{"id":23307,"date":"2015-08-06T07:36:00","date_gmt":"2015-08-06T07:36:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/08\/06\/lantifascismo-perenne-di-gabriele-pepe-e-stato-lipocrita-divisa-del-politicamente-corretto\/"},"modified":"2015-08-06T07:36:00","modified_gmt":"2015-08-06T07:36:00","slug":"lantifascismo-perenne-di-gabriele-pepe-e-stato-lipocrita-divisa-del-politicamente-corretto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/08\/06\/lantifascismo-perenne-di-gabriele-pepe-e-stato-lipocrita-divisa-del-politicamente-corretto\/","title":{"rendered":"L\u2019\u00abantifascismo perenne\u00bb di Gabriele Pepe \u00e8 stato l\u2019ipocrita divisa del politicamente corretto"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;antifascismo \u00e8 una categoria &quot;perenne&quot; dello spirito, ed esso pu\u00f2 fornire la base della cultura politica di una nazione?<\/p>\n<p>Posta cos\u00ec, la domanda sembra, pi\u00f9 che stupida, semplicemente &#8211; e irrimediabilmente &#8211; assurda: poich\u00e9 il fascismo \u00e8 stato un fenomeno storico, l&#8217;antifascismo non pu\u00f2 che essere un altro fenomeno storico, ad esso uguale e contrario; \u00e8 impensabile eleggere al rango di categoria perenne un qualcosa che sorge storicamente, vale a dire in un tempo e in un luogo precisi e circoscritti, allo scopo di contrastare un altro fattore storico.<\/p>\n<p>E lasciamo perdere che, se il fascismo ha una data di inizio, ha anche una data finale: che pu\u00f2 variare dal 25 luglio del 1943 (nel qual caso sarebbe stata una morte per suicidio) al 25 aprile del 1945 (nel qual caso sarebbe stato un omicidio: e non certo per le punture di spillo delle bande partigiane, ma per le migliaia di tonnellate di bombe sganciate dai &quot;liberatori&quot; anglosassoni): per cui \u00e8 una contraddizione in termini, semantica ancora prima che concettuale, immaginare un &quot;antifascismo&quot; che si prolunghi oltre la morte del fascismo stesso. A meno di immaginare l&#8217;antifascismo come una veglia al sepolcro del nemico defunto, un po&#8217; come gli armigeri del Sinedrio (i Romani si rifiutarono di prestare un cos\u00ec basso servizio) che furono posti a presidio del sepolcro di Cristo, per evitare che il corpo venisse trafugato.<\/p>\n<p>Eppure, non solo la cultura politica italiana, e, con essa, buona parte della &quot;intellighenzia&quot; nel suo complesso, hanno risposto in maniera affermativa alle nostre due domande iniziali: ne hanno fatto addirittura la base del paradigma dominante, nonch\u00e9 la quintessenza di ci\u00f2 che \u00e8 da considerarsi politicamente corretto: sicch\u00e9, per pi\u00f9 di quattro decenni (cio\u00e8, fin dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra fredda) non \u00e8 stato neppure immaginabile che si muovesse foglia, nel panorama politico, sociale e culturale italiano, se non sotto l&#8217;insegna del pi\u00f9 ostentato e retorico &quot;antifascismo&quot;, vero e proprio mantello protettivo, buono per tutte le stagioni e per coprire qualsiasi operazione politica, sociale, culturale.<\/p>\n<p>A formulare la teoria, diciamo cos\u00ec, &quot;scientifica&quot;, dell&#8217;antifascismo permanente, \u00e8 stato uno storico dell&#8217;antichit\u00e0, del quale abbiamo gi\u00e0 avuto occasione di occuparci: Gabriele Pepe (cfr. il nostro precedente articolo: \u00abLo &quot;spirito dell&#8217;epoca&quot; come problema storico nella concezione di Gabriele Pepe\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 14\/06\/2013). Nel 1945, a guerra civile da poco terminata (ove non si consideri la lunga &quot;coda&quot; di sangue degli assassinii politici perpetrati dai partigiani comunisti per molto tempo ancora, appunto con la giustificazione ideologica dell&#8217;antifascismo), egli pubblic\u00f2 un saggio intitolato \u00abAntifascismo perenne\u00bb. Forse avrebbe preferito definirlo &quot;eterno&quot;: ma una cosa eterna non ha principio n\u00e9 fine; volendo indicare una categoria dello spirito che aveva avuto, bens\u00ec, un inizio, ma che non avrebbe dovuto mai avere fine, Pepe formulava la categoria dell&#8217;antifascismo &quot;perenne&quot; (una reminiscenza della &quot;rivoluzione permanente&quot; di Trotzkij, o una oscura premonizione della &quot;enduring freedom&quot; di George W. Bush?), ossia, in parole povere, teorizzava la guardia armata al sepolcro del nemico morto, e ne faceva il cardine della futura vita politica italiana.<\/p>\n<p>Lo storico Enzo Santarelli (Ancona, 1922-Roma, 2004), dapprima vicino al fascismo di sinistra, poi, dopo l&#8217;8 settembre 1943, passato all&#8217;antifascismo militante, e, nel giro di un triennio, dal 1945 al 1948, passato dai liberali, ai repubblicani, ai comunisti, per i quali fu eletto deputato nel 1958, ricorda questo aspetto della cultura politica italiana, peraltro senza rilevarne affatto l&#8217;incongruenza e la faziosit\u00e0, anzi, portandolo ad esempio del &quot;politicamente corretto&quot; (da: Enzo Santarelli, \u00abStoria critica della Repubblica. L&#8217;Italia dal 1945 al 1994\u00bb, Milano, Feltrinelli, 1996, pp. 175-176):<\/p>\n<p>\u00abIn una prospettiva storiografica, l&#8217;antifascismo si presenta come un punto di forza e insieme di debolezza della democrazia repubblicana. Gli antifascisti avevano raccolto e rielaborato l&#8217;idea della Repubblica, riprendendola dalla democrazia risorgimentale e postrisorgimentale, e nel dopoguerra il loro impegno prioritario era consistito nell&#8217;allontanamento della monarchia. Si cancellava &#8212; nella carta costituzionale &#8212; la tradizione centralistica, autoritaria, dittatoriale, vissuta e subita nel ventennio e si gettavano e basi di una riforma dello stato e riorganizzazione della comunit\u00e0 nazionale, la cui modernit\u00e0 \u00e8 stata generalmente sottovalutata. E tuttavia sulla nuova vita repubblicana incombeva anche un&#8217;altra tradizione. Il progetto democratico regionale, in cui la societ\u00e0 avrebbe potuto rinnovarsi e riconoscersi, rimase incompiuto. Nonostante tutto, l&#8217;antifascismo come la resistenza, ma pi\u00f9 quello che questa, rappresentavano forze minoritarie, politicamente egemoni soltanto in alcuni momenti di intensa vita collettiva. Quanto complesso fosse il volto dell&#8217;antifascismo si ricava dall&#8217;ampio ventaglio di posizioni emerse fra il &#8217;43 e il &#8221;46. La Repubblica ne eredita l&#8217;intreccio originario fra memoria storica, coscienza civile e lotta politica. Osservando che &quot;il fascismo ha spostato la sua ubicazione&quot; e registrando &quot;una inattesa fioritura fascistica nella massa degli indifferenti di un tempo&quot;, uno scrittore di storia poneva, alla fine del &#8217;44, una questione preliminare: &quot;Ha la tirannide fascista il diritto, legittimo e costituzionale, di risorgere?&quot; (C. Barbagallo, &quot;Neo-fascismo&quot;, in &quot;Avanti!&quot;, 29 novembre 1944).<\/p>\n<p>Prima ancora che in Germania, anche in Italia si profila un &quot;passato che non passa&quot;. Nella saggistica postbellica fra tutti si distingue, per tensione ideale e originalit\u00e0 delle categorie, &quot;Antifascismo perenne&quot; di Gabriele Pepe. Licenziato alle stampe sulla fine del &#8217;45, mentre saliva al potere De Gasperi e venivano liquidati i Cln, l&#8217;autore si collocava fra Croce, che combatteva per il suo conservatorismo, e Parri, pur non amando il Partito d&#8217;azione. Era un liberale di sinistra, che intendeva impegnarsi&quot;non pi\u00f9 contro il fascismo di Mussolini ormai spento con le sue ideologie e i suoi armati, ma contro il nuovo fascismo che vorrebbe sorgere dalle rovine della patria&quot;.&quot;In questo libro &#8212; aggiungeva &#8212; l&#8217;antifascismo assurgeva al significato di lotta contro ogni forma di reazione, ci\u00f2 che lo identifica con il liberalismo: di qui la sua perennit\u00e0&quot;. Altri particolari non servono: all&#8217;alba della Repubblica ha inizio una seconda vita dell&#8217;antifascismo. Saranno le istituzioni repubblicane, unitamente alle varie forme assunte dal neofascismo, all&#8217;evolversi della societ\u00e0 e al succedersi delle generazioni, a segnarne l&#8217;identit\u00e0. Da un lato il ciclo della lotta politica e di parte, dall&#8217;altro i valori ideali connessi ai tempi lunghi della storia italiana evocati, ad esempio, da Gobetti o da Gramsci, e sofferti dalla cultura dell&#8217;esilio e del carcere. L&#8217;antifascismo storico aveva dato origine, sia pure con gradi e contenuti diversi, a un processo del tutto inedito (e per la sua durata e intreccio assolutamente peculiare dell&#8217;Italia): &quot;radicalizzazione della tematica dei DIRITTI CIVILI nella componente liberale, dei DIRITTI POLITICI nella componente democratica e dei DIRITTI SOCIALI in quella marxista&quot; (G. De Luna, M. Revelli, &quot;Fascismo e antifascismo. Le idee, le identit\u00e0&quot;, Firenze, 1995, p. 27). Era qualcosa che andava a innestarsi sull&#8217;identit\u00e0 e dialettica della nazione.\u00bb<\/p>\n<p>Fra parentesi, ma lo notiamo solo di sfuggita, \u00e8 interessare notare la massiccia presenza di storici dell&#8217;antichit\u00e0 e di filologi classici nei ranghi dell&#8217;antifascismo militante, pi\u00f9 o meno perenne: Corrado Barbagallo, Gabriele Pepe, Concetto Marchesi (colui che porta la responsabilit\u00e0 morale dell&#8217;assassinio di Giovanni Gentile), per non citarne che alcuni, per arrivare fino al vivente Luciano Canfora, che, in un programma televisivo abbastanza recente, ha paragonato la battaglia di Stalingrado a quella delle Termopili, nel senso di battaglia epocale in difesa della libert\u00e0 e della civilt\u00e0 (con l&#8217;Armata Rossa di Stalin nell&#8217;improbabile ruolo di baluardo della &quot;libert\u00e0&quot; e della &quot;civilt\u00e0&quot;). Ce ne siamo domandati la ragione, e abbiamo formulato questa ipotesi: i filologi classici e gli storici dell&#8217;antichit\u00e0 hanno letto troppo Platone e Aristotele, e hanno fatto indigestione di Cicerone e Tacito: vivono in un mondo tutto loro, libresco e retorico, fatto di eroi senza macchia e senza paura, che lottano contro le forze oscure e demoniache del Potere: perci\u00f2 capita loro, con una certa facilit\u00e0, di scambiare un qualsiasi Stalin per un Armodio, e un Mao Tze Tung per un Leonida. E qui chiudiamo la parentesi e proseguiamo nel nostro ragionamento.<\/p>\n<p>Gabriele Pepe, dunque, \u00e8 stato il primo a teorizzare che la categoria dell&#8217;antifascismo \u00e8 una categoria perenne dello spirito, perch\u00e9 equivale ad ogni forma di &quot;reazione&quot;. Anche questa \u00e8 una formulazione interessante, perch\u00e9 fondata su una tautologia e, insieme, su un semplice scivolamento del significato semantico. Tautologico, infatti, \u00e8 dire che l&#8217;antifascismo \u00e8 una lotta contro ogni forma di reazione, laddove &quot;reazione&quot; viene a integrare e ad assolutizzare la nozione di &quot;fascismo&quot;: si sposta e si dilata a dismisura il significato, ma non lo si spiega. Cosa \u00e8 stato il fascismo? Non il &quot;fascismo&quot; come categoria assoluta, ma il fascismo come fenomeno storico. \u00c8 stato una delle tante forme che prende la cosiddetta reazione? E, in tal caso, che cosa si intende per &quot;reazione&quot;? Lo si intuisce, ma non viene spiegato, non viene definito: per cui finisce per diventare come un vestito elasticizzato, che si pu\u00f2 indossare sopra qualunque corpo. La repressione del movimento dei Gracchi, nell&#8217;antica Roma repubblicana, fu un episodio di &quot;reazione&quot;, da parte del Senato? E la repressione dei contadini tedeschi, nel 1525, da parte dei signori e dei principi &#8211; sia protestanti che cattolici &#8211; \u00e8 stata un&#8217;altra manifestazione della &quot;reazione&quot; perenne? Ma solo le repressioni equivalgono a una reazione, oppure la reazione pu\u00f2 anche essere &quot;preventiva&quot; &#8212; cos\u00ec come lo \u00e8 stato, in fondo, il fascismo stesso, a giudizio di alcuni, come Luigi Fabbri?<\/p>\n<p>E, d&#8217;altra parte, se &quot;reazione&quot; \u00e8 sinonimo di &quot;oppressione conservatrice&quot;, come negare che anche lo stalinismo lo sia stato, e ci\u00f2 non solo a giudizio dei suoi avversari di destra, ma anche di quelli di sinistra, ad esempio i trotzkisti? Qui, per\u00f2, scatta il riflesso condizionato dell&#8217;antifascismo: no, lo stalinismo no; e il comunismo neppure. Perch\u00e9? Perch\u00e9 il comunismo \u00e8 stato una componente della Resistenza, una componente essenziale; e il liberale Gabriele Pepe, in nome della solidariet\u00e0 antifascista, non trova nulla di strano nel sostenere che, se l&#8217;antifascismo \u00e8 l&#8217;espressione di una categoria perenne, il &quot;liberalismo&quot;, allora il liberalismo, a sua volta, in quanto lotta contro ogni reazione, pu\u00f2 benissimo procedere di conserva con la democrazia e con il marxismo, nella difesa dei diritti civili, politici, sociali. Che guazzabuglio ideologico! Il liberalismo \u00e8 una categoria perenne, perch\u00e9 corrisponde alla difesa permanente contro &quot;ogni reazione&quot;; e va a braccetto con il marxismo, che, a quanto pare, non ha nulla di illiberale, n\u00e9 di antidemocratico. Tutti insieme appassionatamente, dunque, liberali, democratici e marxisti, sulla via delle magnifiche sorti e progressive, alleati di ferro, pieni di stima e comprensione reciproca, uniti e compatti contro il solo, orrido, intollerabile avversario di ieri, di oggi, di sempre: la reazione.<\/p>\n<p>Ed ecco che il cerchio si chiude. La cultura storiografica italiana degli ultimi settant&#8217;anni \u00e8 vissuta all&#8217;ombra dello stesso equivoco ideologico che ha determinato le modalit\u00e0 della vita politica: un &quot;antifascismo&quot; rigoroso e intransigente, grande contenitore all&#8217;interno del quale l&#8217;intera classe politica italiana ha trovato riparo e legittimazione ideologica, specialmente quella (generosa) parte di essa che aveva molte cose, forse troppe, da far dimenticare. Tutti quei &quot;liberali&quot; che avevano accolto il fascismo e che avevano collaborato con esso; tutti quei democratici che si erano scoperti tali dopo il 25 luglio del 1943, folgorati sulla via di Damasco; tutti quei socialisti e comunisti che avevano condotto una guerra civile, i cui strascichi, sotto forma di esecuzioni sommarie e di assassini gratuiti, erano proseguiti ben oltre il 25 aprile del 1945, adesso trovavano una nuova bandiera sotto la quale ostentare una rinnovata rispettabilit\u00e0: l&#8217;antifascismo. Cos\u00ec i grandi industriali e i banchieri, che avevano ottenuto insperati vantaggi e realizzato ingenti profitti durante il Ventennio, ora, con un salto acrobatico, venivano a collocarsi dalla parte &quot;giusta&quot; della barricata, fra i virtuosi, mentre a destra non restavano che i reprobi, destinati all&#8217;Inferno di coloro che ostinatamente, pervicacemente, avevano rifiutato qualunque percorso di redenzione.<\/p>\n<p>Del resto, basta scorrere l&#8217;elenco dei grandi elettori della sinistra post-marxista del terzo millennio, per rendersi conto quale scelta di campo abbiano fatto la grande industria e la finanza che conta. Eterno camaleontismo delle classi dirigenti nostrane: che siano i Borboni o i Savoia, l&#8217;importante \u00e8 stare sempre dalla parte del vincitore. Perci\u00f2, attenzione: le loro metamorfosi non sono certo finite&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;antifascismo \u00e8 una categoria &quot;perenne&quot; dello spirito, ed esso pu\u00f2 fornire la base della cultura politica di una nazione? 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