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Novi_03 - Copia - VALTORTAVOX

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Lettura di: UNA VOCE AMICA


03 • 3ª VISIONE del PARADISO • Quaderni_19440525

Tenterò descrivere la inesprimibile, ineffabile, beatifica visione  della tarda sera di ieri, quella che dal sogno dell’anima mi condusse al  sogno del corpo per apparirmi ancor più nitida e bella al mio ritorno  ai sensi. E prima di accingermi a questa descrizione, che sarà sempre  lontana dal vero più che non noi dal sole, mi sono chiesta: “Devo prima  scrivere, o prima fare le mie penitenze?”.
Mi ardeva di descrivere  ciò che fa la mia gioia, e so che dopo la penitenza sono più tarda alla  fatica materiale dello scrivere. Ma la voce di luce dello Spirito Santo –  la chiamo così perché è immateriale come la luce eppure è chiara come  la più sfolgorante luce, e scrive per lo spirito mio le sue parole che  son suono e fulgore e gioia, gioia, gioia – mi dice avvolgendomi l’anima  nel suo baleno d’amore: “Prima la penitenza e poi la scrittura di ciò  che è la tua gioia. La penitenza deve sempre precedere tutto, in te, poiché è quella che ti merita la gioia.  Ogni visione nasce da una precedente penitenza e ogni penitenza ti apre  il cammino ad ogni più alta contemplazione. Vivi per questo. Sei amata  per questo. Sarai beata per questo. Sacrificio, sacrificio. La tua via,  la tua missione, la tua forza, la tua gloria. Solo quando ti  addormenterai in Noi cesserai di esser ostia per divenire gloria”.
 Allora ho fatto prima tutte le mie giornaliere penitenze. Ma non le  sentivo neppure. Gli occhi dello spirito “vedevano” la sublime visione  ed essa annullava la sensibilità corporale. Comprendo, perciò, il perché  i martiri potessero sopportare quei supplizi orrendi sorridendo. Se a  me, tanto inferiore a loro in virtù, una contemplazione può,  effondendosi dallo spirito ai sensi corporali, annullare in essi la  sensibilità dolorifica, a loro, perfetti nell’amore come creatura umana  può esserlo e vedenti, per la loro perfezione, la Perfezione di Dio  senza velami, doveva accadere un vero annullamento delle debolezze  materiali. La gioia della visione annullava la miseria della carne  sensibile ad ogni sofferenza.

Ed ora cerco descrivere.
Ho rivisto  il Paradiso. E  ho compreso di cosa è fatta la sua Bellezza, la sua Natura, la sua  Luce, il suo Canto. Tutto, insomma. Anche le sue Opere, che sono quelle  che, da tant’alto, informano, regolano, provvedono a tutto l’universo  creato. Come già l’altra volta, nei primi del corrente anno, credo, ho  visto la Ss. Trinità. Ma andiamo per ordine.
Anche gli occhi dello  spirito, per quanto molto più atti a sostenere la Luce che non i poveri  occhi del corpo che non possono fissare il sole, astro simile a  fiammella di fumigante lucignolo rispetto alla Luce che è Dio, hanno  bisogno di abituarsi per gradi alla contemplazione di questa alta  Bellezza.
Dio è così buono che, pur volendosi svelare nei suoi  fulgori, non dimentica che siamo poveri spiriti ancor prigionieri in una  carne e perciò indeboliti da questa prigionia. Oh! come belli, lucidi,  danzanti, gli spiriti che Dio crea ad ogni attimo per esser anima alle  nuove creature! Li ho visti e so. Ma noi… finché non torneremo a Lui non  possiamo sostenere lo Splendore tutto d’un colpo. Ed Egli nella sua  bontà ce ne avvicina per gradi.
Per prima cosa, dunque, ieri sera ho  visto come una immensa rosa. Dico “rosa” per dare il concetto di questi  cerchi di luce festante che sempre più si accentravano intorno ad un  punto di un insostenibile fulgore.
Una rosa senza confini! La sua  luce era quella che riceveva dallo Spirito Santo. La luce splendidissima  dell’Amore eterno. Topazio e oro liquido resi fiamma… oh! non so come  spiegare! Egli raggiava, alto, alto e solo, fisso nello zaffiro  immacolato e splendidissimo dell’Empireo, e da Lui scendeva a fiotti  inesausti la Luce. La Luce che penetrava la rosa dei beati e dei cori  angelici e la faceva luminosa di quella sua luce che non è che il  prodotto della luce dell’Amore che la penetra. Ma io non distinguevo  santi o angeli. Vedevo solo gli immisurabili festoni dei cerchi del  paradisiaco fiore.
Ne ero già tutta beata e avrei benedetto Dio per  la sua bontà, quando, in luogo di cristallizzarsi così, la visione si  aprì a più ampi fulgori, come se si fosse avvicinata sempre più a me  permettendomi di osservarla con l’occhio spirituale, abituato ormai al  primo fulgore e capace di sostenerne uno più forte.
E vidi Dio  Padre: Splendore nello splendore del Paradiso. Linee di luce  splendidissima, candidissima, incandescente. Pensi lei: se io lo potevo  distinguere in quella marea di luce, quale doveva esser la sua Luce che,  pur circondata da tant’altra, la annullava facendola come un’ombra di  riflesso rispetto al suo splendere? Spirito… Oh! come si vede che è  spirito! È Tutto. Tutto tanto è perfetto. È nulla perché anche  il tocco di qualsiasi altro spirito del Paradiso non potrebbe toccare  Dio, Spirito perfettissimo, anche con la sua immaterialità: Luce, Luce,  niente altro che Luce.
Di fronte al Padre Iddio era Dio Figlio.  Nella veste del suo Corpo glorificato su cui splendeva l’abito regale  che ne copriva le Membra Ss. senza celarne la bellezza  superindescrivibile. Maestà e Bontà si fondevano a questa sua Bellezza. I  carbonchi delle sue cinque Piaghe saettavano cinque spade di luce su  tutto il Paradiso e aumentavano lo splendore di questo e della sua  Persona glorificata.
Non aveva aureola o corona di sorta. Ma tutto  il suo Corpo emanava luce, quella luce speciale dei corpi  spiritualizzati che in Lui e nella Madre è intensissima e si  sprigiona dalla Carne che è carne, ma non è opaca come la nostra. Carne  che è luce. Questa luce si condensa ancor di più intorno al suo Capo.  Non ad aureola, ripeto, ma da tutto il suo Capo. Il sorriso era  luce e luce lo sguardo, luce trapanava dalla sua bellissima Fronte,  senza ferite. Ma pareva che, là dove le spine un tempo avevano tratto  sangue e dato dolore, ora trasudasse più viva luminosità.
Gesù era in piedi col suo stendardo regale in mano come nella visione che ebbi in gennaio, credo.
 Un poco più in basso di Lui, ma di ben poco, quanto può esserlo un  comune gradino di scala, era la Ss. Vergine. Bella come lo è in Cielo,  ossia con la sua perfetta bellezza umana glorificata a bellezza celeste.
 Stava fra il Padre e il Figlio che erano lontani tra loro qualche  metro. (Tanto per applicare paragoni sensibili). Ella era nel mezzo e,  con le mani incrociate sul petto – le sue dolci, candidissime, piccole,  bellissime mani – e col volto lievemente alzato – il suo soave,  perfetto, amoroso, soavissimo volto – guardava, adorando, il Padre e il  Figlio.
Piena di venerazione guardava il Padre. Non diceva parola.  Ma tutto il suo sguardo era voce di adorazione e preghiera e canto. Non  era in ginocchio. Ma il suo sguardo la faceva più prostrata che nella  più profonda genuflessione, tanto era adorante. Ella diceva: “Sanctus!”,  diceva: “Adoro Te!” unicamente col suo sguardo.
Guardava il suo  Gesù piena di amore. Non diceva parola. Ma tutto il suo sguardo era  carezza. Ma ogni carezza di quel suo occhio soave diceva: “Ti amo!”. Non  era seduta. Non toccava il Figlio. Ma il suo sguardo lo riceveva come  se Egli le fosse in grembo circondato da quelle sue materne braccia come  e più che nell’Infanzia e nella Morte. Ella diceva: “Figlio mio!”,  “Gioia mia!”, “Mio amore!” unicamente col suo sguardo.
Si beava di  guardare il Padre e il Figlio. E ogni tanto alzava più ancora il volto e  lo sguardo a cercare l’Amore che splendeva alto, a perpendicolo su Lei.  E allora la sua luce abbagliante, di perla fatta luce, si accendeva  come se una fiamma la investisse per arderla e farla più bella. Ella  riceveva il bacio dell’Amore e si tendeva con tutta la sua umiltà e  purezza, con la sua carità, per rendere carezza a Carezza e dire: “Ecco.  Son la tua Sposa e ti amo e son tua. Tua per l’eternità”. E lo Spirito  fiammeggiava più forte quando lo sguardo di Maria si allacciava ai suoi  fulgori.
E Maria riportava il suo occhio sul Padre e sul Figlio.  Pareva che, fatta deposito dall’Amore, distribuisse questo. Povera  immagine mia! Dirò meglio. Pareva che lo Spirito eleggesse Lei ad essere  quella che, raccogliendo in sé tutto l’Amore, lo portasse poi  al Padre e al Figlio perché i Tre si unissero e si baciassero divenendo  Uno. Oh! gioia comprendere questo poema di amore! E vedere la missione  di Maria, Sede dell’Amore!
Ma lo Spirito non concentrava i suoi  fulgori unicamente su Maria. Grande la Madre nostra. Seconda solo a Dio.  Ma può un bacino, anche se grandissimo, contenere l’oceano? No. Se ne  empie e ne trabocca. Ma l’oceano ha acque per tutta la Terra. Così la  Luce dell’Amore. Ed Essa scendeva in perpetua carezza sul Padre e sul  Figlio, li stringeva in un anello di splendore. E si allargava ancora,  dopo essersi beatificata col contatto del Padre e del Figlio che  rispondevano con amore all’Amore, e si stendeva su tutto il Paradiso.
 Ecco che questo si svelava nei suoi particolari… Ecco gli angeli. Più  in alto dei beati, cerchi intorno al Fulcro del Cielo che è Dio Uno e  Trino con la Gemma verginale di Maria per cuore. Essi hanno somiglianza  più viva con Dio Padre. Spiriti perfetti ed eterni, essi sono tratti di  luce, inferiore unicamente a quella di Dio Padre, di una forma di  bellezza indescrivibile. Adorano… sprigionano armonie. Con che? Non so.  Forse col palpito del loro amore. Poiché non son parole; e le linee  delle bocche non smuovono la loro luminosità. Splendono come acque  immobili percosse da vivo sole. Ma il loro amore è canto. Ed è armonia  così sublime che solo una grazia di Dio può concedere di udirla senza  morirne di gioia.
Più sotto, i beati. Questi, nei loro aspetti  spiritualizzati, hanno più somiglianza col Figlio e con Maria. Sono più  compatti, direi sensibili all’occhio e – fa impressione – al tatto,  degli angeli. Ma sono sempre immateriali. Però in essi sono più marcati i  tratti fisici, che differiscono in uno dall’altro. Per cui capisco se  uno è adulto o bambino, uomo o donna. Vecchi, nel senso di decrepitezza,  non ne vedo. Sembra che anche quando i corpi spiritualizzati  appartengono ad uno morto in tarda età, lassù cessino i segni dello  sfacimento della nostra carne. Vi è maggior imponenza in un anziano che  in un giovane. Ma non quello squallore di rughe, di calvizie, di bocche  sdentate e schiene curvate proprie negli umani. Sembra che il massimo  dell’età sia di 40, 45 anni. Ossia virilità fiorente anche se lo sguardo  e l’aspetto sono di dignità patriarcale.
Fra i molti… oh! quanto  popolo di santi!… e quanto popolo di angeli! I cerchi si perdono,  divenendo scia di luce per i turchini splendori di una vastità senza  confini! E da lungi, da lungi, da questo orizzonte celeste viene ancora  il suono del sublime alleluia e tremola la luce che è l’amore di questo  esercito di angeli e beati…
Fra i molti vedo, questa volta, un  imponente spirito. Alto, severo, e pur buono. Con una lunga barba che  scende sino a metà del petto e con delle tavole in mano. Le tavole  sembrano quelle cerate che usavano gli antichi per scrivere. Si appoggia  con la mano sinistra ad esse che tiene, alla loro volta, appoggiate al  ginocchio sinistro. Chi sia non so. Penso a Mosè o a Isaia. Non so  perché. Penso così. Mi guarda e sorride con molta dignità. Null’altro.  Ma che occhi! Proprio fatti per dominare le folle e penetrare i segreti  di Dio.
Lo spirito mio si fa sempre più atto a vedere nella Luce. E  vedo che ad ogni fusione delle Tre Persone, fusione che si ripete con  ritmo incalzante ed incessante come per pungolo di fame insaziabile  d’amore, si producono gli incessanti miracoli che sono le opere di Dio.
 Vedo che il Padre, per amore del Figlio, al quale vuole dare sempre più  grande numero di seguaci, crea le anime. Oh! che bello! Esse escono  come scintille, come petali di luce, come gemme globulari, come non sono  capace di descrivere, dal Padre. È uno sprigionarsi incessante di nuove  anime… Belle, gioiose di scendere ad investire un corpo per obbedienza  al loro Autore. Come sono belle quando escono da Dio! Non vedo, non lo  posso vedere essendo in Paradiso, quando le sporca la macchia originale.
 Il Figlio, per zelo per il Padre suo, riceve e giudica, senza soste,  coloro che, cessata la vita, tornano all’Origine per esser giudicati.  Non vedo questi spiriti. Comprendo se essi sono giudicati con gioia, con  misericordia, o con inesorabilità, dai mutamenti dell’espressione di  Gesù. Che fulgore di sorriso quando a Lui si presenta un santo! Che luce  di mesta misericordia quando deve separarsi da uno che deve mondarsi  prima di entrare nel Regno! Che baleno di offeso e doloroso corruccio  quando deve ripudiare in eterno un ribelle!
È qui che comprendo ciò  che è il Paradiso. E ciò di che è fatta la sua Bellezza, Natura, Luce e  Canto. È fatta dall’Amore. Il Paradiso è Amore. È l’Amore che in esso  crea tutto. È l’Amore la base su cui tutto si posa. È l’Amore l’apice da  cui tutto viene.
Il Padre opera per Amore. Il Figlio giudica per  Amore. Maria vive per Amore. Gli angeli cantano per Amore. I beati  osannano per Amore. Le anime si formano per Amore. La Luce è perché è  l’Amore. Il Canto è perché è l’Amore. La Vita è perché è l’Amore. Oh!  Amore! Amore! Amore!… Io mi annullo in Te. Io risorgo in Te. Io muoio,  creatura umana, perché Tu mi consumi. Io nasco, creatura spirituale,  perché Tu mi crei.
Sii benedetto, benedetto, benedetto, Amore, Terza  Persona! Sii benedetto, benedetto, benedetto, Amore, che sei amore  delle Due Prime! Sii benedetto, benedetto, benedetto, Amore, che ami i  Due che ti precedono! Sii benedetto Tu che mi ami. Sii benedetto da me  che ti amo perché mi permetti di amarti e conoscerti, o Luce mia…
Ho  cercato nei fascicoli, dopo aver scritto tutto questo, la precedente  contemplazione del Paradiso. Perché? Perché diffido sempre di me e  volevo vedere se una delle due era in contraddizione con l’altra. Ciò mi  avrebbe persuasa che sono vittima di un inganno.
No. Non vi è  contraddizione. La presente è ancor più nitida ma ha le linee essenziali  uguali. La precedente è alla data 10 gennaio 1944. E da allora io non  l’avevo mai più guardata. Lo assicuro come per giuramento.
Dice a sera Gesù:
 «Nel Paradiso che l’Amore ti ha fatto contemplare vi sono unicamente i  “vivi” di cui parla  Isaia nel cap. 4, una delle profezie che saranno  lette domani l’altro. E come si ottiene questo esser “vivi” lo dicono le  parole susseguenti. Con lo spirito di Giustizia e con lo spirito di  Carità si annullano le macchie già esistenti e si preserva da novelle  corruzioni.
Questa Giustizia e questa Carità che Dio vi dà e che voi  gli dovete dare, vi condurranno e vi manterranno all’ombra del  Tabernacolo eterno. Là il calore delle passioni e le tenebre del Nemico  diverranno cosa innocua poiché saranno neutralizzate dal Protettore  vostro Ss., che più amoroso di chioccia per i suoi nati vi terrà al  riparo delle sue ali e vi difenderà contro ogni soprannaturale assalto.  Ma non allontanatevi mai da Lui che vi ama.
Pensa, anima mia, alla  Gerusalemme che ti è stata mostrata. Non merita ogni cura per  possederla? Vinci. Io ti attendo. Noi ti attendiamo. Oh! questa parola  che vorremmo dire a tutti i creati, almeno a tutti i cristiani, almeno a tutti i cattolici, e che possiamo dire a tanto pochi!
Basta perché sei stanca. Riposa pensando al Paradiso.»

Eventuali violazioni ai DIRITTI d'AUTORE, se DEBITAMENTE SEGNALATE a ezio1944@gmail.com - VERRANNO IMMEDIATAMENTE RIMOSSE
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