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88 - VALTORTAVOX

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Voce narrante • DANIELA CIAVONI


88 - Parabola sui consigli dati e ricevuti • da L’Evangelo, 572.4/5

«[…] Un re mandò il suo  figlio diletto a visitare il suo regno. Il regno di questo re era diviso  in molte provincie, essendo vastissimo. Queste provincie avevano  diversa conoscenza del loro re. Alcune lo conoscevano tanto da ritenersi  le predilette e da andare in superbia per questo. Secondo queste, esse  solo erano perfette e a conoscenza del re e di ciò che il re voleva.  Altre lo conoscevano ma, senza pensarsi sapienti per questo, si  industriavano di conoscerlo sempre più. Altre avevano la conoscenza del  re ma lo amavano a modo loro, essendosi date un codice speciale che non  era il vero codice del regno. Del vero codice avevano preso ciò che ad  esse piaceva e sin dove piaceva, e poi avevano lesionato anche quel poco  con mescolanze di altre leggi prese da altri reami, o datesi da loro  stesse, e non buone. No. Non buone. Altre ancora erano ancor  più ignoranti del loro re, e alcune sapevano solo che c’era un re. Non  più di questo. Ma credevano anche questo poco una favola.
Il figlio  del re venne a visitare il regno del padre suo per dare a tutte le  diverse regioni una esatta conoscenza del re, qui correggendo le  superbie, là rialzando gli avvilimenti, altrove raddrizzando concetti  sbagliati, più oltre persuadendo a levare gli elementi impuri dalla  legge pura, qui insegnando per colmar le lacune, là istruendo per dare  un minimo di cognizione e di fede in questo re reale di cui ogni uomo  era suddito. Questo figlio del re pensava però che, prima lezione per  tutti, era l’esempio di una giustizia conforme al codice sia nelle parti  gravi che nelle cose minori. Ed era perfetto. Tanto che la gente di  buona volontà migliorava se stessa perché seguiva sia le azioni che le  parole del figlio del re, essendo le sue parole e le sue azioni un’unica  cosa, tanto le une corrispondevano alle altre senza dissonanza.
Quelli  però delle provincie che si sentivano perfette, solo perché sapevano  alla lettera le lettere del codice, ma non ne possedevano lo spirito,  vedevano che dall’osservanza di ciò che faceva il figlio del re e di ciò  che egli esortava a fare, troppo chiaramente risultava che essi  conoscevano le lettere del codice ma non possedevano lo spirito della  legge del re, e che perciò veniva smascherata la loro ipocrisia. Allora  pensarono di levare di mezzo ciò che li faceva apparire quali erano. E  per far questo usarono due vie. Una contro il figlio del re, l’altra  contro i suoi seguaci. Al primo, mali consigli e persecuzioni. Ai  secondi, mali consigli e intimidamenti.
Sono mali consigli tante  cose. È mal consiglio il dire: “Non fare questo che ti può nuocere”,  fingendo interessamento buono, ed è mal consiglio il perseguitare, per  persuadere colui che si vuol traviare a mancare alla sua missione. È mal  consiglio il dire ai seguaci: “Difendete ad ogni costo e con ogni mezzo  il giusto perseguitato”, ed è mal consiglio il dire ai seguaci: “Se voi  lo proteggete, incontrerete il nostro sdegno”. Ma non parlo qui dei  consigli dati ai seguaci. Parlo dei consigli dati al figlio del re e  fatti dare. Con falsa bonomia, con livido odio, o per la bocca di ignari  strumenti, mossi a nuocere credendo di esser mossi a giovare.
Il  figlio del re li ascoltò questi consigli. Aveva orecchi, occhi,  intelletto e cuore. Non poteva perciò non sentirli, non vederli, non  intenderli e misurarli. Ma il figlio del re aveva soprattutto uno  spirito retto di vero giusto e ad ogni consiglio, dato scientemente o  incoscientemente per farlo peccare dando cattivo esempio ai sudditi del  padre suo e infinito dolore al padre suo, rispose: “No. Io faccio ciò  che vuole il padre mio. Io seguo il suo codice. L’esser figlio del re  non mi esime dall’essere il più fedele dei suoi sudditi nell’osservanza  della legge. Voi che mi odiate e mi volete impaurire, sappiate che nulla  mi farà violare la legge. Voi che mi amate e mi volete salvare,  sappiate che io vi benedico per questo vostro pensiero, ma sappiate  anche che il vostro amore e l’amore che vi voglio, perché a me più  fedeli di quelli che si dicono ‘sapienti’, non mi deve fare ingiusto nel  mio dovere verso il più grande amore, che è quello che va dato al padre  mio”. […]»
L’Evangelo come mi è stato rivelato, 572.4/5

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