{"id":23159,"date":"2014-02-03T06:42:00","date_gmt":"2014-02-03T06:42:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/02\/03\/per-kojeve-solo-un-libro-ci-puo-salvare-dalla-modernita-sospesa-fra-crisi-e-messianismo\/"},"modified":"2014-02-03T06:42:00","modified_gmt":"2014-02-03T06:42:00","slug":"per-kojeve-solo-un-libro-ci-puo-salvare-dalla-modernita-sospesa-fra-crisi-e-messianismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/02\/03\/per-kojeve-solo-un-libro-ci-puo-salvare-dalla-modernita-sospesa-fra-crisi-e-messianismo\/","title":{"rendered":"Per Koj\u00e8ve, solo un Libro ci pu\u00f2 salvare dalla modernit\u00e0 sospesa fra crisi e messianismo"},"content":{"rendered":"<p>Strana lettura di Hegel, quella fatta dal filosofo francese di origine russa Alexandre Koj\u00e8ve (Mosca, 1902 &#8211; Bruxelles, 1968), nipote del famoso pittore Vasilij Kandinskij. Una lettura che mescola al nume dell&#8217;idealismo tedesco massicce dosi di marxismo, di esistenzialismo, di psicanalisi e di buddismo zen, presentandone una interpretazione alquanto originale ma, forse, pochissimo fedele all&#8217;originale (ma non era stato proprio Hegel a prendersela, nella prima sezione della \u00abFenomenologia dello spirito\u00bb, con il realismo &quot;ingenuo&quot;, reo di non aver capito che il soggetto fonda l&#8217;oggetto e non viceversa?). E, tuttavia, una lettura che ha letteralmente stregato una intera generazione di intellettuali europei, specialmente francesi, tanto da aver contribuito a tracciare una nuova mappa della filosofia: da Sartre a Lacan, da Bataille a Blanchot, da Derrida a Nancy.<\/p>\n<p>Quando Koj\u00e8ve decise di tenere una serie di seminari sulla \u00abFenomenologia dello spirito\u00bb, fra il 1933 e il 1939, presso l&#8217;\u00c9cole pratique des hautes \u00e9tudes, la risonanza fu enorme, e non solo nell&#8217;ambito strettamente filosofico: ad essi parteciparono filosofi come Raymond Aron e Maurice Merleau-Ponty, ma fecero loro eco anche scrittori, sociologi, psicanalisti, tra i quali Pierre Klossovski, Georges Bataille e Jacques Lacan. Marxianamente, Koj\u00e8ve mise l&#8217;accento sulla dialettica servo\/padrone, trascurando altri aspetti, pur fondamentali, dell&#8217;opera hegeliana, col risultato di dare a battesimo una versione dell&#8217;hegelismo, come dicevamo, a dir poco &quot;strana&quot;, nel senso di discutibile, opinabile, soggettiva.<\/p>\n<p>Data da allora, forse, la &quot;moda&quot; di prendere un autore e di &quot;leggerlo&quot; in chiave &quot;moderna&quot;, facendogli dire tutto e il contrario di tutto, comunque qualcosa di molto diverso da ci\u00f2 che, presumibilmente, il poveretto pensava di aver detto, per quanto non sia escluso che l&#8217;idea di un simile dibattito postumo sulle proprie idee potrebbe lusingare qualunque filosofo &#8212; o almeno qualunque filosofo si accontenti che il suo nome vada in giro, in un modo o nell&#8217;altro, magari per mezzo di esegesi che ne travisano totalmente il pensiero. O, se non data da allora, \u00e8 abbastanza verosimile che una simile maniera di &quot;interpretare&quot; i filosofi abbia tratto dalla lettura hegeliana di Koj\u00e8ve una forza particolare e una specie di patente di nobilt\u00e0: perch\u00e9, a ben guardare, chi ci guadagna \u00e8 soprattutto l&#8217;&quot;interprete&quot;, il quale, prendendo il timone di una filosofia magari giudicata un po&#8217; vecchiotta, se non proprio sorpassata, riesce, senza troppo averne l&#8217;aria, a godere di una buona dose di luce riflessa, quale non avrebbe potuto mai sognare se si fosse affidato alla sola risorsa delle sue magre virt\u00f9 speculative originali.<\/p>\n<p>Data da allora anche una certa qual moda del &quot;pastiche&quot;, che, specialmente nella terra d&#8217;origine del surrealismo, pu\u00f2 sempre permettersi il lusso di giocare su due binari, quello &quot;serio&quot; e quello, appunto, &quot;surreale&quot;: il primo, perch\u00e9 c&#8217;\u00e8 caso che qualcuno scopra chiss\u00e0 quali analogie e corrispondenze fra cose diversissime e lodi l&#8217;acume e l&#8217;originalit\u00e0 dell&#8217;esegeta; il secondo perch\u00e9, male che vada, si pu\u00f2 sempre suggerire che, in fondo, era tutto uno scherzo: ma, come Breton insegna, si pu\u00f2 forse stabilire una netta linea di confine tra seriet\u00e0 e scherzo, tra speculazione e parodia? La realt\u00e0 stessa non \u00e8 tutta parodistica, intrinsecamente, irreparabilmente, s\u00ec che, alla fine, le cose pi\u00f9 vere e intelligenti le dicono proprio i buffoni? E i buffoni non sono tanto pi\u00f9 efficaci quando non solo scherzano, ma sbeffeggiano, stralunano gli occhi, cacciano fuori la lingua e fanno gli sberleffi? Non \u00e8 forse questo il senso del famoso orinatoio di Marcel Duchamp, presentato al pubblico in qualit\u00e0 di &quot;opera d&#8217;arte&quot;, degno, magari, di figurare, come gi\u00e0 la \u00abVenere di Milo\u00bb o la \u00abPrimavera\u00bb di Botticelli, come simbolo della propria civilt\u00e0 figurativa?<\/p>\n<p>Si noti che tale \u00e8, in fondo, anche la posizione di Pirandello e di molti altri intellettuali del Novecento: se la vita \u00e8 una commedia, una buffonata, una farsa (tragica, peraltro), non \u00e8 forse il pazzo, il pazzo che ride, che fa gli sberleffi, il campione della &quot;vera&quot; saggezza? Esisteva dunque, ed esiste, un retroterra culturale, se cos\u00ec abbiamo ancora il coraggio di chiamarlo, pi\u00f9 che propizio, specialmente in Francia e specialmente a Parigi, auto-elettasi capitale dell&#8217;intelligenza mondiale, per le operazioni ermeneutiche pi\u00f9 arrischiate e funamboliche. Nel clima delle avanguardie scatenate, quintessenza dell&#8217;idea illuminista del &quot;progresso&quot; &#8211; inteso come conquista della contemporaneit\u00e0 che fa impallidire il passato -, la storia della cultura \u00e8 quella di una continua corsa verso il &quot;meglio&quot;. E in fondo, a ben guardare, c&#8217;\u00e8 una logica in questo: dove, altrimenti, sarebbe stato possibile, a cavallo della seconda guerra mondiale, procede a una tale &quot;renovatio&quot; del pensiero hegeliano, a una rivalutazione in grande stile del pi\u00f9 inverosimile, strampalato sofista della filosofia moderna, che spacciava per moneta buona le sue indecifrabili fumisterie? Si cita un aneddoto significativo sulla vita del filosofo tedesco: richiesto di spiegare il senso di un passaggio dei suoi scritti, rispose al discepolo allibito: \u00abQuando scrivo, siamo solo in due a capire: il buon Dio ed io; ma dopo che li ho scritti, temo che ne rimanga uno solo, e quello non sono io\u00bb.<\/p>\n<p>Che cosa c&#8217;\u00e8 ancora, di Hegel, nella &quot;lettura&quot; che ne fa Alexandre Koj\u00e8ve? Vediamo. Per Hegel, come ogni studente di filosofia sa bene, all&#8217;origine di tutto c&#8217;\u00e8 l&#8217;Idea; e gi\u00e0 qui, se quello studente avesse un po&#8217; di senso critico, e se i suoi professori lo incoraggiassero in tal senso, non potrebbe non farsi un paio di semplici domande: l&#8217;Idea &#8211; e sia pure con la lettera maiuscola -, dunque, e non l&#8217;essere, \u00e8 all&#8217;origine di tutto? \u00c8 il pensiero, allora, che crea l&#8217;essere, e non viceversa? A quel punto il nostro studente comincerebbe a capire perch\u00e9 Maritain, l&#8217;ultimo Maritain (quello de \u00abLe paysan de la Garonne\u00bb) negava a Fichte, Hegel e Schelling la qualifica di filosofi e li chiamava, piuttosto, &quot;ideosofi&quot;: essi, infatti, a loro volta, negano puramente e semplicemente tutto quello che, per due millenni e pi\u00f9, tutti i pensatori occidentali hanno sempre considerato indiscusso e indiscutibile, la sola base possibile per una indagine razionale del reale: la priorit\u00e0 dell&#8217;essere sul pensiero, l&#8217;anteriorit\u00e0 dell&#8217;essere al pensare. Ma andiamo avanti.<\/p>\n<p>Per Hegel, il processo dialettico dell&#8217;Idea si articola in tre momenti (non in senso cronologico): l&#8217;Idea in s\u00e9 o Logos, l&#8217;Idea fuori di s\u00e9 o Natura, l&#8217;Idea per s\u00e9 o Spirito. Lo Spirito, dunque, \u00e8 l&#8217;Idea che diviene cosciente di s\u00e9, passando attraverso il momento della negazione e del confronto con ci\u00f2 che era originariamente. In fondo, si tratta di una rivisitazione dell&#8217;idea di Eraclito che tutto scorre: dunque scorre anche l&#8217;Idea, che \u00e8 la base del reale. Tutto scorre, per Hegel, ma non a caso, bens\u00ec secondo una logica intrinseca, poich\u00e9 tutto ci\u00f2 che \u00e8 reale \u00e8 razionale e tutto ci\u00f2 che \u00e8 razionale, \u00e8 reale. Nella storia umana, per esempio &#8211; che \u00e8, per Hegel, essenzialmente storia di popoli: a lui poco interessa la storia dell&#8217;anima individuale &#8212; anche ci\u00f2 che sembra la negazione dell&#8217;Idea, alla fine si afferma e trionfa, contro tutte le apparenze e i pronostici verosimili: \u00e8 questa la cosiddetta &quot;astuzia della ragione&quot;, che si serve, per realizzare i suoi fini, anche di chi non crede affatto di servirla.<\/p>\n<p>Qui, dunque, oltre a Eraclito, abbiamo anche Spinoza: Dio \u00e8 il mondo; la ragione delle cose, \u00e8 la ragione del mondo; non serve cercare la presenza di Dio al di sopra del mondo, Dio non \u00e8 fuori del mondo, \u00e8 l&#8217;Idea che presiede al mondo e che attua il divenire del mondo. Ed \u00e8 un Dio razionale, come quello dei razionalisti e degli illuministi, con la sola, notevole differenza che non si distingue dal mondo stesso. Il vantaggio di tutto ci\u00f2, per Hegel, \u00e8 che questa concezione gli consente di collocare la filosofia un bel gradino pi\u00f9 in su della religione, e che consente a lui stesso di assidersi in trono, se non proprio come Dio, almeno come il suo unico e legittimo profeta, dato che lui solo ha compreso che cosa sia la realt\u00e0, a differenza di tutti i filosofi delle epoche precedenti, e dato che lui solo ne ha svelato perfino i piccoli trucchi, i quali non hanno segreti al suo sguardo penetrante (&quot;l&#8217;astuzia della ragione&quot;!).<\/p>\n<p>Questa impalcatura \u00e8 stata rivista e ristrutturata dalla lettura di Alexandre Koj\u00e8ve, il quale la attualizza, ma, al tempo stesso, ne conserva e ne riafferma la caratteristica di fondo: l&#8217;assoluta auto-referenzialit\u00e0, la granitica certezza di aver detto una definitiva parola di verit\u00e0.<\/p>\n<p>Kojeve sostiene che la concezione della storia di Hegel non presuppone un movimento di per s\u00e9 ragionevole; che la storia sia un movimento razionale, ci\u00f2 appare solo &quot;post factum&quot;, non tanto dopo questo o quell&#8217;evento, ma proprio alla fine della storia (e, di nuovo, bisogna pensare che solo Hegel, e naturalmente Koj\u00e8ve, possiedano un telescopio abbastanza potente per spingere il loro sguardo fin laggi\u00f9). In se stesso, invece, il movimento della storia \u00e8 insensato e irragionevole, e vano sarebbe cercarvi, a tutti i costi, una intima razionalit\u00e0. Allo stesso modo, Koj\u00e8ve apporta una variante sostanziale nella filosofia hegeliana: sostiene, infatti, che il soggetto hegeliano non \u00e8 un portatore immediato di libert\u00e0 e di libert\u00e0 &#8211; come si era fino ad allora creduto, evidentemente sbagliando, anche e soprattutto da parte degli hegeliani ortodossi, tanto di &quot;destra&quot; che di &quot;sinistra&quot; -, perch\u00e9 la razionalit\u00e0 e la libert\u00e0 sorgono dal loro esatto contrario: la prima da un fondamento irrazionale, mentre la seconda trae origine dall&#8217;illibert\u00e0, che non consiste nella scelta tra due dati, ma \u00e8 la negazione del dato stesso.<\/p>\n<p>Un Hegel molto esistenzialista, dunque, piuttosto kierkegaardiano che hegeliano: un Hegel che farebbe rivoltare il maestro nella tomba, probabilmente, dato che l&#8217;intero castello delle fumisterie hegeliane si regge precisamente sulla concezione dialettica dell&#8217;Idea, intesa come reale alternativa tra possibilit\u00e0 diverse e non come rifiuto e negazione della scelta. Un Hegel, in compenso, che poteva piacere a Heidegger e a Sartre, soprattutto a Sarte, con quella impostazione del problema della libert\u00e0 come una sorta di necessit\u00e0, ma anche di maledizione; e che poteva piacere, e piacque infatti, ai marxisti, con quella pretesa di sapere come andr\u00e0 a finire la storia mondiale &#8212; senza badare troppo al fatto che una simile &quot;fine&quot; della storia \u00e8 l&#8217;esatta negazione della dialettica dell&#8217;Idea, la quale \u00e8 continuo movimento e trasformazione e non certo un desiderio di andare a sedersi, una volta per tutte, sulla poltrona di ci\u00f2 che infine &quot;deve&quot; essere.<\/p>\n<p>Riassumendo: la storia, per Koj\u00e8ve, ha un senso (e fin qui, egli \u00e8 indiscutibilmente d&#8217;accordo con Hegel). Tale senso si riveler\u00e0 pienamente solo alla fine di essa, mentre, al presente, la storia oscilla fra crisi ed escatologia, ovvero fra angoscia e messianismo: ed \u00e8 questa la caratteristica fondamentale della modernit\u00e0. La storia moderna, dunque, \u00e8 il culmine della storia di tutti i tempi (siamo abbastanza vicini al &quot;promontorio estremo dei secoli&quot; di cui parla, con orgoglio, il futurista Marinetti). Ma come fare per riconoscere la moneta buona in mezzo a quella falsa; come fare per riconoscere i segni della storia e a distinguerli da ci\u00f2 che \u00e8 effimero, transitorio, destinato a rimanere indietro? Come capire quando la &quot;morte dell&#8217;uomo&quot;, di cui parlano tanti filosofi moderni da Heidegger in poi, non significa semplicemente &quot;una&quot; fine, ma &quot;la&quot; fine, la fine della storia: e come distinguere questa escatologia, vera ed autentica, da quelle false e illusorie, che gi\u00e0 tante volte sono state salutate, a torto, con frenetico entusiasmo o con soprassalti di terrore? Insomma: come evitare di cadere vittime di abbagli, come quello, clamoroso, in cui incorse proprio Hegel nei confronti di Napoleone, visto prima come l&#8217;incarnazione dell&#8217;Idea, cio\u00e8 dello Spirito assoluto, poi sostituito da agenti ben pi\u00f9 qualificati e agguerriti, a cominciare dallo Stato prussiano, l&#8217;ultima e definitiva parola dello Spirito quanto al divenire e al significato della storia universale?<\/p>\n<p>Per Koj\u00e8ve (che riprende da Hegel l&#8217;abitudine di scrivere con la maiuscola i concetti di cui non sa dare una vera spiegazione) solo il Libro ci pu\u00f2 salvare: non un libro qualsiasi, ma il Libro con la &quot;l&quot; maiuscola, inteso quale suprema incarnazione della saggezza. Il Libro, infatti &#8212; e qui vien fuori la dimensione &quot;buddista&quot; del pensiero del Nostro &#8212; non ha alcuno scopo, semplicemente \u00e8. Oppure, per dir meglio &#8212; come osserva Matteo Vegetti, un giovane filosofo neo-hegeliano che a Koj\u00e8ve ha dedicato la monografia \u00abLa fine della storia\u00bb &#8212; esso ha ogni scopo dentro di s\u00e9, dunque &quot;ha uno scopo e non ce l&#8217;ha&quot; (questo linguaggio allusivo ed esoterico sarebbe molto piaciuto a Hegel). Dunque, per appartenere all&#8217;ordine del mondo e abitare il Logos assoluto, bisogna scegliere di non scegliere. Questa \u00e8 la missione del Saggio (ancora con la &quot;s&quot; maiuscola), questa la sua eredit\u00e0 spirituale: riconciliarsi con se stesso, affidandosi al reale senza opporre resistenza. Hegel, crediamo &#8212; e Koj\u00e8ve con lui -, incorre per\u00f2 in un incidente con se stesso quando afferma che ci\u00f2 corrisponde a un &quot;affidarsi all&#8217;Essere&quot; (ILH, p. 563): perch\u00e9 l&#8217;Essere, nella sua filosofia, viene interamente sostituito dall&#8217;Idea. In compenso, il concetto della auto-riconciliazione \u00e8 fatto per piacere agli psicanalisti, i quali, con i marxisti e gli psicanalisti, formavano, fino a ieri, lo &quot;zoccolo duro&quot; della intellighenzia occidentale. Non sar\u00e0 del tutto attendibile, allora, la lettura di Hegel fatta da Koj\u00e8ve: in compenso, sembra costruita apposta per piacere ai pi\u00f9, ritagliando scampoli di culture alla moda.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Strana lettura di Hegel, quella fatta dal filosofo francese di origine russa Alexandre Koj\u00e8ve (Mosca, 1902 &#8211; Bruxelles, 1968), nipote del famoso pittore Vasilij Kandinskij. 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