia dall&#8217;oggetto che dal soggetto, cos\u00ec come la luce che mi rende visibile questo foglio non \u00e8 una propriet\u00e0 del foglio, n\u00e9 una propriet\u00e0 dei miei occhi. Il primo modo con cui l&#8217;essere ideale (cos\u00ec Rosmini chiama l&#8217;idea dell&#8217;essere) illumina la mente \u00e8 quella del principio di contraddizione, in base al quale ci\u00f2 che \u00e8, \u00e8, e ci\u00f2 che non \u00e8, non \u00e8. Ecco perch\u00e9 l&#8217;idea dell&#8217;essere \u00e8 la forma della verit\u00e0: ogni affermazione e ogni negazione rimandano infatti, come a loro principio, a questa idea primordiale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Stabilita questa suprema condizione del conoscere, anche per Rosmini la conoscenza \u00e8 un procedimento sintetico in due gradi, il sensitivo e l&#8217;intellettivo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La percezione sensitiva \u00e8 la sintesi tra la sensazione, che \u00e8 una modificazione passiva del soggetto senziente, e il sentimento fondamentale. Non esistono, per Rosmini, le forme pure dell&#8217;intuizione sensibile poste da Kant (lo spazio e il tempo), esiste, come dato a priori, il sentimento con cui il soggetto umano avverte se stesso in quanto pura corporeit\u00e0, anteriormente a qualsiasi sensazione, e nel quale si trascrivono, come in uno schermo, le sensazioni, in quanto modificano, in modi determinati, quella sensazione di s\u00e9 indeterminata. Senza lo stimolo esterno, il sentimento fondamentale rimarrebbe inerte, senza questo sentimento gli stimoli esterni resterebbero senza nessuna risposta.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La percezione intellettiva \u00e8 la sintesi tra quanto fornisce la percezione sensitiva e l&#8217;idea dell&#8217;essere. Essa si esprime nel giudizio, che \u00e8 un atto della ragione (Rosmini distingue la ragione dall&#8217;intelletto, la cui propriet\u00e0 \u00e8 l&#8217;intuizione dell&#8217;essere ideale), mediante il quale l&#8217;essere indeterminato viene determinato a seconda dei contenuti offerti dalla sintesi percettiva, come quando dinanzi a una stella dico: \u00abQuesto \u00e8 un corpo luminoso\u00bb. Le competenze della ragione non si esauriscono nel pronunciare un giudizio in presenza di una sintesi percettiva, comprendono anche la capacit\u00e0 di isolare l&#8217;idea dagli altri elementi della percezione, in due maniere fondamentali, l&#8217;universalizzazione e l&#8217;astrazione. Si ha l&#8217;universalizzazione quando, per restare all&#8217;esempio, percepita una stella, io prescindo del tutto dal pensiero della sua sussistenza attuale e ne mantengo l&#8217;immagine considerandola come stella possibile, come esemplare di tutte le stelle che potrebbero essere realizzate dal Creatore; si ha l&#8217;astrazione quando tolgo all&#8217;idea nata nella percezione quasi tutte le determinazioni eccetto alcune, come quando dall&#8217;idea di stella scarto tutte le determinazioni a partire da quella di sussistenza, come la grandezza, la forma, il rado di luminosit\u00e0 e cos\u00ec via. Cosa resta? Resta l&#8217;idea di stella, che non pu\u00f2 confondersi con l&#8217;idea di nessun&#8217;altra cosa.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 in virt\u00f9 di queste sue competenze chela ragione stabilisce anche i principi del ragionamento, dedotti dall&#8217;idea dell&#8217;essere. Ad esempio, l&#8217;idea di causa deriva dal principio di non contraddizione: se conosco un&#8217;operazione (come lo stimolo sensitivo), deve esistere anche una sua causa, dato che ci\u00f2 che non esiste non \u00e8 in grado di compiere operazioni. \u00c8 dunque nelle possibilit\u00e0 della ragione, facendo fulcro sull&#8217;oggetto primo dell&#8217;intelletto, l&#8217;essere ideale, trapassare dall&#8217;ordine gnoseologico all&#8217;ordine ontologico. L&#8217;essere ideale, infatti, non \u00e8 l&#8217;essere sussistente, \u00e8 l&#8217;\u00abessere in quanto &#8216;intelligibile\u00bb. Se la nostra conoscenza fosse perfetta, noi conosceremmo l&#8217;essere sia come ideale che come reale, conosceremmo Dio. E invece, nella nostra intuizione resta nascosta la realt\u00e0 dell&#8217;essere ideale, che si fa accessibile solo negli esseri finiti. Essa si manifesta allorch\u00e9 applichiamo ad essi l&#8217;idea dell&#8217;essere. In quel momento, non siamo noia determinare l&#8217;oggettivit\u00e0 delle cose, sono le cose che si rivelano oggettive. \u00c8 cos\u00ec che Rosmini ritiene di aver fondato razionalmente la possibilit\u00e0 della metafisica, congiungendo alla prospettiva gnoseologica del pensiero moderno quella ontologica del pensiero classico.&quot;<\/em> (8)<\/p>\n<p><strong>NOTE<\/strong><\/p>\n<p>1)  MORAVIA, Sergio, <em>Educazione e pensiero. Corso di filosofia e pedagogia per l&#8217;istituto magistrale con antologia di testi,<\/em> Firenze, Le Monnier, 1983, vol.3, pp. 228-230.<\/p>\n<p>2)  BARAVALLE, Giovanni, <em>Storia della filosofia per la scuola secondaria superiore<\/em>, Cuneo, Bertello Edizioni, 1988, vol. 3, pp. 173-175.<\/p>\n<p>3)  MONDIN, Battista- SALVESTRINI, Fernando, <em>Pedagogia e filosofia. Storia e problemi,<\/em> Milano, Editrice Massimo, 1978, vol. 3, pp. 117-119.<\/p>\n<p>4)  ROSMINI, Antonio, <em>Nuovo saggio sull&#8217;origine delle idee,<\/em> a cura di M. F. Sciacca, Milano, A. Mondadori Editore, 1943.<\/p>\n<p>5)  Cfr. LAMENDOLA, Francesco, <em>Conoscere \u00e8 ricordare. Struttura e temi del \u00abMenone\u00bb platonico,<\/em> sul sito della Casa Editrice Arianna.<\/p>\n<p>6)  <em>Enciclopedia garzanti di Filosofia,<\/em> Milano, Garzanti, 1986, p. 808.<\/p>\n<p>7)  DA RE, Antonio, in <em>Dizionario delle opere filosofiche<\/em> (a cura di Franco Volpi), Milano, Bruno Mondadori, 2000, pp. 909.<\/p>\n<p>8)  BALDUCCI, Ernesto, <em>Storia del pensiero umano,<\/em> Citt\u00e0 di Castello, Edizioni Cremonese, vol. 3, pp. 183-186.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>INTRODUZIONE. Ci proponiamo di esporre il contenuto e di svolgere alcune riflessioni sull&#8217;opera di Antonio Rosmini Serbati (Rovereto, 27 Marzo 1797-Stresa, 1\u00b0 luglio 1855) Nuovo saggio<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30162,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[38],"tags":[173,221],"class_list":["post-23321","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-gnoseologia","tag-immanuel-kant","tag-platone"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-gnoseologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23321","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23321"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23321\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30162"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23321"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23321"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23321"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}