{"id":23161,"date":"2006-07-25T08:00:00","date_gmt":"2006-07-25T08:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/07\/25\/il-teatro-di-alfred-jarry-fra-paradosso-e-rivolta\/"},"modified":"2006-07-25T08:00:00","modified_gmt":"2006-07-25T08:00:00","slug":"il-teatro-di-alfred-jarry-fra-paradosso-e-rivolta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/07\/25\/il-teatro-di-alfred-jarry-fra-paradosso-e-rivolta\/","title":{"rendered":"Il teatro di Alfred Jarry fra paradosso e rivolta"},"content":{"rendered":"<p><em>Alfred Jarry (1873-1907) fu uno scrittore eccentrico fino alla sregolatezza e allo scandalo, fino alla morte per alcolismo. Mentre l&#8217;Europa celebrava i fasti della &quot;belle \u00e9poque&quot;, il teatro grottesco di Jarry denunciava senza posa le ipocrisie, le assurdit\u00e0, le feroci violenze mascherate dalle buone maniere della societ\u00e0 borghese, di cui fu un critico spietato ed esilarante. Il suo esperimento teatrale e letterario, radicalmente innovativo anche sul piano linguistico, fonde i toni popolareschi alla Rabelais con quelli surrealisti e dadaisti, e culmina addirittura nell&#8217;invenzione di una nuova &quot;scienza&quot;: la patafisica. Una scienza solo in parte burlesca, definita come &quot;la scienza delle soluzioni immaginarie&quot;, il cui fine \u00e8 &quot;lo studio delle leggi che regolano le eccezioni&quot;. La sua opera teatrale pi\u00f9 nota, e quella che gli diede un successo di scandalo, \u00e8 il dramma (o la commedia?)&quot;Ubu re&quot; (&quot;Ubu roi&quot;), del 1896, cui far\u00e0 seguito, nel 1900, &quot;Ubu incantenato&quot; (&quot;Ubu encha\u00een\u00e9&quot;), feroce parodia del potere, realizzata mediante la sistematica deformazione grottesca e lo stravolgimento verbale anarchico e volutamente enigmatico.<\/em><\/p>\n<p><em>Quello che segue \u00e8 un estratto della conferenza tenuta dal prof. Francesco Lamendola per il Gruppo teatrale degli studenti dell&#8217;Istituto Superiore Statale &quot;Marco Casagrande&quot; di Pieve di Soligo, il giorno 16 febbraio 1998.<\/em><\/p>\n<p><strong>IL TEATRO DI A. JARRY FRA PARADOSSO E RIVOLTA<\/strong><\/p>\n<ol>\n<li>[PATAFISICA DEL GESTO ESEMPLARE.**<\/li>\n<\/ol>\n<p>\u00c8 il primo novembre del 1907. Parigi sembra raccogliersi nella grigia pensosit\u00e0 dell&#8217;autunno incipiente: foglie che cadono sugli Champs Elis\u00e9es, frusciando dolcemente; ultimi bagliori di un tramonto dorato, carichi di nostalgia per la calda stagione che \u00e8 ormai soltanto un ricordo&#8230;<\/p>\n<p>Un uomo sta morendo nel suo letto d&#8217;ospedale. Sa di esser giunto alla fine; sa che per lui non ci sar\u00e0 un&#8217;altra estate. Prima di spirare, si protende con fatica e chiede&#8230; uno stuzzicadenti!<\/p>\n<p>Difficile aver voglia di recitare una commedia proprio in punto di morte, non \u00e8 vero? Ma allora, cosa diavolo avr\u00e0 voluto dire quel poveraccio, quel semi-barbone alcoolizzato all&#8217;ospedale della Carit\u00e0, dove vanno a spegnersi tutti i falliti e tutti i rifiuti della grande capitale europea? A cosa avr\u00e0 voluto alludere, chiedendo quale ultimo desiderio uno stuzzicadenti, per poi scivolare nel trapasso con aria di ineffabile beatitudine? Dal momento che matto non era e nemmeno un barbone qualsiasi, ma il celebre (anzi, l&#8217;ormai ex-celebre) scrittore Alfred Jarry.<\/p>\n<p>Si dice che il momento della morte sia anche, per definizione, il momento della verit\u00e0: difficile mentire proprio l\u00ec. In genere, i filosofi e gli uomini di pensiero, gli intellettuali che hanno voluto o creduto di portare un messaggio all&#8217;umanit\u00e0, muoiono in maniera coerente con la loro vita: cercano perci\u00f2 di riassumere in un gesto, in una frase esemplare, l&#8217;intero messaggio della loro vita.<\/p>\n<p>Ges\u00f9 Cristo, spirando sulla croce, volle citare un&#8217;ultima volta le Scritture: &quot;Dio mio, Dio mio, perch\u00e9 mi hai abbandonato?&quot; (Salmo 21).<\/p>\n<p>Socrate, secondo la testimonianza tramandata dal <em>Fedone<\/em> del suo discepolo Platone, prima di bere la cicuta volle intrattenersi con gli amici pi\u00f9 intimi, parlando a lungo, con sublime distacco, dell&#8217;immortalit\u00e0 dell&#8217;anima.<\/p>\n<p>L&#8217;imperatore Augusto chiuse gli occhi nel sonno eterno dopo aver chiesto agli astanti (secondo le <em>Vite dei dodici Cesari<\/em> di Svetonio) se fosse loro sembrato che egli avesse ben recitato la commedia della vita; e pregandoli, in caso affermativo, di applaudire l&#8217;attore.<\/p>\n<p>Ed ora torniamo a Jarry, e al suo stuzzicadenti. Cosa avr\u00e0 voluto dire, <em>simbolicamente<\/em> (e il debito di Jarry col Simbolismo \u00e8 stato giustamente sottolineato dai critici)?<\/p>\n<p>Si direbbe che, per Jarry, il &quot;gesto esemplare&quot; soggiacia anch&#8217;esso alle leggi della Patafisica, la <em>scienza dell&#8217;Universo irreale.<\/em> Che non \u00e8 &quot;metafisica&quot;, perch\u00e9 non sta <em>oltre<\/em> la fisica; n\u00e9 &quot;parafisica&quot;, perch\u00e9 non le si pone <em>accanto<\/em>; \u00e8 qualcos&#8217;altro, ma al tempo stesso \u00e8 consustanziale alla fisica.<\/p>\n<p>Qui cogliamo l&#8217;assoluta, commovente coerenza di Jarry: ribelle davanti alla morte, come lo era stato per tutta la sua breve vita (trentaquattro anni) davanti agli uomini. E qui cogliamo, sintetizzati al massimo, i due caposaldi della sua intera poetica: il paradosso e la rivolta.<\/p>\n<p><em>Il paradosso<\/em>: perch\u00e9, se la societ\u00e0 borghese \u00e8 paradossale, anche la morte, nel contesto di essa, non potr\u00e0 essere che paradossale (per dirla col Laing: &quot;in un mondo anormale, schizofrenico \u00e8 chi non sa reprimere i suoi impulsi <em>normali<\/em>&quot;).<\/p>\n<p><em>La rivolta<\/em>: infatti, vivere veramente \u00e8 chiedersi sempre &quot;perch\u00e9&quot;, strappare la maschera dell&#8217;inautenticit\u00e0 e della retorica, del moralismo, del conformismo, del perbenismo.<\/p>\n<p>Ecco, dunque, il senso della &quot;missione&quot; di Jarry: mettere in crisi le certezze dei benpensanti e anche le proprie: dal momento che, in fondo a ognuno di noi, si annida un benpensante, cio\u00e8 un conformista. Il conformismo \u00e8, si potrebbe dire, la morte dell&#8217;anima (cfr. il messaggio del professor Keating ai suoi alunni nel film <em>L&#8217;attimo fuggente<\/em> di Peter Weir).<\/p>\n<p>Dunque, in un certo senso Jarry &quot;voleva&quot; morire per poter <em>essere<\/em> veramente (tema che verr\u00e0 ripreso da Pirandello in <em>Sei personaggi in cerca d&#8217;autore<\/em>).<\/p>\n<p><strong>MARIONETTE COME UOMINI O UOMINI COME MARIONETTE?<\/strong><\/p>\n<p>Abbiamo detto che la rappresentazione di <em>Ubu re<\/em>, nel 1896, procur\u00f2 al suo autore un successo di scandalo: vi furono forti reazioni tra il pubbico, la critica si spacc\u00f2 nel giudicare quest&#8217;opera cos\u00ec radicalmente diversa da tutto quel che si era visto, fino allora, in teatro.<\/p>\n<p>Il tema centrale di <em>Ubu re<\/em> \u00e8 lo stesso del <em>Macbeth<\/em> di Shakespeare: l&#8217;avidit\u00e0 di potere spinta fino al crimine e al delirio. Pap\u00e0 Ubu (come si fa chiamare dai suoi sudditi) \u00e8 un personaggio pazzescamente ingordo, cinico, spietato, millantatore e, soprattutto, vile: di una vilt\u00e0 ripugnante. A volte, si badi, la realt\u00e0 supera la fantasia: il feroce dittatore haitiano Fran\u00e7ois Duvalier, che terrorizz\u00f2 il suo popolo con una polizia politica, i <em>Tonton macoutes<\/em>, ispirandosi alla magia nera del <em>voodoo<\/em>, ha molti tratti in comune con Ubu, a cominciare dal fatto che si faceva chiamare <em>Pap\u00e0 Doc<\/em>. E che dire del dittatore centro-africano Bokassa, che spingeva la sua macabra violenza &#8211; pare &#8211; fino a consumare festini cannibaleschi con i corpi delle sue vittime, il tutto innaffiato con casse del migliore <em>champagne<\/em> fatto venire sotto ghiaccio, in aereo, direttamente dall&#8217;Europa?<\/p>\n<p>Tutto, in Pap\u00e0 Ubu, \u00e8 disgustoso, e tuttavia egli possiede una sua inesauribile, assurda, scandalosa giocondit\u00e0. Non \u00e8 in bilico tra farsa e tragedia: \u00e8 l&#8217;una e l&#8217;altra, contemporaneamente, inverosimilmente.<\/p>\n<p>Abbiamo detto: un personaggio; avremmo dovuto dire: una marionetta. Nel senso letterale della parola. Nella concezione originaria del suo autore, il dramma (o la commedia?) di re Ubu avrebbe dovuto essere, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno, uno spettacolo di marionette. E della marionetta, non dell&#8217;uomo, Ubu mostra di possedere tutte le caratteristiche.<\/p>\n<p>Ma ecco la domanda inquietante: marionette i personaggi di Jarry, o marionette gli uomini (veri, si fa per dire) di cui Jarry volle fare la spietata caricatura? I capi di Stato, i finazieri, i generali; ma anche i piccoli borghesi che sognavano ricchezza e potere, ma rabbrividivano di paura (proprio come Ubu) davanti alla sola idea di possederli e doverli poi, quindi, gestire? Repellente miscuglio di cinismo, fanfaronaggine e vilt\u00e0 &#8211; appunto.<\/p>\n<p>Teatro del grottesco, certo; ma non \u00e8 ancora pi\u00f9 assurdo un teatro (come quello tradizionale, di ascendenza naturalistica) che non ci mostra l&#8217;uomo <em>come \u00e8,<\/em> ma come potrebbe o dovrebbe essere, e come si vorrebbe che fosse? Jarry, a ben guardare, ha bene assimilato la lezione di Machiavelli: \u00e8 tempo di considerare l&#8217;uomo per quello che \u00e8 realmente, non per quello che si potrebbe desiderare che sia.<\/p>\n<p>E poi, un dubbio strisciante s&#8217;insinua nelle nostre menti: l&#8217;uomo-marionetta di Jarry, \u00e8 solo una esilarante e corrosiva invenzione letteraria? Siamo proprio sicuri che non vi siano degli uomini-marionetta intorno a noi, anche ai vertici del potere, magari gonfiati oltre misura da quello che il filosofo Umberto Eco ha qualificato come &quot;populismo mediatico&quot;?<\/p>\n<p>Possiamo chiederci, infatti, perch\u00e9 la reazione del pubblico e della critica al fenomeno di Pap\u00e0 Ubu sia stata cos\u00ec violenta fin dall&#8217;inizio. E una risposta semplice, ma immediata, \u00e8 che la borghesia francese (ed europea) non tollerava di vedersi allo specchio; inorridita, volgeva lo sguardo e accusava l&#8217;autore di oscenit\u00e0. <em>Ma oscena<\/em> &#8211; avrebbe detto Jarry &#8211; <em>era lei.<\/em> Lei che celebrava il culto della ragione, della scienza e del progresso, e che di l\u00ec a poco avrebbe precipitato il mondo nel pi\u00f9 atroce bagno di sangue della storia: la guerra del 1914-1918; e, dopo una tregua armata di vent&#8217;anni, la guerra ancora pi\u00f9 atroce del 1939-45, suggellata dal mostruoso &quot;fungo&quot; atomico di Hiroshima e Nagasaki.<\/p>\n<p>Ecco allora che anche la violenza verbale del teatro di Jarry, anche la parolaccia (ma sempre deformata e &quot;creativa&quot;: <em>merdra!,<\/em> e non mai <em>merda!<\/em>) assume una sua ragion d&#8217;essere come forma di aggressione a una realt\u00e0 profondamente oscena: quella mascherata dal finto perbenismo borghese.<\/p>\n<ol start=\"2\">\n<li>[LA RIVOLTA COME RIVENDICAZIONE DI AUTENTICITA&#8217;.**<\/li>\n<\/ol>\n<p>Gli uomini peggiori della <em>belle \u00e9poque<\/em> cavalcavano la tigre dell&#8217;irrazionalismo decadentista, inneggianti allo splendore della violenza e delle stragi (Marinetti, D&#8217;Annunzio). I migliori, cercavano disperatamente una strada verso l&#8217;autenticit\u00e0, ma spesso non riuscivano a trovarla (Carlo Michaelstadter).<\/p>\n<p>Jarry fu uno di questi ultimi: la sua ansia di coerenza ha qualche cosa di assoluto, di religioso. A partire dal 1896 egli, anche nella sua vita privata, parla, gestisce, si comporta esattamente come il suo grottesco personaggio: Ubu. Dopo il successo ottenuto, avrebbe potuto rientrare nei ranghi e costruirsi una carriera letteraria riconosciuta dall&#8217;<em>establishment<\/em> ufficiale; lo avrebbero presto perdonato, se avesse lasciato intendere d&#8217;aver solo voluto scherzare.<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che non volle. Fedele a s\u00e9 stesso, si ridusse in estrema povert\u00e0. Le riviste letterarie gli rifiutavano la pubblicazione dei suoi scritti. Eppure, continuava a lavorare intensamente, perfezionando ed arricchendo il suo personale &quot;universo&quot; ubuesco. Alla prima opera seguivano <em>Ubu incatenato, Ubu becco, Almanacco illustrato di pap\u00e0 Ubu, Faustroll e la patafisica<\/em>; quest&#8217;ultimo personaggio suggerisce una sorta di incrocio tra Faust, colui che vende l&#8217;anima al diavolo, e il &quot;troll&quot;, personaggio grottesco e dispettoso del folklore norvegese, di cui si trova traccia anche nel <em>Peer Gynt<\/em> di Henryk Ibsen).<\/p>\n<p>Sappiamo che Andr\u00e9 Gide rifiut\u00f2 la pubblicazione della <em>Recherche<\/em> di Proust perch\u00e9 &quot;profumava troppo di conti&quot;; Popesco rifiut\u00f2 di pubblicare i lavori di Jarry perch\u00e9 &quot;odoravano di latrina&quot;.<\/p>\n<p>Possiamo ora domandarci se, accanto alla feroce <em>pars destruens,<\/em> vi sia nel teatro di Alfred Jarry una <em>pars costruens<\/em>; e la domanda \u00e8 certamente legittima. Possiamo chiederci se Jarry fu solo un anarcoide, sbeffeggiatore di tutto e di tutti (anche della democrazia: nell&#8217;<em>Ubu incatenato,<\/em> bersaglio della sua satira \u00e8 la societ\u00e0 democratica), privo di consistenza ideologica e sostanzialmente qualunquista; o ebbe una sua &quot;verit\u00e0&quot;, anche politica, da affermare?<\/p>\n<p>Secondo noi l&#8217;ebbe, ma nascosta dietro il riso amaro della satira (un po&#8217; come certo Pirandello, un po&#8217; come certo Leopardi delle <em>Operette morali<\/em>): e precisamente che la vita va vissuta senza compromessi, con autenticit\u00e0. Pu\u00f2 anche sembrare poco, ma \u00e8 <em>tutto<\/em>. La sua stessa enorme cultura (fu uno scrittore coltissimo, anche se pu\u00f2 non apparire evidente), la sua smisurata curiosit\u00e0 intellettuale (si interess\u00f2 praticamente di tutto), escludono che egli si sia divertito a fare il &quot;provocatore senza problema&quot; (parafrasando un&#8217;espressione di Benedetto Croce).<\/p>\n<p>Solo che egli era convinto vi fosse una tale muraglia di inautenticit\u00e0, stupidit\u00e0, violenza, assurdit\u00e0 nella societ\u00e0 borghese, che volle essere in primo luogo un demistificatore. Come lo era stato Rabelais, come lo sono tutti i grandi moralisti; e sia pure di un moralismo paradossale, dolente e risentito. &quot;Vivere \u00e8 il carnevale dell&#8217;Essere &quot;- \u00e8 stato scritto; \u00e8 giusto, quindi, tentare di non-vivere, rifiutare la propria nascita fisiologica e crearsi un personaggio fittizio: Ubu, allora, pu\u00f2 considerarsi come il &quot;doppio&quot; dello stesso Jarry (cfr. l&#8217;ottima introduzione di Jean-Louis Barrault e la ricca e stimolante presentazione di Lucio Chiavarelli a <em>Tutto il teatro<\/em> di Jarry, Roma, Newton Compton, 1974).<\/p>\n<p>Un aneddoto? Un giorno Jarry si mise a sparare col fucile nel giardino ove solevano giocare i figli della sua vicina di casa. Alla donna che, terrorizzata e sgomenta, si era presentata a protestare, egli rispose, sillabando le parole come un <em>robot<\/em>: &quot;Non-si-preoccupi-signora-ne-faremo-degli-altri-ne-faremo-degli altri&quot;.<\/p>\n<p>Si potrebbe istituire un parallelo fra Jarry e Rimbaud. Anche quest&#8217;ultimo volle farsi campione di un totale <em>d\u00e9r\u00e9glement<\/em>; solo che, alla fine, Rimbaud scelse la fuga, sia geografica (and\u00f2 a fare il mercante d&#8217;armi in Africa), sia da s\u00e9 stesso (non scrisse mai pi\u00f9 un verso dopo la sua stagione prodigiosa dell&#8217;adolescenza e della prima giovinezza). Jarry, invece, rimase ben saldo al suo posto, a combattere (se ci \u00e8 lecito citare san Paolo) la &quot;buona battaglia&quot; contro i filistei della borghesia parigina, che ormai da tempo lo evitavano come un lebbroso.<\/p>\n<p>Dietro gli apparenti splendori della <em>belle \u00e9poque,<\/em> l&#8217;Europa covava un cancro mortale: la violenza sfrenata del sistema (economico, politico, sociale, culturale), appena dissimulata sotto una vernice di &quot;civilt\u00e0&quot;, ma che sarebbe esplosa pochi anni dopo nella pi\u00f9 orrenda carneficina della storia: la guerra mondiale.<\/p>\n<p>Mentre i tromboni sfiatati del nazionalismo, dell&#8217;irrazionalismo, di un grottesco e malinteso superomismo, osannati dalla critica e dal pubblico (borghese) contribuivano a preparare il terreno per la catastrofe (Ernst J\u00fcnger, nel 1914, inciter\u00e0 i giovani soldati a gettarsi all&#8217;assalto delle trincee nemiche come ci si getta sul corpo di una donna), pochi intellettuali come Jarry &#8211; pensoso, dietro la maschera comica &#8211; intuivano il pericolo e lanciavano un disperato grido d&#8217;allarme. Ma l&#8217;Europa &quot;perbene&quot; non volle ascoltarli, li derise e li emargin\u00f2. Magari, come il direttore di quella prestigiosa rivista letteraria parigina, rifiutandosi di pubblicare i loro scritti, perch\u00e9 &quot;emanavano odore di latrina&quot;.<\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li>[DISTRUGGERE PER RICOSTRUIRE, ANZI DISTRUGGERE RICOSTRUENDO.**<\/li>\n<\/ol>\n<p>Ecco allora che la <em>pars costruens<\/em> dell&#8217;opera di Jarry si trova nascosta proprio fra le pieghe della <em>pars destruens<\/em>, a cominciare dall&#8217;uso del linguaggio. Un linguaggio che assale le convenzioni (e il &quot;buon gusto&quot;) borghesi; e, contemporaneamente, svela nuove dimensioni ludiche e creative (quindi liberatrici) nella parola. Ma, in fondo, non \u00e8 precisamente quel che ha fatto il gran padre Dante, specialmente nella prima cantica del suo immortale poema?<\/p>\n<p>La violenza verbale di Ubu \u00e8, evidentemente, funzionale alla violenza dei contenuti: cio\u00e8, direttamente proporzionale alla violenza dei contenuti che si prefigge di colpire; l&#8217;enorme violenza della societ\u00e0 borghese, dei suoi riti, della sua sfacciata ipocrisia. &quot;Che cos&#8217;\u00e8 mai <em>svaligiare<\/em> una banca &#8211; \u00e8 stato detto &#8211; in confronto al <em>fondare<\/em> una banca?&quot;.<\/p>\n<p>Tuttavia la violenza del linguaggio, in Jarry, non \u00e8 solo oscenit\u00e0: se cos\u00ec fosse, sarebbe fine a s\u00e9 stessa. E, del resto, ripetiamo che Jarry fu uno scrittore estremamente c\u00f2lto &#8211; cos\u00ec c\u00f2lto da far apparire &quot;leggera&quot;, impalpabile, aerea la sua enorme cultura (cfr. il &quot;socratico &quot;so di non sapere&quot;). Sarebbe stata semplicemente sberleffo? Cos\u00ec la intesero &#8211; e sbagliarono, in buona o in mala fede &#8211; i critici benpensanti.<\/p>\n<p>La violenza linguistica del teatro di Ubu-Jarry \u00e8 <em>gioco<\/em> e <em>invenzione<\/em>; ha una dimensione ludica e una dimensione creativa. &quot;Merdra&quot;, per esempio &#8211; lo abbiamo gi\u00e0 osservato &#8211; <em>non<\/em> \u00e8 &quot;semplicemente&quot; una parolaccia, ma un&#8217;invenzione lessicale vera e propria (a cui l&#8217;autore rimase <em>sempre<\/em> fedele). E cos\u00ec \u00e8 tutto il linguaggio di Jarry: scoppiettante di comicit\u00e0 e inventiva, come uno spettacolo pirotecnico. Vi \u00e8, in esso, una doppia valenza: dissacrante e dissolvente da una parte (la <em>pars destruens,<\/em> appunto), giocosa e inventiva dall&#8217;altra (la <em>pars costruens<\/em>).<\/p>\n<p>Anche in Dante, nell&#8217;<em>Inferno<\/em>, vi \u00e8 una comicit\u00e0 ardita, a volte linguisticamente oscena: eppure nessuno si \u00e8 mai sognato di mettere in dubbio, per questo, l&#8217;assoluta seriet\u00e0 del messaggio di Dante. Evidentemente, perch\u00e9 si \u00e8 capito che quella oscenit\u00e0 \u00e8 <em>funzionale<\/em> al particolare contesto, linguistico e contenutistico, della prima cantica della <em>Commedia.<\/em><\/p>\n<p>Sappiamo bene che Jarry non \u00e8 Dante; ma, d&#8217;altra parte, non si pu\u00f2 adottare un criterio di giudizio per Dante, e un criterio pregiudizialmente diverso (e negativo) per tutti quelli che non sono Dante. \u00c8 un procedimento metodologicamente scorretto. (A parte il fatto che ci \u00e8 dati parecchio da fare per &quot;addomesticare&quot; il messaggio di Dante, e in parte ci si \u00e8 riusciti; ma uno come Jarry, \u00e8 veramente difficile addomesticarlo).<\/p>\n<p>Ebbene, questa doppia valenza nel teatro di Jarry non riguarda solo la sfera del linguaggio ma anche, e a maggior ragione, quella dei contenuti. &quot;Non si pu\u00f2 mettere vino nuovo in otri vecchi&quot;, ha detto qualcuno. Non si possono veicolare contenuti rivoluzionari in una forma tradizionale: questa sembra essere stata la lezione di Alfred Jarry.<\/p>\n<p>Una lezione che volle impartire fino all&#8217;ultimo ai suoi contemporanei. Anche sul letto di morte, all&#8217;Ospedale della Carit\u00e0; anche domandando, come ultimo desiderio, uno stuzzicadenti. Per farsene che cosa, poi? Cosa pu\u00f2 farsene, un moribondo, dello stuzzicadenti? Dei residui di quale mai pasto dovr\u00e0 ripulirsi, prima di affrontare il momento supremo?<\/p>\n<p>Diavolo d&#8217;un Jarry.<\/p>\n<p>Perfino dal letto di morte, continua a stupirci, a provocarci. E, soprattutto, a interrogarci.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Alfred Jarry (1873-1907) fu uno scrittore eccentrico fino alla sregolatezza e allo scandalo, fino alla morte per alcolismo. 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