{"id":23170,"date":"2019-01-01T01:01:00","date_gmt":"2019-01-01T01:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/01\/01\/alla-modernita-resta-solo-la-commedia-dellapocalisse\/"},"modified":"2019-01-01T01:01:00","modified_gmt":"2019-01-01T01:01:00","slug":"alla-modernita-resta-solo-la-commedia-dellapocalisse","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/01\/01\/alla-modernita-resta-solo-la-commedia-dellapocalisse\/","title":{"rendered":"Alla modernit\u00e0 resta solo la commedia dell&#8217;apocalisse"},"content":{"rendered":"<p>Al nichilismo della cultura moderna, esauriti tutti i suoi miti e bruciate tutte le sue illusioni, resta una sola cosa da fare: celebrare la commedia della propria apocalisse. Perch\u00e9 l&#8217;apocalisse della modernit\u00e0 non pu\u00f2 essere qualcosa di drammatico, o di principalmente drammatico; sar\u00e0 soprattutto qualcosa di comico, e sia pure di una conicit\u00e0 dolorosa e involontariamente tragica. Come potrebbe essere un&#8217;apocalisse essenzialmente drammatica, se la modernit\u00e0 ha disprezzato e negato il concetto della verit\u00e0? Senza verit\u00e0, nulla \u00e8 pi\u00f9 come dovrebbe essere: neanche il dramma. Questa \u00e8 la sua nemesi: affrontare l&#8217;ultimo cimento, quello da cui uscir\u00e0 distrutta, seppellita e cancellata, senza neppure la seriet\u00e0 del tragico; e come potrebbe essere diversamente, se la modernit\u00e0 sta uccidendo e seppellendo se stessa? Tale spettacolo \u00e8 pietoso, con qualcosa di comico: come lo spettacolo del prode Aiace che si scaglia con la massima veemenza contro un gregge di pecore. Fa ridere, anche se il sottinteso \u00e8 tragico.<\/p>\n<p>Uno degli scrittori che hanno visto con maggiore lucidit\u00e0 e chiarezza il vicolo cieco e l&#8217;esito auto-distruttivo, e allo stesso tempo poco serio, della modernit\u00e0, \u00e8 stato Friedrich D\u00fcrrenmatt (1921-1990), scrittore e drammaturgo svizzero di lingua tedesca, protagonista, insieme a Max Frisch, del rinnovamento del teatro in lingua tedesca, la cui cifra poetica essenziale \u00e8 il grottesco. Con piglio implacabile, caustico, irriverente, ha denunciato l&#8217;ipocrisia di una societ\u00e0 materialmente soddisfatta, ma intimamente sempre pi\u00f9 smarrita e alienata, mostrando in maniera impietosa il lato oscuro del mito del benessere di matrice liberale e borghese. \u00c8 stato paragonato a Bertolt Brecht: ma, a parte l&#8217;intento innovativo e la veemenza polemica, le analogie sono forse pi\u00f9 apparenti che di sostanza: D\u00fcrrenmatt, anche se egualmente impegnato sul piano ideologico, \u00e8 meno apertamente schierato sul versante della militanza politica: non s&#8217;illude che il comunismo sia la soluzione di tutti i mali della civilt\u00e0 borghese, forse anche perch\u00e9 il suo sguardo \u00e8 troppo acuto e disincantato per lasciarsi abbagliare dall&#8217;ennesima soteriologia. C&#8217;\u00e8 il comune riferimento a Kafka, questo s\u00ec; e c&#8217;\u00e8 una comune ansia di rigenerazione e di riscatto: ma lo svizzero, proprio perch\u00e9 pi\u00f9 riflessivo e introspettivo, ha, secondo noi, uno sguardo pi\u00f9 ampio e pi\u00f9 complesso sul mondo, pi\u00f9 problematico, pi\u00f9 pensoso, quindi meno schematico e meno semplicistico. In lui c&#8217;\u00e8 la chiara consapevolezza di un mistero che aleggia al di l\u00e0 delle nostre certezze, un mistero insondabile, che la civilt\u00e0 moderna pretende di negare o ignorare, condannandosi, cos\u00ec, al corto circuito e all&#8217;implosione. Ma siccome il suo sguardo non arriva a fare il passo successivo, e non pu\u00f2 o non vuole oltrepassare ci\u00f2 che \u00e8 umanamente visibile, la sua riflessione sulla condizione umana moderna, pur essendo lucida, si risolve in un amaro pessimismo chiuso in se stesso: la vita, dopotutto, si risolve in una tragica beffa, nella quale gli esseri umani annaspano alla ricerca di un senso, forse anche di una redenzione, ma senza riuscire a trovarli.<\/p>\n<p>Si prenda uno dei suoi romanzi a nostro avviso pi\u00f9 significativi: <em>La promessa<\/em> (<em>Das Versprechen<\/em>), del 1956, dal quale sono stati tratti due film, uno di Ladislao Vajda, <em>Il mostro di M\u00e4gendorff<\/em> (per il quale il libro era stato pensato inizialmente come la semplice sceneggiatura), del 1958, e uno di Sean Penn, <em>La promessa,<\/em> del 2001; e uno sceneggiato televisivo italiano, diretto dal bravo Albero Negrin, nel 1979, interpretato da Rossano Brazzi. Il commissario Matth\u00e4i, efficientissimo elemento di punta della polizia investigativa, rimane molto turbato dall&#8217;assassinio di una bambina di sette anni, uccisa nel bosco da uno sconosciuto, e promette ai suoi genitori di trovare il colpevole. Le indagini puntano subito su un povero ambulante che sembra compromesso da alcuni indizi e che, arrestato, s&#8217;impicca in carcere, dopo aver confessato. Ma il commissario non \u00e8 affatto convinto che sia lui il colpevole, e decide di dedicarsi anima e corpo a trovare il maniaco omicida, che, secondo lui, \u00e8 un <em>serial killer<\/em>, e che quindi colpir\u00e0 ancora. Per onorare la promessa fatta ai genitori della bimba, all&#8217;ultimo momento rinuncia a prendere l&#8217;aero che doveva portarlo verso un nuovo e prestigioso incarico, creando un caso internazionale e venendo licenziato dalla polizia. Divenuto privati cittadino, non solo non rinuncia alla sua personale inchiesta, ma ne fa la sua ragione di vita. Essendosi convinto che l&#8217;assassino abita nella zona e possiede una <em>Buick<\/em> nera, acquista una pompa di benzina, nella speranza che prima o poi egli vi si fermer\u00e0 per fare rifornimento. Prende inoltre a vivere con s\u00e9 una ex prostituta e la sua bambina, che ha la stessa et\u00e0 e un aspetto simile a quello della bambina assassinata: la sua intenzione \u00e8 quella di tendere all&#8217;assassino una vera e propria trappola, usando la bambina come esca. I suoi pazienti sforzi vengono premiati quando la ragazzina gli riferisce che un uomo, uno sconosciuto, le ha dato appuntamento nel bosco, proprio lo stesso dov&#8217;era avvenuto il precedente delitto. A quel punto egli si mette in contatto con i suoi vecchi colleghi e ottiene che i poliziotti si appostino sul luogo: ma nulla accade, e, dopo alcuni giorni d&#8217;inutile attesa, essi se ne vanno. Depresso, rimasto solo, l&#8217;ex commissario si d\u00e0 al bere. Passano gli anni e un giorno il comandante della stazione di polizia viene chiamato al capezzale di una vecchia donna morente. Questa gli confida di essere la madre dell&#8217;assassino; suo figlio, minorato mentale, aveva ucciso diverse bambine, bench\u00e9 lei avesse fatto di tutto per trattenerlo, e in seguito lo aveva coperto. Anche l&#8217;ultimo giorno della sua vita aveva intenzione di ucciderne una, alla quale aveva dato appuntamento nel bosco, ma era morto in un incidente, schiantandosi con la sua auto. Cos\u00ec, dopotutto, Matth\u00e4i aveva ragione: era stato l&#8217;unico a vedere giusto, e solo un destino beffardo aveva sottratto l&#8217;omicida alla giustizia degli uomini. Il comandante si reca da lui per dirglielo, ma \u00e8 troppo ardi; alcolizzato, l&#8217;uomo non \u00e8 pi\u00f9 in s\u00e9 e non capisce neppure quello che gli viene detto.<\/p>\n<p>La beffa, dunque, arbitra suprema dei destini degli uomini: nella partita ingaggiata fra l&#8217;intelligenza umana e la fortuna, sin dagli albori della modernit\u00e0 (si pensi a Boccaccio, ma anche e soprattutto a Machiavelli), ormai \u00e8 chiaro che la bilancia pende interamente a sfavore della prima; con in pi\u00f9 l&#8217;elemento ironico, perch\u00e9 l&#8217;intelligenza sa anche vedere giusto, ma non possiede poi gli strumenti per tradurre il suo conoscere in salvezza. Gli anni della maggiore produzione di D\u00fcrrenmatt coincidono con la fase acuta della Guerra Fredda e con l&#8217;angoscia incombente per un possibile conflitto nucleare, che avrebbe segnato la fine dell&#8217;umanit\u00e0, o, nel migliore dei casi, la sua regressione verso forme di vita primitive e precarie; ed egli \u00e8 stato uno di quelli che hanno sentito con maggiore urgenza questo problema, e che lo hanno considerato con lucida, ma spassionata chiarezza nella sue dimensioni di crisi complessiva della civilt\u00e0. In tale condizione, con la sopravvivenza del genere umano appesa a un filo, ha ancora un senso fare cultura, fare letteratura, fare poesia? C&#8217;\u00e8 un futuro per il romanzo, c&#8217;\u00e8 un futuro per il teatro, oltre a quello di denunciare il non senso, l&#8217;assurdo, la nemesi di una civilt\u00e0 che corre verso la propria fine? Un senso, per\u00f2, nel dramma incombente sul genere umano, D\u00fcrrenmatt non riusciva a scorgerlo, ma solo la nemesi di una tecnica che diventa, da acclamato strumento di liberazione dalla fatica del lavoro, strumento di una possibile distruzione totale. Ed ecco l&#8217;apocalisse ridotta alle proporzioni di una commedia: c&#8217;\u00e8 qualcosa di supremamente comico, in tutto ci\u00f2; qualcosa che D\u00fcrrenmatt ha cercato di tradurre in parola nei suoi romanzi, in azione nelle sue opere teatrali, e in immagine nei suoi quadri (perch\u00e9 il suo genio multiforme si \u00e8 espresso anche attraverso la pittura).<\/p>\n<p>Scrive Francesco Fiorentino nel suo saggio <em>La commedia dell&#8217;apocalisse. Friedrich D\u00fcrrenmatt scrittore dell&#8217;era atomica<\/em> (dalla rivista <em>Lingua e letteratura<\/em> dello I.U.L.M., Istituto Universitario di Lingue Moderne, Milano-Feltre, n. 26, 1996, pp. 87-88):<\/p>\n<p><em>Friedrich D\u00fcrrenmatt \u00e8 stato uno dei primi scrittori di lingua tedesca a interrogarsi sul destino dell&#8217;umanit\u00e0 e della letteratura nell&#8217;era atomica. Nel suo saggio &quot;Theaterprobleme&quot; (1955) egli formula quello che &#8212; usando un&#8217;espressione di Milan Kundera &#8212; si potrebbe definire il &quot;paradosso terminale&quot; della modernit\u00e0, quel paradosso che costituisce il principale motivo propulsore della sua riflessione drammaturgica sul mondo moderno e sulle possibili funzioni dell&#8217;arte nell&#8217;era atomica. [&#8230;]<\/em> <em>Da questa grottesca e paradossale situazione non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 scampo, perch\u00e9 i risultati del sapere umano che, senza che nessuno lo volesse, hanno portato ad essa non sono pi\u00f9 ritrattabili. E &quot;nel confuso affaccendarsi del nostro secolo, in questa danza finale della razza bianca&quot;, dove &quot;tutto va avanti senza alcun intervento diretto&quot;, &quot;non ci sono pi\u00f9 n\u00e9 colpevoli n\u00e9 responsabili&quot;. Questa &#8212; scrive D\u00fcrrenmatt &#8212; &quot;\u00e8 la nostra disdetta, non la nostra colpa&quot;. Ingannato dal proprio sapere, prigioniero di una catastrofe che per la prima volta risulta producibile dall&#8217;uomo, erede incolpevole di una colpa commessa dalle precedenti generazioni e di cui egli sembra ormai aver smarrito persino il ricordo, l&#8217;individuo moderno cessa di essere soggetto attivo della storia. La producibilit\u00e0 e il &quot;carattere definitivo&quot; della catastrofe sembrano infatti segnare la fine di ogni dialettica evolutiva, producendo quell&#8217;&quot;indifferenza&quot;, quella &quot;morte per assideramento del soggettivo e dell&#8217;umano&quot; che D\u00fcrrenmatt rappresenta esemplarmente attraverso la vicenda di Alfredo Traps, il protagonista del suo famoso racconto &quot;Die Panne&quot; (1956), che costituisce un &quot;caso modello&quot; ed esemplificatore della struttura di una societ\u00e0 in cui regna una &quot;totale e generale irresponsabilit\u00e0&quot;. La tragicomica vicenda di questo individuo colpevole di un delitto in realt\u00e0 mai commesso ha come sfondo invisibile una societ\u00e0 ormai trasformatasi in un meccanismo oggettivo e indecifrabile, che se da una parte sottrae all&#8217;individuo ogni possibilit\u00e0 di intervento attivo sulla realt\u00e0, dall&#8217;altra lo affranca da ogni vincolo morale<\/em>.<\/p>\n<p><em>Sembra essersi realizzato, nella moderna societ\u00e0 atomica, quel patto che nel racconto &quot;Der Theaterdirektor&quot; (1945) il diabolico direttore di teatro stringeva con gli abitanti della citt\u00e0 in cui si trovava a praticare la sua sinistra arte, offrendo loro, in cambio della subordinazione totale al suo potere, &quot;la liberazione da ogni forma di responsabilit\u00e0&quot;. Affascinati da questo rappresentante di un male ancora possibile, che trasforma il palcoscenico in una mostruosa macchina di tortura per sferrare il suo attacco &quot;al senso stesso dell&#8217;umanit\u00e0&quot;, gli spettatori si lasciano coinvolgere sempre pi\u00f9 nelle sue diaboliche rappresentazioni, fino ad abbandonarsi, dimentichi di ogni moralit\u00e0, ad un inumano tripudio di fronte alla fine atroce di un&#8217;anziana attrice, che era stata l&#8217;unica a non sottomettersi al gioco perverso del direttore-dittatore, a opporsi, seppur passivamente, al suo potere, un potere che in cambio della rinuncia alla libert\u00e0 offre &quot;la sensazione di essere perdonati e redenti&quot;, &quot;perch\u00e9 colpa ed espiazione esistono soltanto nella libert\u00e0&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Alfredo Traps, quindi, come gli spettatori del diabolico teatro, si trovano in una situazione analoga a quella del commissario Matth\u00e4i e dello stesso assassino di bambine de <em>La promessa<\/em>, il minorato Albertuccio. Ci\u00f2 che essi hanno in comune \u00e8 lo statuto indefinito della verit\u00e0, il confine ambiguo ed incerto fra colpa e caso, lo sciogliersi e il dissolversi della libert\u00e0 nella fuga dalla responsabilit\u00e0. Agisce secondo giustizia il commissario, usando la figlia della sua &quot;moglie&quot; posticcia, come esca per attirare l&#8217;assassino? Ed \u00e8 veramente colpevole un uomo che uccide senza esser capace di distinguere il bene dal male? Non \u00e8 forse significativo che a punirlo, alla fine, sia il caso e non la giustizia umana? Difficile rispondere a queste domande; difficile trovare un senso nelle vicende umane. Le cose accadono, direbbe Pirandello, <em>non si sa come<\/em>. Perch\u00e9 accadono? Non si sa. Qualcosa le ha fatte accadere; il mondo, il mondo moderno, \u00e8 una macchina che procede inesorabilmente, qualcuno lo ha messo in moto e ora \u00e8 impossibile fermarlo. Verso dove, verso cosa procede? Verso la distruzione dell&#8217;umanit\u00e0? \u00c8 molto probabile; eppure, pare che non si trovi il macchinista capace di arrestare il treno, o forse non \u00e8 possibile fermarlo. Ma proprio qui, in questo punto cruciale, crediamo risieda il punto debole dell&#8217;analisi della condizione dell&#8217;uomo moderno fatta da D\u00fcrrenmatt. Secondo lui, l&#8217;uomo moderno non \u00e8 colpevole: si trova nella condizione di chi \u00e8 salito su un convoglio e si accorge che non c&#8217;\u00e8 il conducente, ma questo non \u00e8 colpa sua, lui non ha voluto mettersi in quella situazione. Il fatto che <em>tutto va avanti senza alcun intervento diretto, non ci sono pi\u00f9 n\u00e9 colpevoli n\u00e9 responsabili<\/em>, e che <em>questa \u00e8 la nostra disdetta, non la nostra colpa<\/em>, non solo non offre una spiegazione soddisfacente del dramma della modernit\u00e0, anzi non ne offre alcuna, ma va anche contro la logica. Chi ha messo in moto il meccanismo, del quale fa parte l&#8217;assenza di responsabilit\u00e0 individuale? Evidentemente, \u00e8 stato sempre l&#8217;uomo moderno: nessun altri che lui. Qui si coglie il riflesso dell&#8217;esistenzialismo, specie sartiano: la libert\u00e0 come maledizione; e della scuola di Francoforte, di Fromm e della sua <em>Fuga dalla libert\u00e0<\/em> (che \u00e8 del 1941). Ma anche di Kafkfa, specialmente del <em>Processo<\/em>, e anche della <em>Metamorfosi<\/em>: che colpa ha commesso Josef K.? E Gregor Samsa, \u00e8 colpevole della sua mostruosa &quot;malattia&quot;, che l&#8217;ha trasformato in uno scarafaggio? Troppo facile dire che non vi \u00e8 alcuna colpa, ma soltanto sfortuna&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Al nichilismo della cultura moderna, esauriti tutti i suoi miti e bruciate tutte le sue illusioni, resta una sola cosa da fare: celebrare la commedia della<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[202],"class_list":["post-23170","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-modernita"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23170","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=23170"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/23170\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=23170"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=23170"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=23170"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}