{"id":23199,"date":"2016-10-04T07:12:00","date_gmt":"2016-10-04T07:12:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/10\/04\/nellera-della-globalizzazione-abbiamo-una-ragione-in-piu-per-amare-la-patria\/"},"modified":"2016-10-04T07:12:00","modified_gmt":"2016-10-04T07:12:00","slug":"nellera-della-globalizzazione-abbiamo-una-ragione-in-piu-per-amare-la-patria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/10\/04\/nellera-della-globalizzazione-abbiamo-una-ragione-in-piu-per-amare-la-patria\/","title":{"rendered":"Nell\u2019era della globalizzazione abbiamo una ragione in pi\u00f9 per amare la Patria"},"content":{"rendered":"<p>Uno degli argomenti pi\u00f9 classici con i quali una certa cultura politica vorrebbe persuaderci del fatto che il concetto di Patria \u00e8 ornai obsoleto, e che &#8212; oltretutto &#8211; \u00e8 incompatibile con le identit\u00e0 locali, con l&#8217;amore per la propria regione, provincia o citt\u00e0, \u00e8 che lo Stato nazionale risulta doppiamente anacronistico: al livello della globalizzazione, perch\u00e9 troppo piccolo per contare ancora qualcosa; al livello delle autonomie locali, perch\u00e9 la sua sola esistenza rappresenterebbe un ostacolo o, quanto meno, una potenziale minaccia nei loro confronti. Insomma lo Stato-nazione, troppo misero per opporsi ai giganteschi processi di ristrutturazione mondiale, sarebbe pur sempre troppo forte, troppo ingombrante, troppo accentratore, per poter coesistere con una rete di identit\u00e0 locali e con le autonomie che ne sono il naturale prolungamento amministrativo.<\/p>\n<p>Vediamo, dunque, se queste due argomentazioni poggiano sopra una solida base, oppure no.<\/p>\n<p>Lo Stato nazionale sarebbe troppo piccolo su scala globale per incidere, per contare ancora qualcosa, per poter rappresentare con sufficiente incisivit\u00e0 i propri interessi vitali? Innanzitutto, bisognerebbe vedere di quale Stato nazionale stiamo parlando: perch\u00e9 gli Stati Uniti, la Russia o la Cina, evidentemente, non sono la stessa cosa della Svizzera o del Belgio (e, a rigor di termini, n\u00e9 gli uni, n\u00e9 gli altri, sono dei veri Stati-nazione, bens\u00ec degli imperi multietnici quelli del primo gruppo, e degli stati plurinazionali quelli del secondo). Certamente una grande potenza, come gli Stati Uniti, non \u00e8 troppo piccola su scala mondiale; anzi, \u00e8 grande abbastanza da poter esercitare una sorta di predominio globale, sia a livello finanziario ed economico, sia a livello politico e strategico. Piccoli stati come la Svizzera, o il Belgio, o il Lussemburgo, o la Slovenia, non hanno un peso politico e militare sullo scenario planetario; ci\u00f2 non toglie che, se bene amministrati e governati con un minimo di saggezza, possano proteggere discretamente i loro interessi essenziali, o, quanto meno, evitare che essi vengano calpestati impunemente, magari, all&#8217;occorrenza, facendo appello ai maggiori organismi internazionali. Se, poi, risultano impotenti a fronteggiare situazioni specifiche, come, ad esempio, il flusso incontrollato di immigrati\/profughi\/invasori, principalmente islamici, ci\u00f2 non dipende tanto dalle loro dimensioni, visto che nemmeno l&#8217;Unione Europea si \u00e8 rivelata capace di farlo; e lo stesso pu\u00f2 dirsi per gli stessi Stati Uniti d&#8217;America, praticamente impotenti a sorvegliare e rendere impermeabile la frontiera con il Messico. Stessa cosa per le grandi dinamiche finanziarie: una crisi del mercato mondiale pu\u00f2 mettere in ginocchio la Svizzera, ma pu\u00f2 mettere in ginocchio anche le maggiori potenze: dunque, non \u00e8 un problema di dimensioni.<\/p>\n<p>Restano gli Stati nazionali di medie dimensioni, fra i quali l&#8217;Italia: in genere, ex grandi potenze declassate dal suicidio dell&#8217;Europa nelle due guerre mondiali, non per\u00f2 fino al punto di essere divenuti ininfluenti. La Gran Bretagna, che ha conservato la sovranit\u00e0 monetaria pur aderendo all&#8217;Unione Europea (da cui, ora, si appresta ad uscire), mostra che uno Stato nazionale di medie dimensioni pu\u00f2 conservare margini di autonomia anche a livello finanziario ed economico in un mondo sempre pi\u00f9 globalizzato e dominato dalle grandi concentrazioni bancarie e assicurative. L&#8217;Italia, che, nonostante il deficit, possiede un grosso capitale di risparmio privato e una pi\u00f9 che ragguardevole riserva aurea, ha conquistato una delle prime cinque posizioni economiche mondiali fra gli anni &#8217;50 e &#8217;70 del XX secolo: e, a dispetto delle ironie di uomini politici come il ministro Alfano a proposito della nostra vecchia &quot;liretta&quot;, alla quale sarebbe ridicolo anche solo pensare di voler tornare, sta di fatto che quella &quot;liretta&quot; si impose al rispetto dei poteri economici mondiali e delle stesse &quot;Cinque sorelle&quot; del petrolio.<\/p>\n<p>Che uno Stato nazionale delle dimensioni dell&#8217;Italia, o della Francia, o della Germania, sia, pertanto, un anacronismo nell&#8217;era della globalizzazione, \u00e8 tutto da dimostrare. Pu\u00f2 darsi che sar\u00e0 cos\u00ec fra cinquanta o cento anni; ma, ora come ora, nulla permette di affermarlo, a meno di subire una sudditanza psicologica nei confronti di quei processi di concentrazione politica e finanziaria mondiale ai quali, in teoria, si pretenderebbe di cercare una risposta o una alternativa. Resta da vedere se esso costituisca una minaccia o una inevitabile limitazione alla valorizzazione delle piccole patrie locali, delle regioni, delle citt\u00e0; se \u00e8 vero che, per il solo fatto di esistere, l&#8217;Italia non pu\u00f2 che bloccare ogni idea di autonomia e di autogestione per le regioni che la compongono. Ora, che cos\u00ec non sia, lo dimostra la realt\u00e0 di altri Stati-nazione d&#8217;Europa, a cominciare dalla Germania: non \u00e8 l&#8217;esistenza di un forte Stato nazionale che impedisce la fioritura economica e l&#8217;autonomia amministrativa della Baviera. Il problema non \u00e8 l&#8217;esistenza dello Stato-nazione in quanto tale, ma il fatto che esso sia impostato su di un sistema di governo centralizzato e burocratico, oppure no. E il centralismo \u00e8, molto spesso, il risultato di una debolezza, non di una forza, da parte dello Stato: cos\u00ec \u00e8 stato per l&#8217;Italia subito dopo &#8216;Unit\u00e0, quando i governi della Destra storica scelsero quella via proprio nel timore di vedere sgretolarsi rapidamente l&#8217;opera delle loro mani, sotto le molteplici spinte centrifughe. Quanto all&#8217;autonomia amministrativa e finanziaria, \u00e8 chiaro che essa si trova in relazione con il sistema dei partiti, pi\u00f9 che con la natura dello Stato-nazione: perch\u00e9 un sistema di partiti &quot;leggero&quot; e una gestione amministrativa efficiente e trasparente si pu\u00f2 coniugare benissimo, come avviene &#8212; appunto &#8212; in Germania, con un alto margine di autonomie locali e un pieno sviluppo del federalismo. Di conseguenza, nulla vieta di pensare che lo Stato-nazione, non che rappresentare un intralcio e un anacronismo in tempi di globalizzazione e di identit\u00e0 locali, sia, al contrario, il necessario <em>trait-d&#8217;union<\/em> fra il livello della grande economia e della grande politica mondiale, e quello delle piccole patrie e delle autonomie locali.<\/p>\n<p>Su questo tema, pagine illuminanti sono state scritte da Marcello Veneziani, un intellettuale libero dalla tradizione statalista e ottocentesca della cultura di sinistra, culminata nell&#8217;elefantiasi dello Stato-mamma e dello Stato assistenziale, che si regge sulle sue stesse contraddizioni ed \u00e8 talmente sclerotizzato da non sopportare la pi\u00f9 piccola modifica, pena il rischio che crolli l&#8217;intero sistema. Nello Stato assistenziale neomarxista oggi vigente (nella versione buonista e &quot;misericordiosa&quot; catto-comunista: quella, per intenderci, che fornisce di case e di denaro i cosiddetti profughi, e lascia andare a fondo milioni d&#8217;Italiani impoveriti dalla spirale perversa della crisi e della stessa globalizzazione), \u00e8 impossibile licenziare un bidello o un vigile assenteisti, o un impiegato postelegrafonico disonesto, per l&#8217;immediata levata di scudi dei sindacati e per l&#8217;esistenza di una legislazione ispirata al marxismo e applicata con zelo da una pletora di magistrati di sinistra, del tutto indifferenti al bene della nazione, ma solo pietosi del singolo individuo, anche se non meritevole di piet\u00e0 alcuna; cos\u00ec come \u00e8 impossibile immaginare una riforma fiscale, una riforma della giustizia, o anche solo una riforma del codice stradale, per l&#8217;immediato insorgere di cento e cento poteri corporativistici, egoisti, ciecamente attaccati ai loro medievali privilegi di casta e alle inutili poltrone che ne rendono possibile il perpetuarsi. Tutta questa palude miasmatica fa capo ai partiti di massa, bacino collettore di tutte le corruzioni, di tutti i clientelismi, di tutti gli intrallazzi, e vera e propria sanguisuga del tessuto sociale e lavorativo ancora sano: un sistema che vive parassitando le attivit\u00e0 produttive, cancellando il merito, ignorando i talenti e costringendo ad emigrare migliaia e migliaia di giovani laureati di valore, per poter assegnare cattedre, posti e relativi stipendi ai parenti e agli amici degli amici dei partiti.<\/p>\n<p>Ma questa degenerazione, questa patologia, questa aberrazione dello Stato-nazione, non rappresenta l&#8217;essenza dello Stato-nazione: esso incarna un&#8217;idea ancor viva e vitale, quella di una comunit\u00e0 di cittadini unificati dalla lingua, dalla memoria, dalla tradizione, dalla cultura, dalla storia, dalla geografia, dalle leggi, dalla religione (o, comunque, dalla tradizione religiosa: e qui appare la miseria delle ideologie laiciste e materialiste, le quali, per odio antireligioso, negano e combattono l&#8217;identit\u00e0 e la tradizione cattolica del nostro Paese; quasi che una identit\u00e0 si potesse improvvisare, o cambiare come un vestito sporco).<\/p>\n<p>Scriveva, dunque, Marcello Veneziani nel suo saggio di quasi tre lustri or sono, ma pi\u00f9 che masi attuale, <em>La cultura della destra<\/em> (Bari, Laterza, 2002, pp. 29-36):<\/p>\n<p><em>\u00a0Adeguare l&#8217;Italia anormale a una, identificata col paradigma \u00a0occidentale e moderno, ideologicamente interpretato. Questo l&#8217;imperativo per l&#8217;eutanasia di una patria.\u00a0 Compito di una cultura della destra \u00e8 quello di demistificare i pregiudizi che sorgono intorno a questo dogma. Quali pregiudizi? Proviamo a declinarli.<\/em><\/p>\n<p><em>Il primo dei pregiudizi recita: l&#8217;Italia \u00e8 un paese con un&#8217;identit\u00e0 nazionale posticcia, debole e malcerta. Quest&#8217;interpretazione \u00e8 succuba, magari senza averne de tutto consapevolezza, di una lettura neohegeliana (magari con retrogusto giacobino), come vuole la pi\u00f9 forte tradizione culturale dell&#8217;Italia unita (dai fratelli Spaventa a Croce e Gentile, fino a Gramsci, all&#8217;italomarxismo e all&#8217;azionismo), secondo cui una nazione nasce dallo Stato, perch\u00e9 \u00e8 lo Stato a formare i cittadini, educandoli alla nazione. Dunque si pu\u00f2 parlare di identit\u00e0 nazionale solo a partire dal 17 marzo 1861, con la proclamazione dello Stato unitario. [&#8230;] questa diffusa interpretazione, la lettura della destra dovrebbe invece opporre la lettura che Gioacchino Volpe contrappose a Croce: ovvero l&#8217;idea che il Risorgimento non segna la nascita della nazione italiana ma il nuovo &quot;sorgimento&quot; di un&#8217;identit\u00e0 nazionale pre-esistente e pre-politica che vuol farsi anche identit\u00e0 politica, istituzionale e statuale. Perch\u00e9 l&#8217;identit\u00e0 italiana, spiegava Volpe, precede di secoli lo Stato unitario, affonda le radici nella romanit\u00e0 e nel medioevo, per poi assumere forma letteraria e unit\u00e0 linguistica a partire dai grandi poeti e scrittori in lingua italiana (1927). [&#8230;] L&#8217;unit\u00e0 italiana \u00e8 culturale, linguistica e spirituale, prima che militare, politica e istituzionale. Esiste una &quot;koin\u00e9&quot; nazionale, maturata nel crocevia del cattolicesimo, dello spirito mediterraneo e della cultura rinascimentale, sulle solide basi della civilt\u00e0 romana. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Il secondo corrente pregiudizio passa dalla precedente descrizione di un&#8217;identit\u00e0 nazionale fittizia alla prescrizione di un&#8217;Italia da rimuovere perch\u00e9 l&#8217;identit\u00e0 nazionale sarebbe una palla al piede nell&#8217;epoca globale. Viene cos\u00ec sancita una sorta d&#8217;incompatibilit\u00e0 fra italianit\u00e0 e modernit\u00e0. Le vicissitudini di questi anni mostrano, al contrario, che in Europa e nella societ\u00e0 globale si conta qualcosa se si \u00e8 qualcuno, se si rappresentano interessi e sistemi coesi e se si conta su un solido sistema-paese [&#8230;]La progressiva scomparsa dello Stato nazionale pu\u00f2 essere al pi\u00f9 una previsione di lungo periodo applicata impropriamente al nostro presente; attualmente \u00e8 solo una congettura funzionale a interessi transnazionali e a volte transpolitici di tipo oligarchico. O, peggio, \u00e8 un&#8217;arma usata da Stati nazionali egemoni rispetto ad altri pi\u00f9 deboli. [&#8230;] La differenza tra le oligarchie transnazionali e le classi dirigenti nazionali \u00e8 dunque sostanziale:le prime configurano un potere di pochi finalizzato all&#8217;interesse di pochi, le secondo configurano un potere di pochi che deve per\u00f2 rispondere all&#8217;interesse di tanti. Dunque, l&#8217;identit\u00e0 nazionale (e la sua emanazione, il sistema-paese, lo Stato nazionale) non \u00e8 una palla al piede nell&#8217;epoca della globalizzazione, ma un atto finora insostituibile per governare gli effetti della mondializzazione. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Il terzo pregiudizio riguarda le spinte secessioniste interpretate come una reazione all&#8217;invadenza dello Stato e alla pervadenza della nazionalizzazione. Insinuiamo il dubbio inverso: e se le spinte separatiste in Italia fossero fiorite, al contrario, sulla debolezza dello Stato e sull&#8217;evanescenza di una pubblica coscienza nazionale? E se fosse il deficit di autorevolezza dello Stato pi che il surplus di autoritarismo a generare le spinte verso la secessione? Non \u00e8 l&#8217;eccesso di potenza dello Stato che spinge a perseguire la separazione, ma la sua flaccida obesit\u00e0, il dilatarsi dello statalismo come una specie di bulimia dello Stato, una perdita di efficacia e di efficienza. La storia del nostro paese mostra che lo statalismo non nasce come una malattia dello Stato ma come una patologia della partitocrazia che occupa lo Stato e, tramite la sua dilatazione a dismisura, consolida e amplifica il consenso e il controllo della societ\u00e0, allargando anche il suo ceto di funzionari e conniventi. Quando lo Stato \u00e8 invaso dai partiti nasce lo statalismo. \u00a0[&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Il quarto pregiudizio stabilisce una netta incompatibilit\u00e0 tra le identit\u00e0 locali e l&#8217;identit\u00e0 nazionale, che d\u00e0 luogo a un antagonismo radicale. Il punto debole di questo antagonismo \u00e8 nella convinzione che identit\u00e0 nazionale si identifichi con centralismo e statalismo e che viceversa localismo si identifichi con rivolta anti-politica. Una nuova cultura della destra non pu\u00f2 che confutare l&#8217;opposizione tra piccole patrie e patrie nazionali. Proprio l&#8217;avvento della globalizzazione mostra che il nemico delle identit\u00e0 e delle origini non \u00e8 l&#8217;identit\u00e0 pi\u00f9 grande o l&#8217;identit\u00e0 altrui, ma la negazione del principio di identit\u00e0, il rifiuto delle origini e della tradizione. L&#8217;antagonista delle patrie locali \u00e8 l&#8217;uniformit\u00e0 mondiale e non la differenza nazionale.[&#8230;] Oggi l&#8217;identit\u00e0 locale e l&#8217;identit\u00e0 nazionale si trovano oggettivamene dalla stessa parte, nel segno delle identit\u00e0 comunitarie, rispetto alla mondializzazione che on riconosce senso alle patrie. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Il quinto pregiudizio ritiene che l&#8217;amor patrio sia portatore di intolleranza e di aggressivit\u00e0 verso l&#8217;altro., identificato nello straniero e oggi ancor pi\u00f9 nell&#8217;immigrato. Anche questo pregiudizio si fonda sull&#8217;identificazione automatica tra amor patrio e nazionalismo, cos\u00ec come lo abbiamo conosciuto nel secolo scorso; ovvero una passione nazionale fondata sulla volont\u00e0 di potenza e sull&#8217;esclusivismo. Ma non c&#8217;\u00e8 nessuna ragione di credere che l&#8217;amor patrio debba necessariamente esprimersi in un primato aggressivo della propria nazione e in una negazione dell&#8217;altrui identit\u00e0. [&#8230;] La scommessa di una nuova cultura di destra \u00e8 quella di riconoscere esistenza e dignit\u00e0 ai legami comunitari, religiosi e perfino etnici, per integrarli, fuori da ogni nazionalismo e fondamentalismo, nel nostro tempo. Nella convinzione che le societ\u00e0 con un miglior rapporto con la propria identit\u00e0 sono in grado di accogliere e metabolizzare lo straniero meglio delle societ\u00e0 con una debole e sfuggente identit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>E questo ci introduce all&#8217;ultimo pregiudizio corrente in tema di amor patrio: la convinzione che l&#8217;unico amor patrio ammissibile nel nostro tempo e compatibile con i valori umani sia separato da ogni legame di ordine religioso. Cresce la tolleranza verso ogni diversit\u00e0 laddove decresce il peso pubblico delle credenze religiose; cresce il senso di cittadinanza e la lealt\u00e0 verso le istituzioni, se decresce il legame religioso e la lealt\u00e0 verso la propria chiesa. Chi crede nella Verit\u00e0 e negli Assoluti non sarebbe disposto a rispettare l&#8217;altrui opinione e gi altrui valori. la storia delle societ\u00e0 occidentali e pi\u00f9 ancora dell&#8217;Italia negli ultimi trent&#8217;anni \u00e8 la dimostrazione lampante che la scomparsa di un comune orizzonte religioso e civile non agevola la convivenza e la comunicazione pi\u00f9 di quanto non la degradi e non la intristisca. \u00a0L&#8217;esperienza dei regimi totalitari e delle ideologie immanentistiche, dal giacobinismo in poi, dimostra che l&#8217;ateismo militante, o comunque il rifiuto di una dimensione religiosa, pu\u00f2 produrre fantasmi e orrori anche peggiori di quelli compiuti nel nome della fede o di dio. Viceversa, il reticolo della solidariet\u00e0 civile si alimenta di quell&#8217;humus religioso e della comunanza di pratiche, valori e certezze religiose, rispetto alla vita e alla morte (non a caso religione deriva da &quot;re-ligare&quot; e allude al legame sociale, oltre che teologico). E deperisce quando, come nel caso italiano,la scristianizzazione alimenta l&#8217;egoismo e il familismo amorale, a fianco di un familismo virtuoso che \u00e8 ancora vitale nella nostra societ\u00e0 e affonda le sue radici proprio nella sensibilit\u00e0 religiosa&#8230;<\/em><\/p>\n<p>Veneziani, dunque, passa in rassegna, uno dopo l&#8217;altro i sei principali pregiudizi esistenti nella cultura odierna contro lo Stato-nazione e contro la sua necessit\u00e0 storica, o la sua utilit\u00e0, nella fase politica attuale: lo fa con molta acutezza e con molta libert\u00e0 dai condizionamenti e dagli stereotipi del Pensiero Unico, cosa divenuta ormai piuttosto rara.<\/p>\n<p>Giustamente, poi, egli fa notare quanto sia importante la tradizione religiosa, nel complesso di una data tradizione nazionale: diciamo pure che si tratta di un elemento essenziale, se non dell&#8217;elemento veramente essenziale. Sarebbe mai nata l&#8217;Europa, dalle ceneri della civilt\u00e0 greco-romana, senza l&#8217;elemento vivificante e unificante del cristianesimo? E cosa sarebbe l&#8217;Europa, oggi, se fosse priva di quella traduzione? Ecco perch\u00e9 riescono pi\u00f9 che sospetti l&#8217;accanimento, l&#8217;ostinazione, la testardaggine con i quali la cultura massonica e laicista, ormai imperante nel nostro continente, si propone, da almeno due secoli e mezzo, di estirpare completamente quella tradizione: perch\u00e9 una Europa senza pi\u00f9 nemmeno il ricordo delle sue radici cristiane, sarebbe un continente votato all&#8217;autodistruzione. Oggi, che siamo alle prese con la sfida della immigrazione\/invasione da parte di milioni d&#8217;individui di religione islamica, ben decisi a rimanere attaccati alla loro tradizione e ad impiantarla nel cuore dell&#8217;Europa, anche i ciechi &#8212; purch\u00e9 siano in buona fede &#8212; dovrebbero incominciare a vedere una semplice verit\u00e0, finora rimasta apparentemente in ombra: che quando un popolo, o un gruppo di popoli, recidono con le loro stesse mani la tradizione religiosa che li ha formati, li ha cresciuti, li ha resi adulti, si mettono automaticamente sulla strada dell&#8217;auto-annientamento, e sono maturi per cadere sotto il tallone del primo venuto il quale abbia, invece, in forte senso di appartenenza religiosa.<\/p>\n<p>Pertanto, alla domanda: <em>Si pu\u00f2 ancora amare la Patria, nell&#8217;era della globalizzazione?<\/em> Non sar\u00e0 una cosa anacronistica, sbagliata, e oltretutto un po&#8217; patetica, qualcosa che ricorda il maestro del libro <em>Cuore<\/em> di De Amicis e le sue lezioni a quella classe torinese del 1881-82? E la risposta, dopo quanto abbiamo detto, \u00e8 sicuramente: s\u00ec, la si pu\u00f2 ancora amare, anzi, vi sono pi\u00f9 ragioni per amarla e per volerla difendere, di quante ve ne fossero centocinquanta anni fa. In fondo, lo Stato-nazione e le realt\u00e0 locali si trovano dalla stessa parte della barricata, minacciati entrambi, come di fatto lo sono, dai meccanismi spietati di una globalizzazione dominata dalla finanza internazionale. Non \u00e8 inscritto nel loro DNA il destino di essere nemici: non \u00e8 vero che lo Stato-nazione e le piccole patrie sono due realt\u00e0 fra loro incompatibili. Entrambe fanno appello alle radici, alla tradizione, alla memoria; entrambe guardano al futuro, partendo dalla realt\u00e0 presente, senza lasciarsi ipnotizzare dai meccanismi della globalizzazione; ed entrambe sono ricche di anima, laddove il paesaggio, materiale e spirituale, della globalizzazione, ne \u00e8 sempre pi\u00f9 sprovvisto.<\/p>\n<p>Al deficit di anima, al crescente estraniamento, alla disumanizzazione che caratterizzano il mondo globalizzato, dove tutti mangiano hamburger da McDonald&#8217;s e bevono <em>Coca-Cola<\/em>, fanno da contrasto sia i singoli Stati-nazione, con la loro ricca tradizione nazionale, sia le mille e mille realt\u00e0 locali, le piccole patrie, le autonomie locali, portatrici, a loro volta, di valori identitari quali il dialetto, l&#8217;artigianato, l&#8217;architettura rustica, la cucina, le cerimonie profane e religiose, il culto dei santi locali, le specificit\u00e0 dell&#8217;agricoltura, dell&#8217;allevamento, della pesca, con tutti i loro riflessi sociali e culturali.<\/p>\n<p>E tutto questo ha un nome: si chiama Patria; che non \u00e8 una parolaccia, inventata dai fascisti o dai nazisti, e quindi impronunciabile ai nostri giorni, ma \u00e8 sempre esistita, ed ha una etimologia dolcissima: <em>la terra dei propri padri<\/em>&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Uno degli argomenti pi\u00f9 classici con i quali una certa cultura politica vorrebbe persuaderci del fatto che il concetto di Patria \u00e8 ornai obsoleto, e che<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30178,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[56],"tags":[133,178],"class_list":["post-23199","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-politica","tag-europa","tag-italia"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-politica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23199","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23199"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23199\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30178"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23199"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23199"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23199"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}