{"id":23317,"date":"2009-03-26T06:53:00","date_gmt":"2009-03-26T06:53:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/03\/26\/una-pagina-al-giorno-pre-celest-di-antonio-bellina\/"},"modified":"2009-03-26T06:53:00","modified_gmt":"2009-03-26T06:53:00","slug":"una-pagina-al-giorno-pre-celest-di-antonio-bellina","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/03\/26\/una-pagina-al-giorno-pre-celest-di-antonio-bellina\/","title":{"rendered":"Una pagina al giorno: \u00abPre Celest\u00bb di Antonio Bellina"},"content":{"rendered":"<p>Sono ben poche &#8211; crediamo &#8211; le persone, fuori del Friuli, che hanno mai sentito il nome di Antonio Bellina.<\/p>\n<p>Viceversa, in Friuli, sono ben poche quelle che non lo hanno mai sentito nominare; anzi, che non hanno mai sentito fare il nome di pre Toni Beline, dove \u00abpre\u00bb sta per l&#8217;italiano \u00abdon\u00bb in senso ecclesiastico, e indica un sacerdote, generalmente il parroco di un paese.<\/p>\n<p>Con i suoi quarantasette libri pubblicati, tutti rigorosamente in lingua friulana &#8211; dalle riflessioni sulla pastorale e sulla friulanit\u00e0, alla traduzione delle favole di Esopo e di Fedro, alle avventure di Pinocchio, passando per un numero imprecisato di saggi, di racconti, di poesie, e, infine, per la gigantesca fatica (insieme, almeno all&#8217;inizio, a un altro sacerdote, Francesco Placereani) di tradurre integralmente la Bibbia in lingua friulana &#8211; egli \u00e8 stato uno straordinario animatore della cultura friulana, al punto che devono essere ben poche le case di quella regione in cui non vi sia almeno uno dei suoi libri.<\/p>\n<p>Diciamo subito, d&#8217;altra parte, che pre Toni Beline era &#8211; come lo sono quasi tutti i figli di quella terra &#8211; un uomo schivo, non amante della pubblicit\u00e0.<\/p>\n<p>Scriveva sul giornale diocesano \u00abLa Vita Cattolica\u00bb, sul mensile dell&#8217;Associazione Friulana Donatori del Sangue, \u00abIl Dono\u00bb, e su una rivista di cultura friulana, \u00abLa Patrie dal Fri\u00fbl\u00bb; ma non andava mai in televisione, o quasi mai (fa eccezione una lunga intervista per una stazione carnica, svolta in forma di conversazione, registrata all&#8217;aria aperta sullo sfondo della verdeggiante campagna estiva);. E non teneva conferenze: le sue conferenze erano, in un certo senso, le prediche che da anni e anni faceva nella chiesa del paese di cui era stato nominato cappellano e poi parroco: Basagliapenta di Basiliano, alle porte di Udine (per chi viene da Venezia; in friulano, Visepente), seguitissime dalla comunit\u00e0 dei fedeli.<\/p>\n<p>Eppure, la sua modestia e la sua ritrosia non bastano a spiegare la vistosa distrazione della cultura \u00abufficiale\u00bb nei suoi confronti, particolarmente fuori dal Friuli. Il fatto \u00e8 che Antoni Beline era un prete scomodo (come lo era stato don Placereani); un prete molto vicino alla gente, ma poco propenso a strusciarsi lungo le scale e i corridoi del palazzo; e che, in alcuni suoi libri &#8211; particolarmente in \u00abLa fabriche dai predis\u00bb, del 1999, che fu censurato dall&#8217;autorit\u00e0 religiosa e fatto scomparire dalle librerie &#8211; non aveva esitato a criticare un certo conformismo diffuso negli ambienti della curia vescovile.<\/p>\n<p>Di preti scomodi, in effetti, il Friuli &#8211; terra di profondo radicamento religioso &#8211; ne ha prodotto pi\u00f9 d&#8217;uno; basti ricordare David Maria Turoldo, poeta e coautore del bellissimo film \u00abGli ultimi\u00bb, insieme al regista Vito Pandolfi, e del quale ci siamo gi\u00e0 occupati nella serie \u00abUn film al giorno\u00bb; oppure, su un versante completamente diverso (anche in senso ideologico e politico), quello scomodissimo sacerdote che \u00e8 stato don Luigi Cozzi, parroco di Solimbergo (Pordenone), del quale ci proponiamo di dire qualcosa, una volta o l&#8217;altra.<\/p>\n<p>Preti di sinistra, preti di destra: ma sempre preti animati da una profonda vocazione, da un amore bruciante per la Chiesa e per la loro terra natale, da un senso di fedelt\u00e0 indefettibile verso la propria missione e verso la propria gente. Abbiamo gi\u00e0 sfiorato l&#8217;argomento in un precedente saggio, \u00abIl decollo dell&#8217;economia friulana: un compromesso riuscito fra tradizione e modernizzazione?\u00bb (consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>La terra friulana, storicamente, \u00e8 sempre stata caratterizzata da uno stretto legame fra popolo e Chiesa, fin dai tempi del Patriarcato di Aquileia (il pi\u00f9 esteso Stato italiano settentrionale dell&#8217;epoca pre-comunale). Con Dio si pu\u00f2 anche litigare, bestemmiando a tutto spiano (noi stessi abbiamo visto dei bambini piccolissimi, ancora in carrozzella, cui era stato insegnato dal nonno a bestemmiare sonoramente); ma nessun Friulano \u00e8 capace di ignorarlo. Anche quando ci litiga, diceva Turoldo, lo riconosce: e la bestemmia, cos\u00ec diffusa da non farci quasi pi\u00f9 caso, \u00e8 anch&#8217;essa, in fondo, una preghiera rovesciata.<\/p>\n<p>Fra tutti i libri di Antonio Bellina, abbiamo scelto di proporre al pubblico questo breve racconto intitolato \u00abPre Celest\u00bb (\u00abDon Celeste\u00bb), che fa parte del volume \u00abFantasticant\u00bb (ossia Fantasticando\u00bb, Udine, Ribis Editore, 1990, pp. 22-24), per la sua schietta freschezza e per quel candore cos\u00ec disarmante, quasi na\u00eff, che lo rende simile a una fiaba d&#8217;altri tempi; ma che, per il contenuto morale, lo avvicina a un apologo francescano (pur con qualche tollerabilissima sfumatura di zolfo).<\/p>\n<p>E ci piace pensare che, scrivendo questa pagina, il Nostro abbia provato un certo qual gusto nel descrivere le disavventure di quel vescovo potente e prepotente; immedesimandosi invece, lui semplice prete del popolo, nella simpatica figura di pre Celeste, un sacerdote che amava Dio di tutto cuore, ma che, a sua volta, era poco amato dalla Curia episcopale, e velenosamente invidiato da tanti suoi colleghi.<\/p>\n<p>Poich\u00e9 tradurre una pagina di questo autore vorrebbe dire ammazzarla (Antonio Bellina \u00e8 considerato, giustamente, uno dei maggior scrittori moderni in lingua friulana), abbiamo ritenuto indispensabile riprodurla cos\u00ec com&#8217;\u00e8, con tutte le saporose sfumature dell&#8217;originale (e non si dica del dialetto, perch\u00e9 il friulano non \u00e8 un dialetto, ma una lingua: non \u00e8 una versione locale dell&#8217;italiano, come il veneto, ma un idioma a s\u00e9 stante, derivato direttamente dal latino, come lo \u00e8 il romancio della Svizzera).<\/p>\n<p>Il lettore non friulano, tuttavia, non si scoraggi: non \u00e8 affatto una lingua incomprensibile; con un po&#8217; di pazienza e di buona volont\u00e0, e &#8211; magari, con l&#8217;aiuto di un vocabolario friulano-italiano (come l&#8217;ottimo Pirona), lo scoglio \u00e8 superato pi\u00f9 facilmente di quel che non si pensi, e &#8211; crediamo &#8211; con notevole soddisfazione di chi pu\u00f2 accostarsi direttamente all&#8217;originale di un testo come questo, peraltro \u00abfacile\u00bb e discorsivo.<\/p>\n<p>Ad ogni modo, per fornire un aiuto a chi non se la senta di provare da solo, diamo una traduzione della parte iniziale del racconto, o, per dir meglio, della novella; con il suggerimento di provare, comunque, a leggere prima il testo originale, per entrare nello spirito della lingua friulana.<\/p>\n<p>Se non ci cerca di penetrare lo spirito di una lingua, non si riesce neppure ad entrare nell&#8217;anima di quel determinato popolo.<\/p>\n<p>PRE CELEST<\/p>\n<p>\u00abPre celest al \u00e0 viv\u00fbt chenti prin dal nestri ricuart e nol \u00e8 segn\u00e2t tai libris parceche lu vevin mand\u00e2t provisori.Al ere un sant predi, bon come il bon pan, ma nol veve n\u00e8 teologhie n\u00e9 siense, ch&#8217;al veve stent\u00e2t che mai a impar\u00e2 ancje chel sbit di latin del Messe, e par chel nol veve fate ferade.<\/p>\n<p>La curie lu mandave mo ca mo l\u00e0 a strop\u00e2 b\u00fbsis e lui, chel no veve supierbiis di sorte, al veve pass\u00e2t duc&#8217; i borcs e i pa\u00ees dal cjan\u00e2l cence mai lament\u00e2si di nuje.Cu la int, po, al veve une bont\u00e2t e un trat ch&#8217;al rivave a tir\u00e2 dongje ancje i plui resiastics.\u00bb<\/p>\n<p>[Traduzione: \u00abDon Celeste \u00e8 vissuto assai prima di quanto pu\u00f2 spingersi il nostro ricordo, e il suo nome non compare sui registri parrocchiali, perch\u00e9 lo avevano mandato a titolo provvisorio. Era un santo prete, buono come pu\u00f2 esserlo il buon pane; ma non possedeva n\u00e9 teologia, n\u00e9 scienza: al punto che aveva faticato come non mai ad imparare perfino quel poco di latino per dire la Messa, e per questo non aveva fatto strada.<\/p>\n<p>La curia lo mandava ora di qua, ora di l\u00e0, a tappare buchi; e lui, che non era per nulla superbo, era passato per tutti i borghi e i paesi della vallata, senza lamentarsi di niente. Con la gente, poi, possedeva una bont\u00e0 e un modo di fare tali, che arrivava ad attirare la simpatia anche dei pi\u00f9 refrattari.\u00bb]<\/p>\n<p>\u00abTun m\u00e2l, tune disgracje, tune conseguense, tun cav\u00eel, lui si prontave tanche il Sign\u00f4r e al semeave dome p\u00e2s e confuart e buine armonie. Par chel la int lu puartave in ecelsis; e simpri par chel, i predis, rassate invidiose, no podevin concep\u00eelu. E stant ch&#8217;al bateve lis cjasis e ch&#8217;al ere libar cun duc&#8217;, onps e feminis, j meterin f\u00fbr une brute cj\u00e0care sul on\u00f4r, fasint in m\u00fbt che j rivas drete al vescul.\u00bb<\/p>\n<p>[Segue traduzione: \u00abPer un male, per una disgrazia, per una conseguenza, per un cavillo, lui si prodigava come avrebbe fatto il Signore, e seminava solo pace e conforto e buona armonia. Per cui la gente lo teneva in altissima considerazione; e, sempre per lo stesso motivo, i preti, brutta razza invidiosa, non potevano sopportarlo. E, dal momento che egli visitava le case e si comportava familiarmente con tutti, uomini e donne, essi sparsero una brutta diceria sul suo onore, facendo in modo che arrivasse dritta fino al vescovo.\u00bb]<\/p>\n<p>\u00abSi sa de storie e de&#8217; speriense che i vescui s&#8217;impensin dai predis dome cuanche a sintin cj\u00e0caris e che, tun scandul, a crodin simpri a di chel ch&#8217;al semene la sins\u00e0nie. E cuss\u00ec pre Celest si cjat\u00e0 di cum\u00f2 a dibot segn\u00e2t sul libri neri e condan\u00e2t, cence nancje la pussibilit\u00e2t di sclar\u00ee la s inocense.<\/p>\n<p>Il danp nol ere dome tal c\u00fbr, ma ancje tal stomi. Parceche, tornant un pont inda\u00fbr, pre Celest non vevin mai vol\u00fbt f\u00e2lu plevan par vie che ur semeave masse a la buine par front\u00e2 la cjame di un pa\u00ees e al veve dome ch&#8217;\u00eai de messe, e messis di puars che ben s&#8217;intint. Cuanche j gjavarin ancje ch\u00eai cuatri, al plonb\u00e0 tal aviliment plui font e al clam\u00e0 la muart.\u00bb<\/p>\n<p>[Segue traduzione: \u00abSi sa, tanto dalla storia che dall&#8217;esperienza, che i vescovi si preoccupano dei preti solo quando sentono delle chiacchiere e che, in uno scandalo, prestano sempre fede a colui che ha seminato la zizzania. E cos\u00ec Don Celeste si trov\u00f2, da un momento all&#8217;altro, segnato sul libro nero e condannato, senza neanche la possibilit\u00e0 di dimostrare la sua innocenza.<\/p>\n<p>Il danno, per\u00f2, non era solo nel cuore, ma anche nello stomaco. Infatti, tornando un poco indietro, Don Celeste non avevano mai voluto farlo parroco, perch\u00e9 sembrava troppo alla buona per affrontare il carico di un paese; e poteva contare solo sulle entrate relative alle messe, e messe di poveri, beninteso. Allorch\u00e9 gli tolsero anche quei quattro soldi, egli piomb\u00f2 nella pi\u00f9 profonda desolazione, e giunse ad invocare la morte.\u00bb]<\/p>\n<p>Ma il Sign\u00f4r nol bandone mai il just tes grifis dal trist, e j mand\u00e0 une ispirazion tremende.<\/p>\n<p>Tun armarat dut carul\u00e2t dal cjamar\u00ecn, pre Celest al veve une tassute di libris inproib\u00eez, che j ai veve lass\u00e2z puar so barbe predi e j veve racomand\u00e2t di no dopr\u00e2ju mai, dome tune streme. Jenfri di chesc&#8217; libris, and&#8217;ere un, par latin, cun miegis peraulis roseadis des tarmis, ch&#8217;al ere il plui pericul\u00f4s. E pre Celest, cu la fede de disperazion, al spiet\u00e0 il moment ch&#8217;al ere dibess\u00f4l in cjase e, cun doi ceris e un Crist, si sier\u00e0 cul clostri e al tir\u00e0 f\u00fbr chest libri. J clopavin i gen\u00f4i come ch&#8217;al ves vude la fiere bat\u00e8cule, ma si fas\u00e8 il c\u00fbr fuart e al lej\u00e8 d\u00f4s pagjnis di file cence dibot nancje tir\u00e2 fl\u00e2t. Podopo si sent\u00e0 te cort, solev\u00e2t.<\/p>\n<p>La gnove che il vescul al ere cjam\u00e2t di ped\u00f4i e che nol podeve lass\u00e2 il pala\u010d, e fas\u00e8 il g\u00eer tun bat\u00fbtdi voli\u00bb<\/p>\n<p>[Segue traduzione: \u00abMa il Signore non abbandona mai il giusto nelle grinfie del malvagio, e gli mand\u00f2 una terribile ispirazione.<\/p>\n<p>In un vecchio armadio tutto tarlato della sua stanza, Don Celeste aveva una raccolta di libri proibiti, che gli erano stati lasciati da un suo zio prete, il quale gli aveva raccomandato di non adoperarli mai, tranne che in situazioni estreme. In mezzo a questi libri ce n&#8217;era uno, scritto in latino, con met\u00e0 delle parole rosicchiate dalle tarme, che era il pi\u00f9 pericoloso. E Don Celeste, con la forza della disperazione, attese il momento in cui sarebbe stato solo in casa; poi, con due ceri e un Crocifisso, si chiuse con il catenaccio e tir\u00f2 fuori proprio quel libro. Gli tremavano le ginocchia come se avesse avuto la febbre da burla, tuttavia si fece coraggio, e lesse due pagine di fila, senza nemmeno tirare il fiato. Da ultimo si sedette in cortile, sollevato.<\/p>\n<p>La notizia che il vescovo era infestato dai pidocchi e che non poteva lasciare il palazzo, fece il giro in un batter d&#8217;occhio.\u00bb<\/p>\n<p>A partire da questo punto ci fermiamo, e lasciamo che il volonteroso lettore si sforzi di proseguire da solo nella traduzione del testo. Pu\u00f2 darsi che, se non possiede un vocabolario, gli sfugga il significato di una o due parole; ma il senso complessivo della storia non potr\u00e0 sfuggirgli, a patto che legga lentamente e rifletta bene su ogni frase.]<\/p>\n<p>\u00abLa mass\u00e0rie j fas\u00e8 boli tune munture, ancje ch\u00e9 sot, ma dibant. I cjalunis a provarin cun tune messe a part, in d\u00f4mo, e nuje. Lis muiniis, spirtadis de digracie che j ere capitade al vescul, j puartarin pe\u010doz e pe\u010dotuz di poj\u00e2lu su la part sni\u010dade, ma nuje nancje chel. I fr\u00e2ris a tirarin f\u00fbr un vues di un l\u00f4r sant, muart cjam\u00e2t di ped\u00f4i e di glandons e di cragne, e lu platarin sot dal cjave\u010d\u00e2l ch&#8217;al durmive il vescul ma la gracie no riv\u00e0. Par dutis lis glesiis oremus e letaniis &quot;per il pronto ristabilimento dell&#8217;Angelo della Diocesi&quot;, ma nond&#8217;ere rimiedis. Il vescul si ere ridus\u00fbt dut une gruse a sun di grat\u00e2si e al veve il v\u00eef. Al faseve ancje pene, cun dut ch&#8217;al ere trist.\u00bb<\/p>\n<p>Viodint che no \u017eovavin n\u00e9 prejeris n\u00e9 lissivis, al scugn\u00ec rindisi e ricognossi ch&#8217;al ere un spieli e un cjastic pal m\u00e2l che j veve fat a pre Celest lant da\u00fbr des cj\u00e0caris a pote vie.<\/p>\n<p>Lu mand\u00e0 a cjoli biro\u010d plui fin ch&#8217;al veve e j domand\u00e0 perdon de s\u00f4 inicuit\u00e2t. Alore pre Celest, che nol ere mai st\u00e2t stil\u00f4s cun nissun, al tir\u00e0 f\u00fbr il libri e j giav\u00e0 il striament. Il vescul, par pales\u00e2j il so agr\u00e2t, lu distin\u00e0 plevan tun pa\u00ees grant, cun samence di siet vacjs, e i predis a vevin ancjm\u00f2 plui invidie, ma no levin dal vescul parceche a savevin ch&#8217;al ere scjarter\u00fbt e ch&#8217;al veve une pore santissimade des maludizions di pre Celest.\u00bb<\/p>\n<p>Concludiamo con pochi, scarni cenni biografici.<\/p>\n<p>Antonio Bellina nasce a Venzone (ma da madre carnica) l&#8217;11 febbraio del 1941, e muore a Basagliapenta di Basiliano il 23 aprile del 2007.<\/p>\n<p>Ordinato sacerdote nel 1965, svolge la sua missione in diversi paesi prima di arrivare a Villaorba e poi a Basagliapenta, di cui diviene parroco e dove \u00e8 stata scoperta, nel 2008, una targa alla sua memoria.<br \/>\nLa sua produzione letteraria, come abbiamo detto, \u00e8 sterminata: sono quasi cinquanta libri, pi\u00f9 un numero imprecisato di articoli, apparsi nelle riviste sopra ricordate. Di tutti questi libri, uno solo \u00e8 stato &#8211; finora &#8211; tradotto in italiano: \u00abLa fatica di credere\u00bb, del 2007.<\/p>\n<p>Antonio Bellina era una persona schietta e profondamente religiosa, che ha lasciato un ricordo assai vivo in quanti l&#8217;hanno conosciuta (e non erano in pochi a recarsi appositamente a Basagliapenta, la domenica, per poter ascoltare le sue prediche, durante la messa festiva).<\/p>\n<p>Il ritratto dell&#8217;uomo emerge con forza da questa sua caratteristica affermazione: \u00abIl vero pastore di un paese non \u00e8 il parroco, ma il Signore. Se manca il parroco, non cade il mondo. Se manca il Signore, il mondo non si regge\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono ben poche &#8211; crediamo &#8211; le persone, fuori del Friuli, che hanno mai sentito il nome di Antonio Bellina. 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