{"id":23096,"date":"2009-08-29T12:11:00","date_gmt":"2009-08-29T12:11:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/08\/29\/accettare-la-vita-significa-fidarsi-che-noi-viviamo-nel-migliore-dei-mondi-possibili\/"},"modified":"2009-08-29T12:11:00","modified_gmt":"2009-08-29T12:11:00","slug":"accettare-la-vita-significa-fidarsi-che-noi-viviamo-nel-migliore-dei-mondi-possibili","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/08\/29\/accettare-la-vita-significa-fidarsi-che-noi-viviamo-nel-migliore-dei-mondi-possibili\/","title":{"rendered":"Accettare la vita significa fidarsi che noi viviamo nel migliore dei mondi possibili"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;unica spiegazione &#8211; oltre alla deliberata malafede &#8211; \u00e8 che Voltaire fosse un ignorante in fatto di grammatica.<\/p>\n<p>Solo cos\u00ec si spiega lo spreco di ironia da quattro soldi con cui ha concepito e scritto quel libriccino brutto e noiosissimo intitolato \u00abCandido\u00bb che, ispiratogli dal famoso terremoto di Lisbona del 1755, \u00e8 una lunga e monotona presa in giro dell&#8217;ottimismo leibniziano.<\/p>\n<p>Ma era davvero ottimista, Leibniz? O non era piuttosto, semplicemente, un realista, che fondava le sue convinzioni sopra una ipotesi di lavoro contestabile fin che si vuole, ma assolutamente coerente e razionale?<\/p>\n<p>Vediamo.<\/p>\n<p>Per Voltaire, noi non siamo che delle miserabili creature gettate a caso nel mondo, visto che un qualunque movimento della Terra ci pu\u00f2 schiacciare come dei vermi e seppellire sotto le nostre stesse macerie. Notiamo, di passaggio e a puro tutolo di curiosit\u00e0, che Voltaire sostiene questa posizione dopo aver detto esattamente l&#8217;opposto, ossia che l&#8217;uomo \u00e8 un essere libero, nel suo precedente \u00abTrattato di metafisica\u00bb; ciascuno ne tragga le conclusioni che crede circa la seriet\u00e0 e l&#8217;autentico spessore filosofico del pensiero volterriano.<\/p>\n<p>Leibniz, al contrario, \u00e8 divenuto famoso per la formula secondo la quale \u00abNoi viviamo nel migliore dei mondi possibili\u00bb, e tanto \u00e8 basto per cucirgli addosso l&#8217;etichetta di ottimista ad oltranza, magari con una sfumatura di dabbenaggine; perch\u00e9, si sa, e specialmente dopo la trista lezione dei grandi Maestri del Sospetto, essere pessimisti \u00e8 quasi un obbligo per un pensatore alla moda, mentre l&#8217;ottimismo \u00e8 riservato agli sciocchi o ai bacchettoni.<\/p>\n<p>Ebbene, andiamo a vedere che cosa dice la grammatica (la tedesca e la francese non meno della italiana).<\/p>\n<p>Citiamo dal classico manuale di C. A. Sambugar, \u00abArmonia e stile\u00bb (Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1966, pp. 75, 77):<\/p>\n<p>\u00ab[&#8230;] Il grado comparativo esprime il paragone tra le qualit\u00e0 di una cosa (o persona o animale) e quelle di un&#8217;altra, oppure tra le qualit\u00e0 di un gruppo di cose, animali, e quelle di un altro gruppo [&#8230;].<\/p>\n<p>Il superlativo esprime la qualit\u00e0 di una persona (o animale o cosa) in grado massimo o minimo in confronto con quella di altre persone, o massimo o minimo senza alcun confronto; abbiamo quindi due tipi di superlativo, il relativo e l&#8217;assoluto.\u00bb<\/p>\n<p>Fermiamoci qui.<\/p>\n<p>\u00c8 evidente che l&#8217;espressione \u00abil migliore dei mondi possibili\u00bb non \u00e8 un comparativo di maggioranza, perch\u00e9 non si fa un paragone tra le qualit\u00e0 di due mondi; ma non \u00e8 neppure un superlativo assoluto, perch\u00e9 non si esprime la qualit\u00e0 di un mondo, senza alcun confronto con quella di altri mondi.<\/p>\n<p>Si tratta, quindi, di un superlativo relativo, poich\u00e9 si esprime la qualit\u00e0 di un mondo (il nostro) in confronto con quella di altri mondi, e precisamente di tutti gli altri mondi POSSIBILI. \u00c8 quest&#8217;ultima parola, \u00abpossibili\u00bb, che fornisce la giusta chiave di lettura della frase.<\/p>\n<p>Leibniz non dice: \u00abNoi viviamo in un mondo migliore di questo o di quell&#8217;altro\u00bb, e nemmeno: \u00abNoi viviamo nel mondo pi\u00f9 buono, ovvero in un mondo buonissimo, ovvero ancora in un mondo ottimo\u00bb; ma dice: \u00abFra tutti i mondi che noi possiamo concepire, quello in cui viviamo \u00e8 il migliore\u00bb.<\/p>\n<p>Per essere precisi, si tratta di quello che gli studiosi di grammatica definiscono un \u00absuperlativo relativo di maggioranza\u00bb, dal momento che esiste anche il \u00absuperlativo relativo di minoranza\u00bb (ad esempio: \u00abQuesto mondo \u00e8 il meno buono dei mondi possibili\u00bb.<\/p>\n<p>\u00c8 ovvio che codesto superlativo relativo di maggioranza si pu\u00f2 anche esprimere con un superlativo relativo di minoranza che non ne rovescia affatto il significato, ma che, semplicemente, esprime il medesimo concetto osservandolo dal punto di vista opposto; cos\u00ec: \u00abNoi viviamo nel meno peggiore dei mondi possibili\u00bb. Il concetto, lo ripetiamo, permane identico: quello che cambia \u00e8 solo il modo di esprimerlo.<\/p>\n<p>Ebbene, si vede che per uno zuccone come Voltaire il concetto leibniziano sarebbe stato pi\u00f9 chiaro, se il filosofo tedesco lo avesse espresso in tale seconda maniera: non gi\u00e0 \u00abNoi viviamo nel migliore dei mondi possibili\u00bb, bens\u00ec: \u00abNoi viviamo nel mondo meno peggiore, fra tutti quelli che sono possibili, ossia che noi possiamo concepire\u00bb (perch\u00e9 \u00e8 ovvio che nessuno mai potr\u00e0 dire alcunch\u00e9 a proposito di mondi che non siano concepibili dalla mente umana).<\/p>\n<p>Ma ora lasciamo perdere Voltaire e la sua insulsa polemica con Leibniz, anche perch\u00e9 ce ne siamo gi\u00e0 occupati in alcuni precedenti lavori (cfr., in particolare, \u00abIl \u00abmigliore dei mondi possibili non \u00e8 perfetto, ma semplicemente quello meno peggiore\u00bb; e \u00abSe i futuribili sono i futuri possibili, chi siamo noi per dire cosa \u00e8 possibile e cosa no?\u00bb, entrambi consultabili sempre sul sito di Arianna Editrice); e cerchiamo di entrare nel merito.<\/p>\n<p>\u00c8 vero che il mondo nel quale viviamo \u00e8 il migliore fra quelli possibili, ovvero il meno peggiore? Aveva ragione Leibniz?<\/p>\n<p>Per tentare di rispondere, non seguiremo un classico itinerario di logica deduttiva, ma piuttosto faremo appello a tutte le facolt\u00e0 del sentire, dell&#8217;intuire, dell&#8217;aprire la propria anima a tutti i livelli di consapevolezza, e non solo alla ragione discorsiva.<\/p>\n<p>Che il mondo sia pieno di dolore e di insensatezza, \u00e8 cosa tropo evidente per soffermarsi a sottolinearla, e non c&#8217;\u00e8 davvero bisogno di scriverci sopra un libro come il \u00abCandido\u00bb, oltretutto scegliendoci un avversario di comodo, per meglio ribadire il concetto.<\/p>\n<p>Ora, il punto \u00e8 il seguente (beninteso se si vuol tentare di fare della filosofia e non delle chiacchiere petulanti e insulsi pettegolezzi): quegli aspetti negativi, che pure indubbiamente vediamo e sperimentiamo &#8211; accanto ad altri che, sarebbe del pari disonesto non ammetterlo, brillano in tutta evidenza &#8211; costituiscono l&#8217;ultimo livello della realt\u00e0, o solamente quello pi\u00f9 superficiale?<\/p>\n<p>In altri termini: il dolore \u00e8 davvero privo di senso? E, pi\u00f9 in generale: l&#8217;insensatezza, l&#8217;assurdo, sono davvero una componente essenziale e strutturale del mondo, un dato ontologico di esso, o non hanno piuttosto a che fare con una nostra limitatezza di visuale e con una nostra incapacit\u00e0 di interpretare correttamente i dati dell&#8217;esperienza?<\/p>\n<p>I casi sono due. O noi ci troviamo quaggi\u00f9 per un caso, o, peggio, per un inganno &#8211; ed \u00e8 l&#8217;ipotesi avanzata da Leopardi, ad esempio, nel \u00abDialogo della Natura e di un Islandese\u00bb, per bocca dell&#8217;Islandese medesimo; oppure siamo stati chiamati nel contesto di un progetto benevolo, per uno scopo ben preciso: scopo che, in conformit\u00e0 con la premessa, non pu\u00f2 divergere dall&#8217;attuazione del nostro stesso bene.<\/p>\n<p>Non getteremo la fatidica moneta, come proponeva Pascal, per giocarci la risposta a testa o croce: piuttosto, proveremo a prendere in considerazione la seconda possibilit\u00e0, sia pure come ipotesi di lavoro, perch\u00e9 \u00e8 la sola che dischiuda ulteriori orizzonti di riflessione; mentre la prima li chiuderebbe quasi tutti, fin dall&#8217;inizio.<\/p>\n<p>Dunque: se non siamo qui per caso, allora significa che qualcuno o qualcosa ci ha chiamati. \u00c8 improbabile immaginare una forza malevola; perch\u00e9 una forza capace di creare il mondo presuppone non solo una grande potenza, ma anche una infinita capacit\u00e0 di amore. Creare il mondo per divertirsi a tormentare le proprie creature, \u00e8 un tipo di atteggiamento che non denota certamente un alto livello di consapevolezza spirituale. Nemmeno i pi\u00f9 incalliti criminali e i violenti degenerati creano le cose per il solo piacere di rovinarle; semmai, guastano qualche cosa che gi\u00e0 esiste; ma chi crea, nutre rispetto e amore per la propria creazione.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro che stiamo ragionando da un punto di vista puramente umano, cosa incongrua, dal momento che l&#8217;oggetto della nostra riflessione \u00e8 una forza che trascende la realt\u00e0 naturale in una misura che non ci \u00e8 dato assolutamente neanche di immaginare; nondimeno, siamo obbligati a farlo, non avendo alcuno strumento per tentare di porci nella prospettiva dell&#8217;Essere.<\/p>\n<p>Naturalmente si potrebbe anche ipotizzare che il mondo esista per conto proprio, come fanno tutte le filosofie materialiste; ma non ci vuole molto per accorgersi che ci\u00f2 non fa che spostare il problema: perch\u00e9, in ogni caso, ogni fenomeno presuppone una causa, e un fenomeno senza causa, e quindi senza origine, \u00e8 un non senso sul piano logico e concettuale.<\/p>\n<p>Quanto a noi, a costo di essere tacciati di idealismo, platonismo, tomismo, e chiss\u00e0 quante altre vergogne filosofiche da parte dei maitr\u00eas-\u00e1-penser della post-modernit\u00e0, rimane chiaro e indubitabile che, se le cose esistono, vuol dire che, invece del nulla, c&#8217;\u00e8 l&#8217;essere; e che l&#8217;esistenza dell&#8217;essere, non essendo in alcun modo necessaria, ma accidentale (nel senso di libera, e non in quello di casuale) presuppone l&#8217;Essere con la iniziale maiuscola, ossia una forza attiva e intelligente, che conferisce l&#8217;esistenza alle cose.<\/p>\n<p>Orbene: se esiste l&#8217;Essere, deve trattarsi di una forza benevola, per le ragioni viste poc&#8217;anzi; una forza malevola soprannaturale pu\u00f2, certamente, esistere, anzi, siamo convinti che esista; ma non pu\u00f2 avere in s\u00e9 la capacit\u00e0 di evocare l&#8217;essere dal non essere, perch\u00e9 un tale movimento presuppone un amore infinito e non gi\u00e0 un odio infinito. Nessuna madre mette al mondo il proprio figlio per semplice odio (anche se, in circostanze molto particolari, pu\u00f2 arrivare ad odiarlo, sia prima che dopo averlo partorito); nessun artista crea un&#8217;opera per odio.<\/p>\n<p>Il discorso non cambia se, invece di una creazione dal nulla, immaginiamo l&#8217;origine del mondo come una emanazione dell&#8217;Essere: creazione o emanazione, in ogni caso si tratta di un movimento che nasce da una forza benevola, e che \u00e8 il riflesso non solo della perfezione, ma anche dell&#8217;infinita amorevolezza dell&#8217;Essere.<\/p>\n<p>A questo punto, si tratta di vedere se abbiamo abbastanza fiducia nell&#8217;Essere, da affidarci ad esso completamente e senza riserve, il che equivale ad accettare la vita cos\u00ec come essa \u00e8, e non cercando di manipolarla e di modificarla incessantemente per \u00abcorreggere\u00bb il suo progetto. Se il progetto \u00e8 buono e diretto al bene, noi ce ne dobbiamo fidare, anche e soprattutto nei passaggi pi\u00f9 impervi della vita, quando vorremmo gridare di dolore e indignazione.<\/p>\n<p>Occorre peraltro chiarire che \u00abaccettare la vita cos\u00ec come essa \u00e8\u00bb non significa, in alcun modo, cadere in una forma di cieco fatalismo, o rinunciare ad assumere tutte quelle iniziative che il nostro senso morale ci suggerisce per sanare delle situazioni di dolore, nelle quali potremmo efficacemente intervenire; o nelle quali ci sentiamo spinti ad intervenire, anche se sappiamo perfettamente che, da un punto di vista meramente razionale, non saremo in grado di modificare in nulla la realt\u00e0.<\/p>\n<p>Accettare la vita non \u00e8 un atto di resa, pi\u00f9 o meno stoico (e in questo senso, crediamo, va interpretata anche la dottrina dell&#8217;eterno ritorno di Nietzsche); o, se \u00e8 un atto di resa, lo \u00e8 nel senso, dolcissimo, dell&#8217;innamorato che si abbandona fra le braccia dell&#8217;amante, del quale si fida ciecamente e con il quale raggiunge una cos\u00ec perfetta fusione spirituale, da smarrire il senso della propria identit\u00e0, e da sentirsi trasformato in una cosa sola con lui.<\/p>\n<p>Accettare la vita \u00e8 sentire fortemente che nessun evento di essa, per quanto doloroso e apparentemente insensato, \u00e8, da un punto di vista superiore, inutile o assurdo; che essa costantemente ci presenta delle occasioni di perfezionamento spirituale e di espansione della consapevolezza esistenziale; che noi possiamo dire di s\u00ec, oppure di no, a tali occasioni, perch\u00e9 siamo fondamentalmente liberi; e che le nostre scelte affermative possono affrettare, e quelle negative ritardare, il compimento del disegno complessivo, di cui noi siamo parte: ma che non \u00e8 in nostro potere n\u00e9 crearlo, n\u00e9, tanto meno, distruggerlo.<\/p>\n<p>In questo senso, riteniamo fosse giusta l&#8217;intuizione di Leibniz: noi viviamo nel migliore dei mondi possibili, perch\u00e9, fra tutti quelli in cui possiamo immaginare una coesistenza di questi due fattori: la benevolenza e l&#8217;armonia del disegno complessivo da un lato, la nostra libert\u00e0 di scelta dall&#8217;altro, questo \u00e8 l&#8217;unico nel quale tale coesistenza si realizza in perfetto equilibrio; e, al tempo stesso, in cui gli effetti potenzialmente distruttivi della nostra libert\u00e0 non arrivano al punto di poter perturbare irreparabilmente l&#8217;ordine complessivo, ma, anzi, tornano a far parte del circuito virtuoso che orienta ogni cosa verso il bene.<\/p>\n<p>Ha scritto Piero Ferucci. seguace di Roberto Assagioli, nel suo libro \u00abCrescere. Teoria e pratica di Psicosintesi\u00bb (Roma, Casa Editrice Astrolabio, 1981, p. 102):<\/p>\n<p>\u00abAnche se voi non siete riusciti a trovare nessun messaggio nella situazione che avete scelto, pu\u00f2 darsi che siate disposti ad accettarla: e l&#8217;accettazione dell&#8217;assurdo pu\u00f2 portare a un profondo e benefico abbandono di s\u00e9, a un lasciarsi andare senza condizioni. L&#8217;accettazione veramente autentica, non fa pi\u00f9 paragoni, non ha pi\u00f9 aspettative, non progetta manipolazioni di sorta; \u00e8 essenzialmente una percezione intuitiva della giustezza fondamentale del tutto. Una storia della tradizione Zen illustra questa apertura non preferenziale.<\/p>\n<p>Mentre stava camminando in un mercato, Banzan sent\u00ec una conversazione fra un macellaio e il suo cliente.<\/p>\n<p>&quot;Dammi il miglior pezzo di carne che hai&quot;, disse il cliente.<\/p>\n<p>&quot;Ogni cosa \u00e8 la migliore nella mia bottega&quot;, rispose il macellaio. &quot;Non potrai trovare qui un pezzo di carne che non sia il migliore.&quot;<\/p>\n<p>Sentendo queste parole, Banzan pervenne all&#8217;illuminazione.\u00bb<\/p>\n<p>Questo, infatti, \u00e8 il concetto sotteso alla vera accettazione della vita: nel mondo in cui viviamo, vi sino solamente articoli di prima scelta; e, per quanto ci sforziamo di cercare, non riusciremo mai a trovarne uno che non sia di prima scelta.<\/p>\n<p>Se, di fatto, ci accade cos\u00ec spesso di imbatterci in articoli scadenti o decisamente cattivi, forse dovremmo onestamente interrogarci sul modo in cui li abbiamo utilizzati, dopo averli ricevuti perfetti dalle mani dell&#8217;Essere.<\/p>\n<p>Sarebbe un utile esame di coscienza, crediamo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;unica spiegazione &#8211; oltre alla deliberata malafede &#8211; \u00e8 che Voltaire fosse un ignorante in fatto di grammatica. 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