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Novi_07 - Copia - VALTORTAVOX

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Lettura di: UNA VOCE AMICA


07 • GESÙ ci INSEGNA a MORIRE • Quaderni_19460714

14 luglio 1946
[Precede il capitolo 22 del LIBRO DI AZARIA]
Gesù ci insegna a morire.
Dice Gesù:
 «Ho dettato un’Ora Santa per coloro che lo desideravano. Ho svelato la  mia Ora di Agonia del Getsemani per darti un gran premio, perché non vi è  atto di fiducia più grande fra amici che quello di svelare all’amico il  proprio dolore. Non è il riso e il bacio prova suprema d’amore, ma il  pianto e il dolore reso noto all’amico. Tu, amica mia, lo hai  conosciuto. Per quando eri nel Getsemani. Ora sei sulla Croce. E senti  pene di morte. Appoggiati al tuo Signore mentre ti dà un’Ora di  preparazione alla morte.
I.
“Padre mio, se è possibile passi da me questo calice”.
 Non è una delle sette Parole della Croce. Ma è già parola di passione. È  il primo atto della Passione che inizia. È la necessaria preparazione  per le altre fasi dell’olocausto. È invocazione al Dator della vita,  rassegnazione, umiltà, è orazione in cui si intrecciano, nobilitandosi  la carne e perfezionandosi l’anima, la volontà dello spirito e la  fralezza della creatura che ripugna alla morte.
“Padre!…”. Oh! è  l’ora in cui il mondo si allontana dai sensi e dal pensiero mentre si  avvicina, come meteora che scende, il pensiero dell’altra vita,  dell’ignoto, del giudizio. E l’uomo, sempre un pargo­lo anche se  centenario, come un bambino spaurito, rimasto solo, cerca il seno di  Dio.
Marito, moglie, fratelli, figli, genitori, amici… Erano tutto  finché la vita era lontana dalla morte, finché la morte era un pensiero  nascosto sotto nebbie lontane. Ma adesso che la morte esce da sotto al  velo e avanza, ecco che per un capovolgimento di situazione, sono i  genitori, i figli, gli amici, i fratelli, il marito, la moglie che  perdono i loro tratti decisi, il loro valore affettivo, e si offuscano  davanti all’imminente avanzarsi della morte. Come voci che si  affievoliscono per la distanza, ogni cosa della Terra perde vigore  mentre ne acquista ciò che è al di là, ciò che fino a ieri pareva così  lontano… E un moto di paura colpisce la creatura.
Se non fosse  penosa e paurosa, la morte non sarebbe l’estremo castigo e l’estremo  mezzo per espiare concesso all’uomo. Sinché non vi fu la Colpa, la morte  non fu morte ma dormizione. E dove non fu colpa non fu morte come per  Maria Ss. Io morii perché su Me era tutto il Peccato, e ho conosciuto il  ribrezzo del morire.
“Padre!”. Oh! questo Dio tante volte non  amato, o amato ultimo, dopo che il cuore ha amato parenti e amici, od ha  avuto più indegni amori per creature di vizio, o ha amato le cose come  dèi, questo Dio tanto sovente dimenticato, e che ha permesso di  dimenticarlo, che ha lasciato liberi di dimenticarlo, che ha lasciato  fare, che è stato irriso talora, tal’altra maledetto, tal’altra negato,  ecco che risorge nel pensiero dell’uomo e riprende i suoi diritti.  Tuona: “Io sono!” e per non far morire di spavento con la rivelazione  della sua potenza, medica quel potente “Io sono” con una parola soave:  “Padre”. “Io sono Padre tuo”. Non è più terrore. È abbandono il  sentimento che dà questa parola. Io, Io che dovevo morire, che  comprendevo cosa è il morire, dopo avere insegnato agli uomini a vivere  chiamando “Padre” l’Altissimo Jeovè, ecco che vi ho insegnato a morire  senza terrore, chiamando “Padre” il Dio che fra gli spasimi dell’agonia  risorge o si fa più presente allo spirito del moribondo.
“Padre!”.  Non temete! Non temetelo, voi che morite, questo Dio che è Padre! Non  viene avanti, giustiziere armato di registri e di scure, non viene  avanti cinico strappandovi alla vita e agli affetti. Ma viene aprendovi  le braccia, dicendo: “Torna alla tua dimora. Vieni al riposo. Io ti  compenserò, ad usura di ciò che qui lasci. E, Io te lo giuro, in seno a  Me sarai più attivo per coloro che lasci che rimanendo quaggiù in lotta  affannosa e non sempre rimunerata”.
Ma la morte è sempre dolore.  Dolore per la sofferenza fisica, dolore per la sofferenza morale, dolore  per la sofferenza spirituale. Deve essere dolore per essere mezzo di ultima espiazione nel tempo,  lo ripeto. E in un ondeggiare di nebbie, che offuscano e scoprono in  alterna vicenda ciò che nella vita si è amato, ciò che ci rende paurosi  dell’al di là, l’anima, la mente, il cuore, come nave presa da gran  tempesta, passano – da zone calme già nella pace dell’imminente porto  ormai vicino, visibile, così sereno che già dà una quiete beata e un  senso di riposo simile a quello di chi, terminata quasi una fatica,  pregusta la gioia del prossimo riposo – passano a zone in cui la  tempesta li scrolla, li colpisce, li fa soffrire, spaurire, gemere. È di  nuovo il mondo, l’affannoso mondo con tutti i suoi tentacoli: la  famiglia, gli affari; è l’angoscia dell’agonia, è lo spavento  dell’ultimo passo… E poi? E poi?… La tenebra investe, soffoca la luce,  sibila i suoi terrori… Dove è più il Cielo? Perché morire? Perché dover morire? E l’urlo gorgoglia già in gola: “Non voglio morire!”.
 No, fratelli miei che morite perché giusto è il morire, santo è il  morire essendo voluto da Dio. No. Non gridate così! Quell’urlo non viene  dalla vostra anima. È l’Avversario che suggestiona la vostra debolezza  per farvelo dire. Mutate l’urlo ribelle e vile in un grido d’amore e di  fiducia: “Padre, se è possibile passi da me questo calice”. Come  l’arcobaleno dopo il temporale, ecco che quel grido riporta la luce, la  quiete. Rivedete il Cielo, le sante ragioni del morire, il premio  del morire, ossia il ritornare al Padre, e allora comprendete che anche  lo spirito, anzi, che lo spirito ha dei diritti più grandi della carne  perché esso è eterno e di natura soprannaturale, e ha perciò la  precedenza sulla carne, e allora dite la parola che è assoluzione a  tutti i vostri peccati di ribellione : “Però non la mia, ma la tua  volontà sia fatta”.
Ecco la pace, ecco la vittoria. L’angelo di Dio  si stringe a voi e vi conforta perché avete vinto la battaglia,  preparatoria a far della morte un trionfo.
II.
“Padre, perdona loro”.
 È il momento di spogliarsi di tutto quanto è peso per volare più sicuri  a Dio. Non potete portare con voi né affetti né ricchezze che non siano  spirituali e buone. E non c’è uomo che muoia senza avere da perdonare  qualcosa ad uno od a molti suoi simili e in molte cose, per molti  motivi. Quale l’uomo che giunga a morire senza aver patito l’acre di un  tradimento, di un disamore, di una menzogna, un’usura, un danno  qualsiasi, da parenti, consorti, o amici? Ebbene: è l’ora di perdonare  per essere perdonati. Perdonare completamente, lasciando andare non solo  il rancore, non solo il ricordo, ma anche la persuasione che il nostro  motivo di sdegno era giusto. È l’ora della morte. Il tempo, il mondo,  gli affari, gli affetti hanno fine, divengono “nulla”. Un solo vero  esiste ormai: Dio. A che dunque portare oltre le soglie ciò che è del di  qua delle soglie?
Perdonare. E poiché giungere alla perfezione  d’amore e di perdo­no, che è il neppur più dire: “Eppure io avevo  ragione”, è molto, troppo difficile per l’uomo, ecco passare al  Padre l’incarico di per­donare per noi. Dargli il nostro perdono, a Lui  che non è uomo, che è perfetto, che è buono, che è Padre, perché Egli lo  depuri nel suo Fuoco e lo dia, divenuto perfetto, a chi merita il  perdono.
Perdonare, ai vivi e ai morti. Sì. Anche ai morti che sono  stati cagione di dolore. La loro morte ha levato molte punte al  corruccio degli offesi, talora le ha levate tutte. Ma il ricordo dura  ancora. Hanno fatto soffrire, e si ricorda che hanno fatto soffrire.  Questo ricordo mette sempre un limite al nostro perdono. No. Ora non  più. Ora la morte sta per levare ogni limite allo spirito. Si entra  nell’infinito. Levare perciò anche questo ricordo che limita il perdono.  Perdonare, perdonare perché l’anima non abbia peso e tormento di  ricordi e possa essere in pace con tutti i fratelli viventi o penanti,  prima di incontrarsi col Pacifico.
“Padre, perdona loro”. Santa  umiltà, dolce amore del perdono dato, che sottintende perdono chiesto a  Dio per i debiti verso Dio e verso il prossimo che ha colui che chiede  perdono per i fratelli. Atto d’amore. Morire in un atto d’amore è avere  l’indulgenza dell’amore. Beati quelli che sanno perdonare in espiazione  di tutte le loro durezze di cuore e delle colpe dell’ira.
III.
“Ecco tuo figlio”.
 Ecco tuo figlio! Cedere ciò che è caro, con previdente e santo  pensiero. Cedere gli affetti, e cedersi a Dio senza resistenza. Non  invidiare chi possiede ciò che lasciamo. Nella frase potete affidare a  Dio tutto quanto vi sta a cuore e che abbandonate, e tutto quanto vi  angustia, anche il vostro stesso spirito.
Ricordare al Padre che è  Padre. Mettergli nelle mani lo spirito che torna alla Sorgente. Dire:  “Ecco. Sono qui. Prendimi con Te perché mi dono. Non cedo per forza di  cose. Mi dono perché ti amo come figlio che torna a suo Padre”. E dire:  “Ecco. Questi sono i miei cari. Te li dono. Questi sono i miei affari,  quegli affari che qualche volta mi hanno fatto essere ingiusto,  invidioso del prossimo, e che mi hanno fatto dimenticare Te perché mi  parevano – lo erano, ma io lo credevo più che non fossero – mi parevano  di una importanza capitale per il benessere dei miei, per il mio onore,  per la stima che mi attiravano. Ho creduto anche che solo io fossi  capace di tutelarli. Mi sono creduto necessario per compirli. Ora vedo…  Non ero che un congegno infinitesimale nel perfetto organismo della tua  Provvidenza, e molte volte un congegno imperfetto che guastava il lavoro  dell’organismo perfetto. Ora che le luci e le voci del mondo cessano e  tutto si allontana, vedo… sento… Come le mie opere erano insufficienti,  logore, incomplete! Come erano dissonanti dal Bene! Ho presunto di  essere io un grande ‘che’. Tu eri – previdente, provvidente, santo – che  correggevi i miei lavori e li rendevi utili ancora. Ho presunto. Talora  ho anche detto che non mi amavi perché non mi riusciva, come agli altri  che invidiavo, ciò che io volevo. Ora vedo. Miserere di me!”.
Umile  abbandono, riconoscente pensiero alla Provvidenza in riparazione delle  vostre presunzioni, avidità, invidie e sostituzioni di Dio con povere  cose umane, con le golosità delle ricchezze diverse.
IV.
“Ricòrdati di me”.
 Avete accettato il calice di morte, avete perdonato, avete ceduto ciò  che era vostro, persino voi stessi. Avete molto mortificato l’io  dell’uomo, molto liberato l’anima da ciò che spiace a Dio: dallo spirito  di ribellione, dallo spirito di rancore, dallo spirito di avidità.  Avete ceduto la vita, la giustizia, la proprietà, la povera vita, la più  povera giustizia, le tre volte povere proprietà umane, al Signore.  Novelli Giobbe, siete languenti e spogli davanti a Dio. Potete allora  dire: “Ricòrdati di me”.
Non siete più niente. Non salute, non  fierezza, non ricchezza. Non possedete più neppure voi stessi. Siete  bruco che può divenire farfalla o marcire nella carcere del corpo per  un’ultima estrema ferita allo spirito. Siete fango che torna fango o  fango che si muta in stella a seconda che preferite scendere nella  cloaca dell’Avversario o ascendere nel vortice di Dio. L’ultima ora  decide della vita eterna. Ricordatevelo. E gridate: “Ricòrdati di me!”.
 Dio attende quel grido del povero Giobbe per colmarlo di beni nel suo  Regno. È dolce ad un Padre perdonare, intervenire, consolare. Non  attende che questo grido per dirvi: “Sono con te, figlio. Non temere”.  Ditela questa parola per riparare a tutte le volte che vi dimenticaste  del Padre o foste superbi.
V.
“Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
 Talora sembra che il Padre abbandoni. Non si è che nascosto per  aumentare l’espiazione e dare maggior perdono. Può l’uomo lamentarsi con  ira di ciò, egli che infinite volte ha abbandonato Iddio? E deve  disperare perché Dio lo prova?
Quante cose avete messo nel vostro  cuore che non erano Dio! Quante volte foste inerti con Lui! Con quante  cose lo avete respinto e scacciato. Avete empìto il cuore di tutto. Lo  avete poi ferrato e ben chiavistellato perché vi temevate che Dio  entrando potesse disturbare il vostro quietismo accidioso, purificare il  suo tempio cacciandone gli usurpatori. Finché foste felici, che vi  importava di avere Dio? Dicevate: “Ho già tutto perché me lo sono  meritato”. E quando felici non foste, non lo fuggiste mai Dio, facendolo  causa di ogni vostro male?
Oh! figli ingiusti che bevete il veleno,  che entrate nei labirinti, che precipitate nei burroni e nei covi di  serpi e altre fiere, e poi dite: “È Dio il colpevole”, se Dio non fosse  Padre e Padre santo, che dovrebbe rispondere al vostro lamento delle ore  dolorose quando nelle felici lo dimenticaste? Oh! figli ingiusti che  pieni di colpe pretendereste di essere trattati come il Figlio di Dio  non fu trattato nell’ora dell’olocausto, dite: chi fu il più  abbandonato? Non è il Cristo, l’Innocente, Colui che per salvare accettò  l’abbandono assoluto di Dio dopo averlo amato attivamente sempre? E non  avete voi nome di “cristiani”? E non avete il dovere di salvare almeno  voi stessi?
Nell’accidia torbida che di sé si compiace e teme  disturbo dell’accogliere l’Attivo, non c’è salvezza. Imitate allora  Cristo, gettando questo grido nel momento di angoscia più forte. Ma fate  che la nota del grido sia nota di mansuetudine e di umiltà, non tono di  bestemmia e rimprovero. “Perché mi hai Tu abbandonato, Tu che sai che  senza di Te nulla io posso? Vieni, o Padre, vieni a salvarmi, a darmi  forza di salvare me stesso perché orrende sono le strette di morte e  l’Avversario me ne aumenta ad arte la potenza, mi fischia che Tu non mi  ami più. Fàtti sentire, o Padre, non per i miei meriti ma proprio perché  sono un nulla senza meriti che non sa vincere se è solo e che  comprende, ora, che la vita era lavoro per il Cielo”.
Guai ai soli, è  detto. Guai a chi è solo nell’ora della morte, solo con se stesso  contro Satana e la carne! Ma non temete. Se chiamerete il Padre, Egli  verrà. E questo umile invocarlo espierà i vostri colpevoli torpori verso  Dio, le false pietà, gli amori sregolati dell’io, che fanno accidiosi.
VI.
“Ho sete”.
 Sì, veramente, quando si è capito il vero valore della vita eterna  rispetto al metallo falso della vita terrena, quando la purificazione  del dolore e della morte è accettata come santa ubbidienza, quando si è  cresciuti in sapienza e in grazia presso Dio in poche ore, in pochi  minuti talora, più che non si sia cresciuti in molti anni di vita, viene  una sete profonda di acque celesti, di celesti cose. Le lussurie di  tutte le seti umane sono vinte. Ma viene la soprannaturale sete di  possedere Iddio. La sete dell’amore. L’anima aspira di bere l’amore e di  esserne bevuta. Come un’acqua che è piovuta al suolo e non vuole  divenire fango ma tornare nuvola, l’anima ora ha sete di salire al luogo  dal quale discese. Quasi rotte le muraglie carnali, la prigioniera  sente le aure del Luogo d’origine e vi anela con tutta se stessa.
 Quale quel pellegrino esausto che vedendo, dopo anni, ormai prossimo il  luogo natìo, non raduna le forze e prosegue, svelto, tenace, incurante  di tutto che non sia arrivare là da dove partì un giorno e tutto il vero  suo bene vi lasciò, ed è certo ora di trovarlo e di gustarlo più  ancora, perché fatto esperto del povero bene, che non sazia, trovato nel  luogo di esilio?
“Ho sete”. Sete di Te, mio Dio. Sete di averti.  Sete di possederti. Sete di darti. Perché sulle soglie fra la Terra e il  Cielo già si sa capire l’amore di prossimo come va capito, e viene un  desiderio di agire per dare Dio al prossimo che lasciamo. La santa  operosità dei santi che, granelli morti che divengono spiga, si  effondono in amore per dare amore e per fare amare Dio da chi ancora è  nelle lotte della Terra. “Ho sete”. Non c’è più che un’acqua che sazi,  giunta l’anima alle soglie della Vita: l’Acqua viva, Dio stesso.
 L’Amore vero: Dio stesso. Amore contrapposto ad egoismo. L’egoismo è  morto prima della carne nei giusti, e regna l’amore. E l’amore grida:  “Ho sete di Te e di anime. Salvare. Amare. Morire per essere libero di  amare e di salvare. Morire per nascere. Lasciare per possedere.  Rifiutare ogni dolcezza, ogni conforto perché tutto è vanità quaggiù, e  l’anima vuole solo tuffarsi nel fiume, nell’oceano della Divinità, bere  di Essa, essere in Essa, senza più sete, perché la Fonte d’Acqua della  Vita l’avrà accolta”.
Avere questa sete per riparare al disamore e alla lussuria.
VII.
“Tutto è compiuto”.
 Tutte le rinunce, tutte le sofferenze, tutte le prove, le lotte, le  vittorie, le offerte: tutto. Ormai non c’è più che da presentarsi a Dio.  Il tempo concesso alla creatura per divenire un dio, a Satana per  tentarla, è compiuto. Cessa il dolore, cessa la prova, cessa la lotta.  Restano soltanto il giudizio, l’amorosa purificazione, o viene,  beatissima, la dimora immediata del Cielo. Ma quanto è Terra, quanto è  volontà umana, ha fine.
Tutto è compiuto! La parola della completa  rassegnazione o del gioioso riconoscimento di aver finito la prova e  consumato l’olocausto. Non contemplo coloro che muoiono in peccato  mortale, i quali non dicono, essi, “tutto è compiuto”, ma con un urlo di  vittoria e un pianto di dolore lo dicono, per loro, l’angelo delle  tenebre, vittorioso, e l’angelo custode, vinto. Io parlo ai peccatori  pentiti, ai buoni cristiani o agli eroi della virtù. Questi, sempre più  vivi nello spirito man mano che la morte prende la carne, mormorano, o  gridano, rassegnati o gioiosi: “Tutto è consumato. Il sacrificio ha  termine. Prendilo per mia espiazione! Prendilo per mia offerta  d’amore!”. Così dicono gli spiriti, con la penultima parola, a seconda  che subiscano la morte per legge comune o, anime vittime, la offrano per  volontario sacrificio. Ma tanto le une che le altre, giunte ormai alla  liberazione dalla materia, reclinano lo spirito sul seno di Dio dicendo:  “Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio”.
Maria, sai cosa è  spirare con questa elevazione fatta viva nel cuore? È spirare nel bacio  di Dio. Vi sono molte preparazioni alla morte. Ma credi che questa,  sulle mie parole, è nella sua semplicità la più santa.»
Gesù ha dato  questo dettato alle 12, quando, finita già la visione avuta alle prime  ore del mattino, credevo aver finito di scrivere e mi ero messa a  cucire, faticosamente, ma necessariamente, per preparare biancherie  necessarie alla casa. Ho gettato via ditale e ago e ho riafferrato la  penna. E, gravissima come sono, ho ricevuto come un vero dono  preziosissimo questa preparazione alla morte.
[Seguono, con date  dal 21 luglio al 18 agosto 1946, i capitoli da 23 a 27 del LIBRO DI  AZARIA. Con date dal 15 luglio al 19 agosto 1946 sono i capitoli da 457 a  476 – esclusi i capitoli 468 e 473, scritti nel 1944 – dell’opera  L’EVANGELO]

Eventuali violazioni ai DIRITTI d'AUTORE, se DEBITAMENTE SEGNALATE a ezio1944@gmail.com - VERRANNO IMMEDIATAMENTE RIMOSSE
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