{"id":23188,"date":"2007-03-08T07:21:00","date_gmt":"2007-03-08T07:21:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/03\/08\/amalasunta-e-la-crisi-del-regno-ostrogoto-526-535\/"},"modified":"2007-03-08T07:21:00","modified_gmt":"2007-03-08T07:21:00","slug":"amalasunta-e-la-crisi-del-regno-ostrogoto-526-535","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/03\/08\/amalasunta-e-la-crisi-del-regno-ostrogoto-526-535\/","title":{"rendered":"Amalasunta e la crisi del regno ostrogoto (526-535)"},"content":{"rendered":"<p><em>1. La crisi del regno ostrogoto.<\/em><\/p>\n<p>Teoderico moriva a Ravenna del 526, ma gi\u00e0 a partire dalla fine del 523 o dall&#8217;inizio del 524, con la messa in stato d&#8217;accusa del senatore Albino per complotto contro lo Stato e, poco dopo, anche di Boezio (1), la sua politica aveva subito una svolta decisiva. Fino a quel momento e per un periodo di venticinque anni (era entrato in Italia nel 489, e nel 493 aveva eliminato definitivamente il suo avversario Odoacre) (2), la sua azione politica interna era stata diretta verso il duplice obiettivo di favorire la coesistenza pacifica di Latini e Ostrogoti e di conservare al tempo stesso, quanto pi\u00f9 a lungo possibile, la supremazia di questi ultimi in terra italiana. Perci\u00f2 egli da un lato si era sforzato di risollevare a nuovo prestigio la cultura latina, le prerogative formali del Senato, le antiche cariche amministrative cadute quasi in discredito, promuovendo anche il restauro degli antichi edifici (3) e la ripresa dell&#8217;annona gratuita e dei giochi circensi; dall&#8217;altro aveva ribadito la separazione delle competenze fra le due stirpi, riservando alla gotica l&#8217;esercizio della milizia; aveva proibito i matrimoni misti e, pur rispettando la libert\u00e0 d&#8217;azione della Chiesa cattolica, aveva mantenuto la netta separazione fra cattolicesimo latino e arianesimo ostrogoto. Poteva apparire tale politica &#8211; e, in effetti, lo era &#8211; contraddittoria e, alla lunga, schizofrenica, ma Teoderico era preoccupoato di evitare una troppo rapida assimilazione dei suoi pochi Ostrogoti (circa 200-270.000 persone) entro la massa della popolazione italica. (4) Scesi nella Penisola come conquistatori, essi guardavano con disprezzo al popolo vinto e, nella gran maggioranza, vedevano con sospetto il loro re circondarsi di consiglieri e ministri latini, da essi giudicati malfidi. Le loro preoccupazioni vennero alimentate dal progressivo addensarsi delle minacce sui confini del regno ostrogoto: a nord-est, da parte dei bellicosi Franchi (5); a sud, da parte dei Vandali (6); e soprattutto a sud-est, da parte dell&#8217;Impero Bizantino, mai del tutto rassegnato alla perdita definitiva delle province occidentali (7) Teoderico aveva bens\u00ec cercato di costituire, parte per via diplomatica e parte per via militare, un sistema politico che legasse al regno ostrogoto i vari potentati romano-barbarici, nonch\u00e9 di mantenere un atteggiamento di deferente ma formale cordialit\u00e0 con la corte di Costantinopoli: ma l&#8217;uno e l&#8217;altro obiettivo erano stati mancati. In Gallia, i Franchi cattolici di Clodoveo si erano enormemente rafforzati a danno dei Visigoti ariani, e solo l&#8217;intervento teodericiano aveva potuto impedir loro di espandersi fino all&#8217;agognato Mediterraneo; in Africa i vandali avevano assunto un atteggiamente decisamente ostile, culminato nell&#8217;arresto e, pi\u00f9 tardi, nella condanna a morte di Amalafrida, sorella di Teoderico e sposa del defunto re Trasemundo; a Costantinopoli, infine, l&#8217;imperatore Giustino, dopo un periodo di buone relazioni con il regno ostrogoto, inaugurava una politica violentemente anti-ariana, preludio &#8211; forse &#8211; a pi\u00f9 gravi ostilit\u00e0 nei confronti dell&#8217;Italia.<\/p>\n<p>La somma di queste contraddizioni e di questi insuccessi, velati ma non nascosti interamente dal prestigio di cui tuttavia continuava a godere nel suo regno e fuori di esso, aveva indotto Teoderico a un brusco ripensamento di tutta la sua precedente politica. In un clima avvelenato da reciproci sospetti e diffidenze e incupito da mai sopite animosit\u00e0, il re aveva finito per cedere alle pressioni del partito gotico &quot;nazionalista&quot; e anti-romano, prendendo le distanze da quell&#8217;elemento della <em>intellighenzia<\/em> latina fino allora tenuto in tanto onore. (8) L&#8217;attacco scatenato dai Goti nazionalisti era iniziato nella primavera del 523 con l&#8217;accusa rivolta al senatore Albino dal <em>referendarius<\/em> Cipriano, che si era ben tosto rivelata un monito al Senato nel suo complesso. (9) Albino era stato incriminato per alto tradimento e per aver tessuto intrighi con l&#8217;imperatore d&#8217;Oriente: coraggiosamente ma incautamente Boezio, il pi\u00f9 illustre esponente della cultura filosofica e scientifica del tempo, ex console ed ex <em>magister officiorum<\/em> di Teoderico, era sceso in aiuto di Albino, accettando in pieno la tesi &quot;estrema&quot; di Cipriano: se Albino era veramente colpevole, allora tutto il Senato doveva considerarsi tale. (10) Questo fu da parte sua un errore irreparabile: spaventati, i senatori lo avevano lasciato solo, ed egli era stato a sua volta accusato e processato, senza avere la possibilit\u00e0 di difendersi. (11) L&#8217;istruttoria, viziata da gravissime irregolarit\u00e0 procedurali, si era ridotta cos\u00ec a un processo puramente politico il cui verdetto appariva scontato. La sentenza capitale era stata eseguita verso la fine del 524, a <em>Ticinum<\/em> (Pavia), e aveva successivamente coinvolto sia Albino che Simmaco, suocero di Boezio e senatore fra i pi\u00f9 illustri. (12) Sempre pi\u00f9 dominato dal partiti gotico estremista, Teoderico aveva quindi dato mano a una vera persecuzione contro la Chiesa cattolica, dapprima inviando papa Giovanni I a Costantinopoli per chiedere la revoca dei provvedimenti anti-ariani di Giustino; poi, al ritorno di questi con un nulla di fatto, lo aveva fatto arrestare e imprigionare fino alla morte, dovuta &#8211; si disse &#8211; ai maltrattamenti subiti, nel 526. (13)<\/p>\n<p>I ponti, dunque, erano stati rotti e gi\u00e0 l&#8217;ala pi\u00f9 accesa del partito nazionalista barbarico stava accarezzando progetti di guerra aperta contro l&#8217;Impero di Costantinopoli (14), allorch\u00e8 Teoderico era venuto a morte, in buon punto per risparmiarsi altri dolorosi errori e nuove maledizioni da parte dell&#8217;elemento latino (anno 526). Il faticoso e delicatissimo equilibrio politico da lui tenacemente perseguito per quasi un trentennio era andato in pezzi. Alcuni storici hanno voluto immaginare che il re goto, sul letto di morte, lasciasse al nipotino Atalarico e alla figlia Amalasunta, quale testamento politico, un generico ripensamento circa la propria politica degli ultimi tempi, e un invito alla concordia col Senato e con l&#8217;imperatore. (15) Che questo sia un mito, lo dimostrano inequivocabilmente fatti precisi, quali l&#8217;ordine di espulsione dei cattolici da tutte le chiese del regno, emanato appena qualche giorno prima di spirare (16), e i concreti preparativi di guerra da lui avviati contro i Bizantini nella regione illirica. (17) Di vero, in questo mito, c&#8217;\u00e8 &#8211; a parte il tentativo di riabilitare la memoria del re goto e di purgarlo del ricordo dei gravi abusi commessi negli ultimi anni &#8211; il fatto che la reggente Amalasunta, <em>ma solo dopo la morte del padre,<\/em> volle tentare un ritorno alla politica di coesistenza pacifica fra Goti e Latini. Di ci\u00f2, tuttavia, parleremo pi\u00f9 diffusamente nelle prossime pagine.<\/p>\n<p>La crisi della politica teodericiana a partire al 523-24, dunque, \u00e8 la crisi di un intero sistema statale: il fragile regno ostrogoto che, nei trent&#8217;anni della sua esistenza, non era riuscito a mettere solide radici in terra italiana. Se infatti, dal punto di vista economico-sociale, la condizione dei Latini era cambiata poco o punto in confronto al tempo di Odoacre &#8211; i Goti avevano semplicemente sostituito gli Eruli, i Rugi e i Turcilingi nel possesso del terzo dei fondi italici, secondo il regime tardo-romano della <em>hospitalitas<\/em> (18) <em>&#8211;<\/em> l&#8217;ingresso della Penisola in un sistema geo-politico molto pi\u00f9 forte e accentrato (19) aveva indirettamente riacutizzato il rammarico della classe senatoria per la rudezza di una dominazione barbarica percepita come intollerabile. La sorte toccata agli uomini migliori che avevano sostenuto la politica di cooperazione con i Goti, come Boezio, non aveva fatto che convincere i senatori della impossibilit\u00e0 di una ulteriore cooperazione. La circostanza che Aurelio Cassiodoro rimanesse fedele al governo ostrogoto sino alla fine costituisce, infatti, l&#8217;eccezione che conferma la regola. (20) Per la massa dei contadini italici, legati ai grandi latifondi senatorii o gotici da vincoli semi-servili, la situazione era sostanzialmente la stessa che ai tempi di Valentiniano III, di Romolo Augusto o di Odoacre. Solo roppo tardi, alla vigilia del collasso definitivo, il regno ostrogoto dar\u00e0 di piglio &#8211; pressato dalle strettezze della guerra contro i Bizantini &#8211; a una organica politica di emancipazione di tale classe sociale. (21) Inoltre, il grosso degli ostrogoti si era stanziato nell&#8217;Italia centro-settentrionale, fra la Valle Padana e la Toscana, sicch\u00e9 la situazione dei piccoli proprietari italici in quelle regioni era comprensibilmente peggiorata, mentre al Sud erano rimasti pressoch\u00e9 intatti gli immensi latifondi della nobilt\u00e0 senatoria, con le loro masse di lavoratori semi-liberi. Mantenendo inalterato tale stato di cose, cos\u00ec come l&#8217;aveva trovato, Teoderico aveva cercato di subentrare alla scomparsa autorit\u00e0 imperiale d&#8217;Occidente, presentandosi alle classi dominanti latine come il campione dell&#8217;ordine e della restaurazione. In tale prospettiva vanno giudicate la sua politica di deferenza verso il Senato e la sua sollecitudine per il restauro degli antichi monumenti, piuttosto che nel contesto di un nebuloso e improbabile idealismo filo-romano. Ma in realt\u00e0 non aveva potuto legare a s\u00e9, mediante un vero sentimento di amicizia, la nobilt\u00e0 senatoria, sempre pervsasa da un profondo bench\u00e9 dissumulato anti-germanesimo; e sull&#8217;altare di questa infruttuosa politica aveva sacrificato la possibilit\u00e0 di attrarre a s\u00e9 le classi subalterne, con il loro potenziale di energie morali e materiali. Alarico, nel 408-410, aveva preteso dai Romani assediati la liberazione di 40.000 schiavi di origine germanica (22); ma adesso che i barbari erano divenuti i padroni dell&#8217;Italia, anche il loro orientamento socio-economico era mutato, ed essi si erano integrati perfettamente nel sistema tardo-imperiale basato sullo sfruttamento delle masse servili e semi-servili..<\/p>\n<p>Fragile all&#8217;interno, dunque, appariva la struttura del regno ostrogoto, per il numero troppo esiguo dei dominatori, per la collaborazione solo apparente delle classi dominanti e per la totale esclusione di quelle subalterne; e fragile anche all&#8217;esterno, per la crisi del sistema di alleanze con gli altri regni romano-germanici e per il riacutizzarsi della tensione con Costantinopoli. Sicch\u00e9 quello che era stato, negli anni migliori di Teoderico, il pi\u00f9 potente e il pi\u00f9 temuto dei giovani regni dell&#8217;Occidente, alla morte di lui poteva ben apparire come un colosso dai piedi d&#8217;argilla.<\/p>\n<p>Fu in tali condizioni che Amalasunta venne a trovarsi alla guida del suo popolo e dell&#8217;Italia (si ricordi che Teoderico era stato <em>rex<\/em> degli Ostrogoti ma, formalmente, non degli Italici, in quanto era entrato in Italia quale rappresentante &#8211; sia pur molto teorico &#8211; dell&#8217;imperatore bizantino)..<\/p>\n<p><em>2. La giovinezza di Amalasunta.<\/em><\/p>\n<p>Alla morte di suo padre, quando si trov\u00f2 improvvisamnente a ereditare le responsabilit\u00e0 di governo del regno ostrogoto, Amalasunta (in goto: <em>Amalaswintha<\/em>) doveva avere circa ventotto anni, essendo nata &#8211; probabilmente &#8211; nel 489, dal matrimonio di Teoderico con Audefleda, sorella del re dei Franchi, Coldoveo. (1) La sua esistenza era stata dunque tutta italiana e i suoi primi ricordi le mostravano i Goti gi\u00e0 saldamente stabiliti nella Penisola da una decina d&#8217;anni, con suo padre maestosamente assiso sul trono, a Ravenna. Del tempo in cui il suo popolo errava, seminomade, fra i monti della Tracia e dell&#8217;Illirico e viveva sotto le tende, pi\u00f9 dedito al brigantaggio e alla guerra che all&#8217;allevamento e all&#8217;agricoltura, ella non sapeva nulla; cos\u00ec come non sapeva della migrazione attraverso la Penisola Balcanica, della lotta vittoriosa contro i Gepidi e della dura campagna sostenuta contro Odoacre. Ravenna, la splendida citt\u00e0 adriatica rifulgente delle opere d&#8217;arte che suo padre faceva febbrilmente edificare, quasi a gara con quelle del tempo di Galla Placidia (2), era stata il teatro principale della sua fanciullezza e della sua adolescenza. Per questa sua figlia amatissima, venuta al mondo quand&#8217;egli aveva gi\u00e0 passata la cinquantina (3), Teoderico ebbe le pi\u00f9 sollecite cure e volle che fosse istruita non come una principessa barbara, ma secondo le migliori tradizioni della civilt\u00e0 latina. La giovinezza di Amalasunta, pertanto, era stata simile a quella di una principessa romana del V secolo, e in essa aveva appreso ad amare profondamente quel mondo ancora capace di esercitare un cos\u00ec grande fascino sull&#8217;animo dei conquistatori barbari, pur nella sua inarrestabile decadenza. Ella conosceva e parlava correntemente tre lingue: il gotico, il latino e il greco (4); e tale splendida educazione fa onore alla lungimiranza del padre, del quale taluno disse (forse con una certa malignit\u00e0) che, per parte sua, non sapeva nemmeno tracciare la propria firma sui rescritti ufficiali. (5) In quegli anni, dal tronco vetusto della cultura latina stava germogliando un&#8217;estrema fioritura: Severino Boezio avviava un vasto programma di diffusione della filosofia aristotelica e soprattutto platonica e dava impulso alla cultura scientifica &#8211; costruendo, fra l&#8217;altro, su incarico di Teoderico, un orologico idraulico ed uno solare come dono per il re dei Burgundi. (6) Alcuni degli stessi Goti si aprivano allo studio delle lettere e della filosofia greco-romana (7), e un uomo del valore di Cassiodoro &quot;legittimava&quot; l&#8217;antichit\u00e0 delle tradizioni gotiche, scrivendo una poderosa storia di quel popolo in dodici libri (8), e si faceva strenuo sostenitore dell&#8217;incontro culturale fra Latini e Goti. Amalasunta crebbe nel riflesso dei bagliori dorati di quel sontuoso tramonto e pot\u00e9 vivere, fino a un certo punto, l&#8217;illusione di una sostanziale continuit\u00e0 fra passato e presente, fra Romania e Gotia. Non sappiamo se, oltre al greco e al latino, venisse avviata anche allo studio approfondito della filosofia: certo, pi\u00f9 che l&#8217;influenza di Boezio &#8211; troppo strenuamente &quot;romano&quot;e chiuso nei suoi sogni di restaurazione della cultura classica, su di lei dovette essere forte l&#8217;influsso di Cassiodoro: anche, ma non solo, per motivi cronologici. Di lontana origine siriaca (e non romana &quot;pura&quot;, quindi, come Boezio, che era il rampollo di nobilissime famiglie senatorie dell&#8217;Urbe), Cassiodoro era pi\u00f9 giovane dell&#8217;illustre filosofo (9) e pi\u00f9 profondamente affascinato dal progetto di dare ai Goti quel prestigio culturale che mancava loro e di favorire, in tal modo, l&#8217;incontro col mondo latino: un&#8217;idea generosa alla cui ombra crebbe Amalasunta e alla quale ella sarebbe rimasta sempre fedele, contro tutto e contro tutti. Questore nel 507 e console nel 514, Cassiodoro (e il partito goto &quot;filo-romano&quot; guidato da Amalasunta) non ebbero la forza di scongiurare la dura reazione politica teodericiana dopo il 523, n\u00e9 di salvare Boezio, Albino e Simmaco. Rimase per\u00f2 al fianco della principessa che subito, alla morte del padre avvenuta nel 526, lo volle elevare all&#8217;altissima carica di <em>magister officiorum<\/em> (in funzioni di questore), che gi\u00e0 era stata di Boezio; ed \u00e8 molto probabile che si debba al suo consiglio la pronta restituzione dei beni confiscati ai figli di Simmaco e di Boezio, quale primo gesto concreto di riparazione e di riconciliazione. (10) Questo, naturalmente, assomigliava molto a una sconfessione degli ultimi anni della politica paterna e, in particolare, del processo istruito in seguito alle accuse di Cipriano; e, se dovette essere accolto favorevolmente dal Senato e dall&#8217;aristocrazia italica, senza dubbio suscit\u00f2 perplessit\u00e0 e malumori appena dissimulati tra le file del partito goto &quot;nazionalista&quot;.<\/p>\n<p>Nel frattempo la giovane Amalasunta aveva gi\u00e0 fatto in tempo ad essere moglie, a divenire madre e a rimanere vedova. Privo com&#8217;era di figli maschi, Teoderico si era a suo tempo preoccupato di trovare un degno erede al trono ostrogoto e, dopo accanite ricerche, aveva scoperto che in Spagna vieva un ultimo discendente della casa degli Amali, un tale Eutarico Cillica, nipote di Berimundo e di Torrismondo e figlio di Viterico. (11) Allora lo aveva fatto venire in Italia con tutti gli onori e, nel 515, lo aveva unito in matrimonio con Amalasunta, sotto il consolato di Florentino e di Antemio. (12) A quel tempo la principessa gota aveva sedici o diciassette anni ed era quindi, secondo le consuetudini germaniche del tempo (ma anche secondo quelle latine), perfettamente in et\u00e0 da marito. Quel che ella pensasse di un tale matrimonio, pu\u00f2 soltanto essere oggetto d&#8217;ipotesi; certo \u00e8 che dovette piegarsi alla ragion di Stato, accettando uno sposo che ci viene descritto bens\u00ec come giovane, accorto, valoroso e gagliardo (13), fornito cio\u00e8 delle doti tradizionalmente pi\u00f9 apprezzate nella societ\u00e0 germanica, ma le cui vedute politiche differivano troppo profondamente dalle sue. Eutarico, infatti, non tard\u00f2 a mettersi alla testa della fazione gotica pi\u00f9 violentemente &quot;nazionale&quot; e quindi, tendenzialmente, anti-romana. I circoli che a lui facevano capo auspicavano, da parte di Teoderico, l&#8217;adozione di una linea pi\u00f9 dura verso i Latini, che avrebbero dovuto rimanere, secondo loro, nella condizione pura e semplice di un popolo vinto e sottomesso. Pare che, per accentuare il distacco esistente fra Goti e Latini, Eutarico facesse leva principalmente sulla contapposizione religiosa, essendo egli un ariano convinto e ostile alla Chiesa cattolica. (14) Coonsole quattro anni dopo il matrimoinio, nel 519, egli celebr\u00f2 il trionfo a Roma e a Ravenna (15); e Cassiodoro, nel suo irriducibile ottimismo, cerc\u00f2 di far credere che nessuno pi\u00f9 di lui era, in quell&#8217;occasione, entrato nel cuore dei Romani. (16) In effetti, Eutarico non aveva badato a spese per colmare di onori il Senato e per stupire il popolo dell&#8217;Urbe con lo spettacolo delle fiere esotiche che avevano animato i giochi circensi, come ai bei tempi andati dell&#8217;Impero Romano d&#8217;Occidente. (17) Ma tutto questo non era stato che un espediente, del fumo negli occhi per l&#8217;opinione pubblica latina, mentre il partito nazionalista goto atteneva con impazienza che Eutarico, una volta succeduto a Teoderico sul trono di Ravenna, desse corso ai suoi piani di riaffermazione del&#8217;assoluta preponderanza barbarica in Italia.<\/p>\n<p>Tutto questo non pot\u00e9 certamente trovare Amalasunta consenziente. Per lei, la collaborazione attiva fra le due stirpi conviventi nella Penisola non era solamente un ideale astratto, alimentato da consiglieri nutriti di nostalgie: la stessa influebza di Cassiodoro non esauriva certo le ricche potenzialit\u00e0 del suo animo, anche se \u00e8 del tutto fuori di luogo affermare che la principessa costituiva uno dei principali ostacoli al programma di lui. (18) Per Amalasunta, la questione della convivenza pacifica ed armonica fra Goti e Latini era, in primissimo luogo, un problema di natura politica, non culturale. Donna di acuta intelligenza e di virile fermezza (19), oltre che c\u00f2lta e &#8211; a quanto ci viene tramandato &#8211; singolarmente bella (20), ella comprendeva benissimo che solo favorendo una graduale fusione tra i due popoli si poteva uscire dall&#8217;<em>impasse<\/em> degli ultimi anni di Teoderico, e stornare cos\u00ec i gravissimi pericoli incombenti sul regno. Amalasunta si rendeva conto che i suoi Goti, pochi di numero e di gran lunga inferiori ai Latini quanto a capacit\u00e0 di esercitare un&#8217;attrazione sociale e culturale, nonch\u00e9 minacciati da nemici esterni, non avrebbero potuto conservare il potere sull&#8217;Italia n\u00e9, forse, sopravvivere come popolo, se non avessero perseguito un programma di maggior collaborazione con l&#8217;elemento indigeno sottomesso. Era in fondo, la sua, una visione politica assai pi\u00f9 concreta e realistica di quella del partito goto &quot;nazionale&quot;; essa partiva da una attenta valutazione della situazione esistente, e si prefiggeva con coerenza l&#8217;obiettivo del rafforzamento del regno attraverso la collaborazione e, in prospettiva (sia pure nell&#8217;arco di alcune generazioni), la fusione goto-latina. Consolidare la reciproca fiducia tra le due stirpi e riallacciare un rapporto di amicizia e di alleanza con la corte di Costantinopoli avrebbero dovuto essere i due punti qualificanti di tale programma: e ci\u00f2 era esattamente quanto l&#8217;idea politica impersonata da Eutarico minacciava di ostacolare implacabilmente. \u00c8 possibile, anzi probabile, che la vita coniugale dei due sposi risentisse di tale contrasto ideologico, un po&#8217; come era gi\u00e0 accaduto &#8211; un secolo prima &#8211; nel matrimonio di Stilicone con Serena, la nipote di Teodosio il Grande. Solo che mentre allora Serena aveva propugnato una politica violentemente anti-germanica e suo marito, invece, di amicizia fra Romani e barbari (21), qui le parti s&#8217;erano invertite e all&#8217;anti-romanesimo di Eutarico si contrapponeva la volont\u00e0 di conciliazione di Amalasunta. Nel giro di poco pi\u00f9 d&#8217;un secolo era toccato alla romanit\u00e0 di trovarsi costretta sulla difensiva.<\/p>\n<p>Dietro le spalle del vecchio Teoderico, pertanto, si andava preparando la lotta per il futuro indirizzo politico del regno, allorch\u00e8 &#8211; improvvisamente &#8211; nel 522 Eutarico era venuto a morte, lasciando alla vedova due figlioletti, un maschio e una femmina: Atalarico e Matasunta. Atalarico, nato verso il 516, aveva poco meno di dieci anni al momento della morte del nonno Teoderico (22), e venne proclamato nuovo re degli Ostrogoti sotto la reggenza della madre. Sua sorella Matasunta, la secondogenita, sarebbe andata sposa giovanissima al gi\u00e0 anziano Vitige (23) e avrebbe concluso la sua vita avventurosa ed infelice a Costantinopoli, dopo aver sposato &#8211; in seconde nozze &#8211; il patrizio Germano, nipote dell&#8217;imperatore Giustiniano (24), e avergli dato un figlio, chiamato Germano il Giovane. (25)<\/p>\n<p><em>3. Il periodo iniziale della reggenza.<\/em><\/p>\n<p>Sul letto di morte nel suo palazzo di Ravenna, subito prima di spirare nell&#8217;estate del 526 (1), Teoderico aveva chiamato presso di s\u00e9 il nipotino Atalarico e lo aveva ufficialmente dichiarato erede al trono, affidandogli il proprio testamento politico. (2) Subito dopo il gruppo degli alti dignitari presenti, sia goti che latini, aveva prestato il giuramento di fedelt\u00e0 al suo nuovo sovrano. Amalasunta, certamente, era anch&#8217;ella presente e assisteva alla scena con la piena consapevolezza di stare vivendo l&#8217;ora decisiva della propria esistenza. La cerimonia, svoltasi senza pompa al capezzale del vecchio re morente, aveva fedelmente rispecchiato la duplicit\u00e0 esistente nel regno ostrogoto: se, infatti, la successione secondo il principio ereditario era tipica del sistema tardo-romano, la libera elezione per acclamazione era riconosciuta dal diritto nazionale germanico. Teoderico aveva creduto di assicurare il trono al nipote con una procedura che rispettasse entrambe le consuetudini, ma in realt\u00e0 Atalarico era solo un bambino e ci\u00f2 significava, necessariamente, una lunga reggenza da parte di sua madre: il che era contrario a tutte le tradizioni gotiche. (3) L&#8217;idea di essere governati da una donna ripugnava intimamente ai suoi futuri sudditi germanici e, in particolare, alla fazione &quot;nazionale&quot; della nobilt\u00e0 barbarica, che ben conosceva i sentimenti filo-romani di Amalasunta. Il fatto che ella continuasse a dimostrare la massima fiducia nei suoi consiglieri latini e che si affrettasse a designare <em>magister officiorum<\/em> quel Cassiodoro che, probabilmente, era stato amico di Boezio e che subito volle restituire alla famiglia di quest&#8217;ultimo le propriet\u00e0 confiscate, non contribuiva certo a dissipare tali malumori. Fu quindi in una gelida atmosfera di sospetti e di rancori appena dissimulati che la vedova di Eutarico assunse, di fatto, le redini del governo, dopo che Teoderico era scomparso dal numero dei viventi.<\/p>\n<p>Anche sul piano internazionale il momento non era scevro di difficolt\u00e0 e di pericoli. Con la minaccia dei Franchi sempre incombente dalle Alpi occidentali e con l&#8217;onere delle guarnigioni militari dislocate nella Penisola Iberica per difendere il regno visogoto del giovane Amalarico, nipote di Teoderico per parte di madre (4), gli Ostrogoti dovevano fronteggiare la minaccia dei Gepidi nella regione pannonica, e quella della flotta vandalica (5) contro le coste della Penisola Italiana. C&#8217;era, poi, il delicato problema delle relazioni con la corte di Costantinopoli, che nell&#8217;estate del 526 erano giunte quasi al punto di una rottura irreparabile. Amalasunta volle, per prima cosa, cercare di garantire il regno ostrogoto da una possibile offensiva bizantina e, come primo grosso impegno di politica estera, si dedic\u00f2 con convinzione a tale impresa. Subito dopo la morte di Teoderico, dunque, probabilmente nel settembre del 526, ella incaric\u00f2 Cassiodoro di redigere una lettera ufficiale per l&#8217;imperatore Giustino, a firma del piccolo Atalarico, annunciandogli l&#8217;avvenuta successione sul trono d&#8217;Italia e chiedendone, implicitamente, il riconoscimento <em>de iure.<\/em> (6) La lettera, concepita in termini di ossequiosa amicizia, lasciava intendere che Atalarico e sua madre erano disposti a riconoscere l&#8217;alta sovranit\u00e0 nominale dell&#8217;Impero (7), anche se poi si chiudeva con la franca richiesta che il governo di Costantinopoli confermasse le relazioni giuridiche esistenti con l&#8217;Italia sotto il regno di Teoderico (8), e cio\u00e8 che fosse fatto salvo il principio della delega imperiale al re goto circa il governo della Penisola.<\/p>\n<p>Questo tentativo di rappacificazione and\u00f2 a vuoto, perch\u00e9 Giustino si rifiut\u00f2 di riconoscere tanto la successione di Atalarico che la reggenza di sua madre (9) e conserv\u00f2 un atteggiamento decisamente ostile nei confronti del regno ostrogoto. Egli, forse, meditava pi\u00f9 energiche ritorsioni, bench\u00e8 fosse sempre pi\u00f9 gravemente coinvolto nella guerra con la Persia (10), allorch\u00e8 le sue condizioni di salute precipitarono, nella primavera del 527. Il Senato di Costantinopoli gli chiese allora di designare ufficialmente il proprio successore, poich\u00e9 egli aveva numerosi nipoti ma nessun figlio; e il 4 aprile venne incoronato quale co-imperatore suo nipote Pietro Sabbazio, che egli aveva in precedenza adottato col nome di Giustiniano. (11) La coreggenza fu di breve durata, perch\u00e9 il vecchio Giustino, sempre pi\u00f9 ammalato, si spense quattro mesi dopo, il 1\u00b0 agosto del 527. (12) Non appena rimasto solo alla guida dell&#8217;Impero, Giustiniano oper\u00f2 un capovolgimento nella politica italiana di suo zio e si affrett\u00f2 a riconoscere Atalarico quale legittimo sovrano del regno ostrogoto, e Amalasunta quale reggente durante la minorit\u00e0 del figlio. (13) Le ragioni di tale riavvicinamento vanno ricercate sia nel gravoso impegno della guerra persiana, che immobilizzava a Oriente le forze migliori dell&#8217;Imprro Bizantino e lasciava esposto l&#8217;Illirico a un facile attacco degli Ostrogoti, sia nell&#8217;opportunit\u00e0 di sfruttare i sentimenti filo-romani della regina per assicurarsene l&#8217;alleanza, o almeno la neutralit\u00e0, in vista di una vasta azione da intraprendere contro il regno vandalico che si trovava, adesso, in piena crisi. (14) Per il momento, quindi, la morte di Giustino e la complessit\u00e0 dei disegni politici bizantini in Oriente e in Occidente concessero al governo di Amalasunta un lungo periodo di tregua, rinviando di parecchi anni quel chiarimento che l&#8217;ambiguit\u00e0 di fondo dei rapporti esistenti fra la corte di Ravenna e quella di Costantinopoli rendeva, prima o poi, inevitabile.<\/p>\n<p>Sul piano della politica interna, uno dei primi problemi che il governo di Amalasunta dovette affrontare fu quello relativo al papato. Fin dal tempo di Teoderico, il Senato di Roma si era spaccato in una corrente filo-gotica e in una &quot;nazionale&quot;, ossia tendenzialmente filo-bizantina; e tale divisione aveva avuto un contraccolpo nella designazione del nuovo pontefice. Alla morte di Giovanni I, avvenuta nelle drammatiche circostanze di cui s&#8217;\u00e8 detto, i due partiti s&#8217;erano trovati a fronte per la candidatura del successore. La corte ostrogota sosteneva l&#8217;elezione di Felice IV, e le pressioni esercitate dall&#8217;ancor vivente Teoderico erano state cos\u00ec forti da ottenergli effettivamente l&#8217;elezione, contro i sentimenti del partito &quot;nazionale&quot; romano, nel luglio del 526. (15) Occorre notare che, a quel tempo, l&#8217;elezione del vescovo di Roma non era giuridicamente vincolata all&#8217;approvazoione dell&#8217;autorit\u00e0 regia (16), mentre era necessaria una ratifica formale da parte del Senato. Per garantirsi, in futuro, un efficace controllo sulla nomina dei pontefici, il governo di Amalasunta prese quindi la precauzione di aumentare il numero dei senatori, immettendovi quali nuovi membri un certo numero di maggiorenti goti (17), la cui funzione principale doveva consistere nel raffozare il partito senatorio filo-goto. Felice IV, da parte sua, volle agire in modo ancora pi\u00f9 drastico e, con l&#8217;appoggio di una parte del clero, procedette addirittura alla nomina del proprio successore nella persona dell&#8217;arcidiacono Bonifazio, che era un goto. (18) Tale inaudita maniera di procedere provoc\u00f2 lo sdegno e la reazione del Senato nel suo complesso, che non solo invalid\u00f2 la nomina di Bonifazio, ma stabil\u00ec per il futuro la pena dell&#8217;esilio contro quei pontefici che avessero tentato di designarsi un successore. (19) Felice IV mor\u00ec nel settembre del 530, dopo aver legato il suo nome a un capolavoro dell&#8217;architettura religiosa altomedievale: la Basilica romana dei santi Cosma e Damiano, sulla Via Sacra, adorna di preziosi mosaici. (20)<\/p>\n<p>Alla sua morte la fazione &quot;gotica&quot; e quella &quot;bizantina&quot; del clero e del Senato si trovarono nuovamente alle prese, avanzando contemporaneamente due opposte candidature. Il governo di Amalasunta favoriva i seguaci del defunto pontefice che intendevano eleggere Bonifazio, nonostante il grave incidente provocato a suo tempo da quella nomina, e che lo consacrarono nella Basilica Lateranense il 22 settembre. (21) L&#8217;opposizione &quot;nazionale&quot; latina sosteneva inece la candidatura di un greco, l&#8217;arcidiacono Dioscuro, che a Roma godeva di molti consensi e che venne consacrato, contemporaneamente al suo rivale, nella Basilica Giulia. (22) Seguirono alcuni giorni di grande tensione, poich\u00e9 nessuno dei due partiti sembrava disposto a fare un passo indietro, e la citt\u00e0 viveva in un clima da guerra civile, com&#8217;era avvenuto nel 502 con lo scisma di Simmaco e Lorenzo. (23) La situazione era estremamente delicata anche per la corte di Ravenna, la cui posizione era indebolita, in Italia, dalle molte simpatie di cui godeva Dioscuro e, all&#8217;estero, dal pericolo di provocare una rottura con Giustiniano. Lo spinosissimo problema venne alfine risolto, dopo ventidue giorni di scisma, dalla morte improvvisa di Dioscuro, il 14 ottobre, che disarm\u00f2 il parrtito filo-bizantino e lasci\u00f2 Bonifazio unico e legittimo pontefice, col nome di Bonifazio II. (24)<\/p>\n<p>Il governo di Amalasunta ebbe peraltro a pentirsi di aver sostenuto l&#8217;elezione di Bonifazio. Bench\u00e9 provenisse da una illustre famiglia germanica, egli probabilmente era nato a Roma e sentiva con forza il fascino della romanit\u00e0, seguendo in ci\u00f2 la sentenza del defunto Teoderico: &quot;<em>Romanus miser imitatur Gothum, et utilis Gothus imitatur Romanum.<\/em>&quot; (25) Di conseguenza, sembra che durante il suo pontificato non abbia badato tanto agli interessi della corte ariana di Ravenna, quanto a quelli del cattolicesimo e (26) del popolo di Roma. (27) Forse fu proprio per scongiurare il pericolo che, in futuro, l&#8217;elezione dei pontefici venisse subordinata ai disegni politici del governo ariano, che egli ripet\u00e9 la mossa del suo protettore Felice IV e, davanti ad un sinodo appositamente riunito, design\u00f2 a succedergli il diacono Vigilio. (28) Tuttavia questa mossa maldestra provoc\u00f2 un generale coro di proteste e una paradossale alleanza fra il Senato e la corte di Ravenna, che ebbero buon gioco nel costringerlo a convocare un nuovo sinodo e a fargli sconfessare la sua precedente azione. (29)<\/p>\n<p>Alla morte di Bonifazio II, avvenuta il 17 ottobre 532, dopo un pontificato breve ma alquanto burrascoso, venne eletto un romano, Giovanni II, destinato anch&#8217;egli a un pontificato di soli due anni. Fu allora che il governo di Amalasunta volle ristabilire una situazione favorevole nei confronti del papato, sfruttando proprio i disordini e i gravi scandali cui esso cadeva preda, specialmente al momento delle nuove elezioni al soglio di san Pietro. Mediante un editto regio venne notificato a Giovanni II che, in futuro, le eventuali controversie per la designazione del vescovo di Roma sarebbero state sottoposte all&#8217;arbitrato del re goto; mentre il prefetto Salvanzio, a nome di Atalarico e del Senato, ribadiva l&#8217;illegalit\u00e0 del ricorso alla corruzione per l&#8217;elezione dei papi. (30) Il fatto che, in quegli anni, sul trono di Ravenna non sedesse un autorevole sovrano goto, n\u00e9 sulla cattedra di san Pietro vi fosse una vigorosa personalit\u00e0 di pontefice, scongiur\u00f2 il pericolo che pi\u00f9 gravi conseguenze potessero derivare da una situazione cos\u00ec ambigua e complessa. Della tregua cos\u00ec stabilitasi approfitt\u00f2 il governo di Amalasunta per rafforzarsi sul piano della politica interna, e pi\u00f9 ancora approfitt\u00f2 la Chiesa per riorganizzarsi e sanare i disordini pi\u00f9 gravi che l&#8217;affliggevano. Essa, del resto, durante la reggenza di Amalasunta ottenne un altro importante successo, sotto forma di un editto che concedeva al pontefice il potere arbitrale in caso di controversie giudiziarie fra laici e religiosi. (31) Era il primo passo verso quell&#8217;emancipazione del clero dalla giustizia civile, che avrebbe contraddistinto la storia della Chiesa nei secoli futuri.<\/p>\n<p>Oltre alla politica estera e alle complesse relazioni con il vescovo di Roma, il governo della reggente dovette occuparsi di un&#8217;altra delicata questione: la riforma dell&#8217;organismo amministrativo del regno. Abusi e violenze non erano mancati neppure durante il regno di Teoderico: i maggiorenti goti si rifiutavano di pagare alcuna imposta sulle terre loro toccate dopo la disfatta di Odoacre o altrimenti acquisite (32) e la macchina fiscale, sempre insaziabile a causa delle incessanti spese militari, aveva aggravato con rapaci tassazioni i patrimoni dei provinciali, gi\u00e0 stremati dalla carestia e da rapine private dei barbari. (33). Tuttavia fino alla drammatica svolta el 523 il concetto di un superiore ordine giuridico non era mai andato completamente smarrito e, grazie all&#8217;opera dei ministri latini del re, spesso il rspetto della legge era stato imposto anche ai Goti pi\u00f9 recalcitranti . Lo stesso teoderico aveva pi\u00f9 volte sottolineato la necessit\u00e0 di sottoporre ad un&#8217;unica legislazione Romani e barbari (cos\u00ec egli stesso chiamava i popoli germanici), e non solo nel suo famoso editto dell&#8217;ano 500 circa. Rivolgendosi per lettera ai provinciali della Septimania e della Provenza, nel 508 &#8211; ad esempio- egli aveva ribadito che &quot;<em>Libenter parendum est Romanae consuetudini<\/em>&quot;, e li aveva esortati dicendo: &quot;<em>Recipite paulatim iuridicos mores.<\/em>&quot; (34) Ma, dopo la catastrofe di Albino e Boezio, e pi\u00f9 ancora dopo la morte del re, quei Goti che a stento avevano tollerato i freni giuridici tornarono a imperversare sulle popolazioni latine, trattandole come genti vinte e asservite. Molto probabilmente delle lotte feroci, senza esclusione di colpi, scoppiaromno anche tra i maggiorenti goti Fu da questo clima di confusionee di violenze incontrollateche si fecrro strada uomini come Teodata, nipote di Teoderico per parte di sua sorella (35), il quale costru\u00ec le suefortune di latifondista fagocitando con lafrode e con la forza una gran parte delle erre toscane. (36) Non solo la politicadi collaborazione fra le duestirpi, dunque, ma tutto la struttura del regno, dopo il 526, pareva minacciata di dissoluzione. Appropriazioni violente di proriet\u00e0 terriere, produzione di falsi titoli di propriet\u00e0, estorsioni di donazioni, stupri, adult\u00e8ri, magia stavano conducendo lo Stato lungo la china del precipizio: unico elemento ancor saldo e coeso: l&#8217;esercito; ma anch&#8217;esso minacciato di anarchia e di disintegrazione dopo la scomparsa di Teoderico e la smobilitazione dei preparativibellici sulla frintiera bizantina nei Balcani.<\/p>\n<p>In questa situazione, nel 533, il governo di Amalasunta fece pubblicare l&#8217;editto o il programma edittale che porta il nome di suo figlio Atalarico che fu, probabilmente, vooluto da lei e concepito da Cassiodoro. &quot;<em>\u00c8 gi\u00e0 molto tempo &#8211;<\/em> esso affermava &#8211; che svariate lagnanze ci pervengono, frequentemente sussurrate, cio\u00e8 che alcuni. Spregiando il vivere civile, affettino di voler vivere con cridelt\u00e0 di bestie, poich\u00e9 ritornati a primordiale vita selvaggia, si fanno odiose le umane leggi&#8230;<em>&quot;<\/em> (36) Se tale era lo stato di cose esistente, non possiamo dire fino a che punto l&#8217;editto di Atalarico sia riuscito a porvi rimedio. La stessa frequenza dei provedimenti edittali per riformare l&#8217;amministrazione e la crudezza del linguaggio adoperato sembrano suggerire che il male doveva essere largamente diffuso e le leggi poco temute, specialmente da parte dei notabili goti. D&#8217;altra parte sarebbe ingiusto affermare che nessun miglioiramento venne conseguito. Amalasunta, assecondata dal <em>magister officiorum<\/em> Cassiodoro (con funzioni di questore), si sforz\u00f2 di perseguire l&#8217;obiettivo paterno di ridurre Goti e Latini sotto un&#8217;unica legge, e se tale obiettivo rimase in sostanza una mera aspirazione, ch\u00e9 i Goiti continuavano ad obbedire alle proprie leggi nazionali (37), almeno serv\u00ec a ridare una certa fiducia al ceto dei proprietari terrieri latini. Sappiamo da Procopio (38) che, per tutto il tempo della sua reggenza &#8211; dunque lungo un arco di otto anni &#8211; Amalasunta riusc\u00ec a impedire che anche a un soo Romani venissero inflitte pene corporali o ammende pecuniarie. Era, insomma, una autentica ripresa del programma amministrativo di Boezio: proteggere &quot;<em>miseros, quos infinitis calumniis impunita barbarorum semper avaritia vexabat<\/em>&quot; (39). E possiamo facilmente immaginare quanta ostilit\u00e0 dovette suscitare siffatta politica tra le file del partito goto nazionalista. Procopio testimonia esplicitamente che la reggente &quot;<em>non tollerava le smanie che i Goti avevano di sopraffare i Romani<\/em>&quot; (40), mostrando quelle doti di intelligenza, giustizia e virile energia che tanto piacquero allo stesso Giustinano. E la medesima sollecitudine per il bene dei sudditi sappiamo che fu evidenziata da Amalasunta e dal suo governo in occasione di carestie ed invasioni (41) che qua e l\u00e0 tormentavano i provinciali.<\/p>\n<p>Una parte delle sue enetgie furono dirette dalle reggente, in quegli anni, ad assicurare un lungo respiro politico alla sua azione di governo. Regina di fatto, ma non di diritto, del suo popolo, Amalasunta sapeva di essere mal tollerata da molti Goti e di non poter governare l&#8217;Italia oltre il compimento della maggiore et\u00e0 da parte del figlio. Per il 534, quando Atalarico fosse entrato nel diciottesimo anno (42), o forse anche prima (43), ella avrebbe dovuto rassegnarsi a cedergli &#8211; almeno formalmente &#8211; il potere. Se poi fosse rassegnata a cederlo anche di fatto, questa \u00e8 un&#8217;altra questione: alla quale sembra si possa rispondere negativamente, alla luce dei fatti che seguirono. Atalarico era un ragazzo dal carattere debole e facilmente influenzabile, e quasi certamente sua madre nutriva la segreta ambizione di continuarea manovrarlo in futuro, onde evitare che la sua politica di conciliazione con l&#8217;elemento latinoi potesse venir rimessa in discussione dalla fazione gotica estremista. Non tanto per egoistica avidit\u00e0 di potere, dunque, ma perch\u00e9 si rendeva conto della minaccia rappresentata da un ritorno all&#8217;intransigenza degli ultimi ani di Teoderico, Amalasunta era ddecisa a prolungare il pi\u00f9 a lungo possibile la sua tutela sul figlio. Ella comprendeva come una vittoria del partito gotico &quot;nazionale&quot; avrebbe scatenato un processo centrifugo che, isolando il regno sul piano esterno e indebolendolo e dividendolo su quello interno, ne avrebbe resa probabile la dissoluzione. Per questo motivo fu sua preoccupazione avviare Atalarico ad una educazione di tipo romano: lo voleva rendere &quot;<em>in tutto simile, nel modo di vivere, ai principi romani<\/em>&quot; (44), affidandolo a maestri di <em>humanae litterae<\/em> e alle cure particolari di tre anziani goti che condividevano il suo programma politico (e basterebbe quest&#8217;ultimo particolare per dimostrare che il partito goto filo-romano non era necessariamente quello dei &quot;giovani&quot;, n\u00e9 quello nazionalista il partito dei vecchi). Se il giovane sovrano avesse assorbito l&#8217;amore di sua madre per la cultura e la civilt\u00e0 romana, sarebbe stato molto pi\u00f9 facile, per lei, ispirare la sua futura azione di governo senza apparire troppo invadente: si sarebbe trattato di un disegno da entrambi condiviso. Questo era esattamente quanto il partito goto nazionalista temeva pi\u00f9 di ogni altra cosa, e che intendeva a ogni costo evitare. Si comprende perci\u00f2 facilmente come uno storico dell&#8217;Ottocento abbia potuto scrivere, a proposito di Atalarico, che &quot;<em>poche volte, nella storia, i problemi educativi sono stati tanto discussi come nel caso di quel fanciullo germanico.<\/em>&quot; (45)<\/p>\n<p>Dopo il 530, a dispetto dei notevoli sforzi da lei fatti eper restituire unit\u00e0 e saldezza al regno ereditato da Teoderico, l&#8217;azione politica di Amalasunta si trov\u00f2 ad essere contrastata da resistenze sempre pi\u00f9 decise. Fedele anche in questo all&#8217;esempio del padre, ella non cerc\u00f2 di estendere le basi sociali del consenso al proprio governo e continu\u00f2 a puntare sull&#8217;aristocrazia terriera latina come sull&#8217;unica forza sociale con la quale fosse possibile stabilire un patto. Cos\u00ec facendo, ella sbilanci\u00f2 alquanto il proprio governo in senso filo-romano e rafforz\u00f2 automaticamente, per reazione, il partito gotico nazionalista, gi\u00e0 capegiato dal suo sposo, Eutarico. Si venne pertanto a trovare pericolosamente isolata fra i Goti e non abbastanza sostenuta dai Latini, con il ceto senatorio sempre intimamente diffidente verso una corte &quot;barbara&quot; e ariana, e la gran massa della popolazione rurale indifferente o addirittura maldisposta, sia per motivi sociali che religiosi. Poteva contare sulla collaborazione di una parte dell&#8217;<em>intellighenzia<\/em> romana, capeggiata da Cassiodoro e dal patrizio Liberio: ma uomini come Cassiodoro erano troppo flessibili al mutare delle situazioni, perch\u00e9 si potesse basare su di essi un progetto politico delicato e non privo di rischi. In definitiva, ad Amalasunta non rimaneva altra linea d&#8217;azione che quella di puntare sul piccolo re, su Atalarico, dalla cui docilit\u00e0 dipendeva quasi per intero la possibilit\u00e0 di sviluppare ulteriormente la politica di conciliazione fra <em>Gothia<\/em> e <em>Romania<\/em> dei primi anni di Teoderico. Ma era prudente, era saggio puntare tutto &#8211; il governo e, forse, la stessa vita &#8211; su di una carta sola? Se il sostegno di Atalarico, per una ragione qualsiasi, le fosse venuto meno, quali spazi sarebbero rimasti praticabili al progetto politico impersonato da Amalasunta? E quale sorte sarebbe toccata alla reggente, che gi\u00e0 si era spinta tanto innanzi nel perseguire la propria azione politica, da non poter sperare di poter scindere da essa il proprio destino di principessa e di donna?<\/p>\n<p><em>4. la crisi della reggenza e l&#8217;intervento diplomatico bizantino.<\/em><\/p>\n<p>A partire dal 530 anche la situazione internazionale peggior\u00f2 sensibilmente. Abbiamo visto che l&#8217;esercito rimaneva, in mezzo alla confusione dell&#8217;organismo amministrativo, l&#8217;unico elemento di reale coesione del vacillante regno ostrogoto (un po&#8217; come lo sar\u00e0 nella Spagna dell&#8217;epoca di Olivares, o come nell&#8217;Impero austro-ungarico nei suoi ultimi decenni di vita). Esso aveva confermato il suo alto livello di addestramento e le sue eccellenti capacit\u00e0 operative, respingendo vittoriosamente un tentativo di rivincita dei Gepidi nella regione pannonica; mentre quella flotta poderosa che Teoderico aveva progettato, ma che al momento della sua morte era rimasta in gran parte allo stato di progetto (1), era stata tuttavia in grado di sventare la seria minaccia rappresentata dalla flotta vandalica nel Mediterraneo occidentale, proteggendo efficacemente le coste della Penisola Italiana e della Sicilia (2) &#8211; Sardegna e Corsica essendo in potere degli stessi Vandali &#8211; cos\u00ec duramente provate dai pirati vandali negli ultimi decenni dell&#8217;Impero di Occidente. D&#8217;altra parte la macchina militare gota, largamente influenzata dalle tecniche di guerra romane, costituiva un onere finanziario estremamente gravoso per le casse del regno; e il governo di Amalasunta, tutto proteso nello sforzo di cattivarsi le simpatie della nobilt\u00e0 senatoria, non era in condizioni di ricorrere a nuove tassazioni per finanziarlo. S&#8217;imponeva, quindi, la necessit\u00e0 di una drastica riduzione delle spese militari; e fu probabilmente per tale motivo che la corte di Ravenna decise il ritiro delle guarnigioni militari insediate da Teoderico nella Penisola Iberica e nel mezzogiorno della Gallia, per fare del regno visigoto una sorta di protettorato <em>de facto.<\/em>.<\/p>\n<p>La partenza delle truppe ostrogote dalla Spagna e dalla Septimania fu salutata con gioia dai Visigoti e dalle popolazioni latine, che avevano dovuto sottostare a esorbitanti tassazioni per mantenerle, da parte del governo di Ravenna. D&#8217;altra parte, se tale ritiro irrit\u00f2 profondamente i circoli ostrogoti nazionalisti, desiderosi di una politica estera pi\u00f9 aggressiva, attirando nuove critiche al governo di Amalasunta, esso aument\u00f2 la baldanza dei re franchi, che spiavano l&#8217;occasione per vibrare alla monarchia visiota il colpo di grazia. Clodoveo era morto nel 511, dopo aver ricevuto gli onori consolari dall&#8217;imperatore Anastasio, e aveva lasciato il regno diviso tra i suoi quattro figli: Teuderico (Thierry), Clodomiro, Childeberto e Clotario. (3) Il giovanetto Amalarico che, dopo essere scampato fortunosamente al disastro di Vouill\u00e9, governava i Visigoti sotto la protezione di Thiodis, scudiero del nonno Teoderico (4), sperando forse di proteggersi dalla minaccia franca aveva chiesto e ottenuto in moglie, dai quattro sovrani collegati, la loro sorella, che si chiamava Clotilde come sua madre. (5) Ma i Franchi avevano ripreso la loro politica tradizionale, consistente nel sobillare i sudditi latini dei Visigoti, presentandosi quali campioni della riscossa cattolica contro l&#8217;arianesimo; e cos\u00ec Amalarico, &quot;<em>caduto nel raggiro franco<\/em>&quot;, si era visto costretto, suo malgrado, a riprendere le persecuzioni anticattoliche. La stessa Clotilde, allora, aveva invocato l&#8217;aiuto dei suoi fratelli contro il marito, affermando che Amalarico le usava violenza per costringerla ad abiurare. (6) Il primo a scendere in campo per &quot;liberarla&quot; era stato Childeberto, re di Parigi, che nel 531 aveva invaso la Septimania ed espugnato il suo centro principale, Narbona. Era chiaro che ci\u00f2 non sarebbe accaduto se gli Ostrogoti non l&#8217;avessero precedentemente evacuata, per cui l&#8217;avanzata dei Franchi fino alle agognate sponde del Mediterraneo e il nuovo tracollo del regno visigoto costituivano un chiaro fallimento della politica estera di Ravenna. Quanto ad Amalarico, lo sventurato re, nuovamente fuggiasco, venne inseguito oltre i Pirenei, fino a Barcellona, ove trov\u00f2 la morte non si sa bene se colpito da una lancia franca (7) o per mano di uno dei suoi. (8) Il risultato di questo breve ma disastroso conflitto fu che i Visigoti vennero respinti per sempre fuori della Gallia, entro i confini della Penisola Iberica, ove si riorganizzarono sotto il regno di Thiodis (9); i Franchi occuparono stabilmente la Septimania, assicurandosi una &quot;finestra&quot; sul Mediterraneo; e,in seguito a tali avvenimenti, la Provenza ostrogota venne a trovarsi direttamente esposta alla minaccia merovingia. (10)<\/p>\n<p>Questi preoccupanti avvenimenti indussero il governo di Amalasunta a studiare alcune contromisure. Fedele, per\u00f2, alla sua politica di non intervenire direttamente nelle questioni politico-militari fuori del regno ostrogoto, esso si limit\u00f2 a promuovere un riavvicinamento con il re dei Burgundi, Godomar, al quale restitu\u00ec, nel 502, le terre del Delfinato che Teoderico aveva occupate a suo tempo. Fu una mossa piuttosto debole, derivante da scarso realismo politico: i Burgundi erano ormai troppo deboli per controbilanciare la strapotenza dei Franchi e, lasciandoli soli nell&#8217;inevitabile guerra che si preparava, la corte di Ravenna li espose a una prevedibile disfatta. Gi\u00e0 nel 524 Clodomiro e Thierry avevano invaso il regno vicino e sconfitto i Burgundi. Il loro re Sigismondo, che aveva sposato una sorellastra di Amalasunta, chiamata Ostrogoto, e la cui figlia di secondo letto, Suavegota, era andata sposa al re Thierry, era stato fatto prigioniero e assassinato da Clodomiro. Suo fratello Godomar, dopo la battaglia di V\u00e9zeronce, nella quale era rimasto ucciso Clodomiro, aveva potuto riavere momentaneamente il suo regno. (11) Tuttavia, nel 532-34 Clotario e Childeberto lo invadevano di nuovo e riuscivano a sottometterlo. Da quel momento la Burgundia cess\u00f2 di avere una sua propria politica indipendente e si ridusse allo <em>status<\/em> di provincia, sia pure autonoma, del regno merovingio.<\/p>\n<p>Questi gravi rovesci di politica estera compromettevano definitivamente la strategia teodericiana dell&#8217;equilibrio fra i diversi regni romano-barbarici e, pur non coinvolgendo in conflitti aperti il regno ostrogoto, ne indebolirono ulteriormente la posizione internazionale. Scomparsi i Visogoti dalla scena politica della Gallia e sottomessi i Turingi e i Burgundi al regno franco, quest&#8217;ultimo dava chiari segni di volersi espandere in direzione delle Alpi e della fertile Valle Padana. Senza dubbio questo scacco politico-strategico venne rinfacciato ad Amalasunta dal partito nazionalista goto, come conseguenza del suo disimpegno diplomatico nei confronti dei regni di Toledo e di Lione. Anche se gli storici pettegoli e reticenti di questa et\u00e0 vorrebbero farci credere che tutte le difficolt\u00e0 di Amalasunta le venissero dalla questione dell&#8217;educazione di Atalarico, \u00e8 chiaro che la nuova espansione della monarchia franca e la perdita della contiguit\u00e0 territoriale con quella visigota dovettero indebolire e screditare tutto il suo governo. Dal cantoi suo la reggente, sul piano della politica estera, reag\u00ec nell&#8217;unica maniera che fosse coerente con il suo programma di politica interna, e cio\u00e8 cercando di scongiurare un&#8217;alleanza franco-bizantina col dimostrarsi sempre pi\u00f9 remissiva nei confronti di Costantinopoli. Si profilava infatti, nel Mediterraneo occidentale, l&#8217;eventualit\u00e0 di un ritorno offensivo della flotta imperiale, anche se nessuno &#8211; allora- avrebbe potuto immaginare la grandiosa vastit\u00e0 dei disegni di riconquista accarezzati da Giustiniano. Ma \u00e8 chiaro che, quanto pi\u00f9 Amalasunta accentuava l&#8217;atteggiamento di ossequio e quasi di dipendenza del regno ostrogoto dall&#8217;imperatore, tanto pi\u00f9 facilmente il partito estremista goto aveva l&#8217;occasione di gridare al tradimento dei genuini interessi nazionali. E quanto all&#8217;aristocrazia terriera italica, sulla quale il governo della reggente aveva tanto contato, a che scopo avrebbe dovuto essa compromettersi sostenendo Amalasunta, quando era ella stessa che sembrava invitare un ritorno dei Bizantini in Occidente? Non era stata questa, in fondo, l&#8217;accusa che aveva coinvolto Albino, Simmaco e Boezio e che aveva segnato la decisiva svolta della politica teodericiana?<\/p>\n<p>Nel 532 l&#8217;impoeratore Giustiniano e il re sassanide Cosroe Anurshivan (= &quot;il Giusto&quot;) ponevano fine alle ostilit\u00e0 bizantino-persiane, sottoscrivendo una <em>pax aeterna<\/em> il cui prezzo fu, per i Bizantini, l&#8217;abbandono dell&#8217;antica fortezza di Dara, il riconoscimento della sovranit\u00e0 persiana sull&#8217;Iberia e il pagamento annuo, da parte del governo di Costantinopoli, di 110.000 libbre d&#8217;oro per il mantenimento dei pres\u00ecdi caucasici a difesa dalle trib\u00f9 barbare del nord, specialmente gli Unni Bianchi o Eftaliti. (12) Era, senza dubbio, una pace umiliante per l&#8217;Impero d&#8217;Oriente, ma che lasciava finalmente a Giustiniano le mani libere per rivolgere tutta la sua attenzione e tutte le risorse dello Stato alle ex province occidentali dell&#8217;Impero Romano. Egli aveva gi\u00e0 individuato l&#8217;anello pi\u00f9 debole nella catena dei regni barbarici: il regno dei Vandali, che stava precipitando verso una crisi interna sempre pi\u00f9 grave; e aveva anche gi\u00e0 individuato il suo principale alleato potenziale: il regno ostrogoto, appunto.<\/p>\n<p>I primi, gravi dissapori fra la corte di Ravenna e quella di Cartagine risalivano al regno di Teoderico. Infatti, bench\u00e9 nel 500 Trasemundo avesse sposato la di lui sorella, Amalafrida, poi, timoroso di un eccesivo rafforzamento del regno ostrogoto, aveva cercato d&#8217;impedire che la Spagna, dopo il 507, passasse sotto la tutela del cognato. Nel 523 era morto e la vedova Amalafrida era stata incarcerata dal nuovo re, Ilderico, restauratore del cattolicesimo in funzione filo-bizantina; e, subito dopo la morte di Teoderico, l&#8217;aveva messa a morte sotto l&#8217;accusa di cospirazione e tradimento. (13) Il governo di Amalasunta non aveva potuto fare altro che avanzare una vibrata protesta (14), alla quale non seguirono fatti per mancanza di mezzi navali e pi\u00f9 ancora, forse, per mancanza di volont\u00e0 politica di spingere la rottura fino alle estreme conseguenze. Ma nel maggio del 530 il partito vandalico nazionalista, ariano e violentemente anti-cattolico, aveva ripreso l&#8217;iniziativa, deponendo Ilderico ed innalzando al trono Gelimero, imparentato con la casa regnante. (13) Ci\u00f2 non produsse una rappacificazione fra Ostrogoti e Vandali, tanto che quando Giustiniano, nel 533, iniz\u00f2 la campagna d&#8217;Africa per distruggere il regno vandalico, pot\u00e8 contare sulla neutralit\u00e0 pi\u00f9 che benevola del governo di Amalasunta.<\/p>\n<p>La flotta di Belisario pot\u00e8 ricoverarsi nei porti della Sicilia, rifornirvisi di vettovaglie e di cavalli, e organizzarvi &#8211; in tutta tranquillit\u00e0 &#8211; lo sbarco in direzione di Cartagine (16), che ebbe luogo nel settembre del 533. Poco pi\u00f9 di un anno dopo, il regno dei Vandali aveva cessato di esistere, l&#8217;Africa era diventata una provincia bizantina e il re Gelimero era stato condotto in Asia Minore, dove ricevette dal vincitore un trattamento generoso. Anche la Sardegna e la Corsica erano state riconquistate dalle flotte imperiali, come pure la costa numida e mauritana, fino a Ceuta e a Tangeri, mentre gli Ostrogoti rioccupavano la fortezza siciliana di Lilibeo, portata in dote &#8211; a suo tempo &#8211; dalla sventurata Amalafrida, per le nozze con Trasemundo. (17) Un evento di enorme portata politico-militare aveva cambiato la carta del Mediterraneo e messo fine per sempre alla solidariet\u00e0 reciproca dei regni romano-barbarici; e ci\u00f2 era avvenuto mentre il governo di Amalasunta rimaneva affacciato alla finestra e, anzi, collaborava indirettamente &#8211; ma efficacemente &#8211; alla distruzione del regno vandalico. \u00c8 naturale che anche noi, come i contemporanei di quel fatto, ci interroghiamo sulle ragioni di una condotta a prima vista cos\u00ec sorpendente e cerchiamo di individuare i motivi che possono aver ispirato il disegno politico della reggente. Ma, per far ci\u00f2, dobbiamo compiere alcuni passi indietro (quanti, esattamente, non sappiamo, poich\u00e9 manca una cronologia attendibile) e ritornare brevemente alla questione dell&#8217;educazione del giovane re Atalarico.<\/p>\n<p>I capi del partito goto &quot;nazionale&quot;, sfruttando un pretesto qualsiasi, avevano ottenuto l&#8217;allontanamento dei suoi tre anziani maestri goti, la cessazione degli studi di <em>humanae litterae<\/em> e l&#8217;affidamento di Atalarico ai sistemi educativi tradizionali della sua gente. Essi consistettero nel far crescere il giovane sovrano insieme ad alcuni ragazzi goti un po&#8217; pi\u00f9 grandi di lui, i quali avrebbero dovuto spronarlo a diventare &quot;un uomo&quot;. Di fatto, lo debosciarono con ogni sorta di stravizi e lo fecero ammalare. (18) Forse la costituzione di Atalarico era gi\u00e0 predisposta alla tubercolosi, dato che anche suo padre Eutarico era morto di malattia nel fiore degli anni; sta di fatto che, a partire dal 530 circa, il ragazzo non fece che abbrutirsi e correre verso la consunzione, mentre Amalasunta era costretta ad assistere, impotente, alle manovre di coloro che le stavano alienando il figlio. Pare che Atalarico non fosse mai stato d&#8217;intelligenza particolarmente vivace, ma negli ultimi anni del suo regno e della sua vita si comport\u00f2 addirittura da irresponsabile: era evidente, infatti, che sua madre correva dei pericoli, da quando l&#8217;avevano invitata apertamente a lasciare il palazzo reale di Ravenna; eppure non fece niente per proteggerla. (19) Pu\u00f2 essere che anche lui avvertisse come opprimente la reggenza di sua madre, una reggenza che ella pareva intenzionata a non deporre mai; oppure, semplicemente, egli era troppo inesperto e irretito dai capi del partito goto nazionalista per afferrare tutta la gravit\u00e0 della situazione di lei. Sta di fatto che, certamente a partire dal 531 o 532, Amalasunta si sforzava di continuare a governare un grande regno, senza essere pi\u00f9 n\u00e9 rispettata n\u00e9 sicura nella propria stessa reggia. Questa situazione paradossale non poteva che spingerla verso una politica sempre pi\u00f9 autoritaria e personale, tanto sul piano interno che su quello internazionale.<\/p>\n<p>In tale prospettiva, forse, possiamo trovare la prima e pi\u00f9 convincente spiegazione dell&#8217;atteggiamento tenuto dalla corte di Ravenna durante il conflitto greco-vandalico. Non tanto e, comunque, non solo per regolare vecchi conti con la corte di Cartagine o per vendicare la morte di sua zia Amalafrida, la reggente opt\u00f2 per una politica di benevola neutralit\u00e0 nei confronti dell&#8217;imperatore; n\u00e9 per tornare in possesso di Lilibeo, che pure costituiva un minaccioso avamposto vandalico affacciato sul Tirreno. Il fatto \u00e8 che Amalasunta, il cui governo si trovava gi\u00e0 sotto accusa da parte dei Goti pi\u00f9 intransigenti a causa dei rovesci sub\u00ecti in Gallia e in Spagna, e la cui reggenza era sempre meno tollerata, per puntellare il proprio vacillante potere non aveva altra risorsa che quella di stringersi sempre pi\u00f9 a Giustiniano. Da parte sua l&#8217;imperatore, nel quadro della sua politica generale verso i regni barbarici dell&#8217;Occidente, aveva tutto l&#8217;interessa a mantenere il regno ostrogoto in uno stato di debolezza, onde impedire che il governo di Ravenna cadesse nelle mani di un esponente del partito goto nazionalista: ad esempio di quel Vitige, gi\u00e0 armigero di Teoderico ed ora consigliere di Amalasunta, che si era creato una solida reputazione in campo militare, guerreggiando con successo contro i Gepidi (20) e che, effettivamente, sarebbe riuscito a cingere la corona gotica alcuni anni dopo, nell&#8217;autunno del 536. Il governo di una donna, poco accetto alla maggioranza dei Goti, e quello di un ragazzo torpido e indolente come Atalarico, erano quanto di meglio Giustiniano potesse desiderare per l&#8217;Italia, in quel momento. Si trattava di una situazione eccezionalmente favorevole dal punto di vista bizantino, considerato che nel 526 la citt\u00e0 di Costantinopoli aveva vissuto nell&#8217;ansia di un possibile attacco, per mare e per terra, da parte degli Ostrogoti di Teoderico. Amalasunta, dunque, insieme a suo figlio rappresentava, per l&#8217;imperatore, il governo pi\u00f9 desiderabile che quel regno potesse avere. Un governo amichevole e remissivo, che cercava quasi di passare insosservato sulla scena turbolenta e rumorosa dei regni barbarici d&#8217;Occidente. E, poich\u00e9 Giustiniano sapeva bene quanto la reggente avesse un disperato bisogno della sua amicizia, non \u00e8 escluso che gi\u00e0 allora stesse accarezzando il progetto di una annessione dell&#8217;Italia &#8211; possibilmente pacifica e senza dover sostenere spese e perdite umane &#8211; all&#8217;Impero.<\/p>\n<p>La stessa Amalasunta, a un certo punto della sua burrascosa reggenza, non si fece scrupolo d&#8217;incoraggiare apertamente simili disegni della corte costantinopolitana. Nel 533 ella aveva elevato Cassiodoro all&#8217;altissima carica di prefetto del Pretorio e, nel quadro della medesima politica di reazione contro l&#8217;estremismo gotico, aveva fatto allontanare da Ravenna tre dei pi\u00f9 pericolosi esponenti del partito barbarico nazionalista, che quasi alla luce del sole avevano tramato per cacciarla dal governo. Li aveva fatti relegare agli estremi confini del regno, lontani l&#8217;uno dall&#8217;altro col pretesto della difesa militare contro i nemici esterni; ma, in realt\u00e0, per neutralizzare la loro cospirazione mediante un esilio appena dissimulato. I loro amici e parenti, per\u00f2, avevano continuato a fare la spola tra essi e la capitale, ricominciando a tessere la trama della congiura interrotta.<\/p>\n<p>Amalasunta, che non poteva minimamente contare sull&#8217;aiuto del figlio, a un certo punto si vide perduta e decise d&#8217;inviare un&#8217;ambasceria segreta a Costantinopoli, per chiedere all&#8217;imperatore se fosse disposto ad offrirle asilo politico. Giustiniano accolse favorevolmente i messi della reggente e convenne con loro di predisporre un sicuro rifugio per lei a <em>Dyrrachium<\/em> (Durazzo), nell&#8217;Epiro (21), quasi di fronte al porto di <em>Brundisium<\/em> (Brindisi); donde avrebbe potuto, se lo desiderava, proseguire alla volta di Costantinopoli, oppure restare in attesa che uno schiarimento della situazione in Italia le consentisse di rientrare in Italia. Ma, quando gi\u00e0 tutto era predisposto, all&#8217;ultimo momento la fiera figlia di Teoderico volle fare un supremo, disperato sforzo per conservare il potere: mand\u00f2 avanti, a <em>Dyrrachium,<\/em> una nave con 400 centenari d&#8217;oro (22) del tesoro reale, e intanto invi\u00f2 dei sicari ad assassinare i tre Goti che reggevano le fila della cospirazione contro di lei. Furono giorni di estrema tensione per Amalasunta: sola, nel palazzo di Ravenna, con l&#8217;unica compagnia di pochi consiglieri fidati, di Atalarico malato e abbrutito e di Matasunta, ch&#8217;era appena una bambina, attendeva di ora in ora l&#8217;esito del suo estremo tentativo; pronta, se questo fosse fallito, ad imbarcarsi nel porto di Classe e a lasciare per sempre il suo regno e il suo popolo. Infine i suoi uomini fecero ritorno: avevano portato a termine la missione loro affidata: i tre capi del partito goto nazionalista erano stati silenziosamente tolti di mezzo. Allora, Amalasunta riprese coraggio e decise di rimanere a Ravenna; la nave carica dei suoi tesori, gi\u00e0 arrivata a <em>Dyrrachium<\/em>, ebbe l&#8217;ordine di tornare indietro<em>.<\/em> (23)<\/p>\n<p>In realt\u00e0, la situazione della reggente era migliorata solo in apparenza. L&#8217;assassinio dei capi della cospirazione aveva ridato respiro al suo governo, ma aveva esasperato ulteriormente il partito goto nazionalista. I parenti degli uccisi avevano giurato vendetta secondo la consuetudine germanica, e le trame a danno di Amalasunta erano ricominciate pi\u00f9 fitte di prima. La presenza delle flotte e degli eserciti bizantini a Cartagine, proprio di fronte alla Sicilia, poi, contribuiva ad allarmare quei Goti che non avevano mai smesso di diffidare delle intenzioni di Giustiniano e che nel 526, alla morte di Teoderico, erano rimasti fieramente delusi dalla smobilitazione dell&#8217;esercito radunato nell&#8217;Illirico e dall&#8217;abbandono dei preparativi di guerra contro l&#8217;Impero. D&#8217;altra parte, la straordinaria ambasceria di Amalasunta a Costantinopoli aveva convinto Giustiniano che la situazione interna del regno ostrogoto era ancor pi\u00f9 precaria di quanto avesse supposto e che era tempo di iniziare senz&#8217;altro il lavor\u00eco diplomatico per realizzare l&#8217;annessione dell&#8217;Italia all&#8217;Impero.<\/p>\n<p>Nell&#8217;estate del 533, pare (24), una ambasceria bizantina venne nella Penisola. La componevano due ecclesiastici, Ipazio vescovo di Efeso e Demetrio, vescovo di Filippi in Macedonia; e un dignitario civile, il senatore Alessandro. (25) Ipazio e Demetrio erano stati mandati a Roma, presso il papa Giovanni II, per sottoporgli uno schema di conciliazione col monofisismo moderato della scuola di Severo di Antiochia, secondo la formula: &quot;<em>Christum incarnatum et hominem factum cruciatumque unum esse sanctae et consustantialis trinitatis.<\/em>&quot; (26) Tanto il monofisismo estremista, quanto il nestorianesimo e l&#8217;eutichianesimo venivano, invece, apertamente condannati. Lo schema di conciliazione era opera dello stesso Giustiniano, che desiderava trovare a ogni costo un punto d&#8217;incontro fra le tendenze separatiste copte e siriache, che si facevano schermo dell&#8217;eresia monofisita e il cattolicesimo di Roma, di cui aveva assoluto bisogno prima di accingersi all&#8217;annessione dell&#8217;Italia. (27) Contemporaneamente, Alessandro aveva l&#8217;incarico di recarsi a Ravenna per svolgere un&#8217;ambasceria presso la reggente Amalasunta. Qusta ambasceria doveva articolarsi in due momenti: l&#8217;uno pubblico, per trattare alcune questioni diplomatiche di carattere generale; l&#8217;altro privato e segreto, per accertare i motivi che avevano indotto Amalasunta a sospendere il trasferimento a <em>Dyrrachium<\/em> e chiarirne le reali intenzioni.<\/p>\n<p>La missione dei due vescovi bizantini a Roma, dopo varie discussioni, si concluse con un successo per la diplomazia di Giustiniano. Papa Giovanni II fin\u00ec per accettare la formula religiosa proposta dall&#8217;imperatore e diede la sua approvazione ufficiale al documento, nel 534. (28) Dietro le quinte, per\u00f2, anche a Roma &#8211; come a Ravenna &#8211; fervevano trattative segrete, la cui posta in gioco riguardava ben pi\u00f9 che delle astruse dottrine teologiche circa la natura di Dio. Ipazio e Demetrio erano stati contattati da Teodato, il cugino di Amalasunta che, in Toscana, si era creato dei latifondi cos\u00ec immensi, da potersi quasi considerare un piccolo sovrano indipendente in quella regione. (29) Egli era uno di quei nobili goti sui quali la civilt\u00e0 latina aveva prodotto uno strano e disarmonico effetto. (30) Privo delle virt\u00f9 guerriere dello zio materno Teoderico, si era immerso nello studio della filosofia platonica, senza per questo liberarsi dalla smania di accumulare senza posa terre e danari: per lui, dice seccamente Procopio, avere un vicino equivaleva a una disgrazia. (31) Tali e tante erano le occupazioni indebite di fondi da lui compiute, che pi\u00f9 d&#8217;una volta i suoi sfortunati vicini latini avevano dovuto appellarsi allla giustizia regia, che lo aveva ripetutamente ammonito e condannato in base all&#8217;editto di Atalarico. I suoi rapporti personali con Amalasunta, particolarmente attenta alla difesa degli interessi dell&#8217;aristocrazia senatoria, si erano pertanto gi\u00e0 irrimediabilmente guastati all&#8217;epoca dell&#8217;ambasceria dei vescovi di Efeso e di Filippi. A costoro, dunque, Teodato fece una proposta straordinaria: la cessione della Toscana all&#8217;imperatore, in cambio della propria ammissione nel Senato di Costantinopoli, asilo politico e, naturalmente, una forte somma di denaro. (32) I due religiosi ascoltarono a bocca aperta questa offerta di mercato e promisero di riferirla all&#8217;imperatore: la Toscana, infatti, avrebbe potuto costituire un&#8217;ottima base di partenza per sviluppare pi\u00f9 vasti disegni politico-militari, nel quadro di una generale riconquista della Penisola.<\/p>\n<p>Frattanto, a Ravenna, il senatore Alessandro, alla presenza di Amalasunta e dei suoi ministri goti e latini, aveva esposto i tre punti fondamentali della sua missione &quot;pubblica&quot;. Si trattava, in effetti, di altrettante proteste ufficiali da parte del governo di Costantinopoli a quello della reggente: per l&#8217;occupazione gotica di Lilibeo, che i Bizantini affermavano spettare loro in quanto parte integrante dello scomparso regno vandalico; per l&#8217;attacco proditorio di un esercito ostrogoto contro la citt\u00e0 imperiale di Graziana, nella zona di <em>Sirmium<\/em> (Sremska Mitrovica)(33); e per l&#8217;asilo che era stato offerto dal comandante militare di Napoli, Uliari, a dieci mercenari unni che avevano disertato dall&#8217;esercito di Belisario, in Africa. \u00c8 certo che, al tempo di Teoderico, nessuna missione diplomatica bizantina avrebbe osato sostenere una condotta cos\u00ec apertamente aggressiva: si aveva, infatti, la netta sensazione che, ora, la diplomazia di Giustiniano stesse andando palesemente alla ricerca di un pretesto per rompere le relazioni con la corte di Ravenna, in vista di un possibile conflitto. I dignitari romani di Amalasunta, e soprattutto quelli goti, dovettero ascoltare con amarezza e sorpresa il tenore della lettera di cui Alessandro era latore. Questa era, dunque, la gratitudine di Giustiniano per l&#8217;inestimabile appoggio logistico offerto dai Goti a Belisario nella guerra contro i Vandali?<\/p>\n<p>Amalasunta, da parte sua, avendo gi\u00e0 ricevuto privatamente l&#8217;ambasciatore e conoscendo la reale natura della sua missione, si limit\u00f2 a recitare una commedia scontata a beneficio dei suoi ignari ministri e cortigiani. Con tono conciliante nella forma, ma energico nella sostanza, ribatt\u00e8 ad Alessandro che Lilibeo spettava ai Goti, sia perch\u00e9 apparteneva loro <em>ab antiquo<\/em>, sia quale preda di guerra (34); che i Goti avevano danneggiato la citt\u00e0 di Graziana per errore, nel corso delle operazioni di guerra contro i Gepidi; e che l&#8217;asilo offerto ai dieci disertori unni era cosa troppo modesta per meritare la vibrata protesta dell&#8217;imperatore. Questo contegno, dignitoso ma fermo, non era che un espediente per soddisfare l&#8217;orgoglio nazionale dei dignitari goti presenti, poich\u00e9 &#8211; in realt\u00e0 &#8211; ella aveva gi\u00e0 segretamente promesso all&#8217;ambasciatore bizantino di essere disposta a patteggiare il ritorno dell&#8217;Italia sotto la diretta autorit\u00e0 di Costantinopoli. (35)<\/p>\n<p>Che cosa pot\u00e9 spingere Amalasunta a compiere un passo cos\u00ec disperato e vergognoso? Se \u00e8 vero che ella fece una tale promessa al negoziatore imperiale, non restano che due alternative per spiegarne il comportamento che equivale, in termini giuridici, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno che al reato di alto tradimento: o intendeva semplicemente ingannarlo, allo scopo di guadagnare tempo e di destreggiarsi indefinitamente fra Goti e Bizantini; oppure la sua offerta di cedere il governo dell&#8217;Italia era sincera, e in tal caso bisogna concludere che le mene del partito nazionalista goto l&#8217;avevano ormai ridotta alla disperazione. Senonch\u00e9, poteva ella davvero illudersi che il suo fiero popolo avrebbe accettato di sottomettersi, senza colpo ferire, a Giustiniano, una volta che il suo tradimento fosse venuto alla luce? Evidentemente sperava che la confusione e il disorientamento sarebbero stati tali da vanificare un autentico tentativo di resistenza organizzata.<\/p>\n<p>\u00c8 necessario, a questo punto, che ci soffermiamo brevemente ad analizzare l&#8217;evoluzione subita dall&#8217;iniziale progetto politico di Amalasunta. Animata, dopo la morte del padre suo, dal proposito di consolidare il regno ostrogoto mediante una graduale assimilazione, da parte dei suoi connazionali, della civilt\u00e0 romana, ella aveva finito per mettere il regno all&#8217;asta in cambio della propria personale salvezza: una tragica parabola discendente, la confessione di un pieno fallimento politico. Perch\u00e9 dunque si era giunti a un cos\u00ec totale fallimento? Amalasunta, nell&#8217;ora del pericolo, si era trovata a sostenere tutto intero, sulle proprie spalle, il peso del suo programma generoso, ma utopistico. Utopistico non perch\u00e9 la strada della progressiva fusone tra Goti e Latini fosse irrealizzabile (quantunque essa passasse di necessit\u00e0 attraverso una conversione dei Goti al cattolicesimo, cos\u00ec come avevano fatto i Franchi), ma perch\u00e9 poco realistiche erano state le strategie messe a punto per realizzarla. Il governo della reggente, in particolare, aveva continuato a vedere nel ceto dell&#8217;aristocrazia senatoria l&#8217;unico interlocutore della sua politica italiana: e ci\u00f2 era stato, pi\u00f9 che un errore, una dimostrazone d&#8217;ingenuit\u00e0. Il Senato aveva scoperto da tempo l&#8217;importante segreto che la propria sopravvivenza non era necessariamente legata al potere dominante in Italia: per questo aveva abbandonato Romolo Augustolo in favore di Odoacre; per questo aveva abbandonato Odoacre in favore di Teoderico. (36) Per la stessa ragione, ora, si accingeva ad abbandonare Amalasunta in favore di Giustiniano. Come classe sociale, se non come organismo politico &#8211; ormai, del resto, puramente nominale (37) &#8211; il Senato era in grado di superare senza troppi danni simili tempeste. Non era un gran risultato constatare tutto questo, da parte della reggente, dopo che ella aveva sacrificato sull&#8217;altare dell&#8217;alleanza politica col Senato ogni altra possibile alternativa. Per uscire dal vicolo cieco nel quale s&#8217;era intrappolata, ad Amalasunta non restavano pi\u00f9 che le armi della simulazione e del tradimento. Vi \u00e8, tuttavia, una specie di logica intrinseca in tali esiti disgraziati della sua azione di governo. Per usare l&#8217;espressione di uno storico moderno a proposito del generale di Valentiniano III, Ezio, ma che potrebbe ugualmente bene adattarsi alla figlia di Teoderico: &quot;<em>Una volta che aveva deciso di appoggiare un ordine sociale le cui basi economiche erano venute meno da lungo tempo, dei metodi politici onesti non erano pi\u00f9 adeguati.<\/em>&quot; (38) Questa \u00e8 la lezione che possiamo trarre dalla tragica involuzione del governo di Amalasunta dopo il 533.<\/p>\n<p><em>5. L&#8217;epilogo di un regno.<\/em><\/p>\n<p>Giustiniano aveva tutte le ragioni per esultare quando i suoi ambasciatori, di ritorno dall&#8217;Italia, gli riferirono circa l&#8217;esito della loro missione. Non solo Ipazio e Demetrio avevano ottenuto l&#8217;approvazone del papa per la formula teologica compromissoria preparata dall&#8217;imperatore; non solo Amalasunta si era mostrata apertamente possibilista circa la transazione col governo di Costantinopoli per la sovranit\u00e0 sull&#8217;Italia; ma una nuova, impensata offerta era venuta da Teodato, pronto a spalancare le porte della &quot;sua&quot; Toscana agl&#8217;imperiali, in cambio di un po&#8217; d&#8217;oro e di una carica onorifica! Adesso Giustiniano disponeva di una preziosa carta di riserva da giocare, nel caso fossero sorte complicazioni nelle trattative con Amalasunta; mentre, dal punto di vista religioso, aveva le spalle coperte dalla benevola neutralit\u00e0 di Giovanni II e dal favore delle popolazioni cattoliche della Penisola. Avevano, i due vescovi bizantini, accennato al pontefice &#8211; tra mezzo alle discussioni cristologiche &#8211; quanto si andava preparando mediante le trattative segrete fra Ravenna e Costantinopoli? Non lo sappiamo: \u00e8 molto probabile, per\u00f2, che i messi bizantini abbiano voluto sondare il terreno anche su tale questione, onde esser certi del favore del vescovo di Roma a un eventuale ritorno della sovranit\u00e0 imperiale in Italia.<\/p>\n<p>Subito, nella seconda met\u00e0 del 534, Giustiniano volle mandare a Ravenna una seconda ambasceria, affidandola al <em>patricius<\/em> Pietro, un avvocato nativo di <em>Tessalonica<\/em> (Salonicco), particolarmente astuto e privo di scrupoli. (1) L&#8217;imperatore gli diede istruzioni di mascherare la sua vera missione con la ripresa dei negoziati per la questione di Lilibeo e degli altri contenziosi gi\u00e0 trattati da Alessandro; ma questi, come al solito, dovevano essere solo pretesti per gettare fumo negli occhi dei Goti. In realt\u00e0, egli doveva definire le trattative segrete gi\u00e0 avviate con Amalasunta e mettersi in contatto, inoltre, con Teodato, per usare quest&#8217;ultimo, eventualmente, come un&#8217;utile pedina di riserva. (2) Pietro, per\u00f2, nel salpare dal porto di Costantinopoli, non recava con s\u00e9 solamente le istruzioni di Giustiniano: all&#8217;insaputa di questi, anche l&#8217;imperatrice Teodora aveva affidato all&#8217;ambasciatore una missione segreta, per proprio conto. Tale missione consisteva nel provocare ad ogni costo l&#8217;eliminazione fisica di Amalasunta. Teodora era stata esplicita in proposito: e aveva fatto balenare a Pietro la possibilit\u00e0 di grandi ricompense se avesse condotto a termine l&#8217;impresa. (3) Ci si chieder\u00e0 certamente perch\u00e8 la <em>basilissa<\/em> di Costantinopoli odiasse la figlia di Teoderico d&#8217;un odio cos\u00ec mortale, tanto pi\u00f9 che le spiegazioni avanzate da Procopio su questo punto sono alquanto insoddisfacenti. In sostanza, lo storico bizantino sostiene che Teodora, ex prostituta ed ex attrice di terz&#8217;ordine, era mortalmente gelosa di Amalasunta, giovane quasi come lei (4), bella, intelligente e colta, e voleva assolutamente impedirle di arrivarea Costantinopoli. &quot;<em>Perci\u00f2 Teodora, che non era nata in un letto regale e si era conquistata il trono conquistando un uomo, non aveva voluto vedere l&#8217;avvenente principesa, barbara, ma educata latinamente, sulle rive del Bosforo.<\/em>&quot; (5) Ella temeva non solo la bellezza e il fascino di Amalasunta, ma anche la sua prontezza nel formulare piani per ottenere ci\u00f2 che voleva e la sua energia nell&#8217;attuarli; e, come donna, intuiva in lei una rivale pericolosissima e diffidava della leggerezza di suo marito Giustiniano.(6) Questo \u00e8 quanto Procopio ci ha tramandato, e molti storici moderni si son limitatri a ripetere. Ma \u00e8 possibile che non vi siano state altre ragioni, di natura pi\u00f9 strettamente politica? Senza voler sottovalutare una istintiva gelosia femminile, che ben si adatterebbe &#8211; del resto &#8211; a tutto quel che sappiamo della personalit\u00e0 di Teodora, abbiamo il dovere di chiederci se essa pu\u00f2, da sola, spiegare ogni cosa. E, in primo luogo: \u00e8 proprio vero che Giustiniano era tanto impaziente di avere presso di s\u00e9, come ospite e rifugiata politica, la figlia di Teoderico? Il suo successivo comportamento dimostra che egli non era preoccupato per la sote di lei, ma che aveva costantemente l&#8217;occhio rivolto al suo obiettivo di creare disorientamento nella corte di Ravenna: e, pur di raggiungere questo scopo, era anche disposto a sacrificare la vita di Amalasunta. (7) Egi, dunque, non ne era innamorato, e &#8211; sotto questo rispetto &#8211; non avevano ragion d&#8217;essere le preoccupazioni muliebri che Procopio attribuisce a Teodora. Solo due anni prima, del resto, in occasione della sanguinosa rivolta di Nika a Costantinopoli, Teodora col suo contegno risoluto aveva convinto suo marito a non fuggire e gli aveva, cos\u00ec, salvato il trono (8): in quegli anni, di conseguenza, Giustiniano si trovava fortemente esposto all&#8217;influsso di lei. Per cui non restano che due possibili spiegazioni: o Giustiniano era a parte della decisione di far uccidere Amalasunta e la condivideva, perch\u00e9 ci\u00f2 gli avrebbe offerto il pretesto per rompere le relazioni col regno ostrogoto e prepararsi alla guerra &#8211; come poi realmente avvenne (9); oppure Teodora perseguiva un suo piano che non \u00e8 possibile interpretare, senza fraintenderlo, soltanto alla luce di meschine gelosie femminili. Come cercheremo di dimostrare pi\u00f9 avanti, se Giustiniano diede a Pietro il suo benestare circa l&#8217;eliminazione di Amalasunta, ci\u00f2 dovette avvenire in un secondo momento, nel 535, in presenza di circostanze politiche internazionali assai mutate. Alla partenza di Pietro da Costantinopoli, \u00e8 probabile che l&#8217;imperatore fosse all&#8217;oscuro del complotto (il che non significa, lo ripetiamo, che egli si preoccupasse realmente della sicurezza fisica di Amalasunta, dal momento che era dispostissimo a sacrificarla se ci\u00f2 avesse favorito i suoi disegni complessivi relativi all&#8217;Italia). Resta perci\u00f2 la seconda ipotesi: che l&#8217;ideazione dell&#8217;assassinio della reggente ostrogota fosse dovuto unicamente, almeno in questa prima fase, a Teodora. Ora, \u00e8 noto come la <em>basilissa<\/em> di Costantinopoli fosse una vigorosa sostenitrice dell&#8217;eresia monofisita (10), di contro alle convinzioni politiche e religiose del marito, che vedeva nell&#8217;ortodossia cattolica un potente fattore di coesione per l&#8217;Impero, gi\u00e0 minato da forze centrifughe e tendenzialmente disgregatrici. Di conseguenza, ella doveva vedere di buon occhio i disegni giustinianei di restaurazione in Occidente: sia perch\u00e9 lo distoglievano dalle cose di Siria e d&#8217;Egitto (ove pi\u00f9 forte era la presenza del monofisismo), sia perch\u00e9 lo obbligavano, semmai, a cercare una conciliazione fra cattolicesimo e monofisismo severiano, come difatti accadde con l&#8217;ambasceria di Ipazio e Demetrio. Se dunque, circa la mortale congiura ordita contro Amalasuunta, facciamo ricorso all&#8217;antico ma sicuro interrogativo: <em>cui prodest?<\/em>, dobbiamo giungere alla conclusone che l&#8217;assassinio di Amalasunta avrebbe dato esca, molto probabilmente, al divampare di un conflitto di vaste proporzioni fra il regno ostrogoto e l&#8217;Impero: e ci\u00f2 era esattamente quanto Teodora desiderava. Facendo uccidere la reggente al trono di Ravenna, ella avrebbe conseguito il duplice obiettivo di sbarazzarsi di una pericolosa rivale e di assecondare il coinvolgimento di Giustiniano in una politica occidentale sempre pi\u00f9 impegnativa e complessa, che avrebbe dato respiro- indirettamente &#8211; alle comunit\u00e0 monofisite di Siria ed Egitto. Questa, ad ogni modo, non \u00e8 che un&#8217;ioptesi; e come tale chiede di essere valutata. Tradizionalmente, gli storici sostengono che Teodora non approvava la politica occidentale di suo marito e che avrebbe preferito concentrare ogni sforzo nella parte orientale dell&#8217;Impero, ove le dispute religiose e la minaccia di Persiani ed Arabi consigliavano una prudente ma attenta politica difensiva. (11) Si tracura per\u00f2 la circostanza che una politica di pacificazione religiosa in Siria e in Egitto passava di necessit\u00e0 attraverso un compromesso col cattolicesimo e, quindi, col vescovo di Roma; e che, di conseguenza, una politica aggressiva in Occidente, v\u00f2lta alla riconquista delle perdute province romane, non era affatto incompatibile con essa. Se Giustiniano fosse stato libero di rivolgere tutte le energie in Oriente, ben difficilmente il monofisismo avrebbe superato indenne la prova. Lo dimostrano i fatti: quando, nel 535, mor\u00ec il patriarca di Alessandria d&#8217;Egitto, Timoteo IV, e i monofisiti estremisti cacciarono il suo successore severiano Teodosio per imporre un loro candidato, l&#8217;imperatore mand\u00f2 Narsete con 6.000 uomini a ristabilire quest&#8217;ultimo nella sua sede diocesana (12); ma cosa sarebbe accaduto se il governo di Costabtinopoli non avesse avuto quei 6.000 soldati a disposizione? \u00c8 ovvio che, quanto pi\u00f9 Giustiniano s&#8217;ingolfava nella guerra greco-gotica, tanto pi\u00f9 scemavano le sue possibilit\u00e0 d&#8217;ingerirsi efficacemente nelle questioni relative al monofisismo siro-egiziano. E ci\u00f2 non poteva che far piacere alla monofista Teodora.<\/p>\n<p>Mentre Pietro di Tessalonica era in viaggio alla volta dell&#8217;Italia, a Ravenna accadde l&#8217;evento decisivo per le sorti del regno ostrogoto: la morte per consunzione del giovane re Atalarico, il 2 ottobre 534, in et\u00e0 di soli diciotto anni e dopo otto di un regno puramente nominale. (13) Una morte prevista e ormai attesa da tutti: con crescente inquietudine da sua madre, con rinnovata speranza di riscossa da parte del partito goto &quot;nazionale&quot;. Con la scomparsa di Atalarico, infatti, veniva meno l&#8217;ultimo pretesto che consentiva ad Amalasunta di continuare a ingerirsi negli affari di governo. Gli eredi maschi diretti della dinastia teodericiana non erano pi\u00f9: un nuovo re doveva essere eletto; e ad Amalasunta, ultima rappresentante (insieme alla figlia Matasunta) di quella dinastia, non restava che farsi da parte, scomparire. Ma poteva scomparire nell&#8217;ombra la figlia di Teoderico, dopo aver governato <em>de facto<\/em> il regno ostrogoto per otto anni; poteva scomparire, vogliam dire, senza consegnarsi fatalmente, indifesa ed inerme, alla vendetta di quei maggiorenti Goti ch&#8217;ella aveva mortalmente offeso, e che avevano giurato di vendicare su lei il sangue dei loro congiunti assassinati?<\/p>\n<p>Ed ecco che, nel giro di appena poche ore, si verifica un autentico colpo di scena: Teodato viene associato al trono e diventa re degli Ostrogoti, mentre Amalasunta assume ufficialmente &#8211; contro tutte le consuetudini germaniche &#8211; il titolo di regina. (14) Il Senato, prontamente, ratifica l&#8217;evento, e degli ambasciatori vengono spediti alla volta di Costantinopoli per informare Giustiniano della nuova situazione e per sollecitare il suo riconoscimento formale. (15) Non si tratta punto di nozze fra Teodato e Amalasunta, come taluno autore moderno ha erroneamente supposto; anche perch\u00e9 Teodato aveva gi\u00e0 moglie, una certa Gudelina. Di lei possediamo alcune lettere all&#8217;imperatrice Teodora, conservate nel carteggio ufficiale di Cassiodoro, e firmate orgogliosamente: &quot;<em>Gudelina regina<\/em>&quot;. (16) L&#8217;impressione che se ne ricava, leggendo tra le righe, \u00e8 che costei fosse una donna ambiziosa e intrigante almeno quanto il marito: con Teodora, quindi, doveva intendersi benissimo.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 sembrare strano che Amalasunta abbia preso ua decisione cos\u00ec arrischiata, come quella di associare al trono il proprio cugino. La bassezza morale dell&#8217;uomo era nota; e, come se non bastasse, solo poco tempo prima i due avevano avuto un duro scontro, allorch\u00e9 Amalasunta aveva dovuto intervenire personalmente in difesa dei proprietari terrieri della Toscana, minacciati dalla sfrenata avidit\u00e0 di quest&#8217;ultimo. Sembra che l&#8217;insaziabile fame di latifondi avesse spinto quest&#8217;ultimo a insidiare non solo le terre dell&#8217;aristocrazia latina, ma addirittura quelle del patrimonio reale. (17) Procopio, che riferisce questo episodio, lo colloca subito prima della morte di Atalarico, dunque verso l&#8217;ottobre del 534. Come poteva, allora, una donna della sua intelligenza legare il proprio destino e la propria stessa sicurezza ad un uomo che aveva appena umiliato pubblicamente; un uomo che aveva giurato di vendicarsi alla prima occasione favorevole? (18) Il fatto \u00e8 che Amalasunta non aveva scelta. Non poteva essere regina, perch\u00e9 le leggi gotiche non lo ammettevano; e non era pi\u00f9 reggente, perch\u00e9 suo figlio era morto. A rigor di termini, non avrebbe avuto pi\u00f9 neanche il diritto di trattare in proprio con l&#8217;imperatore. (19) Teodato, dal canto suo, non godeva di alcuna stima fra l&#8217;elemento gotico nazionalista, perch\u00e9 inetto nelle arti marziali e notoriamente sollecito solo di accrescere il suo patrimonio. Tuttavia era l&#8217;ultimo erede maschio della dinastia di Teoderico il Grande, e solo per questo fatto aveva la precedenza su qualsiasi altro eventuale candidato alla corona. Certo i maggiorenti dell&#8217;ala &quot;nazionale&quot; gli avrebbero preferito un guerriero come Vitige; e Teodato, senza alcun dubbio, se ne rendeva conto. Ecco perch\u00e9, quando Amalasunta lo fece convocare con la stupefacente proposta di associarlo al trono, ma conservando per s\u00e9 il potere effettivo (20), Teodato non si mise a mercanteggiare sul prezzo e finse di accettare incondizionatamente. Era, di fatto, l&#8217;alleanza di due debolezze: Amalasunta aveva bisogno di Teodato quale paravento giuridico per continuare a regnare, o comunque a trattare con Giustiniano; Teodato aveva bisogno di Amalasunta per anticipare l&#8217;elezione di Vitige e iniziare cos\u00ec, un passo alla volta, la sua scalata al potere.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 chi ha visto, nell&#8217;associazione al trono di Teodato, una manovra poco accorta del prefetto del Pretorio, Cassiodoro, il quale avrebbe cos\u00ec ritenuto di ridurre la dipendenza di Amalasunta e del regno tutto dalle mire, sempre pi\u00f9 scoperte, di Giustiniano. (21) \u00c8 possibile, ma bisogna precisare che, se l&#8217;ispiratore di quella mossa fu realmente Cassiodoro, il suo vero errore non fu tanto quello d&#8217;essersi fidato di un personaggio sleale come Teodato, quanto il non essersi reso conto fino a che punto Amalasunta avesse ipotecato il regno all&#8217;imperatore bizantino, vanificando ogni politica di autonomia. Egli, insomma, si sarebbe illuso di poter continuare all&#8217;infinito a destreggiarsi in equilibrio fra aristocrazia gotica e latina, papato ed impero, senza rendersi conto che tale equilibrio aveva gi\u00e0 da tempo cessato di esistere. Questo sarebbe stato il secondo fallimento della politica di Cassiodoro: il primo era stato quello del periodo finale del regno di Teoderico. Allora la vittima della reazione gotica era stata Boezio, insieme ad altri senatori considerati, a torto o a ragione,&quot;filo-bizantini&quot;; questa volta sarebbe stata la regina stessa.<\/p>\n<p>Pietro di Tessalonica era gi\u00e0 partito da Costantinopoli, probabilmente nel settembre, e non sapeva nulla del rivolgimento verificatosi a Ravenna. Ma, durante il viaggio, incontr\u00f2 gli ambasciatori di Amalasunta che si recavano da Giustiniano, e seppe cos\u00ec che Teodato era stato elevato al trono. Tale incontro ebbe luogo in qualche porto della Grecia occidentale o nelle isole Ionie, perch\u00e9 sappiamo che poco dopo, ad <em>Aulona<\/em> (l&#8217;odierna Valona, in Albania), si imbatt\u00e9 in una seconda ambasceria proveniente dall&#8217;Italia, questa volta da parte del Senato romano. (22) Quest&#8217;ultima portava a Costantinopoli una notizia assolutamente sconvolgente: quella dell&#8217;arresto e della relegazione di Amalasunta; e veniva ad offrire la disponibilit\u00e0 di Teodato di mantenersi in buoni rapporti con l&#8217;Impero. Lo scopo originario della missione diplomatica di Pietro &#8211; trattare con Amalasunta la cessione del regno ostrogoto all&#8217;Impero &#8211; era venuta meno; ed egli si ferm\u00f2 a Valona, mandando lettere a Giustiniano per informarlo dei nuovi avvenimenti e chiedendo ulteriori istruzioni. Cos\u00ec, almeno, riferisce Procopio nella sua <em>Guerra gotica,<\/em> e aggiunge che quando Pietro si rimise in viaggio per l&#8217;Italia e giunse a Ravenna, seppe che Amalasunta era gi\u00e0 morta La regina fu assassinata, come vedremo, alla fine di aprile del 535 o poco dopo, dunque risulterebbe che la sosta di Pietro a Valona dovette prolungarsi per almeno sette mesi. Troppi, anche considerando la stagione invernale &#8211; che vedeva la sospensione della navigazione d&#8217;alto mare &#8211; e immaginando che egli abbia dovuto proseguire il viaggio per via di terra, risalendo lungo la costa dalmata. Nella <em>Storia segreta,<\/em> invece, lo storico di Cesarea fornisce una versione completamente diversa, spiegando di essere stato a suo tempo costretto a fornire una versione addomesticata &quot;<em>per paura dell&#8217;imperatrice<\/em>&quot;. Pietro era partito da Costantinopoli con precise istruzioni da parte di Teodora per far sopprimere Amalasunta e, giunto in Italia, riusc\u00ec a convincere Teodato &quot;<em>con ragioni che io [Procopio] non conosco<\/em>&quot;, ad eseguire il delitto. (23)<\/p>\n<p>Ma torniamo a Ravenna, al principio d&#8217;ottobre. Teodato era stato associato al trono subito dopo la morte di Atalarico (24), e si era gettato immediatamente nelle braccia del partito goto nazionalista, deludendo in pieno le aspettative di Amalasunta. Il suo voltafaccia fu cos\u00ec rapido, da non lasciare n\u00e9 a lei n\u00e9 a Cassiodoro il tempo di prendere delle contromisure. Egli non aveva mai avuto alcuna intenzione di dividere il potere con la cugina e si trov\u00f2, quindi, naturalmente sospinto verso quei maggiorenti goti che avevano sperato nell&#8217;elezione di Vitige, gettando la maschera di rispetto verso il Senato che inizialmenrte aveva ostentato. Questa evoluzione, per\u00f2, non poteva che metterlo in urto con l&#8217;imperatore al quale, da privato cittadino, aveva fatto balenare la cessione della Toscana mentre adesso, come re degli Ostrogoti, non era in grado di soddisfare alcuna richiesta territoriale dell&#8217;Impero. Si capisce, quindi, come egli ereditasse &#8211; aggravate &#8211; tutte le debolezze del governo di Amalasunta, e come non sapesse risolversi a miglior politica che quella di tergiversare sia coi Goti nazionalisti che con Giustiniano, con l&#8217;inevitabile risultato di scontentare tutti.<\/p>\n<p>Intanto, per\u00f2, sia per dare soddisfazione al partito goto intransigente, sia forse per realizzare una sua privata vendetta a lungo carezzata, doveva eliminare Amalasunta. Nella sua nuova veste, oltre che di re, di capo della fazione gota &quot;nazionale&quot; e anti-bizantina, egli si trov\u00f2 subito attorniato dai parenti dei tre nobili fatti a suo tempo uccidere da Amalasunta, e che avevano giurato vendetta seondo l&#8217;usanza barbarica della <em>faida.<\/em> (25) Essi insinuarono all&#8217;orecchio di Teodato che quella donna avrebbe comunque costituito un pericolo, sia per loro che per lui, fino a quando non fosse stata eliminata, e sfruttarono cos\u00ec la sua paura e la sua incertezza per strappargli il consenso ad agire. Teodato non sapeva ancora risolversi a compiere un passo che avrebbe potuto avere gravissime conseguenze sia all&#8217;interno sia, soprattutto, nelle relazioni con Costantinopoli. Pertanto decise di agire con prudenza, e prima fece assassinare alcuni congiunti di Amalasunta particolarmente pericolosi, quindi fece trarre in arresto la regina. (26)<\/p>\n<p>Tenteremo ora di stabilire una sia pur approssimativa cronologia di tali avvenimenti, senza la quale non sarebbe possibile interpretarli correttamente. Sappiamo, da un passo di Procopio, che l&#8217;imprigionamento di Amalasunta ebbe luogo prima che arrivassero a Costantinopoli gli ambasciatori che recavano a Giustiniano la formalizzazione del nuovo regno congiunto di Teodato e Amalasunta. Quegli ambasciatori erano partiti dall&#8217;Italia nell&#8217;ottobre e si erano incontrati al di l\u00e0 di Valona &#8211; come abbiamo visto &#8211; con Pietro il r\u00e8tore, che viaggiava nella direzione opposta. Sar\u00e0 stato alla fine di ottobre o al principio di novembre; per giungere a Bisanzio, traversando la Penisola Balcanica in tutta la sua larghezza, ci sar\u00e0 voluta qualche altra settimana. In inverno la navigazione d&#8217;altura nel Mediterraneo veniva sospesa &#8211; per l&#8217;esattezza, da ottobre a marzo (27) &#8211; e di certo l&#8217;ambasceria senatoria non os\u00f2 affrontare i venti e le tempeste di Capo Matapan. Prosegu\u00ec, con tutta probabilit\u00e0, per via di terra lungo l&#8217;antica Via Egnatia (28) che, dalla costa dell&#8217;Adriatico, raggiungeva Costantinopoli passando per Pella e Tessalonica. Dunque possiamo calcolare che essa sia giunta alla corte bizantina verso la fine dell&#8217;anno, considerato il cattivo stato delle strade dopo tre secoli d&#8217;invasioni barbariche e la necessit\u00e0 di viaggiare in <em>pilentum<\/em> o, comunque, su dei carri coperti, quindi non molto veloci. Da tutto ci\u00f2 traiamo la conclusione che Amalasunta dovette essere arrestata prima della fine del 534.<\/p>\n<p>Ora, da un altro passo di Jordanes sappiamo che Amalasunta, imprigionata su un&#8217;isola del Lago di Bolsena,vi fu tenuta solo pochissimi giorni prima d&#8217;essere uccisa. (29) La morte della regina viene collocata dalla grande maggioranza degli autori moderni il 30 aprile 535, sulla base di una notizia di Agnello Ravennate che suona cos\u00ec: &quot;<em>et deposuit Malashinta regina de regno et misit eam Deodatus in exilium in Volsenis pridie Kal. Maias.<\/em>&quot; (30) Come si vede, il 30 aprile \u00e8 per\u00f2 solo la data dell&#8217;imprigionamento e non quella della morte. Se, dunque, Amalasunta era stata arrestata nel novembre o nel dicembre, si deve ammettere che nei quattro o cinque mesi precedenti il suo internamento nella rocca dell&#8217;isola Martana ella fu detenuta altrove, ma comunque sempre in stato di arresto. Jordanes scrive che &quot;<em>aliquantum tempus<\/em>&quot; dopo essere stato associato al trono, Teodato fece rapire Amalasunta dal palazzo di Ravenna (31), per farla tradurre subito dopo sul Lago di Bolsena. L&#8217;espressione <em>aliquantum tempus<\/em> non pu\u00f2 indicare i sette mesi che vanno dal 2 ottobre al 30 aprile; dunque, o Jordanes si sbaglia, e Amalasunta fu prima detenuta in qualche localit\u00e0 fuori di Ravenna, e poi alla Martana; oppure ella fu tenuta per qualche mese prigioniera in Ravenna, e poi trasferita direttamente al suo ultimo soggiorno.<\/p>\n<p>Non sappiamo con certezza perch\u00e8 Teodato si risolse a un passo cos\u00ec clamoroso, come quello di far arrestare sua cugina: forse cedette alle pressioni dei capi goti nazionalisti pi\u00f9 esasperati contro di lei; forse volle egli stesso catturarne la benevoleza e, al tempo stesso, far cosa gradita alla corte bizantina, e specialmente a Teodora. In quest&#8217;ultimo caso, credette di poter prendere due piccioni con una sola fava: proprio lui che, trovatosi alla testa, inevitabilmente, della fazione gotica nazionalista, voleva per\u00f2 anche &#8211; contraddittoriamente &#8211; mantenere buoni rapporti con Giustiniano. Comunque siano andate le cose, il fatto \u00e8 questo; e Teodato si preoccup\u00f2 innanzitutto di parare possibili reazioni bizantine. Al Senato di Roma, egli spieg\u00f2 che l&#8217;arresto di Amalasunta si era reso necessario per le continue interferenze di lei negli affari di governo, ma assicur\u00f2 che non le era stato fatto alcun male. I senatori accolsero la notizia con viva inquietudine, poich\u00e9 intuivano che quel colpo di stato preludeva a una recrudescenza del nazionalismo goto, anti-cattolico e anti-romano. Certo molti di essi, se non la maggior parte, erano stati partigiani della figlia di Teoderico e amici di Cassiodoro; il quale, peraltro, nulla pot\u00e9 fare, e dovette assistere impotente alla rovina della sua sovrana. Tuttavia, la paura dei Goti indusse alcuni membri del Senato a recarsi a Costantinopoli quali ambasciatori di Teodato, con l&#8217;ingrato compito di difendere l&#8217;opera di lui. Tra essi furono scelti due personaggi di spicco del perido teodericiano, Liberio e Opilione. (32) Il primo aveva diretto l&#8217;assegnazione di un terzo delle terre italiche ai conquistatori Goti, ed era riuscito a farlo senza troppo scontentare neanche i proprietari romani. (33) Era un membro della fazione filo-bizantina del Senato, e, in seguito, lo ritroveremo &#8211; vecchissimo &#8211; svolgere funzoni politico-militari nella guerra greco-gotica agli ordini di Giustiniano. (34) L&#8217;altro senatore, Opilione, era al contrario un ardente sostenitore della piccola fazone filo-gota. Aveva svolto un ruolo importante nel processo contro Severino Boezio, sostenendo l&#8217;accusa nonostante fosse, a sua volta, ricercato per reati comuni. (35) Ma sembra che fosse fratello dell&#8217;allora <em>referendarius<\/em> Cipriano (36), il principale accusatore di Albino e di Boezio; e la sua testimonianza era stata ritenuta valida, nonostante tutto, dal tribunale di Teoderico. Cipriano aveva conservato una posizione preminente nel Senato anche durante la reggenza di Amalasunta (37); anche se ella, probabilmente, doveva detestare, in cuor suo, l&#8217;autore della rovina di Boezio.<\/p>\n<p>Come si \u00e8 visto, questa seconda ambasceria senatoria incontr\u00f2 Pietro di Tessalonica nel porto di Valona e cos\u00ec Giustiniano seppe, nel giro di pochi giorni, che Amalasunta aveva associato al trono il cugino Teodato e che poi, da questi, era stata imprigionata. Contemporaneamente ricevette il messaggio di Pietro, che gli chiedeva se dovesse ugualmente proseguire per l&#8217;Italia, oppure tornare indietro. Giustiniano non credette neanche per un momento che Amalasunta avesse lasciato il potere di propria volont\u00e0, n\u00e9 che si trovasse sistemata in condizione di privata secondo i suoi desideri anche se, effettivamente, le era stata estorta una lettera di tal tenore, che venne esibita all&#8217;imperatore. (38) Non lo credette, anche perch\u00e9 gli stessi ambasciatori romani, una volta giunti in sua presenza, gettarono la maschera e gli spiegarono francamente quel che era successo a Ravenna. Liberio, in particolare, sbugiard\u00f2 Teodato circa le sue reali responsabilit\u00e0 sull&#8217;arresto di Amalasunta, e il solo Opilione si trov\u00f2 a sostenere fino all&#8217;ultimo, ma contro ogni evidenza, la buona fede e l&#8217;innocenza del re goto.<\/p>\n<p>Frattanto Teodato si era reso conto che Amalasunta, prigioniera, era per lui pi\u00f9 ingombrante e pericolosa di quand&#8217;era regina. Essa costituiva il naturale polo d&#8217;attrazione tanto per l&#8217;aristocrazia romana che per quella gota &quot;moderata&quot;, e inoltre la sua condizione di detenuta costituiva un invito permanente a Giustiniano perch\u00e9 intervenisse. Di pi\u00f9: quand&#8217;anche egli avesse voluto salvarle la vita, per evitare l&#8217;irreparabile, sempre pi\u00f9 faticava nel tenere a freno i maggiorenti goti nazionalisti. Nella primavera del 535, infine, cedette alle insistenze dei parenti dei Goti da lei soppressi, e chiuse un occhio mentre costoro si assumevano la diretta responsabilit\u00e0 dell&#8217;iniziativa di sopprimerla. Amalasunta era stata relegata in una solida fortezza dell&#8217;isola Martana, una delle due isolette del Lago di Bolsena. (39) Laggi\u00f9 era doppiamente al sicuro: perch\u00e9, circondata dalle acque di un lago, non poteva tentare d&#8217;imbarcarsi per Costantinopoli, come a suo tempo aveva progettato di fare; e perch\u00e9 la regione di Bolsena era nel cuore dei latifondi toscani di Teodato, una sorta di Stato personale del suo carceriere. (40) Cos\u00ec, i suoi assassini non ebbero alcuna difficolt\u00e0 a sbarcare sull&#8217;isola e a penetrare nel castello. La sorpresero nel bagno e l\u00ec stesso la strangolarono (41): non ebbero neppure l&#8217;astuzia di simulare un suicidio o una morte accidentale. Tutto si svolse cos\u00ec in fretta che la sventurata ex regina, forse, non ebbe neanche il tempo di comprendere quel che stava accadendo. La notizia della sua morte fu accolta con soddisfazione dai Goti pi\u00f9 accesamente anti-romani, che non le avevano mai perdonato la sua politica favorevole ai Latini e la sua inconcepibile pretesa di regnare, pur essendo donna, su un popolo di liberi guerrieri. Ma i Goti moderati piansero in lei la figlia del grande Teoderico, mentre l&#8217;aristocrazia senatoria e il papato lamentarono la scomparsa dell&#8217;ultimo legame postivo ra <em>Gothia<\/em> e <em>Romania<\/em> nonch\u00e9 l&#8217;inevitabile radicalizzarsi della crisi. (42) L&#8217;assassinio di Amalasunta era avvenuto in maggio o forse in giugno. (43) In quel torno di tempo i cittadini di Napoli osservarono, nel foro, una significativa coincidenza: il distacco delle ultime tessere di un mosaico raffigurante il grande Teoderico. Coloro che avevano buona memoria ricordavano come la testa si fosse staccata poco prima della mortedel sovrano, e come il busto fosse caduto alla vigilia della scomparsa di Atalarico. (44)<\/p>\n<p>Teodatoaveva accondisceso alla soppressione della cugina anche sotto la pressione simultanea di gravi avvenimenti internazionali. I Turingi, dopo la morte del loro re Ermenefrido &#8211; marito di Amalaberga, sorella di Teodato &#8211; si stavano definitivamente sottomettendo ai loro potenti vicini Franchi. Il regno dei Burgundi era anch&#8217;esso scomparso, nel 532, sotto il peso delle armi franche (battaglia di Autun), e questo nonostante l&#8217;alleanza che li legava agli Ostrogoti, spettatori passivi della loro rovina. Infine Thiodis, in Spagna, manteneva un atteggiamento geloso dell&#8217;indipendenza visigota verso il governo di Ravenna, nonostante la minaccia franca che gravava costantemente sul suo regno. Sicch\u00e9 la potenza merovingia confinava ormai direttamente con il regno ostrogoto: sul Rodano, in Provenza e sulle Alpi; e non vi erano pi\u00f9 stati cuscinetto o potenziali alleati sui quali contare per tenerla a bada. (45) Per\u00f2 le maggiori preoccupazioni venivano a Teodato da Oriente. Sembra certo ch&#8217;egli sia caduto in pieno nella trappola tesagli dall&#8217;astutissima diplomazia bizantina e che, proprio su istigazione di Costantinopoli, abbia fornito agl&#8217;imperiali, con l&#8217;assassinio di Amalasunta, il pretesto per muovergli guerra. Noi non sappiamo, come s&#8217;\u00e8 detto, se l&#8217;ambasciatore Pietro rimase fermo a Valona nei primi mesi del 535, o se prosegu\u00ec per l&#8217;Italia e, segretamente, consigli\u00f2 Teodato di togliere di mezzo Amalasunta. Sappiamo, comunque, che Giustiniano, non appena ebbe ricevuta l&#8217;ambasceria di Liberio e Opilione, scrisse ad Amalasunta una lettera in cui le dichiarava la propria solidariet\u00e0 incondizionata. Questa lettera fu inoltrata, forse, per mezzo dello stesso Pietro (46), il quale comunque ebbe ordine di riprendere il viaggio (se era ancora a Valona) e di protestare ufficialmente con la corte ostrogota per il trattamento inflitto alla regina. Il suo contegno ufficiale fu quasi provocatorio, poich\u00e9 convinse i Goti nazionalisti che solo sopprimendo Amalasunta si sarebbe potuta eliminare l&#8217;ingerenza bizanina nelle cose del regno. Egli, comunque, non fece altro che eseguire le precise istruzioni di Giustiniano: talch\u00e9 si pu\u00f2 affermare che l&#8217;ambasceria di Pietro in Italia, quand&#8217;anche non fosse stata strumento delle mene di Teodora, fu la causa determinante della morte di Amalasunta.<\/p>\n<p>La storia, comunque, ha voluto lasciarci un&#8217;altra traccia delle probabili macchinazioni bizantine a danno della sventurata ex regina. In un passo famoso di una lettera di Teodato all&#8217;imperatrice Teodora, egli testualmente scrive: &quot;<em>Nam et de illa persona, de qua ad nos aliquid verbo titillante pervenit, hoc ordinatum esse cognoscite, quod vestris credidimus animis convenire. Desiderium enim nostrum tale est, ut interveniente gratia non minus in regno nostro quam in vestro iubeatis imperio.<\/em>&quot; (47) Da questa lettera risulta che Teodora aveva avviato una corrispondenza privata con Teodato, intermediario della quale era, probabilmente, Pietro di Tessalonica; una corrispondenza nella quale l&#8217;imperatrice esortava il re goto a sottoporre a lei per prima le richieste che avesse inteso rivolgere all&#8217;imperatore. (48) Risulta altres\u00ec che Teodora aveva fatto sussurrare qualche ambigua parola, sul conto di un misterioso personaggio, alle orecchie fin troppo compiacenti di Teodato e di Gudelina (dato che il carteggio era a tre: fra il re goto, sua moglie e la <em>basilissa<\/em> di Costantinopoli). &quot;<em>Ad nos aliquid verbo titillante pervenit<\/em>&quot;: Teodora, quindi, non disse nulla di esplicito, ma si limit\u00f2 a insinuare, stuzzicare, solleticare in modo lieve (49); probabilmente lasciando intravedere &#8211; se davvero il personaggio non chiamato per nome era Amalasunta &#8211; una tacita approvazione della corte bizantina alla sua eliminazione. Se istigazione al delitto vi fu, evitare un riferimento diretto si rivel\u00f2 una saggia precauzione da parte di Teodora, visto che la verit\u00e0 ultima del &quot;giallo&quot; relativo alla morte di Amalasunta rimane ancor oggi avvolta nel mistero. Tutto quel che sappiamo di certo \u00e8 che Pietro, di ritorno dalla sua missione in Italia, venne premiato con la nomina a <em>magister officiorum<\/em> e che comp\u00ec una carriera diplomatica prodigiosa, coronata dal trattato di pace ch&#8217;egli concluse nel 562, per conto del governo bizantino, col re persiano Cosroe. A proposito di questo ambiguo personaggio, lo storico Procopio fa un&#8217;osservazione che equivale a un atto d&#8217;accusa: scrive che l&#8217;uomo non si fa scrupoli davanti a un assassinio, se ha la prospettiva di ottenere un&#8217;alta carica o molto denaro. (50)<\/p>\n<p><em>6. Epilogo: La fine degli Ostrogoti.<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;uccisione di Amalasunta precipit\u00f2 la crisi &#8211; interna ed esterna &#8211; da tempo latente, e segn\u00f2 l&#8217;inizio della fine non solo del regno ostrogoto, ma dell&#8217;esistenza stessa degli Ostrogoti in quanto popolo. Giustiniano prese a pretesto quel delitto per iniziare la campagna di riconquista lungamente accarezzata. Belisario sbarc\u00f2 in Sicilia e la conquist\u00f2 con facilit\u00e0 sbalorditiva, entrando come un trionfatore in Siracusa. Teodato invi\u00f2 un esercito per fermarlo sullo Stretto, ma questo si sband\u00f2 e i suoi capi fecero causa comune col nemico. Sbarcato in Calabria, Belisario avanz\u00f2 velocemente fino a Napoli, espugnandola dopo un duro assedio. Un altro esercito bizantino avanzava, intanto, dalla Dalmazia lungo il litorale adriatico. Questo segn\u00f2 la fine dell&#8217;imbelle Teodato, che fino all&#8217;ultimo aveva continuato a trattare con Giustiniano, nell&#8217;illusione di indurlo a fermarsi. Nell&#8217;accampamento di Sezze, i guerrieri goti acclamarono Vitige re sugli scudi. Teodato fugg\u00ec verso Ravenna, ma cadde assassinato prima d&#8217;entrarvi (anno 536). Belisario, con un nuovo balzo, arriv\u00f2 fino a Roma e vi entr\u00f2 senza combattere. Vitige cerc\u00f2 di consolidare il proprio prestigio, sposando a forza la giovanissima Matasunta, figlia di Amalasunta e ultima discendente diretta di Teoderico. Poi raccolse grandi forze militari e scese contro Roma, assediandola. Per un anno i Goti si logorarono sotto le Mura Aureliane, tenuti in scacco da forze molto inferiori alle loro, e tormentati dalle audaci sortite della cavalleria bizantina. Infine, decimati dalle malattie, ripiegarono su Ravenna; e subito Belisario li insegu\u00ec e capovolse la situazione. Forse, per\u00f2, egli non sarebbe mai riuscito a conquistare l&#8217;imprendibile Ravenna, se non avesse fatto ricorso al tradimento: Vitige, circuito da ingannevoli promesse, aperse le porte, ma subito venne fatto prigioniero e spedito a Costantinopoli (anno 540).<\/p>\n<p>Le sorti del regno ostrogoto vennero temporaneamente rialzate, quando tutto pareva ormai perduto, dal richiamo di Belisario, che dal suo sospettoso imperatore venne destinato al lontano teatro di guerra persiano. Dopo aver eletto due effimeri sovrano, Ildibodo ed Erarico, i Goti trovarono un capo di notevole statura politica nella persona di Baduila detto Totila, ossia &quot;l&#8217;Immortale&quot;. Questi seppe riorganizzare l&#8217;esercito gotico, gi\u00e0 quasi disperso, e resistette vittoriosamente al ritorno offensivo di Belisario, recuper\u00f2 il controllo di quasi tutto il regno e lo dot\u00f2 di una flotta da guerra con la quale s&#8217;impadron\u00ec delle isole. Questi successi sbalorditivi furono dovuti in larga misura all&#8217;atteggiamento sostanzialmente favorevole della popolazione latina, dopo che egli &#8211; con decisione coraggiosa &#8211; ebbe liberato i contadini dai vincoli della servit\u00f9 della gleba o, comunque, dalla soggezione ai latifondisti romani. Ma era troppo tardi. Mentre l&#8217;Italia settentrionale era corsa da orde di Franchi in cerca di bottino, Giustiniano invi\u00f2 a sostituire Belisario un generale di oscura fama &#8211; e per giunta eunuco &#8211; Narsete, che si rivel\u00f2, alla prova dei fatti, un eccellente stratega e condottiero di truppe. Nella pianura di Tagina, in Umbria, i due eserciti si affrontarono per la prima volta in battaglia campale e i Goti subirono una disfatta decisiva; lo stesso Totila mor\u00ec per le ferite riportate (anno 552).<\/p>\n<p>I superstiti Goti elessero un nuovo re, Teia, che condusse un ultimo, disperato tentativo di risollevare le sorti del suo popolo, nella zona dei Monti L\u00e0ttari; ma fu anch&#8217;egli sconfitto e ucciso nella battaglia presso le falde del Vesuvio, l&#8217;anno seguente. La guerra era finita, dopo diciotto anni di ostilit\u00e0 ininterrotte che avevano ridotto allo stremo la popolazione latina e praticamente distrutto il popolo ostrogoto. Esso scomparve dalla storia d&#8217;Italia cos\u00ec bruscamente come v&#8217;era entrato, sessantatre anni prima. Alcuni suoi membri ripassarono le Alpi, altri entrarono come mercenari nell&#8217;esercito bizantino; altri, infine, si fusero con la popolazione locale, che li assorb\u00ec completamente.<\/p>\n<p>Ma anche i Bizantini pagarono la vittoria a caro prezzo. Indeboliti da vent&#8217;anni di guerre in Occidente, essi non furono in grado di fronteggiare i Persiani e, pi\u00f9 ancora, la grande offensiva degli Arabi (battaglia dello Yarmuk, 20 agosto 636), che cost\u00f2 loro la perdita definitiva del Medio Oriente e dell&#8217;Egitto. Quanto all&#8217;Italia &#8211; spopolata, immiserita, spremuta senza piet\u00e0 dal rapace fiscalismo bizantino, essa conobbe gli anni pi\u00f9 bui della sua storia. Nel 568 i Longobardi di Alboino si affacciarono ai valichi delle Alpi Giulie e, trovatili pressoch\u00e9 sguarniti, scesero a saccheggiare la Pianura Padana, allargandosi a macchia d&#8217;olio. La loro invasione produsse una vera e propria frattura nella storia d&#8217;Italia. Semi-pagani, pochissimo romanizzati, venuti come predatori pi\u00f9 che come conquistatori, i Longobardi rimasero in Italia pi\u00f9 di duecento anni, grazie all&#8217;ormai cronica debolezza bizantina, senza peraltro riuscire mai a conquistarla tutta. E vi rimasero come duri signori, dando mano alla distruzione fisica delle due classi sociali ivi dominanti: l&#8217;aristocrazia latina e la gerarchia ecclesiastica, che avevano sino allora rappresentato un forte legame di continuit\u00e0 con la tradizione romana. Il Medioevo era veramente incominciato.<\/p>\n<p><strong>NOTE<\/strong><\/p>\n<p><em>Cap. 1.<\/em><\/p>\n<p>1)  ANONIMO VALESIANO, <em>Theodericiana,<\/em> 28; BOEZIO, <em>De Consolatione Philosophiae<\/em>, I, 4.<\/p>\n<p>2)  ANONIMO VALESIANO, <em>Cit.,<\/em> 13; Cassiodoro, <em>Chronicon,<\/em> a. 493; JORDANES, <em>Getica,<\/em> LVII; MARCELLINO CONTE, <em>Chronicon,<\/em> in <em>M. G. H.,<\/em> A. A., XXI, p. 93.<\/p>\n<p>3)  Cfr. la lettera di Teoderico al Senato di Roma, in CASSIODORO, <em>Variae,<\/em> III, 31.<\/p>\n<p>4)  Dunque circa 50.000 uomini atti alle armi, sec. le stime pi\u00f9 attendibii. Cfr. E. BARTOLINI, <em>I Barbari,<\/em> Milano, 1970, p. 582, n. 10.<\/p>\n<p>5)  Clodoveo aveva conquistato il regno di Siagrio nel 486; sottomesso gli Alamanni nel 496; e, dopo il matrimonio con Clotilde, nel 493, si era convertito al cattolicesimo. Cfr. GREGORIO DI TOURS, <em>Hist. Eccl. Francorum.,<\/em> II, 27-31; v. anche F. LOT, <em>Les invasions germaniques,<\/em> Paris, 1935, spec. p. 367; R. LATOUCHE, <em>Les grandes invasions et la crise de l&#8217;Occident au Ve si\u00e9cle,<\/em> Paris, 1946I, p. 120; L. MUSSET, <em>Le invasioni barbariche,<\/em> Milano, 1989.<\/p>\n<p>6)  Dopo il 506, quando il re Trasemundo ruppe l&#8217;alleanza con Teoderico. Durante il governo di Amalasunta le coste italiane dovettero esser difese da attacchi, non \u00e8 chiaro se dei Vandali o dei Greci: L. GINETTI, voce <em>Amalasunta<\/em> della <em>Enciclopedia Italiana,<\/em> vol. II, p. 744.<\/p>\n<p>7)  Nel 505 vi era stata una vera guerra fra Ostrogotie Bizantini nella regionedel medio Danubio, conclusasi con l&#8217;annessione di Sirmio al regno di Teoderico. Cfr. A. H. M. JONES, <em>Il tardo Impero Romano (284-602 d.C.),<\/em> vol. I, p. 310.<\/p>\n<p>8)  F. GASTALDELLI, <em>Boezio<\/em>, Roma, 1974, pp.7-8; A. CROCCO, <em>Introduzione a Boezio,<\/em> Napoli, 1975, p. 18 sgg.<\/p>\n<p>9)  &quot;<em>Il processo di Boezio non fu (&#8230;) un caso di vendetta personale o un episodio isolato, bens\u00ec il momento culminante di un sordo ed esteso contrasto politico, e il segno di un radicale mutamento d&#8217;indirizzo nei metodi di governo di Teodorico<\/em>&quot;: cos\u00ec L. OBERTELLO, <em>Severino Boezio,<\/em> Genova, 1974, vol. 1, p. 116.<\/p>\n<p>10) &quot;<em>Falsa est insinuatio Cypriani, sed si Albinus fecit, et ego et cunctus senatus uno consilio fecimus; falsum est, domne rex<\/em>&quot;: cos\u00ec Boezio in ANON. VALES., 28.<\/p>\n<p>11) &quot;<em>Rex vero vocavit Eusebium, praefectum Urbis, Ticinum et inaudito Bo\u00ebthio protulit in eum sententiam<\/em>&quot; (ibidem).<\/p>\n<p>12) ANON. VAL., cap. 30.<\/p>\n<p>13) GREGORIO MAGNO, <em>Dial.,<\/em> III 2; ANON. VAL., 31; <em>Liber Pontificalis: Johannes,<\/em> t. I, p. 275 sgg. (ed. Duchesne).<\/p>\n<p>14) &quot;<em>In gran fretta tra il 525 e il 526, nell&#8217;imperversare di acuta crisi politica interna ed esterna (&#8230;), si disponeva la costruzione e l&#8217;armamento di mille dromoni, si requisiva in ogni parte d&#8217;Italia il materiale per l&#8217;allestimento dell&#8217;opera e si ordinva l&#8217;ingaggio della manodopera e del personale di navigazione<\/em>&quot;: cos\u00ec R. CESSI, <em>Da Roma a Bisanzio<\/em>, in <em>Storia di Venezia<\/em>, Venezia, 1957, I, p. 342.<\/p>\n<p>15) Cfr., ad es., P. GIANNONE, <em>Istoria civile del regno di Napoli,<\/em> III, 2, 6, sulla scorta di JORDANES, <em>Getica,<\/em> LIX.<\/p>\n<p>16) ANON. VAL., 32.<\/p>\n<p>17) <em>&quot;Quando Teodorico aveva iniziato i preprativi militari, moriva il 13 giugno 526<\/em>&quot;: cos\u00ec G. PEPE, <em>Il Medio Evo barbarico d&#8217;Italia<\/em>, Torino, 1977, p. 57. Si noti che esiste incertezza circa la data della morte di Teoderico.<\/p>\n<p>18) Cfr. A. H. M. JONES, <em>Op. cit.,<\/em> I, pp. 313-314.<\/p>\n<p>19) Di contro al regno di Odoacre, &quot;<em>che avrebbe quasi voluto che il mondo non si accorgesse della sua presenza (&#8230;), ombra fugace che aveva fugato un&#8217;altra ombra: l&#8217;Impero Romano<\/em>&quot;: cos\u00ec C. BARBAGALLO, <em>Storia universale: Medio Evo,<\/em> Torino, 1935, I, p. 12.<\/p>\n<p>20) &quot;<em>Cassiodoro monaco fu cos\u00ec poco simile agli altri monaci, come il politico era stato poco simile agli altri politici contemporanei<\/em>: questo il giudizio di G. PEPE, <em>Op. cit.,<\/em> p. 63.<\/p>\n<p>21) Durante il regno di Totila (541-552): cfr. C. BARBAGALLO, <em>Op. cit.,<\/em> I, p. 78; G. LUZZATTO, <em>Breve storia economica d&#8217;Italia<\/em>&quot;,Torino, 1958, p. 46.<\/p>\n<p>22) ZOSIMO, <em>Storia Nuova,<\/em> V,42, 3.<\/p>\n<p><em>Cap. 2.<\/em><\/p>\n<p>1)  Amalasunta era la terzogenita di Teoderico perch\u00e9 questi, prima della migrazione degli Ostrogoto in Italia, aveva gi\u00e0 avuto da una concubina due figlie femmine: Teudicodo e Ostrogoto. Cfr. JORDANES, <em>Getica,<\/em> LVIII.<\/p>\n<p>2)  Su Galla Placidia (e sulla sua attivit\u00e0 in Ravenna) le migliori fra le numerose biografie esistenti sono: S. J. OOST, <em>Galla Placidia Augusta,<\/em> Chicago, 1968, e V. A. SIRAGO, <em>Galla Placidia e la trasformazione politica dell&#8217;occidente,<\/em> Lovanio, 1961. Vedi anche F. LAMENDOLA, <em>Donne celebri del mondo antico: Galla Placidia,<\/em> in <em>Atti<\/em> della Soc. Dante Alighieri, Treviso, 2007. Per un panorama dell&#8217;arte ravennate nel V e VI secolo, v. P. BARGELLINI, <em>L&#8217;arte cristiana,<\/em> Firenze, 1973, pp.197-283.<\/p>\n<p>3)  Teoderico era nato nel 454 circa da Teodemiro, fratello di Valemiro e Videmiro: cfr. JORDANES, <em>Getica,<\/em> XIV.<\/p>\n<p>4)  E. GIBBON, <em>Decadenza e caduta dell&#8217;Impero Romano,<\/em> Roma, 1973, vol. 4, p. 191; M. PAVAN, <em>La scuola nel tardo antico,<\/em> in <em>La cultura in Italia fra tardo-antico e alto medioevo,<\/em> Atti del Convegno del Cons. Naz. Ric. 12-26 nov. 1979, Roma, 1981, vol. II, p. 558; P. ROSSI, <em>Storia d&#8217;Italia,<\/em> Milano, 1971, vol. 1, p. 21.<\/p>\n<p>5)  ANON. VAL., XXIV.<\/p>\n<p>6)  CASSIODORO, <em>Variae,<\/em> I, 45.<\/p>\n<p>7)  Tale il caso di quel Teodato, figlio della sorella di Teoderico, che salir\u00e0 al trono nel 534: cfr. PROCOPIO, <em>De Bello Gothicum,<\/em> I,3.<\/p>\n<p>8)  Andata interamente perduta, e della quale noon ci resta che il compendio di Jordanes: <em>Getica,<\/em> in 60 capitoli.<\/p>\n<p>9)  Boezio era nato verso il 480, Cassiodoro nel 490 circa.<\/p>\n<p>10) PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 2.<\/p>\n<p>11) JORDANES, <em>Get.,<\/em> LVIII.<\/p>\n<p>12) CASSIODORO, <em>Chronicon<\/em>, a. 515.<\/p>\n<p>13) JORDANES, <em>Get.,<\/em> LVIII: &quot;<em>juvenili aetate, prudentia et virtute, corporisque integritate pollentem<\/em>&quot;<em>.<\/em><\/p>\n<p>14) ANON. VAL., 25: &quot;<em>qui Eutarichus nimis asper fuit et contra fidem catholicam inimicus<\/em>&quot;.<\/p>\n<p>15) CASSIODORO, <em>Chron.,<\/em> a. 519; ANON. VALES., 25.<\/p>\n<p>16) &quot;<em>Ma il carattere di Eutarico, assai ostile ai Romani, rendeva pi\u00f9 grave la difficolt\u00e0 di mantenere nel regno la convivenza pacifica di due civilt\u00e0 cos\u00ec diverse e provvedute di forze cos\u00ec disuguali: la parte pi\u00f9 intollerante dei Goti guadagnava terreno, crescevano le violenze a danno dei vinti, n\u00e9 gli sforzi del re ruscivano sempre a impedirle e a punirle<\/em>: G. B. PICOTTI, voce <em>Teodorico<\/em> dell&#8217;<em>Enc. Ital.,<\/em> vol. XXIII, p. 512.<\/p>\n<p>17) Le belve furono inviate dai Vandali quale voto augurale (CASS., _3Cem>supra<\/em>), ma l&#8217;anfiteatro Flavio era ormai in stato di parziale abbandono: cfr. F. GREGOROVIUS, <em>Storia di Roma nel Medioevo<\/em>, Roma, 1972, vol. 1, pp. 186-191.<\/p>\n<p>18) G. PEPE, <em>Op. cit.<\/em>: &quot;<em>I peggiori nemici di Cassiodoro erano proprio Amalasunta e il cugino Teodato<\/em>&quot;, che per\u00f2 non documenta in alcun modo tale affermazione.<\/p>\n<p>19) PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 2.<\/p>\n<p>20) PROCOPIO, <em>Storia segreta,<\/em> XVI.<\/p>\n<p>21) S. MAZZARINO, <em>Serena e le due Eudossie<\/em>, Roma, 1946; id., <em>Stilicone. La crisi imperiale dopo Teodosio,<\/em> Milano, 1990.<\/p>\n<p>22) Otto anni, sec. PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 2; quasi dieci sec. JORDANES, <em>Get.,<\/em> LIX.<\/p>\n<p>23) Su questa differenza di et\u00e0, cfr. G. B. PICOTTI, voce <em>Vitige della Enc. Ital.,<\/em> vol. XXXV, p. 492; e forse fu proprio essa che provoc\u00f2 la resistenza di Matasunta alle nozze (PROCPIO, nel <em>Bell. Goth<\/em>., ne parla due volte: I, 11; e II, 10). Da Vitige, che mor\u00ec sei anni dopo le nozze, Matasunta non ebbe figli: JORDANES, <em>Get.,<\/em> XIV.<\/p>\n<p>24) Nel 550,in piena guerra greco-gotica: PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> III, 39. Matasunta viveva a Costantinopoli dal 540 e, nel 542, era rimasta vedova una prima volta.<\/p>\n<p>25) JORDANES, <em>Get.,<\/em> XIV, ci informa che Germano il Vecchio, sposandola, elev\u00f2 Matasunta al rango di patrizia ordinaria, e che, dopo la morte di lui, ella decise di non maritarsi pi\u00f9.<\/p>\n<p><em>Cap. 3.<\/em><\/p>\n<p>1)  La data comunemente accettata \u00e8 il 30 agosto, ma vi sono dei dubbi in proposito: cfr. n. 17 al cap. II del presente lavoro.<\/p>\n<p>2)  &quot;<em>Ergo antequam exhalaret, nepotem suum Athalaricum in regnum consituit<\/em>&quot;: ANON. VALES., 33; &quot;<em>Athalaricum infantulum<\/em> <em>(&#8230;) regem constituit&quot;<\/em>: JORDANES, <em>Get.,<\/em> LIX.<\/p>\n<p>3)  L. GINETTI, voce <em>Atalarico<\/em> in <em>Enc. Ital.,<\/em> vol. V, p. 156.<\/p>\n<p>4)  JORDANES, <em>Get.,<\/em> LVIII.<\/p>\n<p>5)  Gi\u00e0 nel 507 o nel 508 la flotta vandalica aveva assalito le coste della Campania; un&#8217;altra minaccia, vandalica o forse bizantina, venne sventata dopo la morte di Teoderico: cfr. n. 6 al cap. 1 del presente lavoro.<\/p>\n<p>6)  CASSIODORO, <em>Var.,<\/em> VIII, 1.<\/p>\n<p>7)  Ibidem: <em>&quot;Sit vobis regnum nostrum gratiae vinculis obligatum. Plus in illa parte regnabitis, ubi omnia caritate iubetis.&quot;<\/em><\/p>\n<p>8)  Ibidem: &quot;<em>quapropter ad serenitatem vestram illum et illum legatos nostros aestimavimus esse dirigendos, ut amicitiam nobis illis pactis, illis condicionibus concedatis, quam cum divae memoriae domno avo nostro inclitos decessores vestros constat habuisse<\/em>&quot; (cio\u00e8 Zenone e Anastasio con Teoderico).<\/p>\n<p>9)  Mentre Teoderico aveva chiesto e ottenuto, a suo tempo, l&#8217;assenso di Giustino alla successione di Eutarico: v.L. MUSSET, <em>Op. cit.,<\/em> p. 102.<\/p>\n<p>10) PROCOPIO, <em>De Bello Persico,<\/em> I, 11-12.<\/p>\n<p>11) COSTANTINO PORFIROGENITO, <em>Cerimonie,<\/em> I, 95.<\/p>\n<p>12) MALALA, 424.<\/p>\n<p>13) Riconoscimento che non significava certo lealt\u00e0. Giustiniano &#8211; scrive A. M. SCHNEIDER &#8211; &quot;<em>aveva annodato, con astuta doppiezza, rappporti sia con Amalasunta (in conflitto coi capi dei Goti per le sue simpatie verso i Romani), che chiedeve la sua protezione e gli prometteva aiuti contro i Vandali, sia con Teodato avversario di Amalasunta, che per ottenere contro quest&#8217;ultima l&#8217;appoggio di G. si dichiarava disposto a rinunciare a una parte della Penisola&#8230;<\/em>&quot; (in <em>Enciclopedia cattolica,<\/em> Roma, 1951, vol. VI, col. 836-837.<\/p>\n<p>14) Ilderico(523-530) aveva tentato di ristabilire il culto cattolico e persino permesso un sinodo cattolico, il 5 febbraio 525, provocando per\u00f2 la sdegnata reazione del partito vandalico &quot;nazionalista&quot;.<\/p>\n<p>15) <em>Liber Pontificalis<\/em>, I, pp. CCLXI, 279 (ed. Duchesne); H. GRISAR, <em>Roma alla fine del mondo antico,<\/em> Roma, 1908, pp. 496 sgg., 182 sgg.<\/p>\n<p>16) Nel 483 Odoacre aveva riaffermato, alla morte di papa Siimplicio, il diritto dell&#8217;autorit\u00e0 regia a ratificare l&#8217;elezione del vescovo di Roma, come per l&#8217;addietro avevano fatto gli imperatori d&#8217;Occidente. Ma un sinododo convocato in San Pietro il 6 novembre 502 dal papa Simmaco annull\u00f2 il decreto di Odoacre : cfr. F. GREGOROVIUS, <em>Op. cit.<\/em>, vol. 1, pp. 165, 196.<\/p>\n<p>17) F. GREGOROVIUS, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, p. 205.<\/p>\n<p>18) Dal nome del padre, Sigisbaldo o Sigismondo, deduciamo la sua origine germanica. Molto probabilmente, per\u00f2, Bonifazio era nato a Roma, e comunque era profondamente romanizzato. Cfr. P. PASCHINI-V. MONACHINO, <em>I papi nella storia,<\/em> Roma, 1961, vol. 1, p. 153. C. RENDINA, <em>I papi. Storia e segreti,<\/em> Roma, 1993, pp. 109-110, lo dice senz&#8217;altro romano, sec. A. AMORE, voce <em>B.<\/em> della <em>Enc. Catt.<\/em>, vol. II, col. 1.864, era di stirpe germanica, ma nato a Roma.<\/p>\n<p>19) F. GREGOROVIUS, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, pp. 205-10.<\/p>\n<p>20) G. MATTHIAE, <em>Le chiese di Roma illustrate, Ss. Cosma e Damiano,<\/em> Roma, 1960.<\/p>\n<p>21) <em>Dictionnaire d&#8217;Histoire et de g\u00e9ographie eccl\u00e9siastiques<\/em>, Paris, 1937, vol. 9, co. 897.<\/p>\n<p>22) Dioscuro raccoglieva i consensi della massima parte del clero di Roma, segno che il partito filo-bizantino vi si era alquanto rafforzato. Cfr. C. RENDINA, <em>Op. cit.,<\/em> p. 109.<\/p>\n<p>23) GREGORIO MAGNO, <em>Dial.,<\/em> IV, 42; ANON. VAL., 17; <em>Liber Pontificalis,<\/em> pp. LX, CXXII-CXXXIII, 260-268 (ed. Duchesne); R. CESSI, <em>Dallo scisma laurenziano alla pacificazione religiosa con l&#8217;Oriente,<\/em> in <em>Arch. R. Soc. rom. Storia patria,<\/em> XLIII (1920), pp. 209-321.<\/p>\n<p>24) L. DUCHESNE, <em>L&#8217;\u00c9glise au VI.e si\u00e9cle,<\/em>Paris, 1925, pp. 143 sgg.; id., _3Cem>Lib. Pont.,<\/em> I, CCLXI, 281.<\/p>\n<p>25) ANON. VAL., 14.<\/p>\n<p>26) Bonifazio approv\u00f2, fra l&#8217;altro, le decisioni del concilio di Orange (529), che aveva condannato la dottrina semipelagiana circa la grazia.<\/p>\n<p>27) In tempo di carestia Bonifazio si prodig\u00f2 in soccorso della popolazione romana, anche mediantela distribuzione gratuita di vettovaglie ai poveri.<\/p>\n<p>28) P. PASCHINI-V. MONACHINO, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, p. 154.<\/p>\n<p>29) Bonifazio riconobbe pubblicamente il proprio errore e gett\u00f2 nel fuoco il documento col quale nominava Vigilio suo successore. Cfr. C. RENDINA, <em>Op. cit.,<\/em> p. 110.<\/p>\n<p>30) L&#8217;elezione di Giovanni II ebbe luogo solo il 2 gennaio 533, ossia dopo due mesi e mezzo di vacanza del pontificato, a causa delle mene simoniache del clero. Fu per questo che il governo di Amalasunta, forse a richiesta dello stesso Giovanni, conferm\u00f2 un decreto senatorio del 530 che vietava l&#8217;uso di mezzi venali per accedere al soglio pontificio. Cfr.<em>Lib. Pont.,<\/em> I, pp. 108, 285; S. MAJARELLI, voce <em>G. II<\/em> in <em>Enc. Catt.,<\/em> vol, VI, col. 579-580.<\/p>\n<p>31) F. GREGOROVIUS, <em>Op. cit.,<\/em> vo. 1, p. 206.<\/p>\n<p>32) C. BARBAGALLO, <em>Op. cit.,<\/em> vol. I, p. 35.<\/p>\n<p>33) BOEZIO, <em>Cons. Phil.,<\/em> I, 4: &quot;<em>Provincialium fortunas tum privatis rapimus, tum publicis vectigalibus pessumdari non aliter quam qui patiebantur indolui.<\/em>&quot;<\/p>\n<p>34) CASSIODORO, <em>Var.,<\/em> III, 17. La lettera \u00e8 diretta &quot;<em>universis provincialibus Galliarum&quot;,<\/em> ossia &quot;<em>a tutti gli abitanti delle Gallie<\/em>&quot;; ma dopo la battaglia di Vouill\u00e9 i Franchi avevano occupato gi\u00e0 tutto il Paese, tranne le due regioni menzionate.<\/p>\n<p>35) Teodato era nato da un primo matrimnio di Amalafrida che, rimasta vedova, era andata sposa in seconde nozze con Trasemundo, re dei Vandali. ANON. VAL., 18; JORDANES, <em>Get.,<\/em> LVIII.<\/p>\n<p>36) <em>Edictus Athalarici,<\/em> in CASSIODORO, <em>Var.,<\/em> IX, 18 (tr. di G. PEPE, <em>Op. cit.,<\/em> p. 77).<\/p>\n<p>37) Tranne nei casi esplicitamente configurati dagli editti regi, e che riguardavano in sostanza l&#8217;ordine pubblico e le cause miste fra Goti e Latini: A. H. M. JONES, <em>Op. cit.,<\/em> , vol. 1, p. 318; G. PEPE, <em>Op. cit<\/em>., p. 40 sgg.<\/p>\n<p>38) PROCOPIO, <em>Bell. Got.,<\/em> I, 2.<\/p>\n<p>39) BOEZIO, <em>Cons. Phil.,<\/em> I, 4.<\/p>\n<p>40) PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 2.<\/p>\n<p>41) L. GINETTI, voce <em>Amalasunta<\/em> in <em>Enc. Ital<\/em>., vol. II, p. 774.<\/p>\n<p>42) Secondo la cronologia di JORDANES, <em>Get.,<\/em> LIX; cfr. nota 22 al cap. 2 del presente lavoro.<\/p>\n<p>43) Non pare vi fosse una norma precisa che stabilisse la maggiore et\u00e0 dei pr\u00ecncipi ereditari germanici (Clodoveo era gi\u00e0 re dei Franchi Salii nel 481, a soli quindici anni.La reggenza di Amalasunta per il figlio era tale di fatto e non di diritto: tutte le lettere diplomatiche, gli editti ecc. del periodo 526-534 recano la firma <em>Athalaricus rex<\/em>, come pure la dicitura delle monete. Essendo reggenza di fatto, avrebbe dovuto aver fine quandoAtalarico avesse mostrato la volont\u00e0 di assumere personalmente il governo; ci\u00f2 che la malattia e la morte prematura gl&#8217;impedirono.<\/p>\n<p>44) PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 2.<\/p>\n<p>45) F. GREGOROVIUS, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, p. 211.<\/p>\n<p><em>Cap. 4.<\/em><\/p>\n<p>1)  &quot;<em>Teodorico aveva resuscitato anche una marina da guerra italica, e la sua vita si chiudeva in mezzo ai febbrili preparativi per l&#8217;allestimento di una pi\u00f9 grande flotta &#8211; una flotta di oltre 1.000 vascelli &#8211; che doveva servire contro i Vandali&#8230;&quot;<\/em>: cos\u00ec C. BARBAGALLO, <em>op. cit.,<\/em> vol. 1, p. 35-36. Cfr. anche n. 14 al cap. 1 del presente lavoro.<\/p>\n<p>2)  Cfr. n. 6 al cap. 1 del presente lavoro.<\/p>\n<p>3)  GREGORIO DI TOURS, <em>Hist. Franc.,<\/em> III, 1.<\/p>\n<p>4)  JORDANES, <em>Get.,<\/em> LVIII.<\/p>\n<p>5)  &quot;<em>Amalaricus filius Alarici, rex Hispaniae, sororem eorum in matrimonium postulat: quod illi clementer indulgent, et eam ipsi in regionem Hispaniae cum magnorum ornamentorum mole transmittunt<\/em>&quot;: GREGORIO DI TOURS, <em>Hist. Franc.,<\/em> III, 1.<\/p>\n<p>6)  Cfr. la storia commovente, ma poco credibile, del fazzoletto inzuppato di sangue per le battiture ricevute dal marito, che Clotilde invi\u00f2 al fratello Childeberto, cit. in GREG. DI TOURS, III, 10.<\/p>\n<p>7)  GREGORIO DI TOURS, <em>Hist. Franc.,<\/em> III, 10; <em>Chronicon<\/em> di Saragozza, in M. G. H., A. A., IV<em>, pars post.,<\/em> pp. 38-49. Amalarico era fuggito a Barcellona con l&#8217;intenzione d&#8217;imbarcarsi e mettere in salvo il tesoro reale; raggiunto dalle avanguardie franche, cerc\u00f2 scampo in una chiesa, ma cadde trafitto sulla soglia.<\/p>\n<p>8)  \u00c8 la versione fornita da Isidoro di Siviglia (570 ca.-636).<\/p>\n<p>9)  &quot;<em>Ma l&#8217;adolescente Amalarico si lasciava irretire nel raggiro franco perdendo insieme il trono e la vita. Fu quindi la volta del suo tutore Thiodis che, impadronitosi del regno, band\u00ec di Spagna le perfide mene dei Franchi e resse i Visigoti fin quando non venne a morte<\/em>&quot;: cos\u00ec JORDANES, <em>Get.,<\/em> LVIII (tr. di E. Bartolini, cit., p. 571).<\/p>\n<p>10) Nel 532, infatti, il governo di Amalasunta restituiva il Delfinato ai Burgundi, il cui regno per\u00f2 due anni dopo veniva conquistato definitivamente dai Franchi. E ci\u00f2 portava questi ultimi direttamente a contatto con gli Ostrogoti sulla frontiera provenzale.<\/p>\n<p>11) GREGORIO DI TOURS, <em>Hist. Franc.,<\/em> III, 6. Prima di morire, Sigismondo aveva fatto trucidare il figlio Sigerico, avuto dalla defunta Ostrogoto, per istigazione della seconda moglie: s\u00ec che la sua fine parve opera della giustizia divina. Ibid. III, 5.<\/p>\n<p>12) PROCOPIO, <em>Bell. Pers.,<\/em> I, 22, 1-8. Gli Unni Eftaliti, respinti ancora verso il 455 dal re indiano Skandagupta, dieci anni dopo avevano ripreso l&#8217;avanzatae, alla fine del V secolo, si erano saldamente installati nel bacino dell&#8217;Indo Cfr. P. MEILE, <em>Storia dell&#8217;India<\/em>, Milano, 1958, pp. 28-29; C. G. STARR, <em>Storia del mondo antico,<\/em> Bergamo, 1982, pp. 704-05; F. LAMENDOLA, <em>Breve storia dell&#8217;India antica,<\/em> nel sito dell&#8217;Ass. Eco-Filosofica: <a href=\"../../../../../www.filosofiatv.org/default.htm\">www.filosofiatv.org<\/a>,<\/p>\n<p>13) PROCOPIO, <em>Bell. Vand.,<\/em> I, 9. Secondo alcuni, Amalafrida sarebbe stata uccisa nel 523, ancor vivente Teoderico: cfr. G. B. PICOTTI, voce <em>Teodorico<\/em> della <em>Enc. Ital.,<\/em> cit.<\/p>\n<p>14) CASSIODORO, <em>Var.,<\/em> IX, 11.<\/p>\n<p>15) La deposizione di Ilderico fu dovuta anche alla inettitudine da lui dimostrata nella difesa contro le incursioni dei Mauri: cfr. A. H. M. JONES, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, p. 339. Essa, comunque, offr\u00ec a Giustiniano il desiderato pretesto per attaccare il regno vandalico.<\/p>\n<p>16) La Sicilia era tradizionalmente la base per gli attacchi, tentati o anche solo progettati, contro i Vandali d&#8217;Africa: cos\u00ec nel 441-42 sotto Valentiniano III, nel 460 sotto Maioriano, nel 467-68 sotto Antemio e Leone I Cfr. F. GIUNTA, <em>La Sicilia barbarica<\/em> e <em>La Sicilia Bizantina.<\/em><\/p>\n<p>17) P. VILLARI<em>, Le invasioni barbariche in Italia<\/em>, <em>Milano,<\/em> 1905, p. 176. Truppe di Belisario avevano tentato di occupare Lilibeo, ma ne erano state respinte dagli Ostrogoti: PROCOPIO, <em>Bell. Vand<\/em>., II, 5.<\/p>\n<p>18) PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 2-3.Secondo O, BERTOLINI, Atalarico fu sottratto ai metodi educativi romani fin dall&#8217;autunno 527: <em>Crisi del dominio ostrogoto: reggenza di Amalasunta e regno di Teodato,<\/em> in <em>Il tramonto della potenza gotica e la restaurazione bizantina nell&#8217;Italia del VI secolo<\/em> (a cura di N. Defendi), Messina-Firenze, 1972, p. 35.<\/p>\n<p>19) PROCOPIO, <em>Bell. Goith., I, 2.<\/em><\/p>\n<p>20) &quot;<em>Nel 528, un esercito al comando di Vitige aveva ricacciato dal territorio di Sirmio i Gepidi che l&#8217;avevano invaso, tacitamente connivente l&#8217;imperatore, insieme con gli Eruli<\/em>&quot;: cos\u00ec O. BERTOLINI, <em>Op. cit.,<\/em> p. 36.<\/p>\n<p>21) PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 2, che la chiama con l&#8217;antico nome greco di Epidamno (era stata presa e ribattezzata <em>Dyrrachium<\/em> dai Romani nel 233 a. C.). Al tempo di Giustiniano faceva parte dell&#8217;Epirus Nova, quasi al confine con la Praevalitana (odierni Albania sett. e Montenegro).<\/p>\n<p>22) PROCOPIO, Ibidem: &quot;<em>Poco dopo, essendo stata l&#8217;uccisione eseguita secondo la sua volont\u00e0, richiam\u00f2 la nave e, rimanendo a Ravenna, tenne con sicura fermezza il principato<\/em>&quot; (tr. di D. Comparetti, Roma, 1898).<\/p>\n<p>23) Sec. A. H. M. JONES, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, p.. 341, Amalasunta avrebbe offerto a Giustiniano di cedergli il regno in cambio dell&#8217;asilo politico, ma di ci\u00f2 non vi \u00e8 traccia in Procopio. Le trattative per il ritorno dell&#8217;Italia all&#8217;Impero furono avviate solo in un secondo momento.<\/p>\n<p>24) La cronologia \u00e8 quella proposta da O. BERTOLINI, <em>Op. cit.,<\/em> p. 37, secondo il quale gli ambasciatori bizantini rimasero in Italia fin verso l&#8217;estate del 534.<\/p>\n<p>25) Questo Alessandro, ricordato due volte da Procopio in <em>Bell. Goth.<\/em> (I, 3 e I,6) era fratello di un altro ambasciatore bizantino che tratt\u00f2 con Teodato dopo la morte di Amalasunta, tale Atanasio (pi\u00f9 tardi prefetto del pretorio per l&#8217;Italia), e non va confuso con Alessandro detto la Forbice, celebre funzionario del fisco imperiale.<\/p>\n<p>26) A. H. M. JONES, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, p. 355.<\/p>\n<p>27) G. OSTROGORSKY, <em>Storia dell&#8217;impero bizantino,<\/em> Torino, 1968, p. 67.<\/p>\n<p>28) A. H. M. JONES, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, p 355.<\/p>\n<p>29) Un&#8217;eco di questo strapotere \u00e8 contenuta nel racconto favoloso di GREG. DI TOURS, <em>Hist. Franc.,<\/em> III, 31, ove Teodato \u00e8 chiamato <em>regem Tusciae.<\/em><\/p>\n<p>30) &quot;<em>Su Teodato l&#8217;Italia aveva esercitato un&#8217;influenza nociva, che aveva contagiato del resto moltissimi Goti<\/em>&quot;: cos\u00ec F. GREGOROVIUS, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, p. 212.<\/p>\n<p>31) PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 3.<\/p>\n<p>32) Secondo PROCOPIO, <em>loc. cit.,<\/em> l&#8217;iniziativa dei colloqui part\u00ec da Teodato, che gi\u00e0 da tempo meditava di mercanteggiare la Toscana con l&#8217;imperatore.<\/p>\n<p>33) Era situata lungo il corso inferiore del Danubio: PROCOPIO, <em>De Aedificis<\/em>, IV, 9.<\/p>\n<p>34) L&#8217;argomentazione giuridica di Amalasunta era speciosa. Ella sosteneva che la Sicilia era stata sempre ed in ogni sua parte sotto la giurisdizione ostrogota (PROCOPIO, <em>Bell. Vand.,<\/em> II, 5). Ma in realt\u00e0 i Vandali l&#8217;avevano occupata poco dopo la fallita spedizone di Basilisco del 468 (ibidem, I, 6) e Odoacre, per unirla al suo regno, aveva dovuto acconciarsi a pagare un tributo annuo: cfr. VITTORE DI VITA, <em>Storia della persecuzione vandaica in Africa,<\/em> I, 4; Roma, 1981, pp. 33-34). Teoderico la occup\u00f2 nel 491 (dunque, mentre ancora Odoacre resisteva in Ravenna) e, pi\u00f9 tardi, la diede in dote alla sorella Amalafrida, allorch\u00e9 questa and\u00f2 sposa a Trasemundo, re dei Vandali (PROCOPIO, <em>Bell. Vand.,<\/em> I, 8). Da quel momento Lilibeo entrava di fatto a far parte del regno vandalico.<\/p>\n<p>35) Amalasunta &quot;<em>in privato gli promise di dargli nelle mani tutta l&#8217;Italia<\/em>&quot;: cos\u00ec PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I,3.<\/p>\n<p>36) &quot;<em>Forse il motivo fondamentale della caduta del governo imperiale, negli anni fra il 380 e il 410, fu che (&#8230;) l&#8217;aristocrazia senatoria e la chiesa cattolica separarono le loro responsabilit\u00e0 dal destino dell&#8217;esercito romano che li difendeva (&#8230;) e scoprirono, non senza sorpresa, che potevano farne a meno<\/em>&quot;: cos\u00ec P. BROWN, <em>Il mondo tardo antico,<\/em> Torino, 1974, pp. 94-95.<\/p>\n<p>37) Puramente nominale lo era da grandissimo tempo, secondo la tesi di G. FERRERO, <em>La rovina della civilt\u00e0 antica,<\/em> Milano, 1926.<\/p>\n<p>38) E. A. THOMPSON, <em>Attila e gli Unni,<\/em> Firenze, 1963, p. 227.<\/p>\n<p><em>Cap. 5.<\/em><\/p>\n<p>1)  &quot;<em>Intelligente e moderato e abile nel persuadere<\/em>&quot;: cos\u00ec definisce Pietro lo storico Procopio in <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 3; ma, nella <em>Storia segreta<\/em>, XVI, ne traccia un ritratto ben pi\u00f9 fosco, dicendolo pronto al delitto e universalmente detestato. Intelligente, comunque, doveva esserlo: fu per 25 anni <em>magister officiorum<\/em> e si segnal\u00f2 come scrittore erudito. Scrisse, fra l&#8217;altro, una storia dell&#8217;Impero Romano dal 43 a. C. al 363, e una dedicata al <em>magisterium officiorum.<\/em><\/p>\n<p>2)  PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 4.<\/p>\n<p>3)  PROCOPIO, <em>Storia segreta,<\/em> XVI: &quot;<em>Teodora aveva affidato a Pietro un solo compito: far morire al pi\u00f9 presto possibile quella donna [cio\u00e8 Amalasunta].<\/em>&quot;<\/p>\n<p>4)  Avevano circa due anni di differenza. Amalasunta era nata verso il 498; Teodora, forse, nel 500. Dunque, a quell&#8217;epoca, la prima doveva avere 36 anni, la seconda 34.<\/p>\n<p>5)  P. BARGELLINI, <em>Op. cit.,<\/em> p. 254.<\/p>\n<p>6)  PROCOPIO, <em>Storia segreta,<\/em> XVI.<\/p>\n<p>7)  &quot;<em>[Giustiniano] aveva raccomandato a Pietro di trattare separatamente con Amalasunta e con Teodato, in modo che l&#8217;unonon sapesse nulla di ci\u00f2 che aveva deciso l&#8217;altro. Era la tattica consueta della diplomazia bizantina..<\/em>&quot;: cos\u00ec J. DELONNE, <em>La saggezza di Bisanzio,<\/em> Ginevra, 1974, p. 117. Secondo R. CESSI (<em>Op. cit<\/em>., Venezia, 1957, vol. 1, pp. 350-51) il governo di Costantinopoli, sfruttando le contraddizioni interne del regno ostrogoto, ebbe quindi buon gioco nel perseguire l&#8217;obiettivo di una vera e propria &quot;erosione&quot; politico-territoriale dell&#8217;Italia. A. PERNICE, alla voce <em>Giustiniano<\/em> della <em>Enc. Biografica Universale<\/em>, Roma, 2007, vol. 8, p. 480, non fa alcun cenno alle presubte responsabilkit\u00e0 di G. nel delitto.<\/p>\n<p>8)  PROCOPIO, <em>Bell. Vand.,<\/em> I, 24.<\/p>\n<p>9)  Teodato, &quot;<em>malgrado che affettasse passione per gli studi filosofici, manteneva intatta nell&#8217;animo la vecchia crudelt\u00e0 barbarica, tanto che di l\u00ec a qualche tempo, accusandola di intrighi con la corte di Costantinopoli, releg\u00f2 Amalasunta in un&#8217;isola del lago di Bolsena e ve la fece strangolare. Tanto bast\u00f2 per dare a Giustiniano il pretesto per intervenire contro Teodato<\/em>&quot;: G. SPINI, <em>Disegno storico della civilt\u00e0,<\/em> Roma, 1970, vol. 1, p. 64. Cos\u00ec anche A. BRANCATI-G.OLIVATI, <em>Il mondo antico,<\/em> Firenze, 1968, vol. II, p. 356. Tutti questi Autori, per\u00f2, parlano erroneamente di un matrimonio fra Amalasunta e Teodato.<\/p>\n<p>10) &quot;<em>Giustiniano, pur associando il nome della moglie al proprio nei rescritti e nelle leggi imperiali, seppe resistere alle sue pressioni nei confronti dei monofisiti, dei quali T. era fervente seguace e delle cui dottrine avrebbe voluto assicurare il trionfo, valendosi della propria autorit\u00e0 per promuoverne i fautori alle pi\u00f9 alte dignit\u00e0 ecclesiastiche<\/em>&quot;: cos\u00ec G. FASOLI, voce <em>Teodora<\/em> della <em>Enc. Catt.,<\/em> vol. XI, col. 1925-26.<\/p>\n<p>11) Cfr. C. DIHEL, <em>La civilt\u00e0 bizantina,<\/em> Milano, 1962, p. 10.<\/p>\n<p>12) A. H. M. JONES, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, p. 355.<\/p>\n<p>13) &quot;<em>Defunctus est Athalaricus rex ravennae VI monas octobris<\/em>&quot;:cos/u00ec AGN. RAV., _3Cem>Chronica,<\/em> 62.<\/p>\n<p>14) Cfr. A. H. M. JONES, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, p. 344.<\/p>\n<p>15) &quot;<em>Perduximus ad sceptra virum fraterna nobis proximitate coniunctum, qui regiam dignitatem communi nobiscum consilii robore sustinerat<\/em>&quot;: CASSIODORO, <em>Var.,<\/em> X, 1 (lettera di Amalasunta a Giustiniano). V. anche J. DELAVIGNY, <em>I regni romano-barbarici,<\/em> Ginevra, 1974, p. 133.<\/p>\n<p>16) Cfr. CASSIODORO, <em>Var.,<\/em> X, 20, 21, 23.<\/p>\n<p>17) PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 4.<\/p>\n<p>18) Cfr. F. LAMENDOLA, <em>La gelosia di Teodora dietro la morte di Amalasunta?,<\/em> su <em>Tuscia<\/em> n. 42 (aprile 1988), Viterbo, pp. 12-13.<\/p>\n<p>19) Cfr. P. VILLARI, <em>Op. Cit.,<\/em> p. 176.<\/p>\n<p>20) &quot;<em>Lui, per\u00f2 [Teodato] doveva impegnarsi coi giuramenti pi\u00f9 sacri a che il regno passasse, di nome, a Teodato, ma il potere effettivo fosse esercitato da lei non meno di prima<\/em>&quot;: cos\u00ec PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 4 Secondo J. Delonne, cit., il piano dell&#8217;associazione di Teodato al potere fu elaborato da Cassiodoro, che credette di rafforzare la posizione di Amalasunta mediante un compromesso col partito goto nazionalista. Che Cassiodoro non si aspettasse quel che Teodato avrebbe fatto, lo dimostra il fatto che proprio nel 535 si dedic\u00f2 al tentativo di fondare una scuola superiore di studi religiosi in Roma (<em>Instit.,<\/em> 3): cfr. J. M. PRELLEZO-R. LANFRANCHI, <em>Educazione e pedagogia nei solchi della storia<\/em>, Torino, 1995, p. 220.<\/p>\n<p>21) Cfr. O. BERTOLINI, <em>Op. cit.,<\/em> p.p. 37-38. G. Tabacco, in <em>Storia d&#8217;Italia,<\/em> 2005, vol. 1, pp. 36-37, insiste sulla coerenza del progetto politico di Cassiodoro, mirante alla concordia fra Goti e Romani sul modello teodericiano.<\/p>\n<p>22) PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 4.<\/p>\n<p>23) PROCOPIO, <em>Storia segreta,<\/em> XVI.<\/p>\n<p>24) Cfr. AGN. RAV., <em>Chron.,<\/em> 62.<\/p>\n<p>25) Si trattava di un vero istituto dell&#8217;antico diritto germanico, basato sulla legge del taglione e che si estendeva a tutto il <em>clan<\/em> familiare.<\/p>\n<p>26) PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 4.<\/p>\n<p>27) Cfr. <em>Atti degli Apostoli,<\/em> XXVII, 9 sgg., ove \u00e8 descitto il viaggio di S. Paolo dalla Palestina in Italia, via Malta (a causa di una tempesta).<\/p>\n<p>28) Era stata costruita subito dopo la resa della Macedonia nel 148 a. C. per collegare velocemente l&#8217;Italia alla Grecia. Cfr. V. VON HAGEN, <em>Le grandi strade di Roma nel mondo,<\/em> Milano, 1978, pp. 132-35.<\/p>\n<p>29) &quot;<em>Ubi parcissimos dies in tristitia degens, ab ejus [di Teodato] satellitibus in balneo est strangulata<\/em>&quot;: JORDANES, <em>Get.,<\/em> LIX.<\/p>\n<p>30) AGN. RAV., <em>Chron.,<\/em> 62.<\/p>\n<p>31) &quot;<em>&#8230;a palatio Ravennate abstractam<\/em>&quot;: JORDANES, <em>Get.,<\/em> LIX. L&#8217;uso del verbo <em>abstrahere<\/em> attesta comunque chiaramente che fu un allontanamento forzato e improvviso.<\/p>\n<p>32) PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 4.<\/p>\n<p>33) &quot;<em>Tu arricchisti le innumeri schiere dei Goti con larga dotazione di fondi, quasi senza che se ne accorgessero i Romani<\/em>&quot;: cos\u00ec ENNODIO, <em>Epistulae,<\/em> IX, 23.<\/p>\n<p>34) Cfr. PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> III, 36, 37, 39, 40.<\/p>\n<p>35) BOEZIO, <em>Cons. Phil.,<\/em> I, 4. Vi \u00e8 una discreta probabilit\u00e0 che si tratti di quello stesso Opilione, patrizio padovano che fece erigere il sacello di San Prosdocimo presso l&#8217;odierna Chiesa di S. Giustina, e che vi \u00e8 ricordato in un&#8217;iscrizione marmorea tuttora conservata. Anche l&#8217;epoca coincide, attribuendosi il sacello alla seconda met\u00e0 del V sec.: cfr. G. SEMENZATO, <em>Guida per Padova<\/em>, Vicenza, 1972, pp. 94-95; G. LORENZONI, <em>Medioevo padovano,<\/em> in A. A. V.V<em>., Padova, ritratto di una citt\u00e0<\/em>, Vicenza, 1973, p.53; P. L. ZOVATTO, <em>L&#8217;oratorio paleocristiano di Santa Giustina a Padova,<\/em> in A. A. V. V<em>., La basilica di Santa Giustina in Padova,<\/em> Castelfranco Veneto, 1970, p. 17 sgg.<\/p>\n<p>36) CASSIODORO, <em>Var.,<\/em> 16, 17.<\/p>\n<p>37) Idem, VIII, 21, 22.<\/p>\n<p>38) Cos\u00ec PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 4. Non \u00e8 vero, quindi, o perlomeno non risulta, che Amalasunta dal Lago di Bolsena abbia fatto pervenire a Giustiniano un&#8217;ultima, disperata richiesta di soccorso: cfr. P. SILVA, <em>I secoli e le genti,<\/em> Milano, 1947, vol. 2, p. 21.<\/p>\n<p>39) Sia JORDANES (<em>Get.,<\/em> LIX) che AGN. RAV. (<em>Chron.,<\/em> 62) parlano del Lago di Bolsena, ma \u00e8 PROCOPIO (<em>Bell. Goth.,<\/em> I, 4) che consente di precisare la Martana (l&#8217;altra isola \u00e8 la Bisentina). I ruderi del castelllo esistono tuttora, cos\u00ec come sopravvivono dei fantasiosi racconti popolari sugli ultimi giorni di Amalasunta.<\/p>\n<p>40) L&#8217;esistenza di propriet\u00e0 di Teodato nella Tuscia meridionale ha ricevuto una importante conferma archeologica nel 1927, col ritrovamento di una <em>fistula aquaria<\/em> in piombo, ossia di un frammento di conduttura, recante un&#8217;iscrizione col nome di Teodato. Cfr. M. S. ARENA TADDEI, <em>Il museo dell&#8217;alto medioevo,<\/em> Roma, 1981, p. 7.<\/p>\n<p>41) Questi particolari sono riferiti da JORDANES, <em>Get.,<\/em> LIX, e possono anche essere dei romantici abbellimenti. PROCOPIO (<em>Bell. Goth.,<\/em> I, 4), pur cos\u00ec incline agli aneddoti romanzeschi, dice solo che fu uccisa sbrigativamente.<\/p>\n<p>42) Ma \u00e8 certamente esagerato supporre che la sorte di Amalasunta abbia destato gran rumore fra il popolo (e poi, quale? il goto o il latino?), come fa il Barbagallo, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, p. 66.<\/p>\n<p>43) G. PEPE, <em>Op. cit.,<\/em> p. 78, la colloca nel mese di giugno.<\/p>\n<p>44) PROCOPIO, <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 24.<\/p>\n<p>45) Cfr. O. BERTOLINI, <em>Op. cit.,<\/em> pp. 36-37.<\/p>\n<p>46) Non \u00e8 molto chiaro cosa facesse allora Pietro (PROC., <em>Bell. Goth.,<\/em> I, 4). Se, come pare, prosegu\u00ec per Ravenna con la lettera di Giustiniano ad Amalasunta, sarebbe confermato il racconto della <em>Storia segreta<\/em>, e &#8211; con esso &#8211; la diretta responsabilit\u00e0 di Teodora e dello stesso Pietro nell&#8217;esecuzione del delitto.<\/p>\n<p>47) &quot;<em>Quanto poi a quella persona, circa la quale ci giunse sussurrata qualche mezza parola, sappiate che \u00e8 stato disposto secondo i vostri desideri. Infatti per la gratitudine che vi dobbiamo, \u00e8 nostro desiderio che comandiate nel nostro regno non meno che nel vostro<\/em>&quot;: CASSIODORO, <em>Var.,<\/em> , X, 20.<\/p>\n<p>48) Cfr. CASS., ibidem: &quot;<em>Ci esortate a sottoporre prima alla vostra attenzione ci\u00f2 che riteniamo di dover sollecitare dal principe trionfatore<\/em>&quot; (tr. E. Bartolini, cit.).<\/p>\n<p>49) Per il verbo &quot;titillare&quot;, v. CASTIGLIONI-MARIOTTI, <em>Vocabolario della lingua latina<\/em>, Torino, 1986, nel significato di &quot;titillare, solleticare, stuzzicare&quot;; e N. ZINGARELLI, <em>Vocabolario della lingua italiana,<\/em> Bologna,, 1986, &quot;solleticare in modo lieve&quot;. Cfr. anche E. GIBBON, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 4, p. 193 n.<\/p>\n<p>50) PROCOPIO, <em>Storia segreta,<\/em> , XVI.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>1. La crisi del regno ostrogoto. 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