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19 - VALTORTAVOX

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Voce narrante • DANIELA CIAVONI


19 - Il FIGLIOL PRODIGOda L’Evangelo, 205.3-6

«[…] Un uomo aveva due figli. Il maggiore era  serio, lavoratore, affezionato, ubbidiente. Il secondo era intelligente  più del maggiore — che in verità era un poco ottuso e si lasciava  guidare per non avere da affaticarsi a decidere da sé — ma in compenso  era anche ribelle, svagato, amante del lusso e del piacere, dissipatore e  ozioso. L’intelligenza è un grande dono di Dio. Ma è un dono che va  usato saggiamente. Altrimenti è come certi farmachi i quali, usati in  mal modo, non sanano ma uccidono. Il padre — era nel suo diritto e nel  suo dovere — lo richiamava a vita più saggia. Ma senza alcun utile,  tolto quello di averne male risposte e un maggior irrigidimento del  figlio nelle proprie cattive idee.
Infine un giorno, dopo una  disputa più fiera, il figlio minore disse: “Dàmmi la mia parte dei beni.  Così non sentirò più i tuoi rimproveri e i lagni del fratello. Ognuno  il suo e sia finito tutto”. “Guarda”, rispose il padre, “che presto  sarai rovinato. Che farai allora? Pensa che io non sarò ingiusto in  favore di te e non riprenderò un picciolo a tuo fratello per darlo a  te”. “Non ti chiederò nulla. Sta’ sicuro. Dàmmi la mia parte”.
Il  padre fece stimare le terre e le cose preziose e, visto che denaro e  gioielli facevano tanto quanto le terre, dette al maggiore i campi e i  vigneti, le mandre e gli ulivi, e al minore il denaro e i gioielli, che  il giovane vendette subito mutando tutto in denaro. E fatto questo, in  pochi giorni, se ne andò in lontano paese dove visse da gran signore,  scialacquando tutto il suo in bagordi di ogni specie, facendosi credere  un figlio di re perché si vergognava di dire: “sono campagnolo”,  rinnegando perciò il padre suo. Festini, amici e amiche, vesti, vini,  giuoco… vita dissoluta… Presto vide scemare la sostanza e venire avanti  la miseria. E con la miseria, a farla più grave, venne nel paese una  grande carestia che dette fondo ai resti della sostanza.
Avrebbe  potuto andare dal padre. Ma era superbo e non volle. Andò allora da un  riccone del paese, già suo amico nei tempi buoni, e lo pregò dicendo:  “Accoglimi fra i tuoi servi in ricordo di quando godesti delle mie  dovizie”. Vedete voi come è stolto l’uomo! Preferisce mettersi sotto la  frusta di un padrone anziché dire ad un padre: “Perdono! Ho sbagliato!”.  Quel giovane aveva imparato tante cose inutili con la sua intelligenza  aperta, ma non aveva voluto imparare il detto dell’Ecclesiastico:  “Quanto è infame colui che abbandona il padre suo e quanto è maledetto  da Dio chi fa inquietare la madre”. Era intelligente ma non sapiente.
L’uomo  a cui si era rivolto, in cambio del molto che aveva goduto dal giovane  stolto, mise questo stolto di guardia ai porci — perché si era in paese  pagano e vi erano molti porci — e lo mandò a pasturare nei suoi possessi  le mandre dei porci. Lurido, stracciato, puzzolente, affamato — perché  il cibo era scarso per tutti i servi e specie per gli infimi, e lui,  straniero mandriano di porci e deriso, era ritenuto tale — vedeva i  porci satollarsi delle ghiande e sospirava: “Potessi almeno io pure  empirmi il ventre di questi frutti! Ma sono troppo amari! Neppure la  fame me li fa parere buoni”. E piangeva pensando ai ricchi festini da  satrapo fatti poco tempo prima fra risa, canti, danze… e pensava poi  agli onesti pranzi ben nutriti della sua casa lontana, alle porzioni che  il padre faceva a tutti imparzialmente, serbando per sé sempre il meno,  lieto di vedere il sano appetito dei suoi figli… e pensava anche alle  parti fatte ai servi da quel giusto, e sospirava: “I garzoni di mio  padre, anche i più infimi, hanno pane in abbondanza… e io qui muoio di  fame…”. Un lungo lavoro di riflessione, una lunga lotta per strozzare la  superbia…
Infine venne il giorno che, rinato nell’umiltà e nella  sapienza, sorse in piedi e disse: “Io vado dal padre mio! È stolto  questo orgoglio che mi fa prigione. E di che? Perché soffrire e nel  corpo e più nel cuore mentre posso avere perdono e sollievo? Vado dal  padre mio. È detto. Che gli dirò? Ma quello che è nato qui dentro, in  questa abbiezione, fra queste lordure, fra i morsi della fame! Gli dirò:  ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno  di essere chiamato tuo figlio; trattami perciò come l’infimo dei tuoi  garzoni, ma sopportami sotto il tuo tetto. Che io ti veda passare…’. Non  potrò dirgli: ‘…perché ti amo’. Non lo crederebbe. Ma lo dirà la mia  vita, ed egli lo comprenderà, e prima di morire mi benedirà ancora… Oh!  lo spero. Perché mio padre mi ama”. E, tornato la sera in paese, si  licenziò dal padrone e mendicando per via tornò a casa sua.
Ecco i  campi paterni… e la casa… e il padre che dirigeva i lavori, invecchiato,  scarnito dal dolore, ma sempre buono… Il colpevole, guardando quella  rovina causata da lui, si fermò intimorito… ma il padre, girando  l’occhio, lo vide e gli corse incontro, perché era ancora lontano, e  raggiuntolo gli gettò le braccia al collo e lo baciò. Solo il padre  aveva riconosciuto in quel mendicante avvilito la sua creatura e solo  lui aveva avuto un movimento di amore. Il figlio, stretto fra quelle  braccia, con il capo sulla spalla paterna, mormorò fra i singhiozzi:  “Padre, lascia che io mi getti ai tuoi piedi”. “No, figlio mio! Non ai  piedi. Sul mio cuore, che ha tanto sofferto della tua assenza e che ha  bisogno di rivivere col sentire il tuo calore sul mio petto”. E il  figlio, piangendo più forte, disse: “Oh! padre mio! Io ho peccato contro  il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato da te:  figlio. Ma permettimi di vivere fra i tuoi servi, sotto il tuo tetto,  vedendoti, mangiando il tuo pane, servendoti, bevendo il tuo alito. Ad  ogni boccone di pane, ad ogni tuo respiro si riformerà il mio cuore  tanto corrotto e diverrò onesto…”. Ma il padre, tenendolo sempre  abbracciato, lo condusse verso i servi, che si erano ammucchiati in  distanza e che osservavano, e disse loro: “Presto, portate qui la veste  più bella e catini di acque odorose, lavatelo, profumatelo, rivestitelo,  mettetegli dei calzari nuovi e un anello al dito. Poi prendete un  vitello ingrassato e ammazzatelo. E si prepari un banchetto. Perché  questo figlio mio era morto ed ora è risuscitato, era perduto ed è stato  ritrovato. Io voglio che ora lui pure ritrovi il suo semplice amore di  pargolo; e il mio amore e la festa della casa per il suo ritorno glielo  devono dare. Deve capire che egli è sempre per me il caro bambino ultimo  nato, quale era nella infanzia sua lontana, quando mi camminava al  fianco facendomi beato col suo sorriso e il suo balbettio”. E così  fecero i servi.
Il figlio maggiore era in campagna e non seppe nulla  fino al suo ritorno. A sera, venendo verso casa, la vide luminosa di  lumi e udì suoni di strumenti e danze uscire da essa. Chiamò un servo  che correva indaffarato e gli disse: “Che avviene?”. E il servo rispose:  “È tornato tuo fratello! Tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso  perché ha riavuto il figlio e sano, guarito dal suo grande male, ed ha  ordinato banchetto. Non si attende che te per cominciare”. Ma il  primogenito, in collera perché gli pareva ingiustizia tanta festa per il  minore, che oltre che minore era stato cattivo, non volle entrare e  anzi fece per allontanarsi da casa.
Ma il padre, avvertito di  questo, corse fuori e lo raggiunse tentando di convincerlo e pregandolo  di non amareggiargli la sua gioia. Il primogenito rispose al padre suo:  “E vuoi che io non sia inquieto? Tu fai ingiustizia e spregio al tuo  primogenito. Io da quando ho potuto lavorare ti ho servito, e sono molti  anni. Io non ho mai trasgredito ad un tuo comando, neppure ad un tuo  desiderio. Io ti sono sempre stato vicino e ti ho amato per due per  farti guarire dalla piaga fatta da mio fratello. E tu non mi hai dato  neppure un capretto per godermelo cogli amici. Questo, che ti ha offeso,  che ti ha abbandonato, che è stato infingardo e dissipatore e che torna  ora perché è spinto dalla fame, tu lo onori e per lui ammazzi il  vitello più bello. Vale la pena essere lavoratori e senza vizi! Questo  non me lo dovevi fare!”.
Il padre disse allora stringendoselo al  seno: “Oh! figlio mio! E puoi credere che io non ti ami perché non  stendo un velo di festa sulle tue azioni? Le tue azioni sono sante di  loro, e il mondo ti loda per esse. Ma questo tuo fratello, invece, ha  bisogno di essere rialzato nella stima del mondo e nella stima sua  stessa. E credi tu che io non ti ami perché non ti do un premio  visibile? Ma mattina e sera e in ogni mio alito e pensiero tu sei  presente al mio cuore, e ad ogni attimo io ti benedico. Tu hai il premio  continuo di essere sempre con me, e tutto quanto è mio è tuo. Ma era  giusto banchettare e fare festa per questo tuo fratello, che era morto  ed è risuscitato al Bene, che era perduto ed è stato ritornato al nostro  amore”. E il primogenito si arrese. […]»

Spiegazioneda L’Evangelo, 205.7

«[…]  Così, amici miei, succede nella Casa del Padre. E chi si sa uguale al  figlio minore della parabola pensi pure che, se lo imita nell’andare al  Padre, il Padre gli dice: “Non ai miei piedi. Ma sul mio cuore, che ha  sofferto della tua assenza e che ora è beato per il tuo ritorno”. Chi è  in condizioni di figlio primogenito e senza colpa verso il Padre, non  sia geloso della gioia paterna, ma ne prenda parte, dando amore al  fratello redento. […]»

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