{"id":23298,"date":"2009-04-26T07:49:00","date_gmt":"2009-04-26T07:49:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/04\/26\/un-film-al-giorno-anonimo-veneziano-di-enrico-maria-salerno-1970\/"},"modified":"2009-04-26T07:49:00","modified_gmt":"2009-04-26T07:49:00","slug":"un-film-al-giorno-anonimo-veneziano-di-enrico-maria-salerno-1970","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/04\/26\/un-film-al-giorno-anonimo-veneziano-di-enrico-maria-salerno-1970\/","title":{"rendered":"Un film al giorno: \u00abAnonimo veneziano\u00bb, di Enrico Maria Salerno (1970)"},"content":{"rendered":"<p>Quando Enrico Maria Salerno &#8211; tanto apprezzato come attore, quanto snobbato come regista &#8211; termin\u00f2 di girare \u00abAnonimo veneziano\u00bb, sceneggiato con la collaborazione di Giuseppe Berto, la critica fu feroce nei confronti di un film che aveva il torto di piacere al pubblico e di aver fatto registrare un vero e proprio record di spettatori.<\/p>\n<p>Era il 1970 e le solite Eminenze della cultura vedevano con orrore il successo di una pellicola che non celebrava le magnifiche sorti e progressive del realismo socialista; ma che, anzi &#8211; \u00abhorribile dictu\u00bb &#8211; celebrava apertamente la dimensione del pi\u00f9 privato e del pi\u00f9 banalmente borghese dei sentimenti: l&#8217;amore di un uomo e di una donna.<\/p>\n<p>Se almeno fosse stato, che so, un amore tra un prete e una suora; oppure fra due persone dello stesso sesso: allora, almeno, gli si sarebbe potuta attribuire un&#8217;intenzione progressista. Ma cos\u00ec: che tristezza!, sentenziarono lorsignori, ancora tutti accesi dal sacro zelo di un rivoluzionarismo da salotto, che sarebbe rimasto la loro uniforme ufficiale per altri dieci anni almeno. Avevano imparato la lezioncina marxista cos\u00ec bene, che riservarono a questo film lo stesso trattamento che i critici sovietici avevano riservato al romanzo \u00abIl dottor \u017divago\u00bb (senza che, con questo paragone, si voglia ora equiparare il film di Salerno al capolavoro di Boris Pastern\u00e0k), liquidandolo come una forma di narcisismo individualista e piccolo-borghese.<\/p>\n<p>Ma c&#8217;\u00e8 di pi\u00f9, e di peggio.<\/p>\n<p>Siccome, quasi contemporaneamente, dilagavain mezzo mondo, Italia compresa, il best-seller americano di Erich Segal \u00abLove Story\u00bb e, a ruota, infuriava nelle sale cinematografiche l&#8217;omonima pellicola di Arthur Hiller con i divi bellocci del momento, Ali MacGrav (bella, senza dubbio, ma che non sapeva recitare) e Ryan O&#8217;Neal, si volle equiparare a quest&#8217;ultimo il film di Salerno o, addirittura, suggerire che lui e Berto avevano cercato di cavalcare la facile celebrit\u00e0 dell&#8217;omonimo film d&#8217;oltre Oceano, a base di lacrime, romanticismo e un po&#8217; di contenuta (\u00abadelante, Pedro, con juicio!\u00bb) protesta giovanile.<\/p>\n<p>Si prenda la recensione del solito Mereghetti (Kezich e Grazzini, in questo caso, non si erano abbassati a parlarne), che \u00e8 un vero capolavoro di ambiguit\u00e0 in mala fede:<\/p>\n<p>\u00abUna coppia separata (Musante e Bolkan) scopre di amarsi ancora in una Venezia brumosa, poco prima che lui, un suonatore d&#8217;oboe con l&#8217;ambizione di diventare maestro d&#8217;orchestra, venga sopraffatto da un male incurabile. Straordinario successo di pubblico per il debutto registico di Salerno in questa sorta di &quot;Love Story&quot; all&#8217;italiana (peraltro uscita quasi in contemporanea con il film americano), nel quale sono inseriti tutti gli ingredienti del film patetico e strappalacrime, compreso un attacco al divorzio che era diventato legge proprio in quel periodo&#8230;\u00bb<\/p>\n<p>Non \u00e8 vero.<\/p>\n<p>A parte il giudizio sprezzante sull&#8217;eccesso di ingredienti patetici e strappalacrime, questo \u00e8 un barare sulle date. I dialoghi per il film \u00abAnonimo veneziano\u00bb erano stati scritti da Giuseppe Berto, su richiesta di Enrico Maria Salerno, fin dal 1967: dunque, almeno tre anni prima che uscisse \u00abLove Story\u00bb.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 chiarito, possiamo senz&#8217;altro concordare sul fatto che il film di Salerno non sia un capolavoro e che, a tratti, scivoli un po&#8217; lungo la china di una facile sollecitazione emotiva: ma non \u00e8 per niente un brutto film; e la stessa cosa si pu\u00f2 dire per il romanzo che lo stesso Berto ne ha ricavato qualche anno dopo, riscrivendo la sceneggiatura.<\/p>\n<p>No, il film \u00abAnonimo veneziano\u00bb non \u00e8 un capolavoro; ma la spocchia dei signori critici liberal-snob, la loro eterna puzza sotto il naso, farebbero venire la voglia di sostenerlo, se non altro per una sacrosanta forma di reazione.<\/p>\n<p>Del resto, sono molti i pregi di questa pellicola che ha il coraggio di parlare di sentimenti comuni, come l&#8217;amore, e sia pure in una situazione estrema, come la malattia; insomma, dell&#8217;eterno binomio di Eros e Th\u00e0nataos.<\/p>\n<p>L&#8217;ambientazione \u00e8 bella, e la Venezia che fa da sfondo alla vicenda non \u00e8 da cartolina, perch\u00e9 la fotografia di Marcello Gatti \u00e8 veramente magnifica; Tony Musante recita bene, e Florinda Bolkan \u00e8 molto bella; la colonna sonora, poggiante sul concerto per oboe di Alessandro Marcello (e non del suo fratello pi\u00f9 celebre, Benedetto Marcello, come scrive &#8211; sbagliando clamorosamente &#8211; Paolo Mereghetti), divenuta universalmente celebre come \u00abAnonimo veneziano\u00bb, \u00e8 splendidamente azzeccata: sontuosa e un po&#8217; funerea.<\/p>\n<p>Del resto, quale cornice pi\u00f9 indovinata, per una storia del genere, della bella e malinconia Venezia, che lentamente sprofonda nelle acque, con tutti i suoi superbi palazzi e monumenti e con tutta la sua gloria passata?<\/p>\n<p>Certo, in omaggio al cinema realista, una storia del genere &#8211; ammesso che sia proprio necessario raccontarla &#8211; la si sarebbe dovuta ambientare fra i grattacieli di Milano, o, meglio ancora, fra le borgate della periferia romana: che disonesto questo Salerno, il quale va a cercarsi come sfondo per una vicenda d&#8217;amore e morte, proprio la citt\u00e0 pi\u00f9 bella e pi\u00f9 moritura di tutta la Penisola! Eh s\u00ec, proprio un gran furbacchione; un vero animale da botteghino.<\/p>\n<p>Poveri noi. E pensare che questa mala razza di intellettuali da strapazzo, falsamente progressisti e rosi da infinite invidie e gelosie di casta, ha dominato il salotto buono della cultura italiana, non solo cinematografica, per qualche cosa come mezzo secolo! Non c&#8217;\u00e8 da stupirsi che sia riuscita a fare danni cos\u00ec profondi nella societ\u00e0 italiana, dai quali stiamo &#8211; forse &#8211; cominciando a uscire solamente ora, come da una lunga e penosa malattia.<\/p>\n<p>Ma, per tornare al film, crediamo che il modo migliore per commemorarlo, e per invogliare chi non l&#8217;avesse mai visto ad andare a cercarselo, sia proprio quello di proporre un passaggio tra i pi\u00f9 intensi del libro che Giuseppe Berto ha ricavato, come dicevamo, dalla sua stessa sceneggiatura, alla quale \u00e8 rimasto sostanzialmente fedele (tanto che, pi\u00f9 che di un romanzo tratto al film, si potrebbe parlare di una semplice rielaborazione della sceneggiatura stessa).<\/p>\n<p>Dal romanzo di Giuseppe Berto \u00abAnonimo veneziano\u00bb (Milano, Rizzoli, 1976, pp. 82-88):<\/p>\n<p>\u00abEntrando, lui aveva messo in moto un registratore, e la musica del primo tempo del concerto in Re Minore per archi e oboe di Alessandro Marcello, diffusa opportunamente da alcuni altoparlanti collocati nell&#8217;ampio studio, colmava con movimento andante e spiccato le possibili incertezze. Il suono dell&#8217;oboe era puro, cadenzato, sicuro. Era lui che aveva suonato, trovando nell&#8217;imminenza della fine il suo alto decoro. Lo studio era preparato per l&#8217;incisione, con strumenti, legg\u00eci e microfoni disposti un po&#8217; dappertutto. In un angolo, separata da vetri, c&#8217;\u00e8 la cabina di registrazione.. pannelli e coperte pendevano qua e l\u00e0, per rompere le onde sonore. Una pesante coperta imbottita era alzata come una tenda sul finestrone, che dava sopra un paesaggio di tetti e di campanili storti,, gi\u00e0 mezzo inghiottito dalla nebbia e dalla notte. Lei stava seduta nell&#8217;ampio divano sotto il finestrone, si lasciava riempire dalla musica, sforzandosi di rimanere attaccata alle note dell&#8217;oboe, con ostinata attenzione. Ma, naturalmente, non poteva allontanare del tutto il pensiero del male di lui, e della propria incidenza su quel problema che d&#8217;un tratto era diventato cos\u00ec dolorosamente comune Quando il primo tempo fin\u00ec, cominci\u00f2 un silenzio che rischiava di divenire presto opprimente.<\/p>\n<p>&#8211; Sei bravo &#8211; lei dice.<\/p>\n<p>Lui va ad arrestare il registratore che ora emette solo un continuo fruscio. &#8211; Questa sera registreremo l&#8217;Adagio. \u00c8 la parte pi\u00f9 difficile per me, tempo di perdere la misura. Qualche accordo in crescendo degli archi, poi l&#8217;a solo dell&#8217;oboe, teso, filato, attardato da tirar fuori l&#8217;anima. Il pericolo \u00e8 di lasciarsi andare, di cedere all&#8217;autocompassione.&quot; Accenna le prime battute dell&#8217;oboe, a solfeggio cantato, segnando il tempo con la mano alzata. &#8211; Pensa &#8211; dice smettendo &#8211; pensa che \u00e8 stato scritto quasi trecento anni fa, nel pieno splendore di Venezia, ed \u00e8 il lamento funebre per questa citt\u00e0 che finalmente va a farsi fottere. E io con lei, a quanto pare.- Gioca ancora sulla violenza e sull&#8217;estro delle parole per nascondere ogni eventuale cedimento, ma si capisce che lo fa per lei, un povero tentativo d&#8217;esibizionismo. Fosse solo, cercherebbe di non fermarsi a pensare, probabilmente. &#8211; Qualche volta, di notte &#8211; dice &#8211; quando non ce la faccio a dormire, vengo a questa vetrata, la apro e ascolto. Ascolto a lungo, sebbene non ci sia niente da ascoltare all&#8217;infuori del silenzio. Sa morire con dignit\u00e0, questa vecchia puttana. Non si cura di coloro che vogliono salvarla, vuol tornare ad essere fango, come dici tu. Del resto, sono sparite Ninive, Babilonia, Menfi, perch\u00e9 dovrebbe sopravvivere questa? Anche la morte \u00e8 necessaria, quando viene il suo tempo. E cita: &quot;Ha la sua ora tutto &#8211; e il suo tempo ogni cosa &#8211; sotto il cielo&#8230;&quot;.<\/p>\n<p>&#8211; \u00c8 il tuo Ecclesiaste? -, domanda lei.<\/p>\n<p>&#8211; S\u00ec. &quot;C&#8217;\u00e8 il tempo di nascere &#8211; e il tempo di morire&#8230;&quot;.-<\/p>\n<p>&#8211; Io resto con te &#8211; lei dice. &#8211; Non torno a Milano. Attilio capir\u00e0.<\/p>\n<p>&#8211; Tu prendi il rapido delle otto e mezzo- ribatte lui brusco. &#8211; Manovra una cordicella, fa scendere una pesante coperta sulla vetrata. La citt\u00e0 rimane fuori, a finire il suo giorno nella nebbia. &#8211; Mi dispiace &#8211; egli dice &#8211; non potr\u00f2 accompagnarti alla stazione. I ragazzi vengono proprio a quell&#8217;ora. &#8211; Lei si alza, viene sa metterglisi vicina, per forzarne l&#8217;attenzione. &#8211; Tu non vuoi tentare l&#8217;operazione? &#8211; domanda.<\/p>\n<p>&#8211; Non ci penso nemmeno &#8211; risponde. &#8211; Se fossi sicuro che mi ammazzano, potrei anche farmi mettere i ferri addosso. Ma immagina se sopravvivessi cieco, o paralizzato, o mezzo demente. Per carit\u00e0. E poi, sono preparato alla morte, devi credermi. Non giudicare da oggi. Oggi non mi sono comportato bene.-<\/p>\n<p>La lascia, e va a sedersi sul divano, ora i gomiti appoggiati ai ginocchi, la testa sostenuta dalle mani. Continuamente accenna a toccarsi l\u00e0 dove ha male, ma lo fa senza pensarci e quasi sempre si ferma, accorgendosene. La guarda, e si sforza di sorriderle, come per rassicurarla di qualcosa, che non ha bisogno di nulla, o che, magari, non si dispiace per il suo silenzio. Ma, naturalmente, non fa che cercare la sua piet\u00e0.<\/p>\n<p>Li torna a sedersi, non pi\u00f9 sul divano, sul pavimento, ai piedi di lui. Gli prende una mano, se la porta alla bocca, gli bacia le dita. Meglio cos\u00ec, che cercare parole difficili da trovare, e chiss\u00e0 mai anche quanto poco persuasive, una volta dette.<\/p>\n<p>&#8211; In questi giorni &#8211; lui dice &#8211; mentre t&#8217;aspettavo, immaginavo ogni particolare della giornata che avremmo passato insieme. Saremmo andati a rivedere i posti che pi\u00f9 ci piacevano quand&#8217;eravamo ragazzi, l&#8217;ultima parte di Venezia verso la Marittima, dov&#8217;\u00e8 pi\u00f9 facile baciarsi perch\u00e9 per le calli non passa mai nessuno, e se qualcuno arriva, lo senti da lontano. C&#8217;\u00e8 un canale con tutte gondole ai lati, messe a riposo per l&#8217;inverno. E case modeste, come di campagna, e campielli con biancheria ad asciugare, e bambini che giocano al pallone. Passeremo di qui, mi dicevo, guarderemo tutte queste cose e parleremo. Non abbiamo mai veramente parlato, noi due. Abbiamo sempre fatto l&#8217;amore, o litigato. Questa volta mi sarebbe piaciuto parlare di cose qualsiasi, le pi\u00f9 stupide possibile per non trovar da discutere, e tu avresti capito, dopo. Dopo avresti capito, ma senza soffrire molto, e magari me ne saresti stata grata, mi avresti ammirato. Invece ci siamo messi a litigare come il solito, e poi, al primo momento buono, t&#8217;ho spiattellato: guarda che sto morendo. Non sono cambiato. Autocompassione, narcisismo, insicurezza, e le piccole astuzie di tutti i bambini che vogliono attenzione e simpatia. Non ce l&#8217;ho fatta a crescere, io.<\/p>\n<p>&#8211; Se non vuoi che resti io a Venezia, vieni tu a Milano &#8211; lei dice.<\/p>\n<p>&#8211; A casa tua? Metti una sera a cena. Recitato col morto a tavola, questa volta.<\/p>\n<p>&#8211; Non pensavo a casa mia. Una clinica. Ma potrei starti vicina, ogni giorno.<\/p>\n<p>&#8211; No. Ho la registrazione. &#8211;<\/p>\n<p>&#8211; Ma dopo la registrazione?<\/p>\n<p>&#8211; No, io non potrei morire&#8230; &#8211; Si ferma, cercando una pi\u00f9 appropriata forma per ci\u00f2 che pensa. -E riprende: &#8211; Non potrei aspettare la morte in una citt\u00e0 diversa da questa. E non perch\u00e9 vi son nato e vissuto, la amo e la odio, ma perch\u00e9 le appartengo, come fossimo una cosa sola. \u00c8 malata come me. Milioni di cancri se la stanno mangiando, moriamo insieme, per me \u00e8 meno duro accettare. Hai mai letto &quot;Morte a Venezia&quot;? &#8211;<\/p>../../../../n_3Cp>&#8211; S\u00ec, forse s\u00ec, tanti anni fa. &#8211;<\/p>\n<p>&#8211; Anch&#8217;io l&#8217;avevo letta tanti anni fa e non ricordavo. Ora l&#8217;ho riletto. Sai, con un titolo simile, quando uno si trova nella mia condizione, uno va in cerca di tutto. Bene, mi sembra d&#8217;averlo capito soltanto ora, quel libro. \u00c8 la storia d&#8217;uno scrittore tedesco, un professore, uomo pieno di rettitudine e nobilissimi pensieri. Vieni qui al Lido, a passare una vacanza al Des Bains, e si prende una cotta spaventosa per un ragazzetto. Non lo sfiora nemmeno con un dito, si capisce, ma sta l\u00ec a mangiarselo con gli occhi, a morirci sopra coi pensieri. Bene, a Venezia, scoppia il clero, cio\u00e8 lui s&#8217;accorge che v&#8217;\u00e8 una epidemia gi\u00e0 in atto, che le autorit\u00e0 si sforzano di nascondere. E lui zitto. Oh, la gioia con cui presente che la propria labbra morale si mescoler\u00e0 con la immonda morte di tutti. Ed \u00e8 proprio cos\u00ec. Quando sei fottuto, l&#8217;unica cosa che pu\u00f2 consolarti \u00e8 che insieme a te siano fottuti anche gli altri. Sono pieno di odio da soffocare. &#8211;<\/p>\n<p>&#8211; Non \u00e8 vero. &#8211;<\/p>\n<p>&#8211; Alle volte incontro gente per strada, o in vaporetto, gente qualsiasi, mai vista,. Li guardo fisso e penso: Perch\u00e9 a me e non a loro? A me e non a loro? E li odio. Anche te. T&#8217;ho chiamata per odio. Per farti male.<\/p>\n<p>&#8211; Non \u00e8 vero &#8211; ripete lei senza stanchezza.<\/p>\n<p>Lui le posa una mano sui capelli, e le dice: &#8211; Non \u00e8 vero. Per\u00f2 tu non dire pi\u00f9 che resterai qui o che mi porterai a Milano. Io sono psichicamente debole. Lo sono sempre stato, immagina ora. Perci\u00f2 devi andartene col tuo rapido, senza fare storie.<\/p>\n<p>&#8211; C&#8217;\u00e8 ancora un treno dopo il rapido.<\/p>\n<p>&#8211; L&#8217;espresso delle 21,18. Arriva a Milano alle 0,12. &#8211;<\/p>\n<p>&#8211; Lasciami prender quello. &#8211;<\/p>\n<p>&#8211; Se mi prometti di non fare storie al momento di andartene. Non riuscirei a sopportarle dignitosamente. Prometti? &#8211;<\/p>\n<p>&#8211; Va bene.\u00bb<\/p>\n<p>Dicevamo che \u00abAnonimo veneziano\u00bb \u00e8 stato il film d&#8217;esordio alla regia per Enrico Maria Salerno, gi\u00e0 attore assai richiesto e considerato, anzi, uno dei migliori interpreti del cinema italiano degli anni Sessanta.<\/p>\n<p>Ma il successo travolgente del suo primo film da regista non si \u00e8 ripetuto n\u00e9 con \u00abCari genitori\u00bb, del 1973, n\u00e9 con \u00abEutanasia di un amore\u00bb, del 1978; sicch\u00e9 egli si \u00e8 deciso a tornare al suo ruolo di attore, senza per\u00f2 riuscire a reinserirsi adeguatamente nel mondo del cinema e dedicandosi, quindi, sempre pi\u00f9 spesso, alla televisione.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 ha fatto s\u00ec che, per la maggior parte dei critici cinematografici italiani, la sua breve stagione registica sia stata valutata come un tentativo tutto sommato velleitario e un po&#8217; estemporaneo, anche per i temi intimistici da lui trattati in anni in cui &#8211; il riflusso stava appena cominciando &#8211; il cinema era considerato ancora la roccaforte dell&#8217;ideologia militante, indipendentemente dai suoi meriti artistici e dalla consistenza degli argomenti proposti.<\/p>\n<p>Peccato.<\/p>\n<p>\u00c8 stato per merito di modalit\u00e0 di questo tipo che si \u00e8 consumato il divorzio tra pubblico e cultura, nell&#8217;Italia del secondo dopoguerra: quando un film, per essere bello, doveva essere apprezzato solo da un&#8217;\u00e9lite (rigorosamente progressista); ma, se aveva la sventura di piacere al pubblico, voleva dire che non era un bel film, o che non era intellettualmente onesto.<\/p>\n<p>Cose da Prima Repubblica, certo.<\/p>\n<p>Oggi, si capisce, non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec; la musica \u00e8 cambiata.<\/p>\n<p>Oppure no?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando Enrico Maria Salerno &#8211; tanto apprezzato come attore, quanto snobbato come regista &#8211; termin\u00f2 di girare \u00abAnonimo veneziano\u00bb, sceneggiato con la collaborazione di Giuseppe Berto,<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30143,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[14,26],"tags":[92],"class_list":["post-23298","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-un-film-al-giorno","category-cinema","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-cinema.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23298","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23298"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23298\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30143"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23298"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23298"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23298"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}