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Il libro di Giona, così come lo si può leggere oggi tra gli altri scritti profetici della Bibbia, è certamente uno dei più perfetti capolavori della letteratura universale. Sotto la seduzione di uno stile meravigliosamente arzillo e vivo, esso nutre l´anima di insegnamenti la cui profondità supera ogni scienza umana. Questa straordinaria avventura, raccontata con una semplicità, una freschezza e una finezza squisite, la dice più lunga, nei suoi quattro minuscoli capitoli, che un lungo trattato di teologia, sulla natura di Dio, la sua Onnipotenza, la sua Onnipresenza, la sua Provvidenza, la sua Volontà di salvare tutti gli uomini, il timore che noi dobbiamo avere della sua giustizia, la fiducia che dobbiamo sempre avere nella sua bontà.
Tuttavia, davanti all´episodio inverosimile che gli fa da tema, una domanda si pone inevitabilmente alla mente: è verità o romanzo?
L´odissea di quest´uomo che una balena ingoia in pieno mare, per depositarlo dopo tre giorni, sano e salvo, nel punto preciso dove lo chiama la sua missione di predicatore, la fede ci obbliga a prenderla letteralmente? O possiamo considerarla una semplice favola? Per dei secoli, e fino a questi ultimi anni, nessun membro della gerarchia cattolica avrebbe osato sostenere ufficialmente questa seconda ipotesi, e presentare come dubbia la veracità di questa storia. Ma oggi le cose sono cambiate, e i manuali correnti, come le dotte opere degli specialisti, o i corsi ufficiali delle Facoltà cattoliche, sono d´accordo per affermare che il racconto di Giona non è che una pia fantasia, un´allegoria, simile a quella del figliol prodigo, o del buon Samaritano, "un insegnamento velato sotto le forme di una parabola". Alcuni si mostrano anche aggressivi, e ci prevengono severamente, che è irriverente verso uno scrivano ispirato pretendere di farne uno storico suo malgrado.
Quali possono essere le ragioni che hanno portato i maestri della scienza biblica ad abbandonare la posizione tradizionale della Chiesa per ripiegarsi su un terreno dove fino ad ora non si incontravano che i non credenti e i non cattolici? Consultiamo su questo punto l´opera che può esser ritenuta come la più rappresentativa dell´insegnamento attuale in materia di S. Scrittura: la Bibbia di Gerusalemme.
E, per prima cosa, essa si domanda: in quale "genere letterario" bisogna classificare il libro di Giona? "Siamo in presenza di un racconto storico o di una fantasia didattica?" Senza dubbio, concede, "la prima maniera di vedere è stata di gran lunga la più comune nella Chiesa". Su questa, essa sfiora rapidamente gli argomenti di cui questa opinione può avvalersi. Ma, chiaramente, le sue simpatie vanno verso l´altra. Il libro di Giona, ai suoi occhi, non è "che finzione didattica"; è in questo senso, dichiara, "la soluzione verso la quale si orienta sempre più l´esegesi, anche quella cattolica".
Perché questo?... Ragioni molto serie, che si possono raggruppare in due capi, ci porterebbero a crederlo:
1) Il libro di Giona non è stato scritto da Giona;
2) L´avventura che vi è raccontata è troppo inverosimile perché la si possa oggi ammettere.
Finora la tradizione unanime, sia dei Giudei che dei Cristiani, identificava il Giona che fu inghiottito da un pesce e che convertì Ninive col personaggio omonimo, che menziona il VI° libro dei Re[2], e che profetizzò sotto il regno di Geroboamo, re d´Israele, cioè tra il 788 e il 748 a.C..
Ma la critica moderna non accetta più questa identificazione. Essa afferma senza riserve che il libro di Giona non è stato scritto dal profeta omonimo, ma almeno tre secoli dopo la sua morte. Ed ecco i motivi che la obbligano a modificare la credenza antica. La Bibbia di Gerusalemme ne enumera quattro:
1 - L´autore, dice, parla di Giona in terza persona, il che è contrario all´uso dei profeti.
2 - Non è concepibile che egli abbia fatto di se stesso una critica così mordace.
3 - Ciò che egli dice di Ninive mostra che scrive dopo la caduta di questa città: chiaramente essa non è per lui che un ricordo lontano, tanto lontano che essa prende ai suoi occhi delle proporzioni colossali, "storicamente inverosimili". Ora, essendo Ninive stata distrutta nel 612, è evidente che il profeta non ha potuto risalire più oltre.
4 - Infine, la lingua dell´autore e gli indizi filologici mostrano che l´opera ha dovuto essere composta nel V secolo, al tempo di Esdra e di Neemia.
Esaminiamo una dopo l´altra queste quattro proposizioni.
1 - Se non si può ammettere che Giona sia l´autore della profezia che porta il suo nome, sotto il pretesto che egli parla di sè in terza persona, bisogna accordare, per la stessa ragione, che Mosè non è l´autore del Pentateuco; che né Giosuè, né Esdra, né Daniele, né Geremia hanno scritto i libri che in genere vengono loro attribuiti. Tutte cose che i critici accettano tranquillamente; ma anche -il che è forse più imbarazzante- sarà provato che san Giovanni non è l´autore del quarto Vangelo, poiché vi si parla, in terza persona, del "discepolo che Gesù amava"; che san Matteo non ha niente in comune col pubblicano Levi, poiché ne parla come di un terzo; che non è Paolo che fu rapito al terzo cielo, poiché lo stesso Apostolo attribuisce questa estasi a un uomo che egli conosce... Ricordiamo inoltre, che l´uso di parlare di se stessi in terza persona è stato costantemente imitato dai mistici, preoccupati di nascondersi e di "celare il segreto del Re".
2 - Nel "dipinto mordace che l´autore fa di se stesso", i Padri della Chiesa, lungi dal vedere una ragione per dubitare della sua autenticità, vi hanno visto, al contrario, una garanzia di sincerità. Ecco come si esprime in merito il più celebre dei commentatori greci di Giona, Théophylacte, arcivescovo di Acride, in Bulgaria: "tutto ciò che è in questa profezia, dice, è degno di ammirazione; niente tuttavia lo è quanto il carattere (Toηθoσ) (cioè il comportamento morale) del profeta, che si mostra così equo e così "vero", che dice tutto, apertamente, senza nascondimenti. Egli mette a nudo i suoi difetti, la sua disobbedienza, la sua fuga, la sua pusillanimità. Non ha vergogna di esporre tutte queste cose; ben più, le ha scritte per nostra istruzione. Così hanno agito i santi, perché essi cercavano non il loro vantaggio ma l´interesse di tutti, al fine di salvare tutti.[3]"
3 - Il carattere "lontano -molto lontano- del ricordo dello splendore di Ninive", che il nostro critico attribuisce a Giona, è fondato unicamente sul fatto che, per parlare di questa città, il narratore ha impiegato - una volta! - il pretèrito ebraico. Egli ha detto che Ninive era una grande città. Dunque non lo è più, quando egli scrive; dunque ha scritto dopo la distruzione della città, cioè verso il 612; dunque la sua profezia risale sicuramente agli anni vicini al 780 e al regno di Geroboamo!
È vero che, per un ragionamento analogo, noi potremmo affermare che Betania ha cambiato posto alla fine del I° secolo della nostra èra, e che, alla stessa epoca, il giardino del Getsemani non esisteva più. San Giovanni, non dice forse che Betania era a 15 stadi da Gerusalemme? e che, al di là del Cedron, vi era il giardino dove era entrato Gesù ?
In realtà, l´impiego del pretèrito si giustifica qui molto bene per rendere il racconto più vivo e più attuale. Ma soprattutto è destinato a farci intendere che prima degli avvenimenti che saranno raccontati, Dio cercava il mezzo di riportare sulla retta via la grande città smarrita. È così che l´hanno inteso i commentatori greci, Théodoret[4] e Théophylacte[5] in particolare: Ninive, spiegano, era una grande città, non solo davanti agli uomini, ma davanti a Dio, (come precisa appunto il testo massoretico); nel senso che, proprio a causa del numero dei suoi abitanti, Dio se ne preoccupava con particolare attenzione. Dirà Lui stesso a Giona: "e io non dovrei aver pietà di Ninive, la grande città, nella quale sono più di centoventimila persone".
Allo stesso modo, non si capisce perché "le proporzioni colossali di Ninive", annunciate dal testo sacro, sono ritenute "storicamente inverosimili", quando al contrario tutte le testimonianze positive della storia, come quelle che ci vengono dagli autori dell´antichità, e anche quelle che hanno apportato gli scavi moderni, confermano pienamente i dati della Scrittura.
E, in effetti, cosa ci dice la Scrittura? Che servivano tre giorni per fare il giro della città. Ora, gli antichi scrivani che hanno parlato di Ninive sono unanimi nel dire che questa capitale era prodigiosamente grande; che era più un agglomerato di città racchiuse da una stessa muraglia che un´unica città, (qualcosa di analogo, per l´epoca, a ciò che sono oggi il raggruppamento Lille-Roubaix-Tourcoing, o quello di Mézières-Charleville, con la differenza che invece di essere dei centri industriali erano per lo più città residenziali). Le abitazioni erano attorniate da parchi, da boschi e da immensi giardini, che spiegano queste dimensioni enormi.
Lo storico greco Diodoro di Sicilia, che viveva nel I secolo a.C., riferisce che Ninus, al quale ne attribuisce la fondazione, "avendo sorpassato, dice, tutti i suoi antenati in gloria e in azioni di spicco, risolse di creare una città così grande che non solo non ne avesse di eguali, ma che non ne potesse mai avere. Essa presentava la forma di un rettangolo, e il suo circuito era di 480 stadi"[6]. Notiamo quest´ultima cifra: essendo lo stadio di 185 metri, 480 stadi fanno circa 90 Km. Se si conta che l´uomo a piedi percorre normalmente in un giorno 30 km. (che era la tappa regolamentare dell´armata romana), 480 stadi rappresentano tre giorni di cammino, e la cifra data da Diodoro si accorda esattamente con quella del testo sacro.
Inoltre, le affermazioni di questo scrivano sono state confermate dagli scavi intrapresi da circa un secolo, sotto la direzione di Layard e di Oppert, per ritrovare la città scomparsa. Questi lavori hanno fatto risultare che Ninive-la-Grande comprendeva in effetti quattro città: Ninua, Resen, Chalé e Rechoboth-Ir, in pieno accordo con quanto riportano gli storici profani. Ed è facile costatare, sulle carte che essi hanno compilato[7], che i siti scoperti, o presunti, di questi quattro agglomerati, si iscrivono perfettamente in un rettangolo di 90 Km di perimetro, come diceva Diodoro.
Come non ammirare questa meravigliosa concordanza dove la scienza umana autentica viene a garantirci l´esattezza della rivelazione?
4 - Infine, il quarto argomento messo in campo dalla Bibbia di Gerusalemme per affermare la composizione tardiva del Libro di Giona, è quello dei criteri interni: "La lingua dell´autore, dichiara, e le sue idee teologiche, provano chiaramente che non può essere uno scrivano dell´ ottavo secolo".
Noi ci limiteremo a ricordare, su questo punto, che il procedimento che consiste nel respingere i dati della Tradizione in nome dei caratteri intriseci di un libro è fortemente disapprovato dalla Chiesa. Ecco come si esprime al riguardo il Papa Leone XIII nell´Enciclica Provvidentissimus:
"Sfortunatamente, e con gran danno della religione, è apparso un sistema, che si ammanta dell´onorevole nome di alta critica, i cui discepoli affermano che l´origine, l´integrità, l´autorità di ogni libro, spiccano, come essi dicono, dai soli caratteri intrinseci. Al contrario è evidente che, nelle questioni relative alla storia, toccanti l´origine e la conservazione di una qualsiasi opera, le testimonianze della storia hanno più valore delle altre, e sono esse che bisogna cercare ed esaminare con più cura. Quanto ai caratteri intrinseci, essi hanno, il più delle volte, meno peso, tanto che non si può quasi invocarli per confermare la tesi. Se si agisce diversamente, ne risulteranno grandi inconvenienti e si arriverà al risultato che ognuno, nell´interpretazione, si attaccherà ai suoi gusti e ai suoi pregiudizi. Così la luce che si cerca non illuminerà la Scrittura, nessun vantaggio ne risulterà per la dottrina, ma si vedrà manifestarsi con evidenza quella nota caratteristica dell´errore, che è la varietà e la diversità delle opinioni".
[1] - da "Le Cep" n° 14. I trimestre 2001, pag. da 76 a 82.
[2] - Cap. IV, 25.
[3] - Esposizione sul profeta Giona, Pat. gr. t. 126, c.960.
[4] - Su Giona. Pat. gr. t. 81, c.1738.
[5] - Théoph., op. cit. c.943.
[6] - Bibliotheque Hiistorique, L. III, 36, (Ed. Regnault).
[7] - Cfr. Atlante Biblico, de Hagen, chez Lethielleux, carta 7.
Pagina pubblicata il 14-01-2004
Bibbia & Scienza - 2020