{"id":23216,"date":"2007-12-14T08:42:00","date_gmt":"2007-12-14T08:42:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/12\/14\/amico-e-nemico-in-carl-schmitt\/"},"modified":"2007-12-14T08:42:00","modified_gmt":"2007-12-14T08:42:00","slug":"amico-e-nemico-in-carl-schmitt","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/12\/14\/amico-e-nemico-in-carl-schmitt\/","title":{"rendered":"Amico e nemico in Carl Schmitt"},"content":{"rendered":"<p>Se vi \u00e8 un pensatore politico la cui opera sia pi\u00f9 che mai viva nel mondo contemporaneo, quegli \u00e8 il tedesco Carl Schmitt (1988-1986), le cui dottrine si possono vedere in controluce, ad esempio, nella <em>praxis<\/em> inaugurata dall&#8217;Amministrazione repubblicana statunitense dopo l&#8217;11 settembre del 2001 (ma in effetti, per chi sapeva vedere, anche assai prima di quella data e anche da parte di precedenti Amministrazioni, democratiche, di quella nazione).<\/p>\n<p>Carl Schmitt, gi\u00e0 membro del Consiglio di Stato prussiano e presidente dell&#8217;Associazione dei giuristi nazionalsocialisti durante il nazismo, proveniva da una famiglia del ceto operaio e di religione cattolica. In realt\u00e0, del cristianesimo (come dell&#8217;hegelismo) condivideva il pessimismo antropologico in quanto era convinto di una &quot;caduta&quot; dell&#8217;uomo da una condizione originaria di felicit\u00e0, che lo aveva reso &quot;cattivo&quot;; ma, a differenza del cristianesimo, non credeva in un suo possibile riscatto e pensava, con Machiavelli e con Hobbes, che l&#8217;unico mezzo per impedirgli di scatenare una guerra di tutti contro ciascuno fosse riposta in un potere statale forte, tanto pi\u00f9 necessario e tanto pi\u00f9 problematico ora che, con l&#8217;avvento della modernit\u00e0, erano venute meno le forme tradizionali della legittimit\u00e0 (ad esempio, il potere monarchico di diritto divino).<\/p>\n<p>Pertanto, in opere come <em>Romanticismo politico<\/em> (1919), <em>la dittatura<\/em> (1921), <em>Teologia politica<\/em> (1922), <em>Dottrina della costituzione<\/em> (1928), <em>Legalit\u00e0 e legittimit\u00e0<\/em> (1932), egli aveva fatto quanto stava in lui per affossare la Repubblica di Weimar, sostenendo che se lo stato di diritto si identifica con l&#8217;ordine giuridico, resta per\u00f2 da vedere <em>chi<\/em> abbia l&#8217;autorit\u00e0 di decidere, quale sia il soggetto della sovranit\u00e0. Infatti la norma, per poter essere efficace, deve potersi attuare all&#8217;interno di un ordine stabilito; ma ogni ordine stabilito nasce da una <em>decisione<\/em> che crei le condizioni affinch\u00e9 la norma possa avere efficacia. Ecco allora che la sovranit\u00e0 risiede in chi decide quello stato di eccezione che fonda la norma: la norma, dal canto suo, non pu\u00f2 essere fondante n\u00e9 originaria: originario \u00e8 lo stato di eccezione.<\/p>\n<p>La logica conclusione di tutto questo ragionamento \u00e8 che l&#8217;ordine costituito, in effetti, non riposa su di una norma ma su di una decisione. La decisione, a sua volta, non solo precede logicamente la fondazione della norma, bens\u00ec la precede anche storicamente, tanto pi\u00f9 che ogni qual volta le tendenze distruttive insite nella societ\u00e0 tendono a prevalere, l&#8217;ordine costituito viene messo in pericolo e si richiede, per ristabilirlo, un intervento eccezionale. Ma chi decide quando lo stato \u00e8 in pericolo ed \u00e8 necessario un potere dittatoriale per salvaguardarlo e ripristinarne l&#8217;autorit\u00e0? La norma non pu\u00f2 stabilire quando venga meno lo stato di normalit\u00e0 e subentri quello di eccezione; essa pu\u00f2 solo indicare chi, eventualmente, abbia il potere di intervenire per salvare lo stato dal disastro. In definitiva, quindi, la sovranit\u00e0 risiede in chi possiede l&#8217;autorit\u00e0 e solo un governo di eccezione, cio\u00e8 una dittatura, pu\u00f2 salvare lo stato dal collasso nei momenti di maggiore pericolo, non certo il regime parlamentare con le sue lungaggini, le sue faziosit\u00e0, la sua chiacchiera inconcludente che serve solo a mascherare l&#8217;impotenza e i calcoli sotterranei di una ipocrisia eretta a sistema. Certo, per il pensatore tedesco la dittatura deve essere &quot;temporanea&quot;, poich\u00e9 la sua funzione \u00e8 quella di superare e vincere le difficolt\u00e0 che minacciano l&#8217;ordine costituito; tuttavia il suo &quot;realismo&quot; politico, basato sulla convinzione che la politica \u00e8 necessaria perch\u00e9 gli uomini sono fondamentalmente cattivi, lo porta &#8211; sulla scia del <em>Leviatano<\/em> di Hobbes &#8211; a postulare la necessit\u00e0 di uno stato decisionista che sia pronto, mediante un atto rivoluzionario, a rifondare la norma in qualsiasi momento; ci\u00f2 che sfuma, e di molto, i confini tra dittatura temporanea e normalit\u00e0 giuridica.<\/p>\n<p>Non \u00e8 certo difficile vedere, in controluce a queste teorie di Carl Schmitt, sia il conferimento dei pieni poteri a Hitler dopo l&#8217;incendio del Reichstag a Berlino, sia la &quot;carta bianca&quot;, ossia la sospensione delle garanzie costituzionali, che George Bush <em>junior<\/em> ha ottenuto dal Congresso americano dopo il crollo delle Torri Gemelle a New York.<\/p>\n<p>Ma la filosofia politica di Schmitt sembra condurre inevitabilmente verso un tale esito anche per un altro motivo. Egli, infatti, sostiene che ogni forma statale viene elaborata in corrispondenza di un centro di riferimento spirituale che \u00e8 storicamente determinato e, quindi, muta via via col tempo. Nel Medioevo, ad esempio, il centro di riferimento spirituale universalmente accettato in Europa era di tipo teologico e si traduceva, nell&#8217;ambito del politico, in una teorizzazione delle monarchie di diritto divino, il cui scopo era imporre pace e giustizia sulla Terra a immagine e somiglianza del Regno dei Cieli, di cui era &#8211; per cos\u00ec dire &#8211; il riflesso mondano. Ma tra il Seicento e l&#8217;Ottocento i vari sistemi di riferimenti si sono succeduti a ritmo sempre pi\u00f9 veloce finch\u00e9, col XX secolo, il sistema di riferimento \u00e8 divenuto il mondo della tecnica. Ora, il mondo della tecnica \u00e8 teoricamente fruito, o fruibile, da tutti e diviene, pertanto, un centro di riferimento totale, il che esclude che esso possa fungere da terreno neutrale per lo scontro tra sistemi di riferimento antagonisti e da fucina per l&#8217;elaborazione di un nuovo centro. La tecnica diventa, cos\u00ec, il presupposto per ogni forma di vita organizzata e, non che costituire un modello di riferimento per le altre forme della vita sociale, finisce per essere l&#8217;elemento comune a tutte. Cade a questo punto la distinzione fra ci\u00f2 che \u00e8 politico e ci\u00f2 che non lo \u00e8; tutto diventa politico e tutto diventa parte della vita e del funzionamento dello stato; si origina lo <em>stato totale<\/em>.<\/p>\n<p>Ma, nello stato totale, caratterizzato dal fatto che in esso ogni forma di vita associata diventa statale, la politica stessa viene inglobata in una nuova realt\u00e0, ove politico e statale diventano un tutt&#8217;uno, inseparabile e indistinguibile. Questo significa anche, insieme alla fine dello &quot;stato classico&quot; &#8211; basato appunto sulla distinzione di statuale e politico &#8211; la fine della politica? No, perch\u00e9 nello stato totale emergono con prepotenza due categorie fondamentali che ne giustificano la dialettica interna: quella di &quot;amico&quot; e quella di &quot;nemico&quot;. Con il suo caratteristico disprezzo per il pensiero politico liberale, Schmitt mette bene in chiaro che l&#8217;antica distinzione fra amico e nemico, basata sul concetto di concorrenza, \u00e8 da considerarsi ormai del tutto superata. Amico e nemico sono ormai determinati, l&#8217;uno rispetto all&#8217;altro, dalla categoria di una radicale <em>alterit\u00e0<\/em>, ossia di una impossibilit\u00e0 di comporre indefinitamente i contrasti sul piano concreto, esistenziale, e quindi dalla necessit\u00e0 di ricorrere al conflitto mediante una <em>decisione.<\/em> Ed ecco che il cerchio si chiude: lo stato pu\u00f2 far valere la propria norma legale, e trovare la propria unit\u00e0 politica (superando e neutralizzando i dissensi interni) nella misura in cui ha di fronte un &quot;nemico&quot; &#8211; che, evidentemente, pu\u00f2 essere tanto esterno quanto interno &#8211; e decide, mediante una rottura dell&#8217;ordine costituzionale, di affrontarlo in no scontro totale.<\/p>\n<p>Ormai dovrebbe essere chiaro che, se il pensiero di Carl Schmitt va debitore a von Clausewitz del concetto di una guerra totale e teoricamente illimitata, e ad Heidegger del pessimismo esistenzialista per cui l&#8217;unica vera decisione \u00e8 quella di un essere-per-la-morte, altrettanto esso influenza sia quello di Severino (la tecnica come il luogo privilegiato del nichilismo dell&#8217;Occidente), che il nucleo dell&#8217;interpretazione storiografia di Ernst Nolte (lo stato nazista totalitario come &quot;risposta&quot; alla minaccia dello stato sovietico totalitario). Sono anche evidenti i legami tra la filosofia politica di Schmitt e la filosofia della storia di Spengler: gli anni della modernit\u00e0 e della tecnica sono &quot;decisivi&quot; perch\u00e9 preludono alla scontro totale fra stati totali, fra i quali non \u00e8 possibile alcuna durevole mediazione e sar\u00e0 la forza bruta a decidere quale risulter\u00e0 vincitore e degno di sopravvivere. Del pari evidenti le analogie, e le derivazioni, dal pensiero di J\u00fcnger: siamo ormai nell&#8217;<em>era dei titani<\/em> e non vi \u00e8 pi\u00f9 spazio per una risoluzione concordata dei conflitti politici; ogni conflitto \u00e8 un conflitto totale e richiede una soluzione radicale, che pu\u00f2 essere data solo mediante l&#8217;annientamento dell&#8217;avversario.<\/p>\n<p>Certo, \u00e8 cosa sin troppo facile indicare in Carl Schmitt un &quot;cattivo maestro&quot; e rimproverargli di aver fornito gli strumenti ideologici per legittimare uno dei pi\u00f9 spietati sistemi politici che la storia moderna abbia prodotto, con tutto il suo corollario di guerra, sofferenze e devastazioni. Tuttavia ci sembra doveroso ricordare come il concetto di societ\u00e0 totale \u00e8 gi\u00e0 implicito nei meccanisni tecnici, economici e finanziari propri della societ\u00e0 di massa e che la graduale erosione della distinzione fra politico e non politico \u00e8 iniziata molto prima che il filosofo tedesco la teorizzasse nelle sue opere. Noi, oggi, ne stiamo vivendo una fase alquanto avanzata, cos\u00ec avanzata che tendiamo a non rendercene neppure conto; infatti, siano gi\u00e0 quasi abituati a considerare normale una riduzione del &quot;privato&quot; ai minimi termini e, in nome dell&#8217;economia globalizzata, una sempre maggiore compenetrazione delle categorie del politico e dello statuale &#8211; anche se il nostro stato di cittadini occidentali del terzo millennio non \u00e8 pi\u00f9 lo stato-nazione ma bens\u00ec, come direbbero Toni Negri e Michael Hardt, <em>l&#8217;Impero<\/em> (che non coincide, se non in parte e temporaneamente, con l&#8217;Impero americano).<\/p>\n<p>Tuttavia potremmo riandare almeno alla prima guerra mondiale per trovare il primo esempio, nella storia contemporanea, di una guerra totale in senso ideologico (oltre che economico e sociale), cio\u00e8 finalizzata a ottenere la resa a discrezione dell&#8217;avversario e, possibilmente, il suo annientamento; e si ricordi che, infatti, il 1918 vide la distruzione di quattro Imperi secolari, uno dei quali &#8211; quello austro-ungarico &#8211; non sarebbe riapparso sulle carte geografiche nemmeno in forma riveduta e corretta, come lo fu per gli altri tre (il russo, il germanico e l&#8217;ottomano). Si paragoni, per fare un esempio, la moderazione di Metternich al congresso di Vienna del 1815, che accetta la tesi di Talleyrand sulla esclusiva responsabilit\u00e0 di Napoleone nel ventennio di guerre che avevano sconvolto l&#8217;Europa e riammette, con gli altri alleati, la Francia nel novero delle grandi potenze, con la ferma determinazione di Clemenceau, alla conferenza di Versailles del 1919, di imporre alla Germania una pace &quot;punitiva&quot;, tale da lasciarla prostrata, materialmente e moralmente, quanto pi\u00f9 a lungo possibile, facendo di tutto per impedirne la ripresa economica, politica e militare.<\/p>\n<p>Alla luce di tali precedenti storici, e anche dell&#8217;avvento del regime sovietico in Russia, con la creazione del primo stato veramente totalitario della storia, riesce difficile negare il fatto che Carl Schmitt si sia ispirato a un realismo politico che, pur se machiavellicamente brutale, in sostanza non inventava niente di nuovo ma si limitava a teorizzare e codificare una evoluzione della politica che era gi\u00e0 pienamente avviata nei fatti.<\/p>\n<p>Affinch\u00e9 il lettore posa farsi meglio una propria idea di quanto abbiamo qui sopra sostenuto, crediamo di rendergli un servizio utile riportando un passaggio decisivo di Carl Schmitt, l\u00e0 dove il filosofo delinea il suo concetto di ci\u00f2 che \u00e8 &quot;politico&quot; e opera la fondamentale (e funesta) distinzione tra amico e nemico quali categorie fondamentali della politica statuale (da <em>Le categorie del politico<\/em>, traduzione di P. Schiera, Bologna, Il Mulino, 1972, p. 108 sgg.). Non sar\u00e0 difficile notare, al tempo stesso, quali e quanti fili leghino il pensiero politico di Schmitt a quello di Giovanni Gentile, sostenitore dello &quot;stato etico&quot;: dal comune disprezzo per il pensiero politico liberale e per gli istituti della democrazia, all&#8217;abolizione della distinzione fra pubblico e privato in nome di uno stato che assorba in s\u00e9 anche l&#8217;intera sfera del privato.<\/p>\n<p><em>&quot;Si pu\u00f2 raggiungere una definizione concettuale del &#8216;politico&#8217; solo mediante la scoperta e la fissazione delle categorie specificamente politiche. Il &#8216;politico&#8217; ha infatti i suoi propri criteri che agiscono, in modo peculiare, nei confronti dei diversi settori concreti, relativamente indipendenti, del pensiero e dell&#8217;azione umana, in particolare del settore morale, estetico, economico,. Il &#8216;politico&#8217; deve perci\u00f2 consistere in qualche distinzione di fondo alla quale alla quale pu\u00f2 essere ricondotto tutto l&#8217;agire politico in senso specifico. Assumiamo che sul piano morale le distinzioni di fondo siano buono e cattivo; su quello estetico, bello e brutto; su quello economico, utile e dannoso oppure redditizio e non redditizio. Il problema \u00e8 allora se esiste come semplice criterio del &#8216;politico&#8217;, e dove risiede, una distinzione specifica, anche se non dello stesso tipo delle precedenti distinzioni, anzi indipendente da esse, autonoma e valida di per s\u00e9.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La specifica distinzione politica alla quale \u00e8 possibile ricondurre le azioni e i motivi politici, \u00e8 la distinzione di<\/em> amico (Freund) e <em>nemico<\/em> (Feind). <em>Essa offre una definizione concettuale, cio\u00e8 un criterio, non una definizione esaustiva o una spiegazione del contenuto. Nella misura in cui non \u00e8 derivabile da altri criteri, essa corrisponde per la politica, ai criteri relativamente autonomi delle altre contrapposizioni: buono e cattivo per la morale, bello e brutto per l&#8217;estetica e cos\u00ec via. In ogni caso essa \u00e8 autonoma non nel senso che costituisce un nuovo settore concreto particolare, ma nel senso che non \u00e8 fondata n\u00e9 su una n\u00e9 su alcuna delle altre antitesi, n\u00e9 \u00e8 riconducibile ad esse. Se la contrapposizione di buono e cattivo non \u00e8 identica senz&#8217;altro e semplicemente a quella di bello e brutto o di utile e dannoso, e non pu\u00f2 essere direttamente ridotta ad esse, ancor meno la contrapposizione di amico e nemico pu\u00f2 essere confusa con una delle precedenti. Il significato della distinzione di amico e nemico \u00e8 di indicare l&#8217;estremo rado di intensit\u00e0 di un&#8217;unione o di una separazione, di un&#8217;associazione o di una dissociazione; essa pu\u00f2 sussistere teoricamente e praticamente senza che, nello stesso tempo, debbano venir impiegate tutte le altre distinzioni morali, estetiche, economiche o di altro tipo. Non v&#8217;\u00e8 bisogno che il nemico politico sia moralmente cattivo o esteticamente brutto; egli non deve necessariamente presentarsi come concorrente economico e forse pu\u00f2 anche apparire vantaggioso concludere affari con lui. Egli \u00e8 semplicemente l&#8217;altro, lo straniero (der Fremde) e basta alla sua essenza che egli sia esistenzialmente, in un senso particolarmente intensivo, qualcosa d&#8217;altro e di straniero, per modo che, nel caso estremo, siano possibili con lui conflitti che non possano venir decisi n\u00e9 attraverso un sistema di norme prestabilite n\u00e9 mediante l&#8217;intervento di un terzo &#8216;disimpegnato&#8217; e perci\u00f2 &#8216;imparziale&#8217;.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La possibilit\u00e0 di una conoscenza e comprensione corretta e perci\u00f2 anche la competenza ad intervenire e decidere \u00e8 qui data solo dalla partecipazione e dalla presenza esistenziale. Solo chi vi prende parte direttamente pu\u00f2 porre termine al caso conflittuale estremo; in particolare solo costui pu\u00f2 decidere se l&#8217;alterit\u00e0 dello straniero nel conflitto concretamente esistente significhi la negazione del proprio modo di esistere e perci\u00f2 sia necessario difendersi e combattere, per preservare il proprio, peculiare modo di vita. Nella realt\u00e0 psicologica, il nemico viene facilmente trattato come cattivo e brutto, poich\u00e9 ogni distinzione di fondo, e soprattutto quella politica, che \u00e8 la pi\u00f9 acuta e intensiva, fa ricorso a proprio sostegno a tutte le altre distinzioni utilizzabili. Ci\u00f2 per\u00f2 non cambia niente quanto all&#8217;autonomia di quelle contrapposizioni. Vale perci\u00f2 anche il rovescio: ci\u00f2 che \u00e8 moralmente cattivo, esteticamente brutto ed economicamente dannoso, non ha bisogno di essere per ci\u00f2 stesso anche nemico; ci\u00f2 che \u00e8 buono, bello ed utile non diventa necessariamente amico, nel senso specifico, cio\u00e8 politico, del termine. La concretezza ed autonomia peculiare del &#8216;politico&#8217; appare gi\u00e0 in questa possibilit\u00e0 di separare una contrapposizione cos\u00ec specifica come quella di amico-nemico da tutte le altre e di comprenderla come qualcosa di autonomo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;I concetti di amico e nemico devono essere presi nel loro significato concreto, esistenziale, non come metafore o simboli; essi non devono essere mescolati e affievoliti da concezioni economiche, morali o di altro tipo, e meno che mai vanno intesi in senso individualistico-privato, come espressione psicologica di sentimenti e tendenze private. Non sono contrapposizioni normative o &#8216;puramente spirituali&#8217; .Il liberalismo ha cercato di risolvere, in un dilemma per esso tipico di spirito ed economia, il nemico in un concorrente, dal punto di vista commerciale, e in un avversario di discussione, dal punto di vista spirituale. In campo economico non vi sono nemici, ma solo concorrenti; in un mondo completamente moralizzato ed eticizzato solo avversari di discussone. Qui non viene assolutamente in discussione il problema se si ritenga riprovevole oppure no o se si consideri un retaggio atavico di tempi barbarici il fatto che i popoli continuano a raggrupparsi in base al criterio di amico e nemico, n\u00e9 ha rilevanza che si speri che tale distinzione possa un giorno essere abolita dalla terra, oppure chi si pensi che sia buono e giusto fingere, per scopi pedagogici, che non vi sono pi\u00f9 nemici. Qui non si tratta di finzioni e di normativit\u00e0, ma solo della plausibilit\u00e0 e della possibilit\u00e0 reale della nostra distinzione. Si possono condividere o meno quelle speranze e quelle tendenze pedagogiche, non si pu\u00f2 comunque ragionevolmente negare che i popoli si raggruppano in base alla contrapposizione di amico e nemico e che quest&#8217;ultima ancor oggi sussiste realmente come possibilit\u00e0 concreta per ogni popolo dotato di esistenza politica.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nemico non \u00e8 il concorrente o l&#8217;avversario in generale. Nemico non \u00e8 neppure l&#8217;avversario privato che ci odia in base a sentimenti di antipatia. Nemico \u00e8 solo un insieme di uomini che<\/em> combatte <em>almeno virtualmente, cio\u00e8 in base a una possibilit\u00e0 reale, e che si contrappone ad un altro raggruppamento umano dello stesso genere. Nemico \u00e8 solo il nemico<\/em> pubblico<em>, poich\u00e9 tutto ci\u00f2 che si riferisce ad un simile raggruppamento, e in particolare ad un intero popolo, diventa per ci\u00f2 stesso<\/em> pubblico. <em>Il nemico \u00e8 l&#8217;<\/em>hostis<em>, non l&#8217;<\/em>inimicus <em>in senso ampio: il<\/em> polemios <em>non l&#8217;<\/em>echthros. <em>La lingua tedesca, come altre, non distingue fra &#8216;nemico&#8217; privato e politico, cosicch\u00e9 sono possibili, in tal campo, molti fraintendimenti ed aberrazioni. Il citatissimo passo che dice \u00abamate i vostri nemici\u00bb (Matteo, 5, 44; Luca, 6, 27) recita<\/em> \u00ab<em>diligite<\/em> inimicos <em>vestros<\/em>\u00bb <em>e non \u00abdiligite<\/em> hostes <em>vestros\u00bb: non si parla qui del nemico politico. Nella lotta millenaria fra Cristianit\u00e0 ed Islam, mai un cristiano ha pensato che si dovesse cedere l&#8217;Europa, invece che difenderla, per amore verso i Saraceni o i Turchi. Non \u00e8 necessariamente odiare personalmente il nemico in senso politico, e solo nella sfera privata ha senso &#8216;amare&#8217; il proprio nemico, cio\u00e8 il proprio avversario. Quel passo della Bibbia riguarda la contrapposizione politica ancor meno di quanto non voglia eliminare le distinzioni di buono e cattivo, di bello e brutto. Esso soprattutto non comanda che si debbano amare i nemici del proprio popolo e che li si debba sostenere contro di esso.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Quanti di noi, riflettendo sul concetto di Carl Schmitt che lo stato pu\u00f2 far valere la propria norma legale, e trovare la propria unit\u00e0 politica solo nella misura in cui ha di fronte un &quot;nemico&quot;, non saranno corsi col pensiero all&#8217;attacco americano contro l&#8217;Afghanistan e contro l&#8217;Iran, agli abusi di Guantanamo, alle minacce di guerra contro l&#8217;Iran? E a quanti, leggendo la frase in cui sostiene che solo chi partecipa direttamente al conflitto \u00e8 in grado di <em>&quot;decidere se l&#8217;alterit\u00e0 dello straniero nel conflitto concretamente esistente significhi la negazione del proprio modo di esistere e perci\u00f2 sia necessario difendersi e combattere, per preservare il proprio, peculiare modo di vita&quot;<\/em>, non sono tornati alla mente i ritornelli mediatici con i quali si tent\u00f2 di giustificare politicamente sia la prima che la seconda guerra del Golfo? L&#8217;Occidente deve combattere, si disse, non solo e non tanto per difendere il controllo dei giacimenti di petrolio, quanto per preservare il suo modo di vita: i quattro pasti caldi ogni giorno, il calore dei termosifoni, l&#8217;uso dell&#8217;automobile privata. Goffi tentativi di dare un minimo di dignit\u00e0 ideologica a due guerre di aggressione tipicamente imperiali, in confronto ai quali, istintivamente, ci viene voglia di preferire la prosa secca, brutale, non-emotiva di Carl Schmitt.<\/p>\n<p>Almeno il filosofo tedesco, come del resto il suo maestro Machiavelli, non pretendeva di fare della morale sulla pelle dell&#8217;avversario vinto e spogliato di tutti i suoi beni, come fanno i neoconservatori dell&#8217;Amministrazione repubblicana statunitense.<\/p>\n<p>Cos\u00ec come, del resto, il &quot;cannibale felice&quot; di Montaigne (di cui abbiamo parlato in un recente articolo) uccideva i suoi nemici <em>solo<\/em> per mangiarseli, e non perch\u00e9 non era riuscito a convertirli alla sua religione o ai suoi costumi o alla sua visione della vita.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Se vi \u00e8 un pensatore politico la cui opera sia pi\u00f9 che mai viva nel mondo contemporaneo, quegli \u00e8 il tedesco Carl Schmitt (1988-1986), le cui<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30157,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[41],"tags":[141,258],"class_list":["post-23216","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-filosofia-politica","tag-filosofia","tag-thomas-hobbes"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-filosofia-politica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23216","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23216"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23216\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30157"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23216"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23216"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23216"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}