078 - VALTORTAVOX

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La PECORELLA SMARRITA

Gesù prende lo spunto dalle mandre che passano. Dice: «Il Padre vostro è come un pastore sollecito.
Che  fa il pastore buono? Cerca pascoli buoni per le sue pecorelle, quelli  dove non sono cicute e tossici, ma dolci trifogli, aromatiche mentucce e  amari ma salutiferi radicchi. Cerca là dove insieme al cibo sia fresco e  puro ruscello e ombria di piante e non regnino aspidi fra il verde  delle zolle. Non si cura di preferire i pascoli più grassi perché sa che  in essi è facile trovare insidia di colubri e d’erbe nocive, ma dà le  sue preferenze ai pascoli montani, dove le rugiade fan monda e fresca  l’erbetta, ma il sole la pulisce dai rettili, là dove l’aria è mossa e  buona e non pesante e malsana come quella di pianura. Il buon pastore  osserva una per una le sue pecore. Le cura se sono malate, le medica se  ferite. A quella che si ammalerebbe per troppa ingordigia di cibo dà la  voce, all’altra che prenderebbe un male per rimanere troppo all’umido o  troppo al sole dice di venire in altro luogo. E se una svogliata non  mangia, egli le cerca gli steli aciduli e aromatici atti a risvegliarle  l’appetito e glieli porge di sua mano parlandole come a persona amica.
Così  fa il Padre buono che è nei Cieli coi suoi figli erranti sulla Terra.  Il suo amore è la verga che li raduna, la sua voce è la guida, i suoi  pascoli la sua Legge, il suo ovile il Cielo.
Ma ecco che una  pecorella lo lascia. Quanto Egli l’amava! Era giovane, pura, candida,  come nuvola in cielo d’aprile. Il pastore la guardava con tanto amore,  pensando a quanto bene poteva ad essa fare e quanto amore riceverne. Ed  essa lo abbandona.
È passato, lungo la via che costeggia il pascolo,  un tentatore. Non ha la casacca austera, ma veste una veste di mille  colori. Non ha cintura di pelle con l’ascia e il coltello pendenti, ma  una cintura d’oro da cui pendono sonagli argentini, melodiosi come voce  di usignolo, e fiale di essenze che inebbriano… Non ha bordone come il  pastore buono col quale radunare e difendere le pecore, e se non basta  il bordone egli è pronto a difenderle con l’ascia e coltello e anche con  la vita. Ma questo tentatore che passa ha fra le mani un turibolo  brillante di gemme, da cui sale un fumo che è lezzo e profumo insieme,  ma che sbalordisce così come lo sfaccettio dei gioielli — oh! quanto  falsi! — abbacina. Egli va cantando e lascia cadere manate di un sale  che brilla sulla strada oscura…
Novantanove pecore guardano e stanno.  La centesima, la più giovane e cara, fa un balzo e scompare dietro al  tentatore. Il pastore la chiama. Ma lei non torna. Va più veloce del  vento per raggiungere colui che è passato e, per sorreggersi nella  corsa, gusta di quel sale che le scende dentro e la brucia di un delirio  strano per cui anela ad acque fonde e verdi in un cupo di selve. E  nelle selve, dietro il tentatore, si sprofonda e penetra e sale e scende  e cade… una, due, tre volte. E una, due, tre volte sente intorno al suo  collo l’abbraccio viscido dei rettili, e volendo bere beve acque  inquinate, e volendo nutrirsi morde erbe lucide di bave schifose.
Che  fa intanto il pastore buono? Chiude al sicuro le novantanove fedeli e  poi si pone in cammino, e non resta di andare sinché non trova tracce  della perduta. Poiché ella non torna a lui, che pure affida ai venti le  sue parole di richiamo, egli va a lei. E la vede da lungi, ebbra fra le  spire dei rettili, tanto ebbra che non sente nostalgia del volto che  l’ama; e lo deride. E la rivede, colpevole di esser penetrata, ladra,  nell’altrui dimora, tanto colpevole che non osa più guardarlo… Eppure il  pastore non si stanca… e va. La cerca, la cerca, la segue, l’incalza.  Piangendo sulle tracce della perduta — lembi di vello: lembi d’anima;  tracce di sangue: delitti diversi; lordure: prove della sua lussuria —  egli va e la raggiunge.
Ah! ti ho trovata, diletta. Ti ho raggiunta!  Quanto cammino ho fatto per te. Per riportarti all’ovile. Non chinare  la fronte avvilita. Il tuo peccato è sepolto nel mio cuore. Nessuno,  fuorché Io che ti amo, lo conoscerà. Io ti difenderò dalle critiche  altrui, ti coprirò con la mia persona per farti scudo contro le pietre  degli accusatori. Vieni. Sei ferita? Oh! mostrami le tue ferite. Le  conosco. Ma voglio che tu me le mostri con la confidenza che avevi  quando eri pura e guardavi a me, tuo pastore e dio, con occhio  innocente. Eccole. Hanno tutte un nome. Come sono profonde! Chi te le ha  fatte tanto profonde queste nel fondo del cuore? Il Tentatore, lo so. È  lui che non ha bordone né ascia, ma che colpisce più a fondo col suo  morso avvelenato, e dietro a lui colpiscono i gioielli falsi del suo  turibolo: coloro che ti hanno sedotta col loro brillare… e che erano  zolfi d’inferno tratti alla luce per arderti il cuore. Guarda quante  ferite! Quanto vello lacerato, quanto sangue, quanti rovi.
O povera  piccola anima illusa! Ma dimmi: se Io ti perdono, tu mi ami ancora? Ma  dimmi: se Io ti tendo le braccia, tu vi accorri? Ma dimmi: hai sete  dell’amore buono? E allora vieni e rinasci. Torna nei pascoli santi.  Piangi. Il tuo col mio pianto lavano le tracce del tuo peccato, ed Io  per nutrirti, poiché sei consumata dal male che ti ha arsa, mi apro il  petto, le vene mi apro, e ti dico: “Pasciti, ma vivi!”. Vieni, che ti  prendo sulle braccia. Andremo più solleciti ai pascoli santi e sicuri.  Tutto dimenticherai di quest’ora disperata. E le novantanove sorelle, le  buone, giubileranno per il tuo ritorno perché, Io te lo dico, mia  pecorella smarrita che ho cercato venendo da tanto lontano, che ho  raggiunto, che ho salvato, si fa più festa fra i buoni per uno smarrito  che torna, che non per novantanove giusti che mai si sono allontanati  dall’ovile».
L’Evangelo come mi è stato rivelato, 233.1/4

Spiegazione

«[…]  “la cui carità spinge a perdonare e a compatire per insegnarvi che il  perdono è più utile del rancore, e il compatimento dell’inesorabilità.  Venite a Chi perdona. Abbiate fede in Chi compatisce”.
Anche Io,  dopo aver ricordato la Legge, calpestata dalla peccatrice, ho fatto  cantare la speranza del perdono. Come una serica fascia di verde e di  azzurro l’ho scossa fra le tinte nere perché vi mettesse le sue  confortevoli parole. Il perdono! La rugiada sull’arsione del colpevole.  La rugiada non è grandine che saetta, colpisce, rimbalza e va, senza  penetrare, uccidendo il fiore. La rugiada scende così lieve che il fiore  anche più tenue non la sente posarsi sui petali di seta. Ma poi ne beve  il fresco e si ristora. Essa si posa presso le radici, sull’arsa gleba,  e va oltre… È un umidore di lacrime, pianto delle stelle, amoroso  pianto di nutrici sui figli che hanno sete, e che scende, esso stesso  ristoro, insieme al latte dolce e fecondo. Oh! i misteri degli elementi  che operano anche quando l’uomo riposa o pecca! Il perdono è come questa  rugiada. Porta seco non solo mondezza, ma succhi vitali rapiti non agli  elementi, ma ai focolari divini.
Poi, dopo la promessa di perdono,  ecco la Sapienza che parla e dice ciò che è lecito o non lecito, e  richiama e scuote. Non per durezza. Ma per sollecitudine materna di  salvare. Quante volte la vostra selce non si fa ancora più impenetrabile  e tagliente verso la Carità che su voi si curva!… Quante volte fuggite  mentre Essa vi parla!… Quante la deridete! Quante la odiate!… Se la  Carità usasse con voi i modi che voi usate con Lei, guai alle vostre  anime! Invece, lo vedete? Essa è l’instancabile Camminatrice che viene  alla ricerca vostra. Viene a raggiungervi anche se voi vi intanate in  luride tane. […]»
L’Evangelo come mi è stato rivelato, 234.3

Non ho detto parola alla Maddalena. Come fosse una statua l’ho guardata  un attimo e poi l’ho lasciata. Sono tornato ai “vivi” che volevo  salvare. Lei, materia morta come e più di un marmo scolpito, l’ho  avvolta di noncuranza apparente . Ma non ho detto parola e  fatto atto che non avesse a principale mira la sua povera anima che  volevo redimere. E l’ultima parola: “Io non insulto. Non insultare.  Prega per i peccatori. Null’altro”, come ghirlanda di fiori che si  compie, si è andata a saldare con la prima detta sul monte: “Il perdono è  più utile del rancore e il compatimento dell’inesorabilità”. E l’hanno  chiusa, la povera infelice, in un cerchio vellutato, fresco, profumato  di bontà, facendole sentire come è diversa la amorosa servitù a Dio  dalla feroce schiavitù di Satana, come è soave il profumo celeste  rispetto al lezzo della colpa e come riposa l’esser amati santamente rispetto all’esser posseduti satanicamente .
Vedete  come è misurato il Signore nel volere. Non esige conversioni fulminee.  Non pretende l’assoluto da un cuore. Sa attendere. E sa accontentarsi. E  mentre attende che la perduta ritrovi la via, la folle la ragione, si  accontenta di quanto le può dare la madre sconvolta. […]»
L’Evangelo come mi è stato rivelato, 234.5

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Eventuali violazioni ai DIRITTI d'AUTORE, se DEBITAMENTE SEGNALATE a ezio1944@gmail.com - VERRANNO IMMEDIATAMENTE RIMOSSE
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