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Novi_00 - Copia - VALTORTAVOX

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Lettura di: Una VOCE AMICA



00 • GESÙ istruisce Giuda Iscariota • Evangelo_01069

3 gennaio 1945.
69.1Ancora Gesù e Giuda che, dopo aver pregato nel luogo più vicino al Santo, concesso agli israeliti maschi, escono dal Tempio.
 Giuda vorrebbe rimanere con Gesù. Ma questo desiderio trova  l’opposizione del Maestro. «Giuda, Io desidero di rimanere solo nelle  ore notturne. Nella notte il mio spirito trae il suo nutrimento dal  Padre. Orazione, meditazione e solitudine mi sono più necessarie del  nutrimento materiale. Colui che vuole vivere per lo spirito e portare  altri a vivere la stessa vita, deve posporre la carne, direi quasi  ucciderla nelle sue prepotenze[146], per dare tutte le sue cure  allo spirito. Tutti, sai, Giuda. Anche tu, se vuoi veramente essere di  Dio, ossia del soprannaturale».
«Ma noi siamo ancora della Terra,  Maestro. Come possiamo trascurare la carne dando tutte le cure allo  spirito? Non è, ciò che dici, in antitesi con il comando di Dio: “Non  ucciderai”? In questo non è anche compreso il non uccidersi? Se la vita è  dono di Dio, dobbiamo amarla o meno?».
«Risponderò a te come non  risponderei ad un semplice, al quale basta fare alzare lo sguardo  dell’anima, o della mente, a sfere soprannaturali, per portarselo seco  noi in volo nei regni dello spirito. Tu non sei un semplice. Ti sei  formato in ambienti che ti hanno affinato… ma che anche ti hanno  inquinato con le loro sottigliezze e colle loro dottrine. Ricordi  Salomone, Giuda? Era sapiente, il più sapiente di quei tempi. Ricordi  che disse[147], dopo aver conosciuto tutto il sapere? “Vanità  delle vanità, tutto è vanità. Temere Dio e osservare i suoi  comandamenti, questo è tutto l’uomo”. Or Io ti dico che occorre saper  prendere dai cibi nutrimento, ma non veleno. E se un cibo lo si  comprende a noi nocivo, perché vi sono in noi reazioni per cui quel cibo  è nefasto, essendo più forte dei nostri umori buoni che lo potrebbero  neutralizzare, occorre non prendere più di quel cibo, anche se è  appetitoso al gusto. Meglio semplice pane e acqua di fonte ai piatti  complicati della mensa del re, in cui sono droghe che turbano e  avvelenano».
«Che devo lasciare, Maestro?».
«Tutto quello che  sai che ti turba. Perché Dio è Pace e, se ti vuoi mettere sul sentiero  di Dio, devi sgombrare la tua mente, il tuo cuore e la tua carne da  tutto ciò che pace non è e porta seco turbamento. So che è difficile  riformare se stesso. Ma Io sono qui per aiutarti a farlo. Sono qui per  aiutare l’uomo a tornare figlio di Dio, a ricrearsi come per una seconda  creazione, un’autogenesi voluta dallo stesso. 69.2Ma lascia  che Io ti risponda a quanto chiedevi, acciò tu non dica che sei rimasto  in errore per mia colpa. È vero che l’uccidersi è uguale all’uccidere.  Sia la propria o l’altrui, la vita è dono di Dio, e solo a Dio che l’ha  data è deferito il potere di toglierla. Chi si uccide confessa la sua  superbia, e la superbia è odiata da Dio».
«La superbia confessa? Io direi la disperazione».
 «E che è la disperazione se non superbia? Considera, Giuda. Perché uno  dispera? O perché le sventure si accaniscono su di lui, e lui vuole da  sé vincerle e non riesce a tanto. Oppure perché è colpevole e si giudica  non perdonabile da Dio. Nel primo e nel secondo caso non è forse la  superbia che è regina? Quell’uomo che vuole fare da sé non ha più  l’umiltà di tendere la mano al Padre e dirgli: “Io non posso, ma Tu  puoi. Aiutami, ché da Te io tutto spero e attendo”. Quell’altro uomo che  dice: “Dio non mi può perdonare”, lo dice perché, misurando Dio su se  stesso, sa che uno, offeso come egli ha offeso, non potrebbe perdonarlo.  Ossia è superbia anche qui. L’umile compatisce e perdona, anche se  soffre dell’offesa ricevuta. Il superbo non perdona. È superbo anche  perché non sa chinare la fronte e dire: “Padre, ho peccato, perdona al  tuo povero figlio colpevole”. Ma non sai, Giuda, che tutto sarà  perdonato dal Padre, se sarà chiesto perdono[148] con cuore sincero e contrito, umile e volonteroso di risurrezione nel bene?».
«Ma certi delitti non vanno perdonati. Non possono essere perdonati».
 «Tu lo dici. E vero sarà perché così l’uomo vorrà. Ma in verità, oh! in  verità ti dico che anche dopo il delitto dei delitti, se il colpevole  corresse ai piedi del Padre — si chiama Padre per questo, o Giuda, ed è  Padre di perfezione infinita — e piangendo lo supplicasse di perdonarlo,  offrendosi all’espiazione, ma senza disperazione, il Padre gli darebbe  modo di espiare per meritarsi il perdono e salvarsi lo spirito».
69.3«Allora Tu dici che gli uomini che la Scrittura cita[149], e che si uccisero, fecero male».
 «Non è lecito fare violenza ad alcuno, e neppure a se stesso. Fecero  male. Nella loro relativa conoscenza del bene avranno, in certi casi,  avuto ancor misericordia da Dio. Ma da quando il Verbo avrà chiarito  ogni verità e dato forza agli spiriti col suo Spirito, da allora non  sarà più perdonato a chi muore in disperazione. Né nell’attimo del  particolare giudizio, né, dopo secoli di Geenna, nel Giudizio finale, né  mai. Durezza di Dio questa? No: giustizia. Dio dirà: “Tu hai giudicato,  tu, creatura dotata di ragione e di soprannaturale scienza, creata  libera, da Me, di seguire il sentiero da te scelto, e hai detto: ‘Dio  non mi perdona. Sono separato per sempre da Lui. Giudico che devo di mio  applicarmi giustizia per il mio delitto. Esco dalla vita per fuggire  dai rimorsi’, senza pensare che i rimorsi non ti avrebbero più raggiunto  se tu fossi venuto sul mio paterno seno. E, come hai giudicato, abbiti.  Io non violento la libertà che ti ho data”. Questo dirà l’Eterno al  suicida. Pensalo, Giuda. La vita è un dono e va amata. Ma che dono è?  Dono santo. E allora la si ami santamente. La vita dura finché la carne  regge. Poi comincia la grande Vita, l’eterna Vita. Di beatitudine per i  giusti, di maledizione per i non giusti. La vita è scopo o è mezzo? È  mezzo. Serve per il fine che è l’eternità. E allora diamo alla vita quel  tanto che le serva per durare e servire lo spirito nella sua conquista.  Continenza della carne in tutti i suoi appetiti, in tutti. Continenza della mente in tutti i suoi desideri, in tutti.  Continenza del cuore in tutte le passioni che sanno di umano.  Illimitato, invece, sia lo slancio verso le passioni che sono del Cielo:  amore di Dio e di prossimo, volontà di servire Dio e prossimo,  ubbidienza alla Parola divina, eroismo nel bene e nella virtù.
69.4Io  ti ho risposto, Giuda. Ne sei persuaso? Ti basta la spiegazione? Sii  sempre sincero e chiedi, se non sai ancora abbastanza: sono qui per  esser Maestro».
«Ho compreso e mi basta. Ma… è molto difficile fare  ciò che ho compreso. Tu lo puoi perché sei santo. Ma io… Sono un uomo,  giovane, pieno di vitalità…».
«Sono venuto per gli uomini, Giuda.  Non per gli angeli. Quelli non hanno bisogno di maestro. Vedono Dio.  Vivono nel suo Paradiso. Non ignorano le passioni degli uomini, perché  l’Intelligenza, che è loro Vita, li fa cogniti di tutto, anche quelli  che non sono custodi di un uomo. Ma, spirituali come sono, non possono  avere che un peccato, come uno lo ebbe di loro, e seco trascinò i meno  forti nella carità: la superbia, freccia che deturpò Lucifero, il più  bello degli arcangeli, e ne fece il mostro orripellente dell’Abisso. Non  sono venuto per gli angeli, i quali, dopo la caduta di Lucifero,  inorridiscono anche solo alla larva di un pensiero d’orgoglio. Ma sono  venuto per gli uomini. Per fare, degli uomini, degli angeli. L’uomo era  la perfezione del creato. Aveva dell’angelo lo spirito e dell’animale la  completa bellezza in tutte le sue parti animali e morali. Non vi era  creatura che l’eguagliasse. Era il re della Terra, come Dio è il Re del  Cielo, e un giorno, quel giorno in cui si sarebbe addormentato l’ultima  volta sulla Terra, sarebbe divenuto re col Padre nel Cielo. Satana ha  strappato le ali all’angelo-uomo e vi ha messo artigli di fiera e brame  di immondezza e ne ha fatto un che ha più nome di uomo-demone che di  uomo soltanto. Io voglio cancellare la deturpazione di Satana, annullare  la fame corrotta della carne inquinata, rendere le ali all’uomo,  riportarlo ad essere re, coerede del Padre e del celeste Regno. So che  l’uomo, se vuole volerlo, può fare quanto Io dico per tornare re e  angelo. Non vi direi cose che non potreste fare. Non sono uno dei retori  che predicano dottrine impossibili. 69.5Ho preso vera carne per poter sapere, per esperienza di carne, quali sono le tentazioni dell’uomo».
«E i peccati?».
«Tentati, tutti lo possono essere. Peccatori, solo chi vuole esserlo».
«Non hai mai peccato, Gesù?».
«Non ho mai  voluto peccare. E questo non perché sono il Figlio del Padre. Ma questo  ho voluto e vorrò per mostrare all’uomo che il Figlio dell’uomo non  peccò perché non volle peccare e che l’uomo, se non vuole, può non  peccare».
«Sei stato mai in tentazione?».
«Ho trent’anni, Giuda.  E non sono vissuto in una spelonca su un monte. Ma fra gli uomini. E,  anche fossi stato nel più solitario luogo della Terra, credi tu che le  tentazioni non sarebbero venute? Tutto abbiamo in noi: il bene e il  male. Tutto portiamo con noi[150]. E sul bene ventila il soffio  di Dio e lo avviva come turibolo di graditi e sacri incensi. E sul male  soffia Satana e lo accende in rogo di feroce vampa. Ma la volontà  attenta e la preghiera costante sono umida rena sulla vampa d’inferno:  la soffoca e doma».
«Ma se non hai mai peccato, come puoi giudicare i peccatori?».
 «Sono uomo e sono il Figlio di Dio. Quanto potrei ignorare come uomo, e  mal giudicare, conosco e giudico come Figlio di Dio. E del resto!…  Giuda, rispondi a questa mia domanda: uno che ha fame, soffre più nel  dire “ora mi siedo al desco”, o nel dire “non vi è cibo per me”?».
 «Soffre di più nel secondo caso, perché solo il sapere che ne è privo  gli riporta l’odore delle vivande, e le viscere si torcono nella  voglia».
«Ecco, la tentazione è mordente come questa voglia, Giuda.  Satana la rende più acuta, esatta, seducente di ogni atto compiuto.  Inoltre l’atto soddisfa e talora nausea, mentre la tentazio­ne non cade  ma, come albero potato, getta più robusta fronda».
«E non hai mai ceduto?».
«Non ho mai ceduto».
«Come hai potuto?».
«Ho detto: “Padre, non mi indurre in tentazione”».
«Come? Tu, Messia, Tu che operi miracoli, hai chiesto l’aiuto del Padre?».
 «Non solo l’aiuto, gli ho chiesto di non indurmi in tentazione. Credi  tu che, perché Io sono Io, possa fare a meno del Padre? Oh! no! In  verità ti dico che tutto il Padre concede al Figlio, ma che anche tutto  il Figlio riceve dal Padre. E ti dico che tutto quanto sarà chiesto in  mio nome al Padre verrà concesso. 69.6Ma eccoci al Get-Sammì,  dove Io abito. Già se ne vedono i primi ulivi oltre le mura. Tu stai  oltre Tofet. Già scende la sera. Non ti conviene salire sin là. Ci  rivedremo domani allo stesso posto. Addio. La pace sia con te».
«La  pace a Te pure, Maestro… Ma vorrei dirti ancora una cosa. Ti  accompagnerò sino al Cedron, poi tornerò indietro. Perché stai in quel  luogo così umile? Sai, la gente guarda a tante cose. Non conosci nessuno  in città che abbia una bella casa? Io, se vuoi, posso portarti da  amici. Ti ospiteranno per amicizia a me; e sarebbero dimore di Te più  degne».
«Lo credi? Io non lo credo. Il degno e l’indegno sono in  tutti i ceti. E senza mancare di carità, ma per non offendere giustizia,  ti dico che l’indegno, e maliziosamente indegno, è sovente fra  i grandi. Non occorre e non serve esser potenti per esser buoni o per  nascondere il peccare agli occhi di Dio. Tutto deve capovolgersi sotto  il mio segno. E grande non sarà chi è potente, ma chi è umile e santo».
«Ma per essere rispettato, per imporsi…».
 «È rispettato Erode? E Cesare è rispettato? No. Sono subìti e maledetti  dalle labbra e dai cuori. Sui buoni, o anche solamente nei volonterosi  di bontà, credi, Giuda, che saprò impormi più con la modestia che con  l’imponenza».
«Ma allora… spregierai sempre i potenti? Te ne farai  dei nemici! Io pensavo parlare di Te a molti che conosco e che hanno un  nome…».
«Io non spregierò nessuno. Andrò ai poveri come ai ricchi,  agli schiavi come ai re, ai puri come ai peccatori. Ma se sarò grato a  chi darà pane e tetto alle mie fatiche, quale che sia il tetto e il  cibo, darò sempre preferenza a ciò che è umile. I grandi hanno già tante  gioie. I poveri non hanno che la retta coscienza, un amore fedele, dei  figli, e il vedersi ascoltati dai più di loro. Io sarò curvo sempre sui  poveri, gli afflitti e i peccatori. Io ti ringrazio del tuo buon volere.  Ma lasciami a questo luogo di pace e preghiera. Va’. E Dio ti ispiri  ciò che è bene».
Gesù lascia il discepolo e si interna fra gli ulivi, e ogni cosa finisce.

[146] nelle sue prepotenze è un’aggiunta di MV su una copia dattiloscritta.
[147] disse, in: Qoèlet 1, 1-2; 12, 8.13.
[148] perdono è un’aggiunta di MV su una copia dattiloscritta.
[149] cita, per esempio in: Giudici 9, 54; 1 Samuele 31, 4-5; 2 Samuele 17, 23; 1 Re 16, 18; 2 Maccabei 14, 41-46.
[150] Tutto abbiamo in noi: il bene e il male. Tutto portiamo con noi. Queste  affermazioni, esatte in quanto riferite alla condizione umana in  genere, trovano una giustificazione verso la fine del lungo “dettato”  del 18 febbraio 1947, che è nel volume “I quaderni del 1945-1950”.  Tuttavia MV le ha corrette, su una copia dattiloscritta, nella seguente  forma, che sembra più consona alla natura umano-divina di Colui che  parla: Tutto abbiamo intorno a noi: il bene e il male. Tutto possiamo accogliere in noi.
Eventuali violazioni ai DIRITTI d'AUTORE, se DEBITAMENTE SEGNALATE a ezio1944@gmail.com - VERRANNO IMMEDIATAMENTE RIMOSSE
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