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NOVENA in ATTESA del SANTO NATALE • 1° Giorno


DALL’EVANGELO COME MI È STATO RIVELATO – VOLUME I
Della mistica Maria Valtorta

1° GIORNO - Giuseppe chiede perdono a Maria.
Giuseppe e Maria sono arrivati a Nazareth di ritorno da Ebron, dove Maria era stata ad accudire prima la cugina Elisabetta e poi il piccolo Giovannino. Maria è ormai incinta di Gesù da  4 mesi e il suo stato è ben visibile. Giuseppe, che era andato a prenderla a Gerusalemme, nell’aiutarla a salire sull’asinello se ne accorge, ma non dice una sola parola, neanche durante tutto il viaggio che poteva esser durato un 2/3 giorni, data la distanza che separa Gerusalemme da Nazareth. All’arrivo, Giuseppe accompagna come sempre Maria alla sua casa, ma poi alla sera non la va a trovare come era solito fare. Solo il mattino dopo bussa, all’improvviso, alla porta di Maria.
31 maggio 19441
Vedo dunque l’orticello di Nazareth. Maria fila all’ombra di un foltissimo melo stracarico di frutta, che cominciano ad arrossare e sembrano tante guance di bambino nel loro roseo e tondo aspetto.
Ma Maria non è per nulla rosea. Il bel colore, che le avvi­vava le guance a Ebron, le è scomparso. Il viso è di un pallore di avorio, in cui soltanto le labbra segnano una curva di palli­do corallo. Sotto le palpebre calate stanno due ombre scure e i bordi dell’occhio sono gonfi come in chi ha pianto. Non vedo gli occhi, perché Ella sta col capo piuttosto chino, intenta al suo lavoro e più ancora ad un suo pensiero che la deve afflig­gere, perché l’odo sospirare come chi ha un dolore nel cuore.
È tutta vestita di bianco, di lino bianco, perché fa molto caldo  nonostante che la freschezza ancora intatta dei fiori mi dica che è mattina. È a capo scoperto e il sole, che scherza con le fronde del melo mosse da un lievissimo vento e filtra con aghi di luce fin sulla terra bruna delle aiuole, le mette dei cer­chiolini di luce sul capo biondo, e là i capelli sembrano di un oro zecchino.
Dalla casa non viene nessun rumore, né dai luoghi vicini. Si sente solo il mormorio del filo d’acqua che scende in una vasca in fondo all’orto.
Maria sobbalza per un picchio dato risolutamente all’u­scio di casa. Posa conocchia e fuso e si alza per andare ad apri­re. Per quanto l’abito sia sciolto e ampio, non riesce a nascon­dere completamente la rotondità del suo bacino.
Si trova di fronte Giuseppe. Maria impallidisce anche nel­le labbra. Ora il suo viso pare un’ostia, tanto è esangue. Ma­ria guarda con occhio che interroga mestamente. Giuseppe guarda con occhio che pare supplichi. Tacciono, guardandosi. Poi Maria apre la bocca:
«A quest’ora2, Giuseppe? Hai biso­gno di qualche cosa? Che vuoi dirmi? Vieni».
Giuseppe entra e chiude la porta. Non parla ancora.
«Parla, Giuseppe. Che vuoi da me?».
«Il tuo perdono».
Giuseppe si curva come volesse inginoc­chiarsi. Ma Maria, sempre così riservata nel toccarlo, lo affer­ra per le spalle risolutamente e glielo impedisce.
Il colore va e viene dal volto di Maria, che ora è tutta rossa e ora di neve come prima.
«Il mio perdono? Non ho nulla da perdonarti, Giuseppe. Non devo che ringraziarti ancora per tut­to quanto hai fatto qui dentro in mia assenza e per l’amore che mi porti».
Giuseppe la guarda, e vedo due grossi goccioloni formarsi nell’incavo del suo occhio profondo, stare lì come sull’orlo di un vaso e poi rotolare giù sulle guance e sulla barba.
«Perdo­no, Maria. Ho diffidato di te. Ora so. Sono indegno di avere tanto tesoro. Ho mancato di carità, ti ho accusata nel mio cuo­re, ti ho accusata senza giustizia perché non ti avevo chiesto la verità. Ho mancato verso la legge di Dio non amandoti co­me mi sarei amato…».  
«Oh! no! Non hai mancato!».
«Si, Maria. Se fossi stato accusato di un tal delitto, mi sa­rei difeso. Tu… Non concedevo a te di difenderti, perché stavo per prendere delle decisioni senza interrogarti. Ho mancato verso te recandoti l’offesa di un sospetto. Anche solo un sospetto è offesa, Maria. Chi sospetta non conosce. Io non ti ho cono­sciuta come dovevo. Ma per il dolore che ho patito,  tre giorni di supplizio, perdonami, Maria».
«Non ho nulla da perdonarti. Ma, anzi, io ti chiedo perdo­no per il dolore che ti ho dato».
«Oh! si, che fu dolore! Che dolore! Guarda, stamane mi han­no detto che sulle tempie sono canuto e sul viso ho rughe. Più di dieci anni di vita sono stati questi giorni! Ma perché, Ma­ria, sei stata tanto umile da tacere, a me, tuo sposo, la tua glo­ria, e permettere che io sospettassi di te?».
Giuseppe non è in ginocchio, ma sta così curvo che è come lo fosse, e Maria gli posa la manina sul capo e sorride. Pare lo assolva. E dice: «Se non lo fossi stata in maniera perfetta, non avrei meritato di concepire l’Atteso, che viene ad annul­lare la colpa di superbia3 che ha rovinato l’uomo. E poi ho ub­bidito... Dio mi ha chiesto questa ubbidienza. Mi è costata tanto… per te, per il dolore che te ne sarebbe venuto. Ma non do­vevo che ubbidire. Sono l’Ancella di Dio, e i servi non discuto­no gli ordini che ricevono. Li eseguiscono, Giuseppe, anche se fanno piangere sangue».
Maria piange quietamente mentre dice questo. Tanto quie­tamente che Giuseppe, curvo come è, non se ne avvede sinché una lacrima non cade al suolo. Allora alza il capo e - è la pri­ma volta che gli vedo fare questo gesto - stringe le manine di Maria nelle sue brune e forti e bacia la punta di quelle ro­see dita sottili, che spuntano come tanti bocci di pesco dall’anello delle mani di Giuseppe.
«Ora bisognerà provvedere perché… ».
Giuseppe non di­ce di più, ma guarda il corpo di Maria, e Lei diviene di porpo­ra e si siede di colpo per non rimanere così esposta, nelle sue forme, allo sguardo che l’osserva.
«Bisognerà fare presto. Io verrò qui... Compiremo il matrimonio... Nell’entrante settima­na4. Va bene?».
«Tutto quanto tu fai va bene, Giuseppe. Tu sei il capo di casa, io la tua serva».
«No. Io sono il tuo servo. Io sono il beato servo del mio Si­gnore che ti cresce in seno. Tu benedetta fra tutte le donne d’Israele. Questa sera avviserò i parenti. E dopo... quando sa­rò qui lavoreremo per preparare tutto a ricevere... Oh! come potrò ricevere nella mia casa Dio? Nelle mie braccia Dio? Io ne morrò di gioia!... Io non potrò mai osare di toccarlo!... ».
«Tu lo potrai, come io lo potrò, per grazia di Dio».
«Ma tu sei tu. Io sono un povero uomo, il più povero dei figli di Dio!...»
«Gesù viene per noi, poveri, per farci ricchi in Dio, viene a noi due perché siamo i più poveri e riconosciamo di esserlo. Giubila, Giuseppe. La stirpe di Davide ha il Re atteso e la no­stra casa diviene più fastosa della reggia di Salomone, perché qui sarà il Cielo e noi divideremo con Dio il segreto di pace che più tardi gli uomini sapranno. Crescerà fra noi, e le no­stre braccia saranno cuna al Redentore che cresce, e le nostre fatiche gli daranno un pane...  Oh! Giuseppe! Sentiremo la vo­ce di Dio chiamarci “Padre e Madre! ”. Oh!... ».
Maria piange di gioia. Un pianto così felice! E Giuseppe inginocchiato, ora, ai suoi piedi, piange col capo quasi nascosto nell’ampia veste di Maria, che le fa una caduta di pieghe sui poveri mattoni della stanzetta. La visione cessa qui.

1 Cfr. Maria Valtorta - L’Evangelo come mi è stato rivelato, 26, ed. CEV.
2 N.d.R. Lo stupore di Maria deriva dal fatto che abitualmente Giuseppe veniva a trovarla alla sera, dopo aver finito il suo lavoro.
3 N.d.R. Il Peccato Originale commesso dai Progenitori nell’Eden.
4 N.d.R. Il matrimonio affrettato dovrebbe pertanto compiersi nel mese di Tamuz (intorno alla metà di luglio).

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